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Alla reverendissima monaca Xeni, sulle passioni, le virtù e i frutti della quiete dell’intelletto

 

di san Gregorio Palamas

traduzione a cura dell'Archimandrita Antonio Scordino




 

Chi veramente desidera vivere in solitudine, non ama conversare, né con la gente comune né con chi che conduce la sua stessa vita, perché ciò interrompe la continuità della dolce conversazione con Dio, e perché l’unitarietà dell’intelletto (in cui consiste il ‘monaco interiore’, cioè il vero monaco) si fa duplice e talvolta molteplice. Un Padre[1], richiesto del perché fuggisse gli uomini, disse: “Perché incontrando gli uomini non posso stare con Dio”. Un altro, dando tali consigli per esperienza, accusava non solo la conversazione ma la stessa vista di altri uomini come capace di rovinare la salda quiete della mente di chi pratica l’isichìa. Chi infatti esamina la cosa con cura, vede che sia il ricordo della vicinanza sia l’attesa d’un incontro non lasciano completamente tranquillo il pensiero dell’anima.

Anche chi affida le sue parole agli scritti circonda il proprio intelletto di una preoccupazione troppo stringente. Se egli è uno già progredito, e per la sanità dell’anima ha raggiunto l’amore di Dio, questo amore è operante anche mentre egli scrive, ma non però in modo immediato e semplice; se è uno (come me)che ancora cade in molte malattie e passioni dell’anima, e ha bisogno di gridare continuamente a Dio: Guariscimi, perché ho peccato contro di te, non è ragionevole che, prima della guarigione, abbandoni la supplica e si dedichi volontariamente a qualsiasi altra cosa. Attraverso gli scritti, egli conversa con le persone assenti e in numerose occasioni trasmette a più persone, talvolta anche a chi non vuole, la conversazione fissata in quegli scritti che, per loro natura, sono destinati a rimanere anche dopo la morte dello scrittore. Per questo, molti sommi Padri dell’isichìa non tollerarono in alcun modo di scrivere alcunché, quantunque potessero dire cose grandi e piene di utilità. Io invece, in tutto manchevole del loro rigore, avevo anche l’abitudine di scrivere, quando ero pressato da una forte necessità; ora però mi hanno reso più restio coloro che guardano alcuni dei miei scritti con occhi malevoli e cercano in essi pretesti per la loro malignità. Costoro, secondo il grande Dionigi[2], sono appassionati di suoni e lettere incomprensibili, di sillabe ed espressioni ignote che non penetrano fino all’intelligenza della loro anima. E, a dire il vero, è irrazionale e sciocco, e niente affatto proprio di chi vuole comprendere le cose divine, il prestare attenzione non al senso di ciò che si intende dire, ma alla sua espressione. Io so che giustamente ho subito i loro rimproveri, non perché scrivessi in disaccordo con i Padri (giacché questo accordo, per grazia di Cristo, l’ho osservato nei miei scritti), ma perché avevo scritto di cose di cui non ero degno, e come Uzzà[3]  mi ero messo a spingere il carro della verità con un discorso maldestro. Tuttavia, poiché quello non fu per me un assalto d’ira divina ma di commisurata correzione, agli avversari non riuscì di prevalere contro di me. Ma forse anche questo a motivo della mia indegnità; io infatti non ero né degno né capace, come sembra, di patire qualcosa per la verità e così comunicare con gioia ai patimenti dei santi. Infatti, il padre Crisostomo[4], che mentre era ancora nel corpo fu unito all’assemblea dei primogeniti nei cieli, e scrisse sulla pietà senza errori, con sapienza e dolcezza quant’altri mai, pur essendo tale, non fu espulso dalla sua Chiesa e condannato all’esilio come scrittore e seguace della dottrina di Origene? E anche Pietro, il principe del coro principesco dei discepoli del Signore, dice che quanto nelle Lettere del grande Paolo era di difficile comprensione veniva stravolto dagli ignoranti di allora a propria perdizione. Io tuttavia, per quel po’ di insolenza dei miei assalitori, che per altro furono condannati dal Sinodo[5], avevo pensato di astenermi del tutto dallo scrivere, se tu, santa gherondissa, non mi avessi mosso con le tue preghiere, con i tuoi incitamenti e le tue note scritte, fino a persuadermi a mettere mano a discorsi esortativi, sebbene tu non abbia affatto bisogno di esortazioni. Tu, infatti, con la canizie dell’età, per grazia di Cristo possiedi un sentire venerabile, e conosci per un esercizio pluriennale la legge dei sacri precetti, avendo diviso opportunamente la tua vita tra la pratica dell’obbedienza e quella dell’isichia, con le quali hai levigato la tavoletta della tua anima e l’hai resa idonea a ricevere e a conservare i divini caratteri. Ma in effetti così è di un’anima altissima: presa dal desiderio della dottrina spirituale, non ne è mai sazia. Perciò anche la Sapienza dice di se stessa: Coloro che mangiano di me avranno ancora fame[6]. E il Signore, che induce nell’anima questo desiderio, dice di Maria che aveva scelto questa parte buona: Non le sarà tolta[7].

Tuttavia, tu forse hai bisogno di tali discorsi a motivo delle figlie del grande Re che vivono sotto il tuo magistero, e soprattutto per la loro intelligenza che desideri sposare, come sposa proveniente dalla tua famiglia, al Principe dell’incorruttibilità e in ciò lo imiti, poiché, come Egli ha veramente assunto per noi la nostra forma, così anche tu ora rivesti l’aspetto delle principianti che hanno bisogno di dottrina. Perciò anch’io, se pure non sono abile quanto a discorsi, e tali discorsi, tuttavia, per obbedienza e per il precetto di dare a chi chiede, offrendo ciò che ho ora a disposizione, pago il debito della carità secondo Cristo.

Sappi dunque, santa gherondissa, o piuttosto per mezzo tuo imparino le giovanette che hanno scelto di vivere secondo Dio, che c’è, per natura, anche una morte dell’anima immortale. Così dice infatti anche il diletto Teologo: C’è un peccato a morte e c’è un peccato non a morte[8], intendendo qui certamente la morte dell’anima. E il grande Paolo dice che la tristezza secondo il mondo produce morte[9]: certamente, morte dell’anima. E ancora dice: Svegliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà[10]. Da quali morti riceve l’ordine di risorgere? Certamente da quelli che sono stati uccisi dalle concupiscenze carnali che fanno guerra all’anima. Perciò, il Signore ha detto che sono morti coloro che vivono nella vanità di questo mondo; infatti, a quel discepolo che gli chiedeva di potere andare a seppellire il proprio padre, non lo permise, ma gli ordinò di seguirlo lasciando ai morti di seppellire i loro morti[11]. In questo caso, il Signore chiamò morti anche dei vivi, certamente in quanto morti nell’anima. Infatti, come la separazione dell’anima dal corpo è morte del corpo, così la separazione di Dio dall’anima è morte dell’anima, poiché quella che è propriamente morte è la morte dell’anima. Questa morte Dio manifestava anche con il comandamento dato nel paradiso, quando disse ad Adamo: Il giorno in cui tu mangiassi dell’albero proibito, di morte moriresti[12]. Allora, infatti, la sua anima fu uccisa dalla trasgressione, separata da Dio, mentre continuò a vivere col corpo fino a novecentotrenta anni. Ma la morte venuta all’anima per la trasgressione non solo corrompe l’anima e fa maledetto l’uomo, ma, dopo avere reso il corpo stesso pieno di affanni, soggetto a molti mali e corruttibile, alla fine lo consegna alla morte. Allora, infatti, dopo la morte dell’uomo interiore in seguito alla trasgressione, l’Adamo terrestre si senti dire: Maledetta la terra nel tuo lavoro. Farà spuntare per te spine e triboli. Nel sudore del tuo volto mangerai il tuo pane finché tu ritorni alla terra da cui sei stato tratto, perché sei terra e alla terra tornerai[13]. E anche se nella futura generazione, alla risurrezione dei giusti risorgono pure i corpi degli iniqui e dei peccatori, è per essere consegnati alla seconda morte, al castigo eterno, al verme che non dorme, allo stridore di denti, alla tenebra esteriore e palpabile, alla gheenna di tenebra e di fuoco inestinguibile, secondo il profeta che dice che iniqui e peccatori arderanno insieme e non vi sarà chi spenga[14]. Questa è la seconda morte, come Giovanni ci ha insegnato nel libro della Rivelazione[15].

