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Rapporti cattolico ortodossi - Intraortodossi - (incluse le Antiche Chiese Orientali) - Comunità della Riforma - Nuove Comunità Evangelicali e Pentecostali

 Discorso durante l'Incontro tra Presbiteri, organizzato dall'Arcidiocesi Ortodossa d'Italia e Malta e l'Arcidiocesi R.Cattolica di Milano
(28-30 gennaio 2015)

Archimandrita Dionisios Papavasiliou




 

Eminenza Reverendissima

Carissimi fratelli in Cristo

Mi sento veramente benedetto, per avere l’opportunità di vivere questo bellissimo momento insieme a voi. Nonostante non abbiamo ancora la grazia di poter partecipare allo stesso calice, Dio ci sta benedicendo, in quanto lo stiamo pregando assieme e condividiamo la meditazione e la contemplazione della Sua parola. Pertanto, possiamo elevare lodi a Dio e ringraziare chi ha avuto questa splendida idea e chi l’ha realizzata.

Come si capisce dal titolo della mia relazione mi occuperò dei rapporti  esistenti tra le varie Chiese e Comunità cristiane.

Il titolo comincia con la parola “rapporti”. Perché ci siano dei rapporti tra persone o istituzioni, in primis, deve essere riconosciuta a pieno titolo l’esistenza l'una dell'altra, non soltanto nelle forme esteriori, che di solito, dividono e offrono una falsa immagine, ma va altresì vista la sua storia, la sua spiritualità. In tal modo gli interlocutori riescono a creare rapporti di profonda conoscenza e rispetto reciproco, liberandosi della maledizione dell’autosufficienza, che isola e separa.  Se si acquisisce la capacità di apprendere l’uno dall’altro, si realizza la possibilità di offrire e di ricevere dei doni, rendendosi ricchi vicendevolmente.

Strumento necessario di questa relazione sono il dialogo e la fiducia reciproca. Senza di essi nessun rapporto può essere creato.

Nel mondo cristiano, che soffre dalla malattia della separazione, nel secolo precendente è nato il Movimento Ecumenico. I grandi problemi sociali nati dalla rapida industrializzazione del Vecchio Continente e delle Americhe, i nuovi sistemi scientifici, politici e filosofici, che escludevano la fede cristiana sostituendola con altre, insieme a tutto ciò di orribile e disumano, che è stato vissuto durante le due Guerre Mondiali, hanno sensibilizzato le Chiese e Comunità Cristiane ad entrare in dialogo, cercare di superare ciò che le separa per diventare, di nuovo, balsamo e sale per la terra sofferente.

In questi cento e più anni, il Movimento Ecumenico, sin dall’inizio della sua esistenza, ha messo in cammino e in azione devoti sostenitori ed accaniti detrattori. Sia l’uno sia l’altro cercano ad ogni costo di esporre, con la dovuta chiarezza, i “pro” e i “contro”.  I primi trovano ed evidenziano i vantaggi che il Movimento Ecumenico presenta per la convivenza delle Chiese e della Comunità cristiane, fin ad eliminare, alcuni, qualsiasi differenza, pur di arrivare alla così tanto desiderata unità visibile del Corpo dei Cristo, mentre altri evidenziano i problemi, le perplessità e i pericoli di tale Movimento per arrivare, alcuni di loro,  a rappresentarlo come una nuova eresia, che tenta di creare una Super-Chiesa nella quale può stare di tutto.

Oggi nel mondo cristiano si svolgono circa quaranta dialoghi bilaterali. In questi dialoghi bilaterali partecipa attivamente la Chiesa Ortodossa, nella sua totalità, avendo come leader il Patriarcato Ecumenico, tutte le Chiese anti- Calcedonesi Antico-Orientali, quella Romanacattolica, la Comunione Anglicana, la Chiesa dei Veterocattolici, le due grandi famiglie che nascono dalla Riforma del XVI secolo, cioè quella Luterana e quella Riformata (Calvinisti, Congregazionisti e simili), le nuove confessioni protestanti, come quelle dei Metodisti, Battisti, Evangelici, Avventisti e simili. Negli ultimi anni il dialogo si è sviluppato anche verso le famiglie dei Pentecostali, nonostante si sia all’inizio e la strada sembri lunga e difficilissima.

