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«Siamo fratelli che si sono persi, riconciliamoci»

data: 21-11-2014 - Intervista di S.S. il Patriarca Ecumenico

Intervista a Don Antonio Sciortino
Famiglia Cristiana



La visita di Francesco in Turchia, Bergoglio visto da vicino, il dialogo tra ortodossi e cattolici: parla il Patriarca ecumenico di Costantinopoli.

Dal suo ufficio, sulla sponda occidentale del Corno d’Oro, l’Europa scruta l’Asia. Il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli ha sede nel quartiere greco di Istanbul, al Fanar, un affascinante impasto di storia, letteratura, affari e spiritualità. A intervista conclusa, però, quel che rimane più impresso di Bartolomeo ha a che fare con l’uomo. Stessa affabilità, stesso stile diretto e coinvolgente di Jorge Mario Bergoglio.

Se l’ecumenismo fosse faccenda di cuore, ogni divisione sarebbe archiviata da un pezzo. I problemi rimangono, inutile negarlo. Ma il modo con cui vengono affrontati alimenta la speranza. Dal 28 al 30 novembre papa Francesco visiterà la Turchia.


 

 

Che cosa rappresenta questa visita per il Paese e per la Chiesa ortodossa?

«Attendiamo con gioia la visita di papa Francesco per la festa patronale della nostra Chiesa, la festa di Sant’Andrea, il primo chiamato tra gli apostoli, il 30 novembre. Lo scambio delle delegazioni tra le nostre Chiese per le rispettive feste patronali testimonia quell’attenzione e quel rispetto reciproco, fraterno. Sua Santità visita il nostro Paese, che come sapete è laico. Vedrà monumenti simbolo per la nostra nazione, sia ad Ankara che a Istanbul. Certamente papa Bergoglio porterà alla nazione turca un forte messaggio di convivenza e fratellanza. Questo Paese, in cui il cristianesimo dei primi secoli ha celebrato i suoi grandi Concili, ha bisogno di gesti forti. Anche il Patriarcato ecumenico attende il giusto riconoscimento che gli deriva dal suo ruolo all’interno della Chiesa ortodossa, ma anche dalla sua storia millenaria. Un riconoscimento in tal senso potrà essere la riapertura della Scuola teologica di Halki e la restituzione di alcune proprietà».

Lei ha incontrato più volte Jorge Mario Bergoglio: che impressione ne ha ricavato? E che cosa l’ha colpita di più di questo Pontefice?

«Fin dal primo incontro per l’intronizzazione di Sua Santità, ma anche nei successivi incontri a Gerusalemme, al Santo Sepolcro e poi in Vaticano, nello scorso giugno, con Shimon Peres e Mahmoud Abbas, l’impressione è di estrema confidenza, di un incontro tra fratelli che si conoscono da lungo tempo, che amano incontrarsi. Francesco è un Papa semplice, non semplicistico. Ha un grande amore, non bonarietà. L’Oriente ha molto apprezzato il suo sottolineare di essere innanzitutto il vescovo di Roma. Da buon conoscitore dell’Oriente, ci ha molto colpito il fatto di avere nominato otto collaboratori, per aiutarlo nelle grandi decisioni. È un governo sinodale della Chiesa e non verticistico. Questo può facilitare molto anche il dialogo teologico su questo tema».

I cattolici hanno appena concluso il Sinodo straordinario sulla famiglia. Per molti è stato una sorta di “mini Concilio”, la Chiesa è tornata a dialogare con più forza all’interno e nei confronti del mondo sui problemi che riguardano la famiglia. Può spiegare qual è la vostra posizione circa il matrimonio?