Ascolta anche il grande Paolo che dice: Se vivete secondo la carne morirete, se invece con lo Spirito farete morire le azioni del corpo, vivrete[16], e intende vita e morte del secolo futuro: vita, il godimento del regno eterno; e morte, il perenne castigo. Pertanto, la trasgressione del comandamento di Dio diviene ciò che procura l’una e l’altra morte, all’anima e al corpo, quella del secolo presente e quella del castigo che non ha fine. Questa è propriamente la morte: il sottrarsi dell'anima al giogo della grazia divina e il suo sottoporsi al giogo del peccato. Questa è realmente la morte da fuggire e tremenda per chi ha intelletto. Questa è la morte, più tremenda anche del castigo nella gheenna, per coloro che hanno buon intendimento. Questa fuggiamola anche noi con tutte le forze: rigettiamo tutto, abbandoniamo tutto, rinunciamo a tutto: relazioni, attività, volontà, tutto quanto trascina via e separa da Dio e produce tale morte. Colui che l’ha temuta e se ne è guardato non temerà l’avvicinarsi della morte della carne, avendo inabitante in sé la vera vita che procura piuttosto ciò che la morte non può portare via, poiché come la morte dell’anima è morte in senso proprio, così anche la vita dell’anima è propriamente vita, e vita dell’anima è l’unione con Dio come l’unione del corpo con l’anima. Infatti, come l’anima separata da Dio per la trasgressione del comandamento è morta, così, di nuovo unita a Dio per l’obbedienza al comandamento, è rivivificata. Per questo il Signore dice nei vangeli: Le parole che io dico sono Spirito e vita[17], e anche Pietro istruito dall’esperienza gli diceva: Tu hai parole di vita. Parole di vita eterna però, per coloro che obbediscono, ma per coloro che disobbediscono il comandamento stesso della vita è per la morte. Così anche gli apostoli, essendo profumo di Cristo, erano per gli uni odore di morte per la morte, e per gli altri odore di vita per la vita.

E ancora, la vita stessa non è solo vita dell’anima ma anche del corpo poiché rende immortale anche il corpo mediante la risurrezione, riscattandolo non solo dalla mortalità ma anche dalla morte, che mai non cessa, di quel futuro castigo. Essa fa dono anche al corpo di quella vita in Cristo senza pene, senza malattie, senza tristezza e realmente immortale. Come infatti alla morte dell’anima, cioè alla trasgressione e al peccato, tenne dietro la morte del corpo, il dissolversi nella terra e il divenire polvere; come alla morte corporale fece seguito la condanna dell’anima nell’Ade, cosi anche alla risurrezione dell’anima, che è la conversione a Dio mediante l’obbedienza ai divini comandamenti, seguirà poi la risurrezione del corpo di nuovo unito all’anima. A questa risurrezione seguirà la reale incorruttibilità e il vivere eternamente con Dio di quelli che ne sono stati fatti degni, divenuti spirituali anziché carnali, viventi come angeli di Dio nel cielo. E’ detto infatti: Saremo rapiti nelle nubi incontro al Signore, nell’aria, e così saremo sempre col Signore[18]. E in realtà, come il Figlio di Dio, divenuto uomo per amore degli uomini, mori nella carne, poiché la sua anima si era separata dal corpo, non però dalla divinità, e perciò avendo risuscitato il proprio corpo lo assunse al cielo nella gloria; cosi anche coloro che qui hanno vissuto secondo Dio, separandosi dal corpo senza separarsi da Dio, nella risurrezione, nel salire presso Dio, riprenderanno il corpo ed entreranno con esso nella gioia indicibile, dove è entrato per noi Gesù come precursore, e godendo insieme il rivelarsi della futura gloria in Cristo. Cosi essi diverranno partecipi non solo della risurrezione ma anche della assunzione del Signore e di tutta la sua vita divina. Non così, però, quelli che qui hanno vissuto secondo la carne, nei quali, nell’ora del loro esodo, non si sarà trovata alcuna comunione con Dio. Poiché, anche se tutti risorgeranno, è detto: Ciascuno però nel suo ordine[19]. Colui che qui ha ucciso con lo Spirito le azioni del corpo, vivrà là con Cristo la vita divina e veramente eterna, ma chi qui ha mortificato lo Spirito con le concupiscenze e le passioni della carne, là sarà condannato insieme al creatore e dispensatore della malizia e consegnato al castigo incessante e insopportabile, che è la morte seconda e continua. Poiché, dove ebbe principio la vera morte che fa e procura all’anima e al corpo la morte temporanea e quella eterna? Non nella regione della vita? Perciò, immediatamente, l’uomo è stato condannato all’esilio dal paradiso di Dio, essendosi acquistata una vita portatrice di morte e non conforme al divino paradiso. Cosicché, anche la vera vita, quella che procura all’anima e al corpo la vita immortale e vera, avrà in questo luogo di morte il suo principio. E chi non è sollecito ad acquistarsi qui la vera vita per l’anima, non inganni se stesso con vuote speranze, dicendosi che la riceverà là, né speri di ricevere in quel tempo la benevolenza di Dio, perché allora sarà il tempo della ricompensa e della vendetta, non della compassione e della benevolenza; tempo di rivelazione dell’ira, della collera e del giusto giudizio di Dio; tempo della manifestazione della mano di Dio, potente e alzata per il castigo dei disobbedienti. Guai a chi cade nelle mani del Dio vivente; guai a chi sperimenta là l’ira del Signore e non ha conosciuto qui, per timore di Dio, la potenza della sua collera, e mediante le sue opere non si è attirata la sua benevolenza. Giacché per questo c’è il tempo presente. Per questo, Dio ci ha concesso questa vita, offrendoci la possibilità della conversione: se non fosse così, l’uomo peccando sarebbe subito privato di questa vita, infatti a che gli gioverebbe? Per questo, neppure la disperazione può occupare interamente l’uomo, anche se il Maligno la insinua in modi svariati, non solo in coloro che vivono nella indifferenza, ma talvolta anche in coloro che lottano. Il tempo della vita è tempo di conversione e lo stesso vivere ancora, di colui che ha peccato, garantisce l’accoglienza da parte di Dio per chi vuole ritornare a lui. Infatti, alla vita qui è sempre unito il libero arbitrio, e la materia del libero arbitrio è scegliere o fuggire la via della vita o la via della morte indicate più sopra, essendo possibile procurarsi quella delle due che si vuole. Dove c’è posto dunque per la disperazione, dal momento che tutti possono sempre, quando vogliono, acquistarsi la vita eterna?

Ma vedi la grandezza dell’amore di Dio per gli uomini: al principio non usa il giusto giudizio contro di noi che siamo stati disubbidienti, ma pazientando offre il tempo per il ritorno. In questo tempo della pazienza ci dà il potere, se lo vogliamo, di essere fatti suoi figli. Ma che dico, essere fatti figli? Essere uniti a lui, e divenire un solo spirito con lui.

Ma anche in questo tempo della pazienza, se poi camminiamo per la via opposta e amiamo la morte piuttosto che la vita vera, egli non ci toglie il potere che ci ha donato. E non solo non ce lo toglie, ma anche ci richiama e, come nella parabola della vigna, va in giro a cercarci e a ricondurci alle opere della vita, dal mattino fino alla sera di questa vita. E chi è colui che chiama e assolda? Il Padre del Signore nostro Gesù Cristo e Dio di ogni consolazione. E chi è la vite che egli chiama a lavorare? Il Figlio di Dio, colui che ha detto: “Io sono la vite”, e infatti nessuno può andare a Cristo, come egli ha detto nei vangeli, se il Padre non lo attira. E chi sono i tralci? Noi. Ascolta ancora lui che dice: “Voi siete i tralci, il Padre mio è il vignaiolo”.

Dunque, il Padre riconciliandoci a sé mediante il Figlio, senza tenere conto dei nostri peccati, ci chiama non in quanto dediti a opere cattive, ma come oziosi. L’ozio, per altro, è peccato e anche di una parola oziosa dovremo render conto. Tuttavia, come dicevo, passando sopra ai peccati commessi in precedenza da ciascuno, Dio chiama ancora e ancora.

Ma chiama a far che cosa? A lavorare nella vigna, cioè per i tralci, ovvero per noi stessi, poi - incomparabile grandezza d’amore per gli uomini! -ci promette e ci dà la ricompensa delle fatiche che sosteniamo per noi stessi. Venite - dice - ricevete la vita eterna che io ho pagato per voi generosamente, e vi pago, come debitore, il prezzo della fatica del viaggio e dello stesso desiderio di ottenere la salvezza da me. Chi non è debitore del prezzo del riscatto a Colui che l’ha riscattato da morte? Chi non rende grazie al datore della vita? Ma egli promette di dare la ricompensa ancor prima, e la ricompensa è indicibile. Egli dice: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Che significa in abbondanza? Non solo l’essere e il vivere insieme a lui, ma divenirgli fratelli e coeredi. Allora, questo in abbondanza è, come sembra, la ricompensa data a quelli che accorrono alla vigna vivificante e sono chiamati tralci, faticano per se stessi e la coltivano bene a proprio vantaggio. Che cosa fanno? Innanzitutto tagliano tutto ciò che è superfluo e improduttivo, anzi è di ostacolo alla produzione di frutti degni del divino granaio. E quali sono queste cose? Ricchezze, delizie, la gloria vana, tutte le cose che scorrono e passano; ogni passione abominevole e malvagia dell’anima e del corpo; ogni immondezza nella dissipazione della mente, ogni ascolto, ogni vista, ogni parola capace di recare danno all’anima. Giacché se uno non si fa tagliare e potare, con grandissimo zelo, il germoglio del cuore, non produrrà mai frutti per la vita eterna. Dunque, è possibile anche a coloro che vivono nel matrimonio sforzarsi per questa purificazione, ma con quanta maggiore difficoltà! Per questo, quanti, per avere incontrato fin dalla giovinezza Dio propizio, hanno guardato con occhio della mente più acuto a quella vita, e sono divenuti amanti dei suoi beni, fuggono convenientemente anche le nozze, poiché nella risurrezione - come ha detto il Signore - non prendono moglie né marito, ma sono come i angeli di Dio.