Ovviamente ogni dialogo, che il Patriarcato Ecumenico costruisce con le altre Chiese e Comunità, si distingue per le sue peculiari caratteristiche, che si modificano secondo l’interlocutore. Ogni dialogo ha un suo colore particolare, dato che la storia di ciascuna, influenza le parti interagenti. Con alcune Chiese, il dialogo si basa su una semplice conoscenza reciproca, cercando di arrivare ad una familiarità tra le due tradizioni religiose, tra le quali non esistono radici comuni e non esistono eventuali legami storici. Questo succede, per esempio, con il mondo della Riforma. Nello stesso modo, secondo l’espressione della III Assemblea Presinodale Panortodossa, si cerca vivamente la desiderata stabilizzazione “dell’unità nella retta fede e nella carità[1] di tutte quelle Chiese che una volta costituivano l’Una ed Indivisa Chiesa di Cristo, ma le pieghe della storia e del tempo le hanno allontanate e la fine del secondo millennio, le ha trovate separate e divise. In questa categoria, innegabilmente, appartiene da un lato la Chiesa Romanacattolica e dall’altro le Antiche Chiese Orientali.

Similmente, ma in un diverso contesto ecclesiologico e storico, il Patriarcato Ecumenico svolge dialoghi bilaterali con i Luterani e le nuove Confessioni che sono nate dalla Riforma. Com’è noto, esse nascono sotto un ambiente storico totalmente diverso da quello orientale ed hanno cambiato radicalmente oppure abolito, istituzioni e credenze d’importanza vitale per la Chiesa Indivisa.

Lo stesso succede anche con il mondo Evangelico e Metodista. Anche loro nascono dalla Comunione Anglicana, che a sua volta nasce separandosi da quella Romanacattolica. Esse si sono specialmente sviluppate non nel vecchio Continente, ma in quello Nuovo, dando luce a forme di espressione di fede cristiana totalmente diverse da quella europea.

I dialoghi bilaterali, che la Chiesa Ortodossa svolge oggi, si fondano con certezza, alla realizzazione dell’iniziativa del Patriarca Ecumenico Ioakeim III il Grande (1874-1878 & 1901-1912) all’inizio del ventesimo secolo. Il Patriarca Ecumenico cercava, in primis, di risanare il disordine che regnava nelle varie Chiese Ortodosse locali e gli importanti scismi dell’epoca. Nello stesso momento vedeva, che il tempo era proficuo per l’avvicinamento tra l’Oriente e l’Occidente. Raccomandava con fervore agli altri Patriarchi la questione dei rapporti con i due grandi rami del cristianesimo occidentale, quello Romanocattolico e quello Riformato, cercando di trovare modi di reciproco e amichevole avvicinamento[2]. Poneva l’accento sui pilastri della fede cristiana, che tutti condividiamo scrivendo: “anche loro credono alla Santissima Trinità, onorano il nome del nostro Signore Gesù Cristo e sperano di salvarsi con la grazia di Dio[3]. Forse queste parole alle orecchie dei teologi di oggi suonano troppo semplici, perché è stato dimenticato ciò che i nostri avi ci insegnavano: nella semplicità si trova la vera maestà e nelle parole semplici le grandi verità.  Egli sperava, che basandosi su queste fondamenta di fede cristiana, l’unità non sarebbe stata un'opera irrealizzabile.

Nuove prospettive si aprono per il dialogo della Chiesa Ortodossa dopo la I Assemblea Panortodossa riunita all’isola di Rodi nel 1961. In essa per la prima volta entrano nell’agenda del futuro Grande e Santo Sinodo Panortodosso, questioni relative ai rapporti con le altre Chiese e Comunità cristiane. L’argomento viene ancora meglio precisato durante la III Assemblea Panortodossa di Rodi nel 1964. Allora tutta la Chiesa Ortodossa e questo deve essere sottolineato per la verità storica, tutta la Chiesa Ortodossa ha preso l’unanime decisione di inaugurare ufficialmente il dialogo con la Chiesa Cattolica, con la Comunione Anglicana e con i Veterocattolici.

