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Essere cristiani come minoranza in un contesto post-cristiano

 Discorso durante l'Incontro tra Presbiteri, organizzato dall'Arcidiocesi Ortodossa d'Italia e Malta e l'Arcidiocesi R.Cattolica di Milano
(28-30 gennaio 2015)

Archimandrita Evangelos Yfantidis




 

Eminenza Reverendissima,

sorelle e fratelli carissimi,

 

Negli ultimi decenni il cristianesimo nel suo insieme ha dovuto affrontare, soprattutto nel nostro continente, un fenomeno potente, la scristianizzazione della società. Il fenomeno in effetti oggi è così intenso che in molti casi non  solo in intere città, ma anche nelle stesse nazioni un tempo di pura tradizione cristiana, i cristiani risultano essere divenuti  una minoranza e la maggioranza delle persone si dichiarano atee o indifferenti al culto cristiano.

 

Con l'espressione “scristianizzazione della società” si intende lo sforzo cosciente e organizzato, da parte di persone e organizzazioni, volto a sostituire la fede e la vita cristiana con principi etici che stabiliscono standard specifici di comportamento umano, i diritti umani, come se questi non venissero esplicitamente propugnati dal Cristianesimo. Tutti noi conosciamo le parole del Signore, degli Apostoli -soprattutto san Paolo- e dei Santi Padri -particolarmente i Cappadoci- in merito alle questioni relative al diritto inalienabile alla vita, ma anche i diritti alla libertà, alla giustizia, all'uguaglianza, alla salute, al lavoro, all'istruzione, etc. L'inizio della diffusione sistematica dello sforzo teso alla scristianizzazione potrebbe risalire all'epoca dell'Illuminismo europeo (fine 17° secolo / metà 18°); questo nuovo atteggiamento, anche se diede un grande contributo positivo all'evoluzione e alla promozione della scienza, produsse una filosofia che svalutava i precedenti periodi storici, come per esempio il periodo bizantino, considerando la propria epoca come il culmine dell'esperienza di tutto il genere umano.

 

Tre fenomeni legati l'uno all'altro, la “globalizzazione”, la “secolarizzazione” e il  “sincretismo religioso” che si sono verificati nella società europea dal secolo dei lumi in poi, fiorendo particolarmente negli ultimi decenni, hanno contribuito a promuovere la scristianizzazione della nostra società. La globalizzazione, che ha iniziato a manifestarsi soprattutto a partire dalla metà del secolo scorso, è un processo complesso, che pur aprendo all'umanità contemporanea meravigliose possibilità e prospettive inaspettate, come ad esempio la facilitazione  nella comunicazione tra le persone, la rapida circolazione di merci e informazioni, il superamento delle varie discriminazioni, lo sviluppo mondiale della solidarietà e gli sforzi comuni per affrontare i problemi globali e molto altro, tuttavia provoca anche sconvolgimenti imprevisti, tra cui l'imposizione di intransigenti leggi di mercato, la trasformazione della persona umana in insaziabile consumatore, il culto dell'ego e l'individualismo, l'idolatria del denaro, la voglia di denaro facile, come anche la perdita della persona umana come valore supremo. La società in questo modo viene più facilmente guidata verso secolarizzazione, verso cioè quel sistema che, pur preesistente, si è basato sulle idee dell'Illuminismo allo scopo di interpretare la vita dell'uomo a partire da principi etici non correlati alla fede in un qualsiasi dio, con la  conseguente perdita da parte della religione  di ogni ruolo istituzionale e di ogni influenza nei vari ambiti della vita sociale, politica e culturale. Ha trovato quindi più spazio lo sviluppo del fenomeno del sincretismo religioso, la cui prima comparsa risale al periodo ellenistico, ma che negli ultimi secoli ha professato - e questo è positivo - la convergenza delle religioni in termini di comprensione reciproco dando risalto ai loro punti in comune come il significato e l'esistenza di Dio e la loro utilità per il bene comune della società, ma in una dinamica tale da snaturare sostanzialmente lo spirito, la condizione e le identità delle religioni.

 

Accompagnato da questi fenomeni che dominano la riflessione umana e la vita dal secolo scorso, il processo di scristianizzazione della società è divenuto un fatto doloroso. Molte persone sono state portate all'indifferenza religiosa, non interessando loro né l'esistenza di Dio, né le religioni in se stesse, poiché tali questioni non sembrano riguardarle personalmente o da un punto di vista esistenziale, avendo stabilito come  unico criterio per ogni cosa il proprio ego. Altri non accettano l'esistenza di entità soprannaturali senza prove, stimano come un valore il non credere e la ricerca della verità attraverso la ricerca positiva, le prove scientifiche e la logica, definendosi “atei”.