Dunque, chiunque vuole essere come un angelo di Dio fin da qui, come i figli di quella risurrezione, pone giustamente se stesso al di sopra dell’unione dei corpi. D’altronde, il pretesto del peccato ebbe, al principio, occasione dalla moglie, pertanto coloro che non vogliono offrire mai da sé all’avversario alcuna occasione, devono rinunziare al matrimonio, poiché, se già ci portiamo intorno questo corpo insofferente e irriducibile alla virtù come addirittura un avversario naturale, che cosa faremo e fino a che punto ci troveremo ad accrescere la difficoltà alla virtù, legati come saremo a molti differenti corpi? Come avrà la libertà per la quale proclama di essere sollecita, colei che è stretta da legami naturali al marito, ai figli e a tutti i consanguinei? Come siederà senz’altra cura presso il Signore, colei che si è caricata di preoccupazioni per tanti? Come resterà imperturbata colei che è vincolata a moltitudini? Per questo, colei che è realmente vergine e assimilata al vergine Figlio di una Vergine, sposo delle anime che vivono in verginità come conviene, non solo fugge le nozze carnali, ma anche la compagnia secondo il mondo, avendo rinunciato a tutti i parenti, per poter dire con grande fiducia con Pietro: “Noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito”. E che cosa farebbe di straordinario costei se facesse questo, di abbandonare cioè i suoi per un talamo e uno sposo celesti, quando una sposa della terra, per uno sposo corruttibile, abbandona padre e madre, e si unisce al marito, secondo la Scrittura? Come le sarebbe possibile avere ancora una parentela sulla terra, lei che ha la cittadinanza nei cieli? E come, lei che è figlia non della carne ma dello Spirito, avrà padre e madre carnali e parenti di sangue? E come, lei che ha sempre fuggito e fugge con tutte le forze il suo proprio corpo, come chi depone la vita secondo la carne, avrà relazioni con corpi non suoi?

Che se - come dicono - somiglianza è amicizia, e ognuno ama il suo simile, la vergine si assimilerà a quelli che le sono amici e cadrà di nuovo nella malattia dell’amore del mondo. Ma l’amicizia del mondo è nemica a Dio, dice Paolo, il paraninfo del talamo spirituale, dunque essa non solo correrà pericolo di divorziare, ma anche di stabilirsi nell’inimicizia dello sposo celeste.

Non si meravigli né si contristi se la Scrittura non muove rimprovero alle sposate che si preoccupano delle cose del mondo e non delle cose del Signore, mentre a quelle che hanno fatto professione di verginità per Dio è assolutamente proibito anche di sfiorare le cose del mondo e non è concesso di vivere in totale riposo.

In verità, anche agli sposati Paolo dichiara: “Il tempo ormai si è fatto breve così che quelli che hanno moglie siano come se non l’avessero, e quelli che usano di questo mondo, come se non ne usassero”. In verità io credo questa cosa più difficile da portare che la lotta per la verginità; infatti, l’esperienza mostra che anche il digiuno è più facile che la continenza nel cibo e nella bevanda.

Si potrebbe dire giustamente e con verità che se uno non avesse scelto la salvezza, non avremmo nessuna parola da dirgli; ma se a uno importa la propria salvezza, questi sappia che la vita nella verginità è molto più utile e meno penosa di quella coniugale.

Ma lasciamo andare queste cose, e tu, vergine sposa di Cristo, tralcio della vite di vita, poniti nell’intelletto quello di cui si diceva sopra.

Dice infatti il Signore: “Io sono la vite, voi i tralci, il Padre mio è il vignaiolo, ogni tralcio che in me porta frutto lo monda perché porti più frutto”. Questa cura per te considerala segno che la tua verginità dà frutto e che lo sposo ti ama. E gioisci piuttosto, e gareggia nell’essergli obbediente. In altre parole: l’oro che ha misto in sé del rame si dice che è adulterato, mentre il rame che contiene un po’ di oro fuso appare più splendente e lucido di quel che gli è proprio. Così, o vergine, è gloria per quelle che non sono vergini desiderare la tua condizione e i tuoi beni, ma per te è disonore desiderare i loro.

Il desiderio, infatti, ti riporta di nuovo nel mondo, da un Iato, come una che si trattiene con quelli che vivono nel mondo e vive con loro, pur essendo morta al mondo; dall’altro, come chi vuole possedere quelle cose che essi stessi vorrebbero per sé e per i loro congiunti: prosperità di ogni specie di beni di questa vita, ricchezza, notorietà, gloria e la gioia di queste cose; e così ti accadrà di decadere dalla volontà del tuo sposo. Egli infatti, con chiarezza nei vangeli proclama infelici tutte queste cose, dicendo: “Guai a voi, ricchi; guai a voi che ridete; guai a voi che vi siete saziati; guai quando tutti gli uomini dicono bene di voi”. In che senso proclama infelici costoro? Non in quanto morti nell'anima? Quale parentela c’è dunque tra la sposa della Vita e i morti? Quale unione fra coloro che camminano per vie opposte? poiché è larga e spaziosa quella per cui quelli sono condotti, e se non si frenano mescolandosi con qualcuna delle cose tue, alla fine cadranno in perdizione. Tu, invece, entrerai per la porta stretta e angusta e per la via che conduce alla vita. Per la porta e la via stretta non si può passare se ci si porta addosso il gonfiore della gloria, la dissolutezza del piacere, il fardello delle ricchezze e dei possessi. Non credere che sia priva di affanni quella via larga di cui hai sentito parlare, poiché è infelice, per molte e gravi sventure. La dicono larga e spaziosa perché sono molti quelli che passano per essa e ciascuno di loro è avvolto di abbondante strame di materia caduca. La tua, invece, vergine, è strettissima, non ne lascia passare due insieme; ma molte di coloro che prima erano state afferrate dal mondo, dopo essere rimaste vedove, per invidia della tua condizione ultramondana di vita, preferiscono rinnegare il mondo e camminare per la tua via, per potere avere anche parte delle sue corone.

Costoro sono quelle che Paolo comanda di onorare, perché esse perseverano in suppliche e preghiere con la speranza riposta in Dio. E se anche in questo tipo di vita si presenta qualche cosa di triste, si tratta di qualche cosa che dà consolazione, procura il regno dei cieli e dona la salvezza. In quell’altra vita, invece, sia ciò che è dilettevole sia ciò che è triste è apportatore di morte. Infatti è detto: “La tristezza secondo il mondo produce morte; la tristezza secondo Dio, conversione senza rimpianto, per la salvezza”.

Perciò il Signore chiama beate le cose contrarie ai beni del mondo, dicendo: “Beati i poveri nello spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. Ma perché dicendo: Beati i poveri, aggiunse: nello spirito? Per mostrare che egli considera beata e approva la modestia dell’anima. E perché non disse: Beati i poveri di spirito (anche così avrebbe mostrato la modestia del sentire) ma dice: Beati i poveri nello spirito?Per mostrarci che beata è anche la povertà nel corpo e capace di procurare il regno celeste, ma qualora sia resa perfetta a motivo dell’umiltà dell’anima, sia unita a essa e da essa abbia il suo principio. Avendo chiamato beati i poveri nello spirito ha mirabilmente dimostrato che cosa è che, come una radice, procura ai santi la povertà che si mostra in essi, è cioè il loro spirito. E’ lo spirito che, abbracciata la grazia dell’annuncio evangelico, fa sgorgare da se stesso una fonte di povertà che abbevera tutta la superficie della terra, cioè l’uomo esteriore, e la rende un paradiso di virtù. Tale è la povertà che Dio chiama beata. Ma il Signore, pronunciando una parola concisa sulla terra, ha ristretto la causa della povertà volontaria e multiforme -pur essendo molte quelle addotte come tali - a quella causa di essa che ha indicato come beata, in ciò compendiando il suo insegnamento su tutte. Uno infatti può non avere possessi, essere frugale e temperante e fare tutto ciò volontariamente, ma in vista della gloria degli uomini. Costui non è certamente povero nello spirito, poiché l’ipocrisia nasce dalla presunzione e questa è contraria alla povertà nello spirito. Ma chi ha lo spirito contrito, modesto e umile, non può non gioire della frugalità e umiltà visibili, poiché egli si giudica indegno della gloria, del benessere, della prosperità e di cose simili. E’ questo il povero beato per Dio, colui che si giudica indegno di quelle cose; ed è questo il vero povero, non colui che ne pretende il nome essendolo per metà.

Perciò il divino Luca disse: Beati i poveri, senza aggiungere nello spirito. Questi sono coloro che ascoltano, seguono e si rendono simili al Figlio di Dio che dice: Imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete riposo per le vostre anime; perciò anche loro è il regno dei cieli, infatti sono coeredi di Cristo.

