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Analisi della teologia dell’icona dell’Incontro del nostro Signore Gesù Cristo

 Trascrizione della conferenza del protopresbitero Costantino Stratigopulos, nel corso delle lezioni di iconografia delle Sante Icone ortodosse, tenuta venerdì 25 novembre 2005
Protopresbitero Costantino Stratigopulos
traduzione a cura dell'Archimandrita Antonio Scordino




 

Continuiamo l’analisi teologica delle icone. Naturalmente, il livello di queste analisi, che ora conduciamo, è unilaterale, e infatti parliamo di analisi della teologia dell’icona. Le icone hanno in sé altre chiavi di lettura, oltre all’approccio teologico. Un approccio molto interessante, che riguarda le proporzioni della stessa icone, è quello che riguarda la geometria delle icone. Nelle prossime lezioni inizieremo a vedere lo “equilibrio” dell’icona. “Equilibrio dell’icona” significa che l’artista, senza saperlo (perciò è un artista: in lui è istintivo), basa l’icone in un deciso equilibrio geometrico. Vale a dire che, se prendo un centro, se per esempio parto dalla testa della Tuttasanta e traccio un triangolo in basso, vedo precisi equilibri. Se prendo l’icona della Santa Trinità (dove i tre Angeli sono assisi alla mensa) e traccio un cerchio, vedrò che non so dove è esattamente il centro del cerchio sulla mensa, poiché gli Angeli sono esattamente intorno, dentro il cerchio. E’ la tecnica delle proporzioni, che possiedono i grandi artisti, perché questa tecnica possiede un equilibrio geometrico nascosto. Tempo fa, in un ateneo americano in cui si studia agiografia bizantina, è stata condotta una speciale ricerca computerizzata sulle icone. Hanno cioè sottoposto le icone al computer, le hanno studiate e hanno scoperto precisi equilibri geometrici. Noi che non siamo dotti e non siamo così grandi artisti, ci aiutiamo conoscendo queste proporzioni. Questa è la manifesta teologia dell’arte e questi i manifesti equilibri che analizzeremo.

Vediamo l’icona dell’Incontro del Signore, dell’Accoglienza del Signore nel tempio, dopo quaranta giorni dalla sua Natività. Nell’unico tempio allora esistente, il tempio dei Giudei, il tempio di Salomone. La religione giudaica aveva soltanto un tempio. Finché Salomone non ebbe costruito tale tempio, non esisteva alcun tempio. Avevano semplicemente una tenda, sin dai tempi di Mosè, la Tenda della Testimonianza, che custodiva tutti gli oggetti sacri. Vi avevano collocato le tavole della Legge, la manna, la verga (di Mosè) e gli elementi sacri che possedevano. La portavano a spalle dicendo che essa era la Tenda della Testimonianza, dove pregavano. Quando Israele si stabilisce definitivamente nel suo luogo e fonda il regno (Salomone è il terzo grande re), allora viene costruito il tempio di Salomone. Era l’unico tempio dove si compissero le celebrazioni e i sacrifici: prima che ci fosse il tempio non potevano fare alcunché. E più tardi, quando il tempio fu distrutto, quando gli Ebrei abbandonarono la loro terra per essere portati via prigionieri, quando furono in esilio e il tempio era distrutto, non si compivano più pubbliche celebrazioni sacre, ma soltanto preghiere private. Gli Ebrei affrontarono due volte l’esilio: l’esilio in Babilonia e l’esilio in Assiria. Infine, Cristo profetizzò la distruzione del tempio di Salomone nell’anno 67, dicendo che di quel tempio non sarebbe rimasta pietra su pietra. Nel 67 d.C. vi entrò l’esercito di Vespasiano e distrusse tutto. Gerusalemme fu assediata per tre anni e gli Ebrei resistettero tre anni. Passarono tragici momenti. Dapprima mangiarono tutti gli animali della città, anche gatti e topi, e infine mangiarono persino i propri figli, pur di difendere la Città Santa. Ma la città cadde ed essi furono dispersi. Si tratta della storica diaspora di Israele in tutte le parti del mondo, durata sino al 1948, quando tornarono e fondarono lo Stato d’Israele. Da quell’epoca al presente non hanno tempio (anche se hanno uno Stato, non hanno un tempio) e non si compiono funzioni sacre. Nessuna funzione. Fanno delle semplici azioni comunitarie, riunioni nelle sinagoghe, in memoria di quel che si compiva nel tempio. Per questo, ancor oggi il popolo d’Israele vuole fortemente che sia ricostruito il tempio di Salomone. Ma il tempio non può essere ricostruito (esiste solo il Muro del pianto), perché sull’area del tempio di Salomone oggi si trova la moschea di Omar, un luogo di culto islamico che al momento funziona come museo ma che di fatto impedisce la possibilità di compiervi azioni di culto. Tutto il popolo d’Israele ha una grande aspettativa; l’aspettativa d’Israele è che quell’area possa essere utilizzata come tempio.

