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Rapporti cattolico ortodossi

 Discorso durante l'Incontro tra Presbiteri, organizzato dall'Arcidiocesi Ortodossa d'Italia e Malta e l'Arcidiocesi R.Cattolica di Milano
(28-30 gennaio 2015)

Don Cristiano Bettega




 

Eminenza Reverendissima,

carissimi fratelli in Cristo,

un salto cordialissimo a tutti, nella fede comune nel Nostro Signore Gesù Cristo!

Vorrei iniziare questo mio breve intervento, raccontando brevemente un fatto. Nei giorni scorsi, in occasione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiano, una diocesi italiana ha pubblicato un DVD, che documenta i 50 anni del cammino ecumenico, da Unitatis Redintegratio in poi: volti, storie, celebrazioni, documenti, incontro e molto altro ancora, a testimonianza di cosa anche una piccola realtà di provincia è in grado di “fare” in campo ecumenico. Una persona a cui ho dato questo DVD, pochi giorni dopo averlo visto mi ha detto che mai avrebbe pensato che si facesse così tanto a livello ecumenico: “Non si direbbe – commentava – eppure…”.

Ecco, credo che questo sia molto vero: davvero l’ecumenismo è fatto anche di relazioni “nascoste” e poco appariscenti, ma continue e fedeli nel tempo; si nutre di rapporti apparentemente di circostanza, che invece si rivelano sorprendentemente fecondi; si fonda su di una conoscenza reciproca tra le parti, che però non è mai sufficientemente approfondita.

Anche solo fermandoci alle relazioni tra il mondo cattolico-romano e il mondo ortodosso, al giorno d’oggi le occasioni di contatto e di amicizia sono sicuramente molte: spesso sono provocate per esempio dall’emigrazione ma anche dai viaggi. Si pensi ai pellegrinaggi, per esempio: noi cristiani occidentali non possiamo mai dimenticare che i luoghi santi di Israele, ma anche della Turchia e della Grecia, che costituiscono la “Terra Santa della Chiesa”, sono luoghi profondamente segnati dall’ortodossia: non principalmente a livello numerico di cristiani ortodossi che vivono in quelle terre, ma ancora di più a livello della cultura, dell’architettura e dell’arte, della spiritualità, della forma mentis dei popoli. Tutto questo è solo un insieme di occasioni? O non è piuttosto da vedere come un intervento della Provvidenza di Dio? Io credo davvero che in questo ci sia la mano di Dio: che ci spinge a “cercarci” reciprocamente e a riconoscere la nostra rispettiva complementarietà. abbiamo bisogno di ecumenismo: non è questione di un optional per le nostre Chiese, è una questione vitale, fondamentale.

Allora i rapporti tra noi saranno sempre buoni e sempre più buoni se ci scopriremo “reciprocamente necessari”: diversi, ma fratelli; distinti, ma abbracciati; ciascuno con la propria tradizione da offrire come dono all’altro, ma ciascuno anche nell’atteggiamento di chi sa di poter ricevere dall’altro, e molto. Papa Francesco scrive nella Evangelii Gaudium: «Le differenze tra le persone e le comunità a volte sono fastidiose, ma lo Spirito Santo, che suscita questa diversità, può trarre da tutto qualcosa di buono e trasformarlo in dinamismo evangelizzatore che agisce per attrazione. La diversità dev’essere sempre riconciliata con l’aiuto dello Spirito Santo; solo Lui può suscitare la diversità, la pluralità, la molteplicità e, al tempo stesso, realizzare l’unità. Invece, quando siamo noi che pretendiamo la diversità e ci rinchiudiamo nei nostri particolarismi, nei nostri esclusivismi, provochiamo la divisione e, d’altra parte, quando siamo noi che vogliamo costruire l’unità con i nostri piani umani, finiamo per imporre l’uniformità, l’omologazione. Questo non aiuta la missione della Chiesa» (n. 131). È lo stesso Spirito Santo di Dio allora che mantiene le diversità tra i credenti: e chi ha incontrato realmente Cristo, lavora per la comunione, per l’incontro di queste diversità, diventa collaboratore dello Spirito Santo. E soprattutto vive in una sorta di santa inquietudine per l’unità dei credenti: è vero, chi sente l’ecumenismo nel cuore, non resta tranquillo di fronte alla mancanza di comunione: porta nel cuore questa inquietudine, finché non si ristabilisca la comunione tra i credenti nel Signore Gesù Cristo, ma come Lui vuole questa comunione. Come quotidianamente prega la liturgia latina: «Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà». Appunto: secondo la TUA volontà, non secondo la nostra: perché la nostra probabilmente assomiglierebbe più ad un appiattimento che ad una vera comunione di differenze.