Ora, poiché l’anima è tripartita e vi si riconoscono tre potenze (la razionale, l’irascibile e la concupiscibile) ed essa è malata in ciascuna di esse, Cristo, che è il suo medico, ha evidentemente incominciato la cura dall’ultima, dalla concupiscenza. La concupiscenza è infatti materia dell’ira, e ambedue concorrono dannosamente alla dissipazione della mente: né la potenza irascibile dell’anima potrebbe guarire se non fosse guarita prima la concupiscibile, né potrebbe essere curata la razionale se non fossero state curate prima le altre due. Ma da attento esame troveresti che il primo frutto maligno della potenza concupiscibile è l’amore di possedere. Ora, le concupiscenze che negli uomini hanno come fine la sopravvivenza, non sono colpevoli, perciò le abbiamo naturalmente fin dai più teneri anni. L’amore del denaro, invece, nasce poco dopo, quando si è ancora bambini, quindi è chiaro che non è dalla natura, ma ha il suo principio dalla volontà. Giustamente il divino Paolo l’ha chiamato radice di tutti i mali, perché per natura esso ne genera alcuni: tirchieria, imbrogli, rapine, ruberie e, in breve, ogni forma di cupidigia che il medesimo Paolo chiama seconda idolatria, mentre fornisce la materia del sostentamento a quasi tutti i mali che non nascono da essa. Tutte queste cose nascono dall’amore della materia, sono passioni dell’anima che non ha fervore per le opere buone.

Le passioni che hanno il loro principio dalla volontà si respingono più facilmente di quelle che lo hanno dalla natura, ma l’incredulità riguardo alla provvidenza di Dio rende difficili da respingere quelle dovute all’amore del denaro. Infatti, chi non crede alla Provvidenza confida nelle ricchezze, e pur ascoltando il Signore che dice come è più facile che un cammello entri nella cruna di un ago che un ricco nel regno dei cieli, non facendo alcun conto del regno, il regno celeste ed eterno, brama la ricchezza terrestre e passeggera; ma tale ricchezza, anche se non giunge a quelli che la desiderano, per il fatto stesso di essere desiderata è di grandissimo danno, poiché coloro che desiderano arricchire cadono in tentazioni e lacci del diavolo, come dice Paolo.

Ma anche una ricchezza di famiglia si mostra come inesistente, poiché la ricchezza come se non ci fosse è ancora bramata dalla sete di coloro che neppure avendone fatto esperienza hanno acquistato senno. In effetti, questo infelice eros non nasce dal bisogno, ma è piuttosto il bisogno che nasce da esso; ed esso dalla stoltezza col cui nome il comune sovrano Gesù Cristo chiama giustamente quel tale che distruggeva i granai per costruirne di più grandi. Come infatti non è stolto uno che rinuncia ai più alti guadagni per cose che non giovano a nulla (poiché per nessuno la vita sta nel sovrabbondare dei suoi beni), e non diviene saggio trafficante sottraendo qualcosa, per quanto è possibile, anche allo stesso necessario e aggiungendolo al capitale di un commercio o di una agricoltura veramente redditizia e proficua? Di una agricoltura cioè che ancor prima che venga il tempo della mietitura fa moltiplicare per cento il seme sparso, mostrando in anticipo quale sarà il guadagno futuro e il profitto a suo tempo, indescrivibile cioè e inconcepibile, e - cosa più straordinaria - quanto più saranno stretti i granai da cui provengono i semi.

Così, neppure nella ricchezza viene meno agli uomini il motivo del desiderio di arricchire, e non credendo affatto a Colui che promette di aggiungere tutti i beni di qui, a coloro che cercano il regno di Dio, temono l’indigenza, e avendo come pretesto quest’unico timore, pur essendo circondati di ogni cosa, non si risollevano mai da questa morbosa e rovinosa concupiscenza, ma sempre accumulando si impongono un inutile peso, o meglio, si circondano, ancora viventi, di un nuovo tipo di tomba. Infatti gli uomini morti vengono sepolti nella semplice terra, ma l’intelletto dell’avaro è sepolto vivo in terra aurea. E per quelli che hanno i sensi sani più fetida è la tomba di costui, quanto più di terra vi si aggiunge, poiché la ferita di tali infelici sepolti ha il sopravvento, e il suo odore giunge fino al cielo, agli angeli di Dio e a Dio. Ed essi divengono così abominevoli e realmente uomini repellenti - per dirla con Davide - che emettono fetore dalla loro insensatezza.

Ciò che tiene lontani gli uomini da questa passione maleodorante e mortifera è la povertà volontaria, non per piacere agli uomini, ed è lo stesso che dire la povertà nello spirito che il Signore ha chiamato beata.

Un monaco che ha questa passione è impossibile che si sottometta e se persevera a coltivarla quanto meglio può, c’è gran motivo di temere che cadrà in insanabili mali del corpo. Ghecazi e Giuda sono esempi sufficienti, presi dall’Antico e dal Nuovo Testamento: sull’uno fiorì la lebbra, esempio dell’anima incurabile; l’altro, nel campo del sangue, staccandosi dal laccio, faccia a terra, si squarciò nel mezzo e le sue viscere si sparsero.

Se la rinuncia precede la sottomissione, come potrà ciò che segue venire prima di ciò che precede? E se la rinuncia stessa sta come un principio elementare anche della vita monastica, come potrà superare bene qualsiasi altro combattimento di questa vita chi non ha prima rinunciato alle ricchezze? E se questo tale non è idoneo alla sottomissione, potrà vivere la isichìa, solo, in cella, dedito alla solitudine e applicato alla preghiera? “ Dov’è il tuo tesoro - dice il Signore - là è anche il tuo intelletto”. Come dunque terrà fisso lo sguardo intellettuale a Colui che siede alla destra della maestà nei cieli altissimi, chi raccoglie tesori sulla terra? Come erediterà il regno che le passioni non gli permettono neppure di concepire con purezza? Per questo, beati i poveri nello spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Vedi quante passioni il Signore ha tagliato con una sola beatitudine. Ma non sono solo queste, poiché abbiamo anche detto che prima prole della malvagia concupiscenza è l’amore della materia, ma essa ne ha anche una seconda che bisogna fuggire e una terza non inferiore per malizia. E qual è la seconda? L’amore della gloria. Infatti, nel progredire dell’età, prima dell’amore del piacere carnale, viene incontro questa passione, quando si è ancora giovani, come male che prelude a quello. Ma il genere di amore della gloria di cui ora parlo è quello che considera la bellezza dei corpi e il lusso delle vesti, e che i padri chiamano vanagloria mondana; mentre l’altro genere della vanagloria, che si aggiunge a coloro che si distinguono per virtù, è quello che porta con sé presunzione e ipocrisia mediante le quali il Nemico si ingegna di depredare e disperdere la ricchezza spirituale.

Tutte queste passioni otterranno la guarigione perfetta in colei che sente il desiderio della stima che viene dall’alto e insieme al desiderio si giudica indegna di essa, mentre sopporta con fermezza di essere vile al cospetto degli uomini, giudicandosene degna; e inoltre giudica la gloria di Dio più importante della propria, secondo colui che dice: Non a noi, Signore, non a noi ma al tuo nome da’ gloria. Se sa di avere fatto qualche cosa di encomiabile, attribuisce la causa dell’opera buona a Dio, ne sa usare e sa darne gloria con riconoscenza a lui e non a sé. Così gioirà come chi ha ricevuto la virtù in dono e, come chi non ha niente di proprio, non si esalterà, ma si umilierà avendo gli occhi della mente in Dio, giorno e notte, come - per dirla col salmo - la serva ha gli occhi alle mani della sua padrona, nel timore di essere trascinata nel baratro della malizia (cosa che accade a chi serve con presunzione e vanagloria), per essersi divisa da Colui che è il solo datore del bene e conserva in esso.

Alla guarigione di questi mali, cooperano soprattutto il ritiro, la vita solitaria e il restare in cella, percependo la debolezza della propria volontà e non considerandosi capace di mescolarsi agli uomini. E che cosa è ciò se non la povertà nello spirito che il Signore ha detto beata? Ma se uno comprende che dalla passione stessa provengono risultati naturalmente disdicevoli, fuggirà la vanagloria con quanta forza ha. Infatti, desiderando la gloria degli uomini, in seguito alle stesse opere compiute in vista di essa, s’imbatte nel disonore.

Avendo cura della bellezza ed esaltandosi per la nobiltà degli antenati e il bel colore delle vesti, vantandosi di altre simili cose, si mostra attaccato a un sentire ancora infantile. Tutte queste cose insieme sono polvere e che cosa c’è di più spregevole della polvere? E colei che non usa la veste del corpo per coprirsi e scaldarsi, ma è appassionata di vesti morbide e splendide, non solo denuncia la sterilità della sua anima a quelli che vedono, ma oltre a ciò si impone la vergogna delle meretrici. Ascolti, dunque più di tutto, Colui che dice: Quelli che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re, mentre il divino Paolo dice che la nostra cittadinanza è nei cieli.