Mentre in Oriente si realizzavano questi passi da gigante in Occidente la Chiesa di Roma viene benedetta dal Concilio Vaticano II. Comincia con Giovanni XXIII, perfetto conoscitore della storia, teologia e spiritualità d’Oriente e termina con Paolo VI. Mentre il Concilio è ancora in atto, Paolo VI si incontra, nel 1964, a Gerusalemme, con il Patriarca Atenagora, uomo profetico che superava i suoi tempi. Vengono cancellati i reciproci anatemi e nel Dicembre del 1965 per la prima volta nella storia della cristianità, il successore di San Pietro visita quello di Sant’Andrea a Fanar. Grazie a questi eventi esce la Bolla Pontificia Anno Inneunte, che segue il decreto Unitatis Redintegratio, dove per la prima volta troviamo l’espressione “chiese sorelle”. Nell’Ottobre del 1967 il Patriarca Atenagoras  ricambia la visita e s’inaugura il cosiddetto “dialogo di carità” fino quasi gli anni ’80.

Con Giovani Paolo II e i Patriarchi Demetrios e Bartolomeo siamo entrati nella seconda fase di questo dialogo, che si chiama “Dialogo di verità[4]. Nonostante i passi siano stati molto limitati negli ultimi anni, noi oggi qui gustiamo alcuni dei suoi frutti.

Seguendo i passi di Paolo VI e di Atenagora anche i loro successori si sono scambiate le visite tra di loro. Abbiamo una lunga tradizione di visite reciproche per la festa di Sant’Andrea a Fanar di Costantinopoli il 30 novembre. Già nel secondo anno di pontificato, Papa Francesco ha fatto visita alla sede del Patriarcato Ecumenico, rinnovando le visite, che già Giovanni Paolo II e Benedetto XVI fecero a Costantinopoli, rispettivamente nel 1979 e nel 2006. Nello stesso spirito si sono svolte anche le visite, che il Patriarca Bartolomeo ha fatto a Roma. Soltanto nel corso del 2008 è stato a Roma ben tre volte, ove il 18 ottobre dello stesso anno, per la prima volta nella storia, un Patriarca di Costantinopoli si è rivolto all’assemblea dei vescovi della Chiesa Romanacattolica. Inoltre la presenza del Patriarca Ecumenico segna momenti importanti dell’attuale storia della Chiesa d’Occidente, come per esempio il suo discorso nella celebrazione solenne per il cinquantesimo anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II. Infatti, lo scambio regolare di delegazioni per le feste patronali di Roma e Costantinopoli, mantiene un canale di contatto e di coordinamento importante.

Volontariamente, oltrepasserò i momenti felici e quelli infelici di questo dialogo bilaterale, che in questi lunghi anni si è svolto, insieme con l’insigne produzione di testi e documenti. Mi fermerò alla vera pietra d’inciampo del dialogo tra Ortodossi e Romanocattolici, che è il primato petrino, cioè i poteri e i compiti, le prerogative e l’autorità del Vescovo di Roma, come successore di Pietro. Esso è diventato negli ultimi anni, l’oggetto di ricerca della Commissione Mista Internazionale Cattolici – Ortodossi, i cui lavori si sono sbloccati nel 2006, dopo una stasi di sei anni, durante l’incontro del Papa Benedetto XVI e il Patriarca Bartolomeo a Costantinopoli.

È ben conosciuto che l’oriente è ben pronto di riconoscere ciò che spetta alla sede dell’Antica Roma, cioè un primato d’onore tra le antiche sedi Patriarcali, insieme con il posto di primo tra uguali. Nell’Enciclica “Ut unum sint” Giovanni Paolo II definisce “significativo e incoraggiante”, che il primato sia diventato “oggetto di studio dopo secoli di aspre polemiche”. Non senza fatica, per la prima volta nella storia, la Commissione Mista Internazionale Cattolici – Ortodossi approva nel 2007 il “Documento di Ravenna”. Questo Documento, dedicato alla “conciliarità e autorità” nella comunione ecclesiale, segnala una svolta del dialogo bilaterale. Tale Documento, approvato all’unanimità dalle due parti, afferma che: “primato e conciliarità sono reciprocamente interdipendenti”. Nel paragrafo quarantuno arriva proprio al nucleo dei punti di accordo e di disaccordo: “entrambe le parti concordano sul fatto che (…..) Roma, in quando Chiesa che ‘presiede nella carità’, secondo l’espressione di Sant’Ignazio d’Antiochia, occupava il primo posto nella “taxis” e che il vescovo di Roma è pertanto il ‘protos’ tra i patriarchi”.  Il cammino, però, non è ancora finito. Le due parti non sono d’accordo sull’interpretazione delle testimonianze storiche, per quello che riguarda le prerogative del Vescovo di Roma in quanto “protos”, questione ritenuta in vari modi complessa già nel primo millennio. Questa questione, che è stata anche la causa del fallimento della riunione della Commissione a Paphos in Cipro nel 2009, si sta cominciando ad approfondire in modo profondo e serio.