 

Cercando, tuttavia, la causa fondamentale che ha  condotto persone e istituzioni ad allontanarsi dalla verità cristiana e a sostituirne i valori con  principi etici (es. i diritti umani), a tal punto da ridurre i cristiani ad una minoranza in quelle società una volta interamente cristiane, non dovremmo localizzarla al di fuori del cristianesimo stesso, cioè fra i battezzati. Sarebbe come fare gli struzzi. L'Arcivescovo d'Italia e Malta, il Metropolita Gennadios, scriveva alla fine del 2014, osservando coraggiosamente la dura realtà degli ultimi decenni: il popolo di Dio è rimasto essenzialmente “non catechizzato”. Il risultato di questa situazione è l'ignoranza, la conoscenza imperfetta e la confusione dei battezzati circa la verità cristiana. Questo è ciò che dice anche san Giovanni Crisostomo per i cristiani non catechizzati della sua epoca: “Grande abisso e profondo baratro è l'ignoranza delle Scritture, grande tradimento della salvezza stimare un nulla le leggi divine. Questa cosa genera eresie, introduce disordine nella vita, capovolge tutto”.

 

L'ignoranza, dunque, della verità cristiana, ha avuto come conseguenza, non solo negli anni del Crisostomo, ma anche negli ultimi decenni, il fatto che l'uomo ha smesso di vivere quotidianamente gli insegnamenti cristiani e di applicarli nel proprio ambiente sociale. Così la sua fede in Dio non è riuscita per decenni ad apportare alcun cambiamento significativo nella sua vita e di conseguenza neppure nella società. È persino possibile frequentare regolarmente le funzioni religiose, fare la confessione e prendere la comunione, ma in modo totalmente individualista e ipocrita, ossia senza umiltà, sincerità, pazienza, benevolenza, gioia, semplicità e soprattutto amore disinteressato. Se non vive un rapporto personale con Dio, il risultato è che non può creare relazioni genuine con le altre persone.

 

Un secondo punto, importante quanto quello della corretta o mancata catechesi dei cristiani, e che non deve sfuggire alla nostra attenzione, è la tendenza alla secolarizzazione nella Chiesa stessa, riscontrabile molto spesso in tutte le comunità cristiane. Naturalmente, quando si parla di secolarizzazione nella Chiesa, non intendiamo la secolarizzazione della Chiesa come Corpo di Cristo, che mira a guarire l'uomo e condurlo alla divinizzazione, ma la secolarizzazione dei membri della Chiesa, in primo luogo dei sacerdoti e dei loro collaboratori. In questo senso, la Chiesa è secolarizzata quando si trasforma in un istituzione mondana, acquisendo modalità di esprimersi ed agire mondane, quando viene considerata un luogo ideologico e morale dove viene svolta soprattutto una attività sociale e caritativa. Questo genere di Chiesa secolarizzata non si interessa a come l'uomo dall'immagine possa giungere alla somiglianza divina, ma si preoccupa dell'esecuzione di un progetto sociale, e si sviluppa sotto forma di un sistema moralistico. Questa Chiesa secolarizzata non è più uno spazio vitale dove è vinta la morte, con tutte le sue conseguenze, che sono le malattie, le passioni, l'incertezza e l'insicurezza; e, naturalmente, non può condurre alla divinizzazione.

 

Questo cristianesimo – i cui membri, non catechizzati e secolarizzati, hanno una minima esperienza del messaggio di Gesù - è la realtà cristiana che incontrò il grande politico e filosofo indiano Mahatma Gandhi, il quale disse: “Mi piace il vostro Cristo. Non mi piacciono i vostri cristiani. I vostri cristiani sono così diversi da Cristo”.

 

Questa affermazione di Gandhi, che riflette certamente il comportamento dei cristiani della sua epoca (1869 - 1948), come ha sottolineato egli stesso, è in netto contrasto con quanto osservato nel cristianesimo dai grandi imperatori e santi Costantino e Teodosio, che lo scelsero per il loro Impero, quando il cristianesimo era ancora una minoranza, all’interno di una società tradizionalmente pagana o ebraica.