È vero che, sia pur a determinate condizioni, voi benedite le seconde nozze? «Abbiamo seguito con particolare interesse il Sinodo straordinario sulla famiglia. Ai lavori ha partecipato come nostro rappresentante personale l’eminentissimo Metropolita del Belgio Atenagora. Il tema della famiglia e le sfide delle nuove convivenze sono temi che interessano anche la Chiesa ortodossa, pur se la pastorale, in Oriente, è diversa. Il matrimonio riflette l’unione tra Cristo e la Chiesa, fra Dio e Israele. Pertanto è unico, è un vincolo eterno che neppure la morte può distruggere. Nella sua natura sacramentale il matrimonio trasfigura e trascende sia l’unione carnale che il contratto legale. Non è il consenso degli sposi la materia del sacramento, seppur importante, ma il vescovo, “all’insaputa del quale nessuno si sposi”, come scrive sant’Ignazio di Antiochia. Infatti, il sacramento non ingloba il contratto, ma i due momenti, quello misterico e quello giuridico, nella dottrina e nella prassi della Chiesa ortodossa, restano distinti: da non separare, ma anche da non confondere. Come sacramento, però, esso esige una libera risposta e implica la possibilità di un rifiuto umano e di un errore umano. La metanoia (vocabolo greco, significa: cambiar parere, ndr), cioè la conversione dall’errore, permette sempre un nuovo inizio. La Chiesa, seguendo l’apostolo Paolo, viene così incontro alla debolezza dei suoi figli e può concedere le seconde nozze».


 

Al suo ritorno da Gerusalemme, dove ha incontrato papa Francesco al Santo Sepolcro, lei ha annunciato un importante appuntamento per l’unità tra cattolici ed ortodossi: ritrovarsi insieme a Nicea nel 2025, dove nel 325 dopo Cristo è stato celebrato il primo vero Concilio ecumenico della Chiesa indivisa. Da oggi ad allora, quali sono le tappe concrete di avvicinamento?

 «Celebrare i 1.700 anni dalla convocazione del primo Concilio ecumenico della Chiesa, a Nicea, lì dove esso è stato celebrato, significa testimoniare al mondo quanto importante sia il tema dell’unità. I 318 santi padri che si riunirono insieme, dall’Oriente e dall’Occidente, avevano come principale scopo quello di risolvere le divisioni che si erano introdotte nella Chiesa nascente, oltre che a definire in modo chiaro la consustanzialità del Figlio col Padre, nella Santa Trinità. Ed è proprio il modello della Santa Trinità che deve ispirare l’unità delle nostre Chiese. Non si tratta di un’uniformità, tipica del mondo globalizzato in cui viviamo, ma dell’unità nella diversità. Celebrare “insieme” questa ricorrenza vorrà sottolineare, oggi come allora, che l’unità del gregge è secondo la volontà del Signore, e non un sogno umano. Abbiamo dinanzi a noi undici anni, non sono molti per un verso, ma certamente possono essere anni proficui nel cammino iniziato. Innanzitutto il dialogo teologico prosegue anche su quei temi verso i quali abbiamo delle sensibilità diverse. E se certamente non raggiungeremo la piena unità, il dialogo teologico, “in amore e carità”, farà scoprire frutti che neppure immaginiamo. Nel frattempo le relazioni interpersonali tra i capi delle Chiese, come tra il popolo di Dio, saranno il propulsore per affrontare tanti temi che affliggono le nostre Chiese e il mondo secolarizzato. Insieme dobbiamo parlare all’uomo di oggi, incapace di vedere in sé la fiamma del divino. Il cristianesimo deve rievangelizzare sé stesso per essere nuovamente una luce gioiosa nel mondo. Dobbiamo dare speranza ai nostri fratelli e sorelle che soffrono per la loro fede. Dobbiamo saper collaborare insieme, pur con le nostre specificità, nei grandi temi dell’ingiustizia sociale, della libertà e della pace, non però come il mondo vuole, ma come Gesù Cristo stesso ci ha insegnato. Credo sia proprio questo affidarsi a Cristo la fonte dell’ecumenismo di base che papa Francesco ricorda. E Sua Santità parla al cuore dell’uomo, parla da vescovo, da pastore. Queste possono essere tappe concrete che in questo momento devono avvicinarci gli uni agli altri».

Che cosa ci unisce?