 

Nell’icona dell’Incontro ci troviamo nell’unico luogo di culto. A quel tempo si compivano azioni di culto. Cristo entra in un tempo in cui ancora esiste il tempio di Salomone. Ci troviamo dunque in questo tempio che – come vediamo all’apparenza esteriore – ha un qualcosa della chiesa cristiana ortodossa. Vedete infatti che c’è la balaustra come era nell’8°\9° secolo; c’è la santa mensa e c’è il ciborio – il “cielo”, come era chiamato – che è un elemento tipico dell’architettura ortodossa. “Kivorion” significa baldacchino, copertura. Se andate in pellegrinaggio alla chiesa detta Cento-porte, a Paros, vedrete che il Santuario ha un ciborio. Dunque, questo tempio qui all’apparenza ci ricorda una chiesa cristiana. E’ molto giusto: il tempio di Salomone è abolito e trasformato in chiesa cristiana, semplicemente perché la chiesa cambia il modo del sacrificio. Un tempo si compivano sacrifici di animali, ora si compie un sacrificio razionale. La vittima è Cristo; compiamo una immolazione razionale. Offriamo in sacrificio i nostri cuori a Cristo. Dio vuole “un cuore contrito e umiliato”: “Misericordia voglio e non sacrifici”, un cuore contrito. Questo tempio qui nell’icona dell’Incontro, è dunque giustamente rappresentato come (un edificio) ortodosso, anche se quando vi entrò Cristo era il tempio di Salomone. Qui infatti c’è una trasfigurazione, perché vi entra lo stesso Cristo. E tutto è rappresentato come una chiesa ortodossa. Osservate con attenzione questi cambiamenti; qui andiamo oltre alla storicità degli avvenimenti e penetriamo nella interpretazione degli avvenimenti. Come ho già detto, noi non facciamo una analisi storica. Nelle icone noi facciamo teologia, al di sopra della storia. Perciò è molto giusto non rappresentare il tempio di Salomone così come lo immaginiamo o come, all’incirca, lo conosciamo. Abbiamo gli elementi di una chiesa cristiana, che conserva gli elementi antichi ma da’ un’altra sensazione: non c’è l’altare dove si immolavano gli animali; c’è l’altare dove Cristo si immola, la Santa Mensa.

 

Dirò anche poche parole sullo sfondo di questa icona, sull’architettura. Ho già detto della balaustra. In realtà, dal primo al nono secolo, la balaustra era piuttosto bassa. Tra nono e decimo secolo, la balaustra diventa più alta e si trasforma in quel che conosciamo come “templon”, iconostasi. E’ molto giusto: la nostra Chiesa sviluppa la propria architettura a misura della propria teologia. La teologia si evolve sempre, cresce. Crescita non significa abolizione del passato, ma arricchimento: sebbene noi viviamo nella storia del mondo, la Grazia del Santo Spirito viene a illuminare i cristiani, e noi cresciamo nella nostra teologia. Abbiamo cioè una crescita della teologia. Non significa che aboliamo san Giovanni Crisostomo o san Gregorio il Teologo, che sono vissuti nel 4°\5° secolo. Tutto quel che hanno detto è interessante, grande, ma in seguito sono venuti altri Padri e hanno aggiunto altro. E’ quel che ha detto Cristo ai suoi discepoli: “Quando verrà lo Spirito Santo, il Paraclito, egli vi guiderà alla verità tutta intera”. Chi non lo comprende - per esempio, un protestante – chiede: “Vuol dire che Cristo non ha detto tutta la verità?” Cristo certamente ha detto tutta la verità, e non c’è niente da aggiungere. La verità da lui detta, tuttavia noi la analizziamo con la Grazia del Santo Spirito, in misura delle nostre capacità cerebrali e razionali. I Padri esaminano a fondo lo stesso dato. Anche io, per esempio, quando leggo un documento, ho un certo approccio ermeneutico, ma quando lo rileggo, approfondisco la ricerca e vedo lo stesso documento in una luce diversa. Il testo divino, rivelato, acquista un significato sempre più profondo. Questo è “crescita” della teologia; di conseguenza, il templon - l’iconostasi - è diventato più alto, seguendo la “crescita” della teologia.