Dunque, per la mollezza delle vesti, non facciamoci cacciare dal cielo nella tenda del dominatore cosmico della tenebra di questo secolo.

Proprio a ciò vanno incontro anche coloro che coltivano la virtù in vista della gloria che viene dagli uomini. Infatti, coloro che hanno avuto in sorte di essere cittadini del cielo, ahimè, fanno abitare nella polvere la loro gloria, attirando su di sé il voto imprecatorio di David. La loro preghiera non sale al cielo e ogni loro opera zelante cade in basso, priva delle ali della divina carità che fa levare in alto le nostre azioni terrene. Cosicché essi sotto stanno alle fatiche senza trarne il frutto di alcuna ricompensa. Ma perché parlo di mancata ricompensa di frutti? In effetti, fruttificano, ma pensieri turpi e incerti, prigionia della mente e turbamento. E’ detto infatti: Il Signore ha disperso le ossa di quelli che piacciono agli uomini: sono rimasti confusi perché Dio li ha disprezzati.

Questa passione è la più sottile di tutte, perciò bisogna che il lottatore non solo non faccia la prova dell’accoppiamento o fugga il consenso, ma consideri come un consenso lo stesso assalto, e se ne guardi, perché solo così potrà, a stento, prevenire la rapidità della sconfitta. E se fa così essendo sobrio, l’assalto gli pro- cura compunzione; altrimenti, prepara il luogo alla superbia, e colui che la accoglie difficilmente si riprende o, piuttosto, è senza rimedio, poiché la sua caduta è come quella del diavolo.

Ma prima ancora di questo, la passione di piacere agli uomini sommerge di tanto danno quelli che la possiedono che essi fanno naufragio perfino nella fede, secondo Colui che dice: “Come potete credere in me, voi che prendete gloria dagli uomini e non cercate la gloria da parte di Dio solo?”

Ma che c’è, o uomo, fra te e la gloria degli uomini, o piuttosto, il vano nome di gloria che non solo è privo della cosa, ma anche priva di essa, e, oltre al resto, genera anche quell’invidia che ha forza di uccidere e ha provocato il primo omicidio e poi il deicidio? C’è forse qualcosa che aiuti la natura, che la conservi, la custodisca, o la risollevi in qualche modo, se cade, e la curi? Certo nessuno potrebbe dire che cosa. Anzi, io credo che questo sia anche una prova contro gli abusi pretestuosi. E se uno vorrà indagare con cura, troverà che è ancora questa gloria che introduce dolosamente il maggior numero di turpitudini e che poi le pone sotto accusa e talvolta getta impudentemente la maschera e allora svergogna i suoi amanti. Anche se i maestri delle dottrine greche credono che nessuna delle azioni rette che si compiono nella vita si faccia senza di essa. Quale inganno che neppure si vergognino a parlarne.

Ma noi non siamo stati ammaestrati cosi; noi che siamo giustamente chiamati col nome di Colui che per il suo amore per gli uomini, mediante se stesso ha unto il nostro, abbiamo lui come spettatore delle nostre azioni. E quelli che guardano a lui, quanto di meglio compiono è per mezzo di lui e per lui, facendo tutto a gloria di Dio e non desiderando affatto di piacere (anzi, piuttosto desiderando di non piacere) agli uomini, come dice Paolo, il sommo interprete del Legislatore, e lui stesso nostro legislatore. Dice infatti: “Se piacessi ancora agli uomini non sarei servo di Cristo”.

Ma vediamo se anche la terza prole della cattiva concupiscenza viene uccisa dalla povertà detta beata. Il terzo parto dell’anima malata di concupiscenza è la golosità, dalla quale proviene ogni impurità carnale. Come mai la chiamiamo terza e ultima pur essendo essa radicata in noi fin dalla nascita? Infatti non solo essa, ma anche i moti naturali della generazione si manifestano in noi quando siamo ancora lattanti e bambini. Allora, come mai poniamo la malattia della concupiscenza carnale come ultima? Ma perché queste cose hanno per noi una utilità naturale e le cose naturali, in quanto create dal buon Dio sono irreprensibili, affinché attraverso di esse possiamo camminare nelle buone opere. Dunque, non sono per se indici di anima malata, ma lo diventano per coloro che ne abusano.

Pertanto, quando ci prendiamo cura della carne avendo di mira le concupiscenze, allora la passione è cattiva e l’amore del piacere è principio delle passioni carnali e malattia dell’anima. Così che l’intelletto è il primo a essere colto da tali passioni e perciò anche, dato che dalla mente per prima muovono gli assalti delle cattive passioni, il Signore dice che dal cuore escono i cattivi pensieri e sono quelli che contaminano l’uomo.

Anche la Legge, prima del vangelo, dice: Bada a te stesso, che la parola nascosta nel tuo cuore non divenga violazione della legge.

Se infatti l’intelletto è il primo a essere disposto al male, ciò però avviene dal basso, attraverso i sensi, poiché esso si è rappresentato la fantasia di corpi sensibili e si è disposto in conformità a essi; ed è spinto all’abuso soprattutto attraverso gli occhi, i primi che possono anche da lontano attirare il delitto.

Di ciò ha dato chiara testimonianza la prima madre, Eva, infatti dapprima vide che il frutto era bello a vedersi e piacevole per averne conoscenza, e allora, avendo consentito col cuore, toccò e gustò l’albero proibito. Dunque dicevamo bene che il soggiacere alle bellezze dei corpi è premessa e preludio alle turpi passioni.

Di qui, anche il precetto dei padri di non considerare la bellezza dei corpi altrui e di non trarre godimento dal proprio.

Se per altro le passioni si osservano naturalmente anche nei bambini prima che abbiano la mente passionale, esse tuttavia non hanno che fare col peccato, ma con la costituzione naturale; perciò a quel momento queste cose non sono neppure cattive, ma poiché anche le passioni carnali prendono inizio da un intelletto passionale, da esso bisogna dare inizio anche alla cura. Infatti, come chi si dà da fare a spegnere un rogo, se taglia la fiamma dall’alto non viene a capo di nulla, ma se tira via la legna da sotto subito il rogo si estingue; così anche per la passione della fornicazione: se non inaridirai la fonte interiore dei pensieri mediante la preghiera e l’umiltà, e invece ti armerai contro di essi solo del digiuno e dei patimenti del corpo, faticherai inutilmente, ma se santifichi la radice con l’umiltà e la preghiera, come dicevamo, avrai la santificazione anche per ciò che è all’esterno.

Questo mi pare che lo insegni anche il detto dell’Apostolo, che dice di cingerci il fianco con la verità, cioè - secondo l’ottima spiegazione filosofica di uno dei padri - che la contemplazione circondi strettamente la concupiscenza e deprima le passioni che hanno luogo sotto il fianco e il ventre.

Tuttavia c’è bisogno anche di patimenti per il corpo e di commisurata continenza nei cibi, affinché la concupiscenza non sia indocile e più forte della ragione. Così è di tutte le passioni della carne: null’altro le cura se non i patimenti del corpo e la preghiera fatta da un cuore umiliato, che è la povertà nello spirito che il Signore ha chiamato beata.

Se dunque uno desidera arricchire della santificazione senza la quale nessuno vedrà il Signore, resti nella propria cella a patire e pregare con umiltà, poiché la cella di chi conduce bene la vita solitaria è porto di temperanza; mentre tutte le cose di fuori, soprattutto nelle piazze e nelle adunanze, sono piene di una mistura di fornicazione che, con l’ascolto e la visione di cose disordinate, eccita e sommerge l’'infelice anima del monaco che vi si immerge.

Ma il mondo della malizia lo potresti anche dire fuoco che brucia, che fa legna di coloro che lo frequentano e riduce in cenere ogni forma della loro virtù; mentre il fuoco che non brucia fu trovato nel deserto. Tu allora, invece del deserto, resta nella tua cella, nasconditi in essa un poco, un poco appena finché passi la tempesta della passione, perché quando essa è passata, la condotta celeste di vita non si corrompe. Allora sarai veramente anche povera nello spirito e acquisterai il regno ostile alle passioni e sarai splendidamente beatificata da Colui che dice: Beati i poveri nello spirito perché di essi è il regno dei cieli.

Come non sarebbero giustamente chiamati beati coloro che non confidano affatto nelle ricchezze, ma in lui; che non desiderano piacere ad altri che a lui; che, in più, vivono in umiltà davanti a lui?

Siamo dunque poveri anche noi, umiliati nello spirito, mortificati nel corpo e privi di possessi di questa vita, affinché il regno di Dio divenga nostro e possiamo raggiungere le beate speranze avendo ereditato il regno dei cieli.

Ma il Signore, avendo come premesso al vangelo della nostra salvezza certe parole comprensive e ricapitolanti, non solo comprese in una parola tante virtù, escluse tanti vizi dalla sua beatitudine e benedisse quelli che, quanto ai vizi, circoncidono bene la parte passionale della loro anima con la penitenza; ma comprese anche molte altre virtù che non hanno analogia con la circoncisione, ma col freddo e il gelo, la neve e la brina, la violenza dei venti e, in una parola, con la condizione penosa cui sottostanno, d’inverno e d’estate, le piante esposte al freddo e al caldo, senza i quali nulla di ciò che viene piantato in terra potrà mai far maturare i frutti.