«Ci unisce la fede apostolica. Non siamo religioni diverse. Siamo fratelli che lungo il percorso si sono persi, ognuno certo di seguire la via indicata dal Signore. Ma mille anni di storia di fede, pur tra varie traversie, appartengono a entrambi. Abbiamo lo stesso Signore, abbiamo la stessa Scrittura, abbiamo la stessa antica Tradizione, abbiamo gli stessi Misteri, veneriamo la Madre di Dio e i santi, abbiamo sette Concili ecumenici in comune, abbiamo oggi la stessa passione per l’unità, per l’incontro, ci riconosciamo come Chiese sorelle. E le gioie e il dolore degli uni sono le gioie e il dolore dell’altro. Per questo ho ritenuto subito necessario e voluto essere presente alla gioia della sorella Chiesa dell’antica Roma, per l’inizio del pontificato del suo nuovo vescovo. Certamente era la prima volta della presenza del Patriarca di Costantinopoli a questo avvenimento, ma sono segni che non dipendono dalla nostra pochezza umana, ma dall’opera dello Spirito Santo che ci conduce per mano».

Cosa, ancora, ci separa? Come possiamo ridurre le distanze?

«Se i primi mille anni ci hanno visti assieme e ci hanno dato un grande bagaglio teologico comune, ci sono anche mille anni che ci hanno visti separati e in cui ognuno ha seguito la sua strada all’interno della storia degli uomini. L’Oriente ha visto molti sconvolgimenti, ma la Chiesa ha cercato di mantenere sempre vivo e inalterato il messaggio cristiano dei primi secoli, fedele all’insegnamento evangelico e apostolico. Ci separa ancora l’ecclesiologia e principalmente il modo di intendere la diaconia del vescovo di Roma nella Chiesa indivisa; ci separano ancora alcuni aspetti della pastorale e dell’interpretazione della sacra Tradizione; seppur molto sia già stato fatto, ci sono ancora delle difficoltà sulla sensibilità di momenti storici del passato, ma anche del presente, come il tema delle Chiese cattoliche di rito orientale. Dobbiamo insieme ancora purificare la storia. Le distanze si riducono con l’impegno, la pazienza, la preghiera, il reciproco rispetto e amore e l’incontro».

È realistico aspettarsi una riconciliazione totale tra Costantinopoli e Roma?

«È realistico credere in Gesù Cristo, come Dio e Uomo, nel suo messaggio di salvezza e nella potenza deificante dei suoi divini Misteri? È realistico credere nell’amore di Dio Uno e Trino per l’uomo? È realistico credere nella Sua morte e risurrezione? È realistico credere nella presenza di Dio nella storia dell’uomo? Sì, è realistico, perché questa realtà la viviamo ogni giorno nella divina Eucarestia. Crediamo nella sua divina Parola. Crediamo nella sua preghiera, “affinché siano uno”. Allora col nostro impegno e nei tempi che lui vorrà, è realistico credere nella nostra piena riconciliazione».

Se sì, quando pensa che potremo celebrarla, rendendo grazie al Signore?


 «Quando non lo possiamo dire, ma certamente un giorno renderemo grazie al Signore, comunicando allo stesso pane e allo stesso calice».

Anche il mondo ortodosso, in realtà, è diviso al suo interno: cosa state facendo per ridurre le distanze e alimentare il dialogo?


«Bisogna capire la nostra ecclesiologia. Parlando del mondo ortodosso, l’Occidente non riesce a comprendere quando ci riferiamo alle Chiese ortodosse e alla Chiesa ortodossa. Non si tratta di un processo di divisione interno, ma di una unità fondata sulla fede comune, sull’unica Tradizione, sull’unico insegnamento, sull’unica Liturgia, nell’unico Pane e Calice. Allora parliamo di Chiesa ortodossa. Quando parliamo di organizzazione amministrativa, allora parliamo delle Chiese ortodosse. Questa è la tradizione della Chiesa nascente e della Chiesa antica. Le nostre Chiese si sentono parti di un unico corpo organico, il Corpo di Cristo, e solo il Signore è il suo capo. Per il buon ordine della Chiesa, i primi Concili ecumenici hanno affidato al vescovo di Costantinopoli il ruolo di presiedere nell’unità, unitamente ai suoi fratelli capi delle Chiese locali autocefale. Nel corso della storia, soprattutto alla fine dell’800 e agli inizi del ’900, il nazionalismo ecclesiastico è entrato nel corpo della Chiesa, anche se il Patriarcato ecumenico, con diversi Sinodi, ha condannato questo atteggiamento, il filetismo, come eresia. Questo atteggiamento è apparso in tutta la sua gravità al di fuori dei Paesi a maggioranza ortodossa, nella cosiddetta diaspora, fino ai nostri giorni. Ma già il nostro beato predecessore, il patriarca Atenagora, comprendendo la portata di questo atteggiamento, ha cominciato a intensificare le relazioni intra-ortodosse con le Conferenze di Rodi. Oggi, gli incontri dei primati delle nostre Chiese avvengono con regolarità; sono state costituite le assemblee episcopali in diverse parti del mondo per armonizzare il lavoro pastorale dei vescovi di un territorio, appartenenti a Chiese locali diverse e, a Dio piacendo, dopo lunga e paziente preparazione, e ancora lavorando con l’aiuto di Dio, nel 2016 sarà convocato qui a Costantinopoli il grande e santo Sinodo della Chiesa ortodossa per la soluzione di temi di interesse comune».

