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Le preghiere riguardo il celebrante nella Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo

 Relazione al VII Incontro del Clero Diocesano della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia ed Esarcato per l’Europa Meridionale
Perugia, 1 - 3 maggio 2014

Archimandrita Dionisios Papavasiliou




 

«Le preghiere riguardo il celebrante nella Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo»

 

Eminenza Reverendissima, carissimi concelebranti, vorrei ringraziarvi per il gentile invito.

L’argomento che mi è stato offerto, implica uno dei componenti più importanti per la vita sacerdotale. Nello specifico, la vita spirituale del sacerdote.

Il celebrante, per poter celebrare degnamente i Santi Sacramenti, deve, non soltanto prepararsi adeguatamente, ma vivere santificamente, ciò che ha ricevuto. Nella liturgia di San Giovanni Crisostomo, nonostante sia il culmine della vita sacramentale, si trovano elementi specifici della vita sprirituale, che devono essere seguiti dal sacerdote, come anche i suoi frutti.

Vorrei sottolineare, che la Liturgia, non è un atto privato del celebrante, ma è l’espressione comunitaria per eccellenza della Chiesa, dove il Corpo di Cristo si manifesta nello spazio e nel tempo. Per questo motivo, la Chiesa considera necessaria una preparazione adeguata del celebrante. Così importante, che ha trovato spazio, nella stessa Liturgia celebrata. Volontariamente, lascio fuori la Preparazione oppure “kairòs”, che è un rito a sé, come anche l’Inno Cherubico.  Vorrei focalizzare la mia attenzione, sulle preghiere, che seguono quelle dei fedeli.

Dopo le Letture e le preghiere del sacerdote per i fedeli, durante la Grande Echtenia, troviamo due preghiere, in stretto rapporto con il celebrante. Mentre il celebrante inalza fino al Cielo le invocazioni per i battezzati e comanda l’uscita dei catecumeni dal tempio, poiché non hanno ancora ricevuto le bianche vesti battesimali e prima di cantare l’Inno Cherubico, egli ringrazia il Signore, perché lo ha reso degno di stare davanti all’altare della Sua gloria e celebrare il Sacramento dei sacramenti. In questo istante, la purezza, come condizione per poter continuare la celebrazione, è necessaria “pensa quali debbano essere le mani, che amministrano tali misteri. Quale la lingua, che dice quelle parole e di quale anima debba essere più pura e santa, l’anima che ospita tale Spirito[1], acclama lo stesso Giovanni Crisostomo. Con questa esortazione, l’anima del presbitero si riempie di umiltà, davanti a ciò che sta per compiere. Questa umiltà rende consapevole lo stesso presbitero, che si trova nelle veci di Cristo e prega continuamente, lui che è stato posto in questo servizio, con la potenza dello Spirito Santo, la magnificenza di Dio, in ogni luogo e in ogni tempo. Consapevole, che questa invocazione, per lui può essere la sua condanna.

Viene naturale quindi, di rendere grazie al Signore delle Potenze, perché permette al suo servo, di prostrarsi davanti alla Sua grande misericordia, offrendo questo sacrificio per i suoi peccati e per gli errori del popolo. L’anima si apre in una supplica, dove il celebrante implora Dio, di accogliere la nostra preghiera, di renderlo degno di offrire prezzi, suppliche e sacrifici per il popolo, per il quale l’Agnello di Dio è stato sacrificato.

Carissimi fratelli, quando si avvicina il momento della consacrazione della Comunione, noi sacerdoti dobbiamo avvertire la necessità della purezza spirituale, se vogliamo degnamente accogliere Cristo. Il Signore ci assicura, che non è possibile servire due padroni, come ci consiglia lo stesso Crisostomo: “non temi, o uomo, di fissare con gli stessi occhi, sia il letto posto sulla scena del teatro, dove si celebrano i turpi drammi dell’adulterio, che la Sacra Mensa, dove si celebrano i tremendi misteri? Di ascoltare con le stesse parole la prostituta, che dice oscenità e il profeta e l’apostolo, che ti iniziano ai Misteri? Di ricevere con lo stesso cuore veleni letali e la vittima terribile e santa?[2].

Quindi, di nuovo e più volte ci prostriamo al Signore, stando dinanzi al Suo tremendo altare senza condanna. Noi, dunque, dobbiamo essere i primi nel buttarci ai piedi di Colui, che si è incarnato per la nostra salvezza e ci ha lavato dalle sozzure del peccato e ci permette, in questo modo, di stare liberi da colpa e condanna, davanti alla Santa Mensa. Il sacerdote dovrebbe essere il primo a prostarsi dinanzi a Cristo, chiedendogli la grazia, di progredire nella vita, nella fede e nell’intelligenza spirituale. Così il sacerdote, crescendo spiritualmente, celebrando e partecipando degnamente ai Sacri Misteri, diventa santo e una vita santa è la miglior predica e il miglior esempio, che possiamo offrire al popolo, che Dio ci ha affidato,tramite il Vescovo[3].

 

 



[1] GIOVANNI CRISOSTOMO, Commento alla Rima Lettera ai Corinti, 27, 4, PG 61, 229.

[2] GIOVANNI CRISOSTOMO, Commento su Davide e Saul, 3, 2, PG 54, 696-697.

[3] Cfr GREGORIO (CHATZIEMMANOUIL), La Divina Liturgia, Città del Vaticano 2002 pp. 149-153.

 


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