 

Il professor p. Ioannis Romanidis commentando il comportamento di questi due uomini, Costantino e Teodosio, e dei loro successori, ha dichiarato: “Dobbiamo avere una chiara immagine dei contorni entro i quali la Chiesa e lo Stato hanno visto il contributo degli uomini divinizzati nella terapia della malattia religiosa che perverte la personalità umana attraverso la ricerca dell’eudemonismo ora e  dopo la morte per comprendere la principale ragione per cui l'impero romano accorpò a livello amministrativo la Chiesa Ortodossa. Né la Chiesa né lo Stato videro la missione della Chiesa come la semplice remissione dei peccati dei fedeli, per entrare in paradiso dopo la morte. Ciò equivarrebbe a un perdono medico delle colpe dei malati per la loro terapia dopo la morte. Sia la Chiesa, sia lo Stato sapevano bene che la remissione dei peccati era solo l'inizio di un trattamento della malattia che consisteva nella ricerca dell'eudaimonismo da parte dell'umanità.  Questo trattamento iniziava con la purificazione del cuore e giungeva alla restaurazione del cuore alla sua funzione naturale dell'illuminazione e perfezionava tutto l'uomo nella sovrannaturale condizione di glorificazione, cioè la deificazione. L'effetto di questa terapia e di questo perfezionamento non consisteva solo in una adeguata preparazione alla vita dopo la morte, ma anche nella trasfigurazione della società, qui e ora, da gruppi di individui egoistici ed egocentrici in una “κοινωνία”, società - comunione di uomini con amore disinteressato, la quale non persegue il proprio interesse”.

 

Basandoci su quanto detto finora, si pone fortemente la questione di come fossero i cristiani dei primi secoli e come la loro comunità riuscì ad apparire agli occhi dei Sovrani dell'Impero Romano come il prototipo ideale per la “trasfigurazione della società, qui e ora, da gruppi di individui egoistici e egocentrici in una “κοινωνία”.

 

La risposta a questa domanda penso possa fornirla la famosa "Lettera A Diogneto", di autore ignoto, giustamente considerata una gemma letteraria del secondo secolo. La lettera è dedicata in gran parte alla descrizione dell'autentica vita in Cristo dei battezzati e risale ad un'epoca in cui i cristiani erano, come oggi, una piccola minoranza. Si tratta di una breve e concisa “etica”, una delle prime in ordine cronologico nella letteratura cristiana, indirizzata ad un pagano, colto e benestante, per invitarlo ad abbracciare il cristianesimo, affinché diventi così un cittadino del regno dei cieli. Il messaggio centrale della lettera è che il cristianesimo è quella nuova realtà religiosa, base per una nuova società e fondamento di un nuovo comportamento del suo cittadino. Tre punti fondamentali di  questa lettera rispondono alla nostra domanda.

La relazione tra i cristiani e il mondo: Prima di tutto i cristiani sono ben consapevoli che la loro religione non è basata su ragioni filosofiche o ideologiche (V,3), ma sull'insegnamento del Signore, che è una parola ontologica che trasfigura il mondo. I cristiani sono l'anima del mondo, “reggono il mondo”, sostengono il mondo (VI,3). Sono cioè il “piccolo impasto” (cfr. Cor. 5,6), che operano silenziosamente nel corpo dell'umanità, lo ispirano, lo vivificano e lo trasformano con amore. Questo compito è dato loro da Dio stesso (VI,10), e dimostra che i cristiani non solo non costituiscono un pericolo per il mondo, ma che la loro presenza e il loro agire affermano la volontà di Dio di proteggere il mondo che Lui stesso ha creato. In effetti, un cristiano degno di questo nome, da discepolo degli apostoli diventa a sua volta un maestro delle nazioni, al fine di far risplendere in tutto il mondo la luce della verità e il messaggio di amore del Signore (XI,1).

La relazione tra i cristiani e la loro patria e le sue leggi: I cristiani amano la loro patria, ma non idolatrano la nazione, sentendo in tutto il mondo la presenza di Dio (V,5). Essi risiedono sia in patria sia in quelle città in cui la vita li ha condotti, ma, al di là di ogni forma di nazionalismo (cfr. Gal. 3,28), vivono tutto il mondo come la loro patria e credono fermamente di essere abitanti provvisori del mondo, essendo la loro patria incorruttibile il cielo stesso (V,4-5; VI,8. Cfr. Fil. 3,20; Eb. 13.14). Vivono tutto alla luce del cielo, che è il Regno di Dio e tutti i loro interessi terreni, in qualsiasi area della loro vita, vengono visti sempre alla luce del loro interesse celeste, cioè la loro partecipazione nella gloria di Dio. Alcuni decenni più tardi San Giovanni Crisostomo proclamerà: “Non ti sei accorto che questa vita è una abitazione provvisoria? … Non sei cittadino, ma viandante e itinerante. Non hai nessuna patria. La vera patria sta su. Le cose presenti sono una via. Questa vita è un ostello” (PG. 52.401). I Cristiani partecipano alle attività comuni nelle città in cui risiedono, se però il luogo in cui risiedono non è ostile verso la loro fede. Quindi sopportano la vita pubblica come un martirio, “tutto sopportando come stranieri” (V,5). Inoltre - e questo è essenziale per i governanti di una città o di uno Stato – i cristiani vivono nella massima legalità, affinché con la loro migliore obbedienza superino le leggi dello Stato, che allora si dimostrano  superflue, in quanto non vi sono delinquenti. E quale uomo politico non vorrebbe cittadini di questo genere, come anche una religione il cui insegnamento produce dei cittadini che si rivelano membri di uno Stato ideale,  come era la Kallipoli di Platone, che però è rimasta solo un’utopia?