Prima l’unità con Roma o con Mosca?

«Questa domanda non è posta correttamente. Con la santa Chiesa di Russia, il Patriarcato ecumenico non ha mai interrotto la comunione. La Chiesa di Costantinopoli è prima madre della Chiesa russa, avendo inviato a evangelizzare quei popoli i santi di Tessalonica, Cirillo e Metodio; ha fatto crescere la figlia amata fino a concederle lo status di autocefalia nell’anno 1448 e il nostro predecessore di beata memoria, il patriarca Geremia XI l’ha elevata a Patriarcato nel 1589. Questa Chiesa figlia e sorella è in piena comunione col Patriarcato ecumenico, il quale, durante il periodo dell’ateismo, ha cercato di aiutarla in molti modi. Noi stessi l’abbiamo visitata diverse volte. Tra fratelli possono esserci dei punti di vista diversi, su temi non di fede, ma di amministrazione ecclesiastica, ma questo non tocca l’unità visibile del Corpo di Cristo. Con l’antica Chiesa di Roma, invece, la comunione si è interrotta e quando, a Dio piacendo sarà ristabilita, non sarà l’unione della Chiesa di Costantinopoli con quella di Roma, ma di tutta la Chiesa ortodossa d’Oriente con la Chiesa d’Occidente»


 

 

Al di là e oltre le principali verità di fede, tra i valori condivisi c’è sicuramente la difesa del Creato. Su questo tema, e sul tema relativo alla pace nel mondo, che cosa possono fare insieme le Chiese sorelle?

«Le Chiese possono fare molto per la salvaguardia del Creato e per la pace nel mondo. La Chiesa ortodossa, e soprattutto il Patriarcato ecumenico, sotto la sapiente guida del nostro beato predecessore il patriarca Dimitrios, fin dal 1989 hanno lavorato per la salvaguardia del Creato datoci da Dio e che a Lui solo appartiene. Non una battaglia ecologica, ma una ricerca spirituale che deve portare il cristiano a comprendere come ogni dono di Dio debba essere accolto e salvaguardato. C’è bisogno di una metanoia sincera e profonda nell’attenzione per l’ambiente naturale. Molte Chiese si sono unite a noi a proclamare il primo settembre quale Giorno di preghiera per la salvaguardia del Creato, e una delle prime Conferenze episcopali cattoliche ad aderire alla nostra proposta è stata proprio quella italiana. Di fronte a noi la pace è ogni giorno minacciata; i cristiani vengono cacciati dalle terre dove hanno vissuto fin dall’annuncio di Cristo; molti fratelli e sorelle soffrono per questo e spesso viene fatto un uso strumentale della religione che è estraneo a essa. Ogni religione porta pace e amore, e i crimini in nome della religione sono crimini contro di essa. In Ucraina i cristiani si combattono tra loro, in una guerra fratricida, e anche molte altri parti del mondo soffrono per l’assenza di pace. Abbiamo il dovere di alzare la voce assieme, per essere credibili in un mondo che sembra aver smarrito la strada della convivenza e della collaborazione, in nome di egoismi di pochi, che pesano sulle spalle di molti».


 + Il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo,
diletto fratello in Cristo e fervente intercessore presso Dio



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