 

Quale crescita della teologia? Un tempo, dopo il 10° secolo, ci si trovò in una situazione che ha provocato le aspre contese dette “esicaste”, partite da Salonicco con Gregorio Palamas, il quale ha posto una grande questione: come ci accostiamo a Dio? Siamo a lui vicini o lontani? Lo vediamo o non lo vediamo? Ora, Dio è visibile e allo stesso tempo invisibile, vicino ma irraggiungibile. E’ visibile nella misura in cui noi possiamo vederlo secondo la nostra natura, come possiamo vedere il sole. Fino al tanto che i nostri occhi possono sostenere senza bruciarsi, noi vediamo il sole, ma da quando cominciano a bruciare, non lo vediamo più. Dio dunque lo vediamo e non lo vediamo. Vediamo nella misura che può sostenere la nostra natura umana. Quel che di Dio non vediamo – che la nostra natura umana non può sostenere – noi lo definiamo “Essenza” di Dio. Quel che di Dio possiamo invece vedere, che la nostra natura umana può sostenere, lo chiamiamo “Energia” di Dio. Attenzione: quando parliamo di “Energia” non parliamo, per esempio, dell’energia elettrica. Parliamo di Dio stesso. Usiamo il termine “Energia” di Dio per indicare quel che possiamo vedere di Dio, e quando invece diciamo “Essenza” di Dio, vogliamo indicare quel che non possiamo vedere di Dio. Abbiamo quindi una teologia dell’Essenza e delle Energie, delle increate Energie di Dio, per distinguerle da ogni altra cosa [ndt: in italiano, per evitare equivoci, è invalso l’uso di tradurre Ousia con Essere ed Energhia con Atto]. Altro è l’energia magnetica, l’energia elettrica, ecc. Solo Dio è increato; quindi con “Energie increate” indichiamo Dio. E’ un modo di esprimersi che si estende alla architettura della chiesa, dove il templon, l’iconostasi, separa il Santuario dal tempio propriamente detto. Il Santuario rappresenta simbolicamente l’Essenza di Dio, e ciò che è fuori dal Santuario rappresenta le Energie di Dio. Il visibile e l’invisibile; vedo e non vedo. Sono simbolismi. Osservate: quando la teologia cresce e assume una forma definitiva nel 13°\14° secolo con Gregorio Palamas, si ha una “crescita” dell’iconostasi. Non è una particolarità architettonica: la teologia guida la Chiesa a una certa evoluzione.

Inizialmente le chiese – che chiamiamo “basiliche” – erano in genere a una sola navata, come un corridoio in fondo al quale c’era il Santuario. Bene: entri nell’ambiente di Dio e avanzi a trovare Dio, con un percorso, un movimento orizzontale. Con la crescita della teologia trinitaria, e specialmente della teologia della sublime condiscendenza di Cristo - in particolare, con il IV Concilio Ecumenico del 451 - ecco che contempliamo Cristo venire a incarnarsi per attrarre a sé l’universo. Vogliamo dunque rappresentare la venuta di Cristo, il Cristo che scende, e allora erigiamo la cupola. E’ l’abbraccio di Cristo che attira a sé: egli discende e noi ascendiamo. C’è un cammino verso Cristo e contemporaneamente una accoglienza da parte di Cristo. Ecco, nel 451 abbiamo la teologia dell’Incarnazione, la Cristologia, e all’incirca negli anni 532\8 viene costruita Santa Sofia, si erige la prima cupola della storia, come risultanza di quella teologia, come opera teologica dell’imperatore Giustiniano. La Chiesa venera Giustiniano come santo; ha avuto un approccio teologico all’iniziativa di costruire quel tempio.