Quali sono queste cose? Il sopravvenire di svariate tentazioni che è necessario sopporti con rendimento di grazie chi dovrà produrre frutto all’agricoltore degli spiriti.

Infatti, sarebbe come se uno, per compassione verso le infelici piante della terra, le circondasse di un muro di difesa e le coprisse con un tetto e non le lasciasse sopportare quelle dure intemperie; se poi anche le incidesse e le potasse, facendo ciò con grande cura, non ricaverebbe alcun frutto da esse. Bisogna invece lasciare che sopportino tutto, perché è così che, dopo l’asprezza dell’inverno, nel tempo di primavera si coprono di fiori, si adornano di foglie e, con quei germogli belli e copiosi mettono fuori i frutti ancora acerbi, che a poco a poco, esposti ai raggi più forti del sole crescono, maturano e divengono adatti a essere colti e mangiati.

Così colui che non sopporta generosamente il peso delle prove grave da portare, anche se non si è lasciato vincere in nessuna delle altre virtù, non porterà mai frutto degno dei torchi divini e dei granai eterni. Infatti ognuno che è zelante diviene perfetto mediante la pazienza nelle fatiche volontarie e involontarie, in quelle che attaccano dal di fuori e in quelle che assalgono dal di dentro; poiché ciò che accade naturalmente alle piante della terra, ora per industria dell’agricoltore ora per le vicende stagionali, a noi, tralci spirituali di Cristo, obbedienti a questo agricoltore delle anime, che viviamo secondo il libero arbitrio, accade per scelta. Ma senza la pazienza nelle cose che ci sopravvengono senza la nostra volontà neppure quelle compiute volontariamente otterranno la benedizione divina. Infatti., la carità verso Dio risulta provata soprattutto attraverso la tribolazione che viene dalle tentazioni.

Pertanto, bisogna che prima l’anima consegua il risultato nelle pene volontarie e, abituati per queste a disprezzare piacere e gloria, porteremo facilmente anche gli assalti involontari.

A chi poi, a motivo della povertà nello spirito ha questo disprezzo, e giudica di dovere essere soggetto ai medicamenti ancor più efficaci della penitenza, ogni tribolazione giunge sempre attesa ed egli accoglie ogni tentazione come qualcosa che gli è dovuto e che gli è conveniente, e imbattendosi in essa gioisce come chi ha trovato un mezzo di purificazione dell’anima, fa di essa materia di supplica faticata ed efficacissima a Dio, la giudica causa e insieme custodia del vigore dell’anima e non solo perdona senza rancore ma anche ne ringrazia coloro che gliela hanno inflitta e prega vivamente per essi come benefattori.

Perciò, egli non solo riceve il perdono dei peccati, secondo la promessa, ma ottiene anche il regno dei cieli e la divina benedizione, chiamato beato dal Signore per la pazienza, nello spirito di umiltà, fino alla fine.

Noi però, dopo avere dimostrato in breve poche cose della circoncisione spirituale, proponiamo ormai alcuni dei suoi bei frutti. Dunque, di seguito a coloro che per la povertà nello spirito hanno acquistato il tesoro che non si può rapire, Colui che solo è beato fa partecipi della sua beatitudine quelli che sono afflitti, dicendo: “Beati gli afflitti perché saranno consolati”. Ma perché il Cristo ha legato l’afflizione alla povertà? Perché essa le è sempre unita. Ma la tristezza per la povertà secondo il mondo produce la morte dell’anima - dice l’Apostolo - mentre la tristezza per la povertà secondo Dio produce una conversione irrevocabile per la salvezza dell’anima; e da un lato, alla povertà involontaria segue un’afflizione involontaria, dall’altro, a quella volontaria segue necessariamente un’afflizione volontaria. Ma poiché l’afflizione detta qui beata è legata alla povertà secondo Dio e nasce necessariamente per quella, essa dipende anche tutta da quella come dalla sua causa e da quella le proviene insieme il carattere spirituale e volontario. Ma vediamo come la beatissima povertà genera la beata afflizione.

Quattro sono le specie della povertà spirituale che il discorso ha chiarito un po’ più sopra: quella del sentire, quella del corpo, quella nell’abbondanza dei mezzi di questa vita, e quella nelle prove che sopraggiungono dall’esterno. Nessuno di voi, però, sentendole proporre separatamente, pensi che anche la loro pratica sia separata, poiché esse si compiono naturalmente tutte insieme; perciò sono state racchiuse in una sola beatitudine che insieme dimostra mirabilmente che il nostro spirito è quasi radice e fonte delle altre. Questo, infatti abbracciata - come si è detto - la grazia dell’annuncio evangelico, fa sgorgare da se stesso una fonte di povertà che abbevera tutta la superficie della terra, cioè l’uomo esteriore, e lo rende un paradiso di virtù.

Dunque, da ciascuna di queste quattro specie di povertà spirituale nasce una corrispondente afflizione cui è subito congiunta una consolazione. Mediante la povertà volontaria e la volontaria umile condizione del corpo, che sono fame, sete, veglia e, in breve, miseria e patimenti corporali e inoltre la razionale repressione dei sensi, non nasce semplicemente l’afflizione ma nascono anche le lacrime. Infatti, come l’insensibilità, l’accecamento e la durezza del cuore nascono solitamente dal sollievo, dal godimento e dal lieto vivere, così, da una vita continente e ristretta nasce contrizione e compunzione del cuore, allontanamento di ogni amarezza, e occasione di dolce serenità, poiché senza contrizione del cuore è impossibile - si dice - essere liberati dalla malizia.

Ciò che rende contrito il cuore è la triplice continenza del sonno, del cibo e del sollievo, e l’anima che mediante questa contrizione si è liberata dalla malizia e dall’amarezza riceve sicuramente in cambio il diletto spirituale. Questa è la consolazione per la quale il Signore chiama beati gli afflitti.

Anche Giovanni Climaco, che ci ha indicato coi suoi discorsi la scala spirituale, dice: “Sete e veglia affliggono il cuore, ma da un cuore afflitto sgorgano lacrime, e chi ne fa la prova riderà in esse” di quel riso beato, cioè consolato, come il Signore ha promesso. Così ha origine, dalla povertà corporale amante di Dio, l’afflizione che consola, facendoli beati, coloro che la possiedono.

E come possono essere beati da un sentire timoroso e dalla divina umiltà dell’anima? Il biasimo di sé va sempre insieme con l’umiltà dell’anima, ma questa, da principio, solleva con forza il timore del castigo, facendo apparire davanti agli occhi quel terribile concorrere per cause opposte verso l’unico luogo del castigo e facendo aumentare la paura dall’apprendere che quel castigo è indescrivibile e tanto più orribile di quello che è stato detto. E quanto ancora il suo non avere fine aggiunge ai suoi orrori: caldo, freddo, oscurità, fuoco, movimento, immobilità, catene, e i mostri e i morsi di fiere immortali si uniscono tutti insieme in questa condanna. E con tutto ciò non è neppure adombrata quella terribile cosa che - come è stato scritto - non è mai salita in mente d’uomo, che cosa sia cioè quell’inutile, inconsolabile e interminabile afflizione. Infatti, per quelli che peccano contro Dio, la conoscenza delle cadute mette in moto l’afflizione, ma là per i condannati che si trovano privati della più dolce speranza e nella disperazione della salvezza, l’accusa, ora involontaria, della coscienza moltiplica a ciascuno, con l’afflizione, il dolore che li stringe; e di nuovo sempre questa afflizione che non cesserà mai è occasione di altra afflizione; altra oscurità orribile e calore senza refrigerio e immenso abisso di ansia. Ma qui, questa afflizione è utilissima, Dio infatti esaudisce benignamente, poiché è disceso fino a noi per visitarci e ha promesso la consolazione a quelli che sono afflitti così. E la consolazione è lui, che è ed è chiamato consolatore.

Dunque, hai veduto anche l’afflizione che viene da un’anima umiliata e la consolazione che ne sopravviene. Del resto anche il solo auto-biasimo è per se stesso come un peso spirituale che sovrasta e permane sulla riflessione dell’anima, rompe, stringe e preme anche quel vino salutare che rallegra il cuore dell’uomo, cioè il nostro uomo interiore. Tale vino è la compunzione che con l’afflizione comprime anche le passioni e riempie di gioia beatissima l’anima dopo averla liberata dal loro terribile peso. Per questo, beati gli afflitti perché saranno consolati.

Ma se ascolti con intelligenza, saprai come dalla mancanza di averi - vale a dire dalla povertà, sia del sovrappiù sia dei mezzi necessari, unita per altro alla povertà nello spirito, come abbiamo detto più sopra, poiché queste cose completandosi a vicenda sono gradite a Dio - come, dunque, da tale povertà venga in noi l’afflizione e in essa la consolazione. Infatti, dopo che, dato l’addio a tutto, l’uomo abbia rinunciato, secondo il precetto, a ricchezze e possessi, rigettandoli o disperdendoli, avendo così sollevato l’anima dalla preoccupazione di essi, permette che essa si rivolga all’esame di se stessa, libera dalle attività esteriori che la distraggono.