La relazione tra i cristiani e la società: Rispetto ai non battezzati i  cristiani non differiscono per dati etnografici (lingua, costumi, stile di vita, luogo di abitazione, alimentazione), e non costituiscono un gruppo sociale indipendente (V,1-2). Sono a favore dell'istituzione familiare e rispettano la vita dei propri figli (V,6). Non frodano il prossimo, non si arricchiscono a scapito degli altri e non sono attaccati ai beni materiali (X,5). Cercano di vivere in modo spirituale, senza tuttavia esibire la loro pietà (V,8; VI,4). Anche se non hanno uno spirito mondano, tuttavia hanno una vita sociale, ma non ostentata, si divertono con prudenza e correttezza, e respingono i piaceri e per questo la gente del mondo li detesta (V,2,7; VI,3,5). Una volta che il cristiano comprende il piano della Divina Provvidenza e il rapporto d'amore tra Dio e l'uomo che può essere generato da esso, comincia ad amare il suo Creatore. Amando Dio, l'uomo diventa imitatore Suo e della Sua bontà (X,1-4). Siccome Dio è un Dio di amore per l'uomo, e l'amore di un uomo verso il suo prossimo rende l'uomo simile a Dio, il cristiano è imitatore di Dio e diventa colui che “porta i pesi del prossimo, benefica i deboli, dona a chi ne ha bisogno ciò che Dio gli ha fornito e diventa il dio di quanti ricevono” (X,6). I cristiani, poi, “amano tutti” (V,11), anche i loro persecutori (VI,6), anzi, se sono perseguitati per la loro religione, reagiscono con fede ed esultanza, dimostrando così in pratica l'esistenza di Dio (V, 11-17. Cfr. Ebr. 11,33 – 12,2).

 

Rispondendo alla nostra prima domanda, si presentano nuove domande, legate alla nostra epoca e al posto che il cristianesimo ha nella nostra società. Possiamo ancora noi cristiani tornare a questo stato originario come i primi cristiani? È possibile per noi cristiani, come minoranza, essere di nuovo un punto di riferimento per la società? In che modo? La profonda ed efficace evangelizzazione delle nazioni sembra l'unica risposta e l'unica soluzione al fenomeno della scristianizzazione della società. La Chiesa, lontano da qualsiasi impegno secolare, dovrebbe iniziare una lotta di catechesi, una “crociata di catechesi”, essenziale per l'uomo, alla riscoperta della nostra identità come una “nuova creazione” nella società. Per richiamare le parole del grande teologo russo p. Giorgio Florovsky, “il cristianesimo è entrato nella storia come un nuovo ordine sociale, come nuova dimensione sociale” e quindi “il cristianesimo agli inizi non era un dogma, ma una comunità”! La Chiesa deve proporre all’uomo di scegliere lo stile di vita, l'etica e i valori che provengono dal Vangelo, specialmente quelli di cui il mondo ha bisogno oggi, cioè la verità, l'amore e la giustizia e viverli e testimoniarli nella società con il proprio esempio. Così i nostri cristiani, non dimenticando che “un  po' di lievito fa fermentare tutta la pasta” (I Cor. 5,6), diventeranno ancora una volta "luce del mondo” e “il sale della terra”, così che quanti sono lontani da Dio vedano le loro “buone opere e glorifichino il Padre loro che sta nei cieli” (Cfr. Mt. 5,13-14,16).

 

 


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i santi di oggi 21-07-2018

San Simeone di Emesa, pazzo per Cristo; San Giovanni; I Santi tre martiri di Melitene; Santi Giusto e Matteo, martiri; San Eugenio, martire; Santi Teodoro e Giorgio, martiri; Santi Teofilo e Trofimo e i loro compagni, martiri; San Partenio, vescovo.

i santi di domani 22-07-2018

Santa Maria Maddalena; Santa Marcella di Chio, martire.

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