 

Osserviamo adesso la santa Mensa. Sulla santa Mensa riposa sempre il Vangelo, nel posto dove un tempo si immolavano le vittime. Il Vangelo è il Logos di Dio: sta sempre sulla santa Mensa, tranne che in un caso. Durante la divina Liturgia, prima del Grande Ingresso – quando portiamo i preziosi Doni per essere consacrati – noi mettiamo da parte il Vangelo. Al suo posto, in centro, mettiamo il pane e il vino che diventeranno il Corpo e il Sangue di Cristo. E’ l’unico momento in cui sulla santa Mensa non c’è il Logos di Dio. E’ molto giusto. Cristo, il Logos, viene a predicare e poi a essere immolato.  La prima venuta la esprimiamo con l’Ingresso del Vangelo e la lettura del Vangelo. Tutto è collegato ed è teologia. Nella divina Liturgia si compie l’Ingresso con il Vangelo, che designa la predicazione del Logos. Dopo si compie l’Ingresso dei preziosi Doni, che esprime l’immolazione del Logos. Abbiamo quindi una “liturgia della Parola” e una “liturgia dell’immolazione”; quando si depongono i preziosi Doni, si sposta il Vangelo.

 

Fate attenzione a questo movimento liturgico. Entra l’anziano Simeone, il quale prende nelle sue braccia il Cristo, al quarantesimo giorno dalla nascita, e lo solleva come una offerta da deporre sulla santa Mensa, per immolarlo. E’ un esatto movimento liturgico. Vedete? L’anziano Simeone, sacerdote, prende il Cristo bambino come una offerta dalle mani della Tuttasanta, per immolare Cristo sulla santa mensa, come fa di solito il sacerdote. Qui ci viene indicato che Cristo è venuto per essere immolato. Non si può fare questa icona in altro modo. I sacerdoti, quando celebrano, in chiesa, hanno un soprabito chiamato “felonion”, con cui coprono le mani, per significare che non hanno più le proprie mani, che hanno prestato a Dio. L’anziano Simeone prende Cristo e lo tiene a mani coperte poiché non ha niente di suo da dire: farà quel che Dio gli dirà, presterà servizio liturgico al Cristo.

Nella iconografia, il capo chinato indica l’accettazione dell’avvenimento: l’icona parla con i movimenti. L’anziano Simeone attende nel tempio che giunga Cristo, per dire: “Ora, Sovrano, lasci che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola”.

 

Nell’icona vediamo la Tuttasanta, raffigurata con le tre stelline a otto raggi. Come vedete, la Tuttasanta ha una mano stesa e una coperta. Quella coperta è la mano del servizio, quella stesa è la mano dell’accettazione. Non è soltanto la mano che offre Cristo, è la mano dell’accettazione, dell’accoglimento del fatto. Presenta Cristo all’immolazione, accettando l’avvenimento, poiché solo per questo Cristo è venuto nel mondo: per essere immolato.

 

Dietro troviamo la profetessa Anna, figlia di Fanuìl, come sottolinea l’evangelista Luca, che conosceva molto bene gli avvenimenti della vita della Tuttasanta poiché visse accanto alla Tuttasanta e apprese dalle sue labbra la sua storia. Ecco dunque la figlia di Fanuìl, detta profetessa, la quale anche essa attendeva di vedere il Cristo, e che è raffigurata mentre indica col suo dito. I profeti indicano, e la profetessa Anna ha una mano coperta.

 

Dietro ancora, per ultimo, c’è Giuseppe, il promesso sposo. Ancora diacono del mistero, come nell’icona della Natività. Nell’iconografia non rappresentiamo mai la “Sacra Famiglia”. Se ci fosse una qualche “Sacra Famiglia”, Giuseppe sarebbe insieme, accanto alla Tuttasanta, mentre qui è dietro. Tutti prestano servizio a Cristo, non esiste una famiglia in sé. Giuseppe è nuovamente diacono del mistero, e infatti in mano ha due colombi. Secondo l’uso giudaico, quando andava al tempio per presentare qualche offerta, una famiglia povera portava fior di farina e prodotti agricoli, per lo più cereali. Qualche famiglia offriva animali per essere immolati, qualcuna poteva offrire due pulcini di colombi. Le due colombe rappresentano l’Antico e il Nuovo Testamento.

 

Come vedete, il cielo ha come una curvatura, è come una cupola che scende ad abbracciare l’universo. L’ambiente è di nuovo rappresentato come un esterno, all’aperto, anche se ci troviamo dentro al tempio. Nell’iconografia ortodossia non c’è mai un ambiente chiuso. Gli ambienti sono sempre aperti; siamo nella prospettiva dell’Esodo: siamo sempre in cammino.

 


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