E quando l’intelletto, levatosi al di sopra di ogni realtà sensibile, emerge dal diluvio turbinoso che circonda queste realtà e osserva l’uomo interiore, vedendovi innanzitutto la ributtante maschera che gli è stata applicata dalla caduta, si studia di lavarla con il pianto dell’afflizione; quindi, dopo avere tolto via quella orribile copertura, con l’anima allora non più distratta ignobilmente da relazioni di ogni genere, si ritira senza turbamenti nei più intimi recessi e prega il Padre nel segreto, ed egli gli elargisce dapprima il dono capace di tutti i carismi, cioè la pace dei pensieri, con la quale rende perfetta l’umiltà che genera e contiene in sé ogni virtù.

L’umiltà non consiste in parole e atteggiamenti facili, per chi la voglia ottenere agevolmente, ma è quella testimoniata dal buono e divino Spirito e che è lo stesso Spirito che si rinnova nell’intimo, a creare.

Nella pace e nell’umiltà, come nella sicura fortezza del paradiso dell’intelletto, nasce ogni genere di alberi della vera virtù: nel luogo più centrale c’è la sacra reggia della carità, nel suo vestibolo, preludio del secolo futuro, fiorisce la gioia indicibile e che non può essere rapita. Infatti, la povertà è madre della mancanza di preoccupazioni e la mancanza di preoccupazioni lo è dell’attenzione e della preghiera; queste, poi, lo sono dell’afflizione spirituale e delle lacrime. Le lacrime distruggono le cattive predisposizioni e quando esse sono state cacciate via, la via della virtù è più facile da compiersi, tolti di mezzo gli ostacoli, e si aggiunge anche una coscienza non più condannabile.

Queste cose fanno sgorgare la gioia e il beato riso dell’anima. Allora appunto anche il pianto di dolore si trasforma in dolcezza, e le parole di Dio diventano dolci al palato e più del miele per la bocca, nella preghiera la supplica si muta in rendimento di grazie e la meditazione delle divine testimonianze è esultanza del cuore, insieme a una speranza che non confonde e che vi è come sottesa a modo di preludio: essa si intrattiene con quelle testimonianze sperimentandone il gusto e apprendendone in parte la sovrabbondante ricchezza di bontà, secondo colui che dice: Gustate e vedete che il Signore è buono. Egli è l'esultanza dei giusti, la gioia dei retti, la dolcezza di coloro che sono umiliati, la consolazione degli afflitti per causa sua.

Dunque, tutta qui la consolazione? Solamente questi i doni del sacro sposalizio? Non si presenta in alcun modo lui stesso, lo sposo di tali anime, come dono più puro di questi, a coloro che si perfezionano attraverso la beata afflizione, si sono purificati e adornati di virtù alla maniera di una sposa? No certo. Ma noi, ora, tralasciando di parlare di quanti sono pronti all’accusa della malevolenza, come di chi dicesse: Non parlare in nome del Signore, altrimenti rigetteremo il tuo nome come malvagio, inventando false accuse e divulgando calunnie contro di te, procediamo oltre col discorso, prestando fede alle cose dette dai Padri, parlando di esse, guardando a esse e persuadendone gli altri; è detto infatti: Ho creduto perciò ho parlato, e noi crediamo, perciò anche parliamo.

Quando viene cacciata ogni turpe passione che abita nell’intimo, e - come il discorso ha già chiarito – l’intelletto stesso, ritornato interamente in sé e richiamate a sé le altre potenze dell’anima, la adorna con la coltivazione delle virtù, procedendo verso ciò che è più perfetto, disponendo ancora ascensioni pratiche, e con l’aiuto di Dio, lavando maggiormente se stesso, si de- terge non solo di ogni cattiva impronta di male, ma toglie di mezzo anche quant’altro, fosse pure di meglio e di più utile, da possedere e da pensare. Quando poi, avendo oltrepassato le realtà intelligibili e i concetti di esse non liberi da fantasie e - avendo rinunciato a tutto come amato da Dio e insieme amante di Dio - sta davanti a Dio sordo e muto - come è scritto - allora, viene plasmato come materia, nella forma più alta, in tutta sicurezza, poiché non essendoci nessuno di quelli di fuori che bussa alla porta, la grazia all’interno trasforma in meglio e illumina l’intimo oltre il credibile con luce ineffabile, rendendo perfetto l’uomo interiore.

Allora, quando il giorno risplende ed è sorta nei nostri cuori la stella del mattino - secondo il principe degli apostoli - esce colui che è veramente uomo per il suo vero lavoro - secondo la parola profetica - e in virtù di questa luce, sale per la via o è condotto in alto ai monti eterni. In questa luce - cosa mirabile - diviene spettatore delle realtà mondane non disgiunto, o disgiunto -conforme il procedere della sua via - dalla materia che gli coesiste fin dall’inizio. Infatti non sale con ali immaginative della mente, che come cieca gira attorno a ogni cosa senza afferrare una percezione esatta e certa sia delle realtà sensibili assenti sia di quelle intelligibili che la superano; ma sale veramente, per la indescrivibile potenza dello Spirito, e con una intelligenza spirituale e indicibile ode parole ineffabili e vede le realtà invisibili. Da allora, è e diviene interamente una realtà meravigliosa, e anche se non è lassù, gareggia con infaticabili cantori, divenuto veramente un altro angelo di Dio in terra, che conduce a lui, attraverso se stesso, ogni genere di creatura, poiché esso è insieme partecipe di tutte le cose e ora è consorte di Colui che è sopra a tutte, così da essere la perfezione dell’immagine.

Perciò il divino Nilo dice che “la struttura dell’intelletto è l’altezza intelligibile, simile al colore del cielo, sulla quale, nel tempo della preghiera, viene la luce della santa Triade”. E ancora: “Se uno vuoI vedere la struttura dell’intelletto, si privi di tutti i concetti, e allora lo vedrà simile a zaffiro o a colore del cielo”. Ma fare questo senza impassibilità è impossibile, poiché occorre che Dio cooperi e gli ispiri la luce che gli è connaturale.

E il santo Diadoco dice: “Attraverso il battesimo la santa grazia ci conferisce due beni, l’uno dei quali supera infinitamente l’altro: ci rinnova con l’acqua e fa risplendere lo a immagine, cancellando da noi ogni ruga del peccato; l’altro bene, invece, attende di operarlo con noi. Quando dunque l’intelletto incomincia a gustare con senso profondo la bontà dello Spirito santo, allora noi dobbiamo sapere che la grazia incomincia come a dipingere nello a immagine lo a somiglianza, ma la perfezione dello a somiglianza la conosceremo dall’illuminazione”. E ancora: “L’amore spirituale uno non lo può acquistare se non sia illuminato in totale piena certezza dallo Spirito santo. Se infatti l’intelletto non riceve perfettamente lo a somiglianza attraverso la luce divina, può avere tutte le altre virtù, ma rimane ancora non partecipe della carità .perfetta”. Ugualmente, udiamo anche sant’Isacco dire: “Nel tempo della preghiera l’intelletto pieno di grazia vede la propria purezza simile al colore celeste che gli anziani di Israele chiamarono Luogo-di-Dio, quando apparve loro sul monte”. E ancora: “C’è una purezza dell’intelletto nella quale nel tempo della preghiera rifulge la luce della santa Trinità”. Ma l’intelletto fatto degno di quella luce trasmette anche al corpo che gli è unito molti segni della bellezza divina, e stando in mezzo, tra la grazia divina e la spessezza della carne, gli insinua la potenza dell’impossibile. Di qui, l’abito divino e invincibile della virtù che è totalmente immobile, o difficilmente si muove, verso il male; di qui, il Logos che spiega le ragioni delle cose e dalla sua interiore purezza svela i misteri della natura, mediante i quali, per analogia, l’intelletto di coloro che ascoltano con fede attinge la percezione dei misteri soprannaturali, la percezione che lo stesso Padre del Logos tiene stretta con prese immateriali. Di qui, le altre svariate operazioni di prodigi, e la chiaroveggenza, e la preveggenza, e il discorrere di eventi che accadono lontano, dovunque, come se fossero sotto gli occhi. E, quel che è più di tutto, questo non è perché l’intenzione di quei beatissimi sia volta a queste cose; ma come quando uno guarda un raggio di sole e si accorge anche del pulviscolo dell’aria, anche se questa non è la sua intenzione, così quelli che con purezza si trattengono con i raggi divini, ai quali è naturalmente unita la rivelazione di tutte le cose, non solo quelle esistenti o che sono accadute, ma anche di quelle che saranno in seguito, a costoro, si aggiunge in più, veramente, anche la conoscenza di queste cose, in proporzione alla purezza; ed è loro utile il piegarsi dell’intelletto verso se stesso, e piuttosto - anche se è stupefacente a dirsi - il rivolgersi di tutte le potenze dell’anima verso l’intelletto, e l’operazione secondo quello e secondo Dio. Preparati da questa operazione, sono ora ben disposti a tornare, con la guida della grazia, al prototipo, a quella bellezza originaria e inconcepibile. A tanta altezza, la beata afflizione fa salire gli umili di cuore e i poveri nello spirito.