Il dialogo bilaterale, quindi tra Ortodossia e i Romanocattolici è un dialogo di pace e di amore[5]che ha avuto inizio dopo la fine del Concilio Vaticano II e secondo il corrispettivo decreto “Schema decreti de Oecumenismo[6] è in stretta relazione con le decisioni del I Sinodo Panortodosso (1961) della I Assemblea Panortodossa Presinidale (1976) e della III Assemblea Presinodale Panortodossa (1986).

Un altro dialogo bilaterale è stato inaugurato tra il Patriarcato Ecumenico e la Comunione Anglicana. Importante frutto di questo dialogo è il Rapporto del 1984, dove si afferma che la separazione è una contraddizione per la Chiesa, poiché in Essa è stato affidato il compito della riconciliazione. Tale dialogo ha fatto notevoli passi verso una comune visione ecclesiologica e sacramentaria fino al decennio precedente, quando la Comunione Anglicana decise di permettere l’entrata nell’Ordine sacro alle donne. Nonostante ciò, oggi, il dialogo bilaterale continua  su questioni di Antropologia e di Ecologia[7].

Cambiando radicalmente ambiente passiamo nell’oriente nostrum, che si abbellisce con uno splendido mosaico pieno di colori e di odori spirituali. Lo formano un intreccio di Chiese antichissime, con storie straordinarie, con spiritualità affascinanti, con fede eccezionale e sorprendente, che la mano di Dio nei tempi antichi ha protetto dalla spada degli infedeli nemici, ma che oggi quella stessa spada invece sta sterminando migliaia di persone, lasciando noi cristiani passivi spettatori di questo genocidio.

Con loro il Patriarcato Ecumenico ha sviluppato un intenso dialogo: si dialoga con la Chiesa Copta, Armena, Etiope e con i Siro-giacobiti. Fulcro di questo dialogo è la questione cristologica. È ben noto che maggior parte delle suddette Chiese si separarono, non accettando il IV Concilio di Calcedonia: per questo motivo vengono chiamate anche Pro- oppure Anti- Calcidonesi. Dopo una “Consultazione non ufficiale” (Aahrus, 1964)[8] pervenuta ad una profonda presentazione delle varie tesi teologiche e dove esse si scontrarono[9], sono arrivati  gli incontri ufficiali: Bristol (1967)[10], Ginevra (1970)[11], Addis Abeba (1971)[12], Balamand (1972), Pandeli (1978), Chambésy (1979, 1985, 1990, 1993). Questi incontri hanno portato alla luce interessantissimi documenti, grazie ai quali si cerca di chiarire i problemi teologici. Nel 1989 (Secondo incontro plenario della Commissione mista del dialogo) vede la luce un documento, che può essere considerato come la prima forma completa per una “Prima dichiarazione di fede comune[13]. Nel 1990 abbiamo la “Seconda dichiarazione comune”: questa ha posto precisazioni alla Dichiarazione precedente. Inoltre ha affermato l’esistenza di una comunità di fede ed ha definito quelle misure di tipo pratico da assumere, affinché possa essere stabilita la piena comunione. Nel 1993 sono state adottate delle “Proposte per la rimozione degli anatemi[14]. Visto la situazione attuale, la realizzazione di questa fede comune, si ferma davanti alle difficoltà oggettive, create della cosiddetta Primavera Araba, che vuole, forse, portare le minoranze cristiane sotto il gelo dell’inverno.

Cent’anni di ecumenismo insegnano che il dialogo procede a piccoli passi e che la vera unità è ancora lontana. Il Metropolita Gennadios, nel suo Messaggio del primo dell’Anno scrive, insegnando: “I dialoghi teologici progrediscono, quando l’amore, l’umiltà e il rispetto prevalgono nel cuore della gente. Oggi, il dialogo non procede come dovrebbe, perché non viene svolto il lavoro giusto: la responsabilità davanti a Dio delle persone incaricate è grande. La Chiesa non giudica e non condanna, ma ama e salva”.