Nel Vangelo di Matteo, al capitolo 25, Gesù dice chiaramente a coloro che sono benedetti: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare»; ai dannati invece: «Avevo fame e non mi avete dato da mangiare», concludendo che ogni volta che abbiamo fatto o non abbiamo fatto questo a uno solo dei suoi fratelli più piccoli, lo abbiamo fatto o non lo abbiamo fatto a Lui stesso, al Signore Gesù Cristo. È chiaro quindi che ogni persona che ho di fronte mi rimanda alla sacra umanità di Cristo, e in ogni uomo sono chiamato a riconoscere l’Incarnazione del Logos eterno. Ciò significa che chiaramente anche per l’ecumenismo l’atteggiamento di fondo è il voler bene all’altro che ho di fronte: che sia una persona singola, un gruppo, una comunità, una chiesa. Il fondamento della vita cristiana e perciò anche dell’ecumenismo è l’essere chiamati ad amare tutti. Ma con chiarezza però: chiaramente bisogna essere sempre in due anche per fare ecumenismo, bisogna che siano entrambe le parti a volerlo.

Credo che questi elementi di chiarezza si possano riassumere almeno in due punti fondamentali, strettamente collegati tra loro:

- il riconoscimento dell’unicità del battesimo, innanzitutto: se un cristiano non riconosce il battesimo di un altro cristiano, cade il principio fondamentale dell’ecumenismo

- ma poi anche il riconoscersi in una Chiesa e in una comunione di Chiese. Il battesimo inserisce il neofita in una ekklesìa, che è sempre più grande dei confini di un piccolo gruppo. Mantenere la forma ecclesiale e sinodale, per i cristiani è fondamentale: non si tratta di un optional, di un “di più”: è fondamentale, non si è cristiani se non ci si riconosce in una Chiesa e in una Chiesa di Chiese. Dei cristiani isolati possono essere anche delle brave persone, ma saltano quell’elemento di “comunità”, che per un cristianesimo autentico è fondamentale. E analogamente, lo stesso discorso vale per una “chiesa isolata”, che non si riconosca in una federazione di Chiese, in una comunione più grande.

Credo allora che sia sempre fondamentale, ogni volta che si desidera intrecciare una relazione ecumenica, verificare questi due dati di fatto: il riconoscimento del battesimo e l’appartenenza ad una Chiesa che si dichiari in comunione con altre Chiese, e che questa comunione sia riconosciute da altre Chiese. Credo cioè che vada fatta una verifica “caso per caso”: i fondamenti storici e teologici soprattutto sono determinanti, perché un gruppo di cristiani possa essere accolto come Chiesa: non è una realtà che uno può rivendicare o addirittura inventare, va riconosciuta.

Nostro Signore Gesù Cristo, del resto, ha chiamato dodici Apostoli e con essi ha istituito un “collegio”: dodici uomini diversi tra loro, ma accomunati dalla chiamata del Signore e dalla sequela del Maestro; uomini diversi, appunto, ma dal Signore stesso raccolti in un “gruppo”, in un collegio, in una Chiesa.

Perché, per riprendere le parole di Sua Eminenza il Metropolita Gennadios, solo la Chiesa ama e salva: e un “cristiano” che non si riconosce in una Chiesa e in una comunione di Chiese, è come un uomo zoppo.

Che il Signore ci benedica sempre! Amen!

 


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Domenica dei Santi Padri del Primo Concilio Ecumenico; Santi Ermia e Mago, martiri; I Santi Cinque Martiri di Ascalone; San Eustazio, patriarca di Costantinopoli.

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