Ma poiché queste cose ci eccedono a causa della noncuranza insita in noi, tornando di nuovo al loro fondamento definiamo ancora alcune poche cose circa l’afflizione.

Essa consegue anche da tutte le forme della povertà involontaria, e secondo il mondo. Infatti, come potrebbe non affliggersi chi non ha denaro, chi soffre involontariamente la fame, chi è oppresso dalla fatica e dal disprezzo? Ma questa afflizione è tanto più inconsolabile quanto più si prolungano le condizioni della povertà e quanto più colui che ne è vittima è lontano dalla vera conoscenza. Costui infatti, non subordinando alla ragione i piaceri e i dolori dei sensi, ma piuttosto con l’astuzia della ragione, abusando di essi, li aumenta indebitamente senza trarre alcun guadagno, ma anzi la massima perdita. Egli produce infatti chiari segni e prove di non credere con fermezza al vangelo di Dio e ai profeti prima di esso, e a quelli dopo di esso e da esso istruiti e inviati a evangelizzare la ricchezza inesauribile della povertà, la gloria inenarrabile della ignominia, la dolcezza senza dolore alcuno proveniente dalla continenza, e dalla costanza nelle prove sopravvenienti, la liberazione dalla angustia e dalla tribolazione eterne riservate a coloro che qui hanno amato una vita di riposo e non hanno scelto di entrare nella vita, attraverso la porta e la via stretta. Dunque, disse bene l’Apostolo che la tristezza secondo il mondo produce la morte, e il discorso ha chiarito che il peccato è per la morte. E se la vera vita è luce divina dell’anima che sopravviene dall’afflizione secondo Dio, come più sopra è stato detto dai Padri, anche la morte dell’anima è tenebra malvagia che sopravviene all’anima dalla tristezza secondo il mondo.

E’ quella tenebra di cui il grande Basilio dice che il peccato, che ha la sua esistenza nel difetto del bene, è tenebra spirituale cosparsa sulle azioni ingiuste. Ma anche il divino Marco dice: “Colui che è accerchiato da cattivi pensieri, come vedrà realmente esistente il peccato che è nascosto da essi, ed è tenebra e caligine dell’anima caduta da pensieri, parole e opere cattive? Ma chi non ha visto questo peccato che lo avvolge, quando mai pregando a questo proposito ne sarà purificato? E se non sarà purificato, come troverà il luogo della purezza naturale? E se non l’avrà trovato, come vedrà la dimora interiore di Cristo? Pertanto bisogna insistere e bussare con la preghiera e cercare non solo di ottenere questa dimora, ma anche di custodirla, poiché ci sono di quelli che dopo averla ottenuta l’hanno persa. Infatti, una semplice conoscenza o anche un’esperienza accidentale di essa possono averla anche quelli che hanno incominciato tardi a imparare e i giovani; ma quanto alla pratica costante e paziente, ciò è solo di quelli che sono pii ed esperimentati fra gli anziani”.

Con questi autori concordano anche Macario dalla conoscenza celeste, e tutto il coro dei santi. Ma se esamini, troverai che, come questa tenebra trae la sua esistenza da tutte le cadute, così la tristezza secondo il mondo è generata, e si consolida, da tutte le passioni. Perciò porta l’immagine ed è quasi primizia, preludio e caparra di quell’afflizione incessante che dovrà sopravvenire a coloro che non hanno scelto l’afflizione detta beata dal Signore, la quale non solo produce il guadagno della consolazione che ha come frutto la caparra della gioia eterna, ma fa anche sicura la virtù rendendo l’anima capace di non volgersi al peggio.

Infatti, uno che sia povero e umile e si sia sforzato di essere vile secondo Dio, se essendo anche progredito verso il meglio, non acquista inoltre l’afflizione, è proclive e facile a riandare con la volontà alle cose che ha abbandonato, desiderando di nuovo ciò che all’inizio aveva lasciato e facendosi trasgressore. Se invece, perseverando con attenzione nella disposizione alla beatissima povertà, suscita in se stesso l’afflizione, diviene inflessibile verso ciò che sta dietro, e agisce bene, non rincorrendo di nuovo - malamente - ciò che ha prima fuggito. Infatti, come dice l’Apostolo, la tristezza secondo Dio produce per l'anima una conversione senza pentimento in vista della salvezza. Perciò anche uno dei Padri ha detto che l’afflizione lavora e custodisce.

E non è solo questo il guadagno che viene dall’afflizione, che cioè l’uomo non sente quasi più alcun moto verso il male e nessuna volontà di ritornare ai peccati commessi in precedenza, ma è che rende anche quelli come non fossero mai stati, poiché, appena l’uomo ha incominciato ad affliggersene, essi gli sono calcolati da Dio come involontari. E i peccati involontari non sono colpevoli.

Infatti, come uno che si affligge per la povertà dimostra che essa non gli è volontaria, e perciò anche, cade nei lacci del diavolo insieme con quelli che o desiderano arricchire o sono ricchi e, se non si converte e si studia di sfuggire a questi lacci, sarà mandato con quelli al castigo eterno; così, colui che pecca contro Dio, se continuerà ad affliggersi per i peccati, giustamente questi non gli verranno contati come volontari ed egli percorrerà senza ostacoli la via che conduce alla vita eterna insieme con quelli che non hanno peccato allo stesso modo.

Questo è dunque il guadagno dell’afflizione iniziale, la quale è dolorosa perché porta con sé anche il timore di Dio; ma procedendo essa si lega meravigliosamente all’amore di Dio e produce la dolce e santa consolazione della bontà del Paraclito, che è gustata da chi prova l’afflizione, e che resta pressoché inascoltata, perché inesprimibile, a coloro che non ne fanno esperienza.

Se infatti nessuno può far conoscere la dolcezza del miele a quelli che non ne hanno gustato, come si potrà descrivere a quelli che non ne hanno fatto esperienza il piacere della gioia santa e della grazia che viene da Dio? Certo non è possibile. Tuttavia, il principio dell’afflizione appare come una ricerca di sposalizio con Dio, che sembra quasi impossibile, perciò coloro che si affliggono a causa del desiderio, allo sposo che si sottrae all’unione rivolgono parole per conciliare le nozze: essi fanno lamento e gemendo lo invocano come un assente che forse non verrà mai; ma il termine dell’afflizione è unione sponsale casta e perfetta.

Perciò il grande Paolo, dopo avere chiamato grande mistero il congiungimento in una sola carne dei coniugati, dice: “Questo lo dico riguardo a Cristo e alla Chiesa”. Come infatti quelli sono una sola carne, così coloro che sono di Dio, sono un solo spirito con lui, come altrove il medesimo Paolo ha detto chiaramente: “Chi aderisce al Signore è un solo spirito”. Dove sono coloro che dicono creata la grazia inabitante nei santi di Dio? Sappiano che bestemmiano contro lo stesso Spirito santo, il quale si partecipa ai santi. Ma noi proponiamo un altro esempio, più evidente di quello già proposto. Il principio dell’afflizione è simile alla conversione del Figlio dissoluto, perciò riempie anche di vergogna il convertito e lo persuade a pronunciare quelle parole: “Padre ho peccato contro il cielo e contro di te e non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”; ma il termine, ancora, è simile a quel correre incontro a lui del Padre altissimo e al suo abbraccio, mentre il figlio, incontrata la ricchezza della incomparabile misericordia e ottenuta, per essa, grande gioia e confidenza, rendeva baci al padre che lo baciava ed entrato in casa con lui, con lui banchettava godendo l’eterna letizia.

Venite, allora. Anche noi, in beatissima povertà, prostriamoci e piangiamo davanti al Signore nostro Dio, per cancellare i peccati passati, rendere noi stessi fermi nei confronti del male e ottenere il Paraclito, in lui trovando consolazione, a lui dando gloria con l’eterno Padre e con l’unigenito Figlio, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amin.



[1] Sant’Arsenio il Grande.

[2] San Dionigi l’Ariopaghita.

[3] II Regni 6, 6.

[4] San Giovanni Crisostomo.

[5] riunito a Nuova Roma nel giugno \ agosto 1341.

[6] Sapienza di Sirach 24, 21

[7] Lc 10, 42

[8] I Gv 5, 16

[9] II Cor 7, 10

[10] Ef 5, 14

[11] Mt 8, 22

[12] Gen 2, 17

[13] Genesi 3, 17-19

[14] Geremia 4, 4

[15] Apocalisse 20, 14

[16] Romani 8, 13

[17] Giovanni 6, 63

[18] I Tessalonicesi 4, 17

[19] I Corinti 15, 23

 


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Santi di oggi

i santi di oggi 14-10-2019

Santi Nazario, Gervasio, Protasio, e Celsio, martiri; San Cosmas, l'innografo, vescovo di Maiuma; San Silvano e compagni, martiri; San Pietro Apselamo, martire; Santa Parascheva la giovane; San Ignazio Agallianos, metropolita di Mithymna.

i santi di domani 15-10-2019

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