 Dialogare non è un semplice atto di cui tutti sono capaci. Chi vi partecipa deve vivere in primo luogo la pienezza di carismi, che lo Spirito Santo abbondantemente offre a tutti i battezzati. Soprattutto sono fondamentali l’amore per la verità e l’umiltà, carismi di uomini grandi, se non santi. Ugualmente dobbiamo avere la consapevolezza che tale opera non è nostra, ma è l’azione dello Spirito Santo. Chi è responsabile e partecipa ai dialoghi, non pone in atto una propria opera, ma diventa collaboratore dello Spirito Santo per la ricostruzione della piena e visibile unità del Corpo di Cristo. Perciò si capisce perché, chi ha incontrato Cristo non può non sperare e non lavorare per l’unità della Chiesa. Questo è il cuore dell' Ecumenismo vero e proprio: esso non può consistere nella sola disperata ricerca di un minimo comune denominatore tra le varie esperienze cristiane, avendo come finalità un tolleranza reciproca. Esso indica, invece, la capacità di abbracciare con cuore sincero anche l’esperienza più diversa e più lontana dalla mia realtà, mi permette di riconoscere ogni minimo di vero e di valorizzarlo adeguatamente, senza abbandonare la verità stessa, parafrasando don Giussani.   

Per concludere, Eminenza Reverendissima e cari fratelli in Cristo, nonostante i grandi passi in avanti, che abbiamo fatto insieme in questi anni, i problemi che si devono affrontare e superare sono altrettanto grandi e spinosi, come abbiamo potuto vedere. Ci sono molte difficoltà nei rapporti ecumenici, ma questi ultimi devono continuare ad ogni costo, perché noi cristiani siamo persone che credono e chi crede spera. I rapporti teologici sostengono la speranza dell’unità. Soltanto il Signore conosce come e quando quest’unità avrà luogo, ma a noi non è permesso interrompere i rapporti e demolire i ponti di comunicazione e di speranza tra i cristiani.

All’inizio del 21° secolo viviamo nel nostro Vecchio Continente evoluzioni storiche. L’Europa unita comprende ora quasi 30 paesi e domani forse tutti questi paesi conteranno più di 500 milioni di abitanti. In questa Europa anche noi abbiamo enormi responsabilità. Sebbene la maggior parte dei popoli d’Europa abbia accettato la tradizione e il patrimonio cristiano, una parte, invece, tenta d’imporre l’ateismo ufficiale nella famiglia europea, emarginando le Chiese. Inoltre, alcuni movimenti ideologici, sociali, scientifici e politici stanno cercando di razionalizzare la vita e di trasformarla in una semplice funzione di ossa e carne. La trasformazione dell’uomo, da persona creata secondo l’immagine e somiglianza di Dio, in un essere razionale senza futuro, senza fede e senza speranza, è un incubo che schiaccia le anime delle persone. In questa situazione i cristiani dovrebbero avere voce, dovrebbero ad ogni costo offrire amore e speranza al loro prossimo, secondo il comandamento del nostro Signore. La collaborazione, che le varie Chiese hanno sviluppato negli ultimi anni, per esempio in campo sociale, sulla bioetica e su altri argomenti, porta già dei risultati e questo ci rende ottimisti.

Il Signore ci ha benedetto di poter stare con Lui e vivere in un momento in cui l’Europa, l’Oriente e l'Occidente, per la prima volta nella storia, si uniscono. In questo particolare momento, tutti noi cristiani siamo invitati a insegnare con il nostro esempio l’amore sacrificante, la compassione, la tolleranza e la solidarietà. I santi Patroni d’Europa, Benedetto e i fratelli Cirillo e Metodio, ci hanno insegnato il rispetto verso il prossimo, mantenendo la propria identità. Dialogare non vuol dire eliminare le diversità e le differenze, ma comprenderle e capirle.

Nonostante le condizioni difficilissime nella quale tutti noi stiamo vivendo, c'è necessità primaria di avvicinarsi di più a comprendere l’uno l’altro ed arrivare insieme all’unico Salvatore del mondo. Nel mondo abbondano la filosofia, l’ideologia, la scienza, le informazioni e le conoscenze. Quello che ci manca è l’amore verso Dio e il prossimo, l’umana, onesta e calda comunicazione tra noi. Ogni rapporto senza questi presupposti è destinato a fallire miseramente. Perciò, ciascuno di noi, prima degli altri, deve accettare nel suo cuore la santità che il Padre offre tramite Suo Figlio nello Spirito Santo e vedere l’altro come fratello, per il quale Cristo è stato crocifisso. Il passo successivo è condividere tutto ciò con il mio prossimo. E qui comincia il dialogo. 



[1] Vedi, Segreteria della Preparazione del Santo e Grande Sinodo, Atti-Testi della III Pre-sinodale Conferenza Panortodossa, 1986, OKOP, Shambézy Ginevra, p 270ss. 

[2] Lettera Enciclica del 1902, in TSETSI G. (a cura di), Trono Ecumenico e Ecumene . Ufficiali Testi Patriarcali, Αθήναι, 1989, pp. 26-34.

[3] Idem, pp. 38-45.

[4] PAPADOPOULOS A., Dialogo teologico tra Ortodossi e Romanocattolici, (Storia Testi Problemi), Θεσσαλονίκη 1996, pp. 26ss.

[5] KARMIRI I., HOρθόδοξη Εκκλησία εν διαλόγω μετά των ετεροδόξων Εκκλησιών, p. 11.

[6] Lo Schema decreti de Oecumenismo, ha cinque capitoli che si riferiscono alla posizione della Chiesa Romanacattolica di fronte alle altre Chiese. Nell’ultimo paragrafo del terzo capitolo si fa riferimento al ritrovamento delle condizioni che furono esistite prima della separazione dalle varie Chiese, con le quali la Sede Romana: “ex quibus officium romnae sedis, cuius est praesidere in caritate, insigniter elucebat”. Ovviamente, dal punto di vista ortodosso, questo primato, cioè il primato della carità, deve essere considerato come un primato d’onore del Vescovo di Roma tra uguali, senza nessun riferimento ad un primato giurisdizionale. Vedi: KARMIRI I., Ορθοδοξία και Ρωμαιοκαθολικισμός, τομ. Ι, Η Βατικανή Σύνοδος και η έναντι αυτής και των ενωτικών τάσεων της θέσις της Ορθοδόξου Καθολικής Εκκλησίας, Αθήναι 1964, pp. 97-119.  

[7] Prima fase: 1973 Oxford -Inghilterra, primo incontro tra Ortodossi ed Anglicani, dove si discute sulle grandi differenze che separano i due modi.

1975 Mosca – Unione Sovietica: dichiarazione comune sulle differenze tra Chiesa Ortodossa e Comunione Anglicana.

Seconda fase: Dublino 1984, problemi generali.

Terza fase: 1989, argomenti di Ecclesiologia, Cristologia e Pneumatologia.

2001: Volos . Grecia stessi argomenti.

2003 Adids Abeba – Etiopia: la diaconia nella Chiesa e il problema dell’Ordinazione delle donne. L’ordinazione delle donne divide radicalmente i due mondi.

2005 Monastero di Kikkou – Cipro: conclusione definitiva delle problematiche precedenti.

2009 Creta – Grecia: problemi di Antropologia.

2010 Oxford - Inghilterra: problemi di Antropologia e di Ecologia.

[8] Vedi: The Greek Orthodox Theological Review, X, 2, 1964-1965.

[9] Dichiarazione Comune, ibid, p. 14-15.

[10] Ibid, XIII, 2 1968.

[11] Ibid, XVI, 1-2 1971.

[12] Ibid, XVI, pp. 120-259; Alma Salama VI, 1975, pp, 233-254 e VII, 1975, pp. 93-227.

[13] Episkepsis, n. 422, 1989, pp. 7-8.

[14] Idem, n. 446, pp. 17-22; cfr LARCHET J.C., La questione cristologica riguardo al progetto dunione della Chiesa Ortodossa e delle Chiese non calcedonesi: problemi teologici: problemi teologici ed ecclesiologici in sospeso, Venezia 2002, pp. 5-6.

 


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Santi di oggi

i santi di oggi 15-11-2019

Inizio del digiuno di Natale; Santi Guria, Samonas, Habib, neomartire; San Quinziano, vescovo di Seleucia, confessore; Santi Elpidio, Marcello, Eustochio, martiri; San Demetrio martire; San Tommaso II, patriarca di Costantinopoli.

i santi di domani 16-11-2019

San Matteo, apostolo ed Evangelista;

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