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Essere cristiani come minoranza in un contesto post-cristiano

 Discorso durante l'Incontro tra Presbiteri, organizzato dall'Arcidiocesi Ortodossa d'Italia e Malta e l'Arcidiocesi R.Cattolica di Milano
(28-30 gennaio 2015)

Don Alberto Cozzi




 

Una delle nuove frontiere presso le quali l’ecumenismo di base, inteso come esperienza vissuta, potrà trovare ampi spazi di crescita è sicuramente la condivisione della diagnosi sulla situazione umana e culturale in cui oggi viene trasmessa e comunicata la fede. Diventa importante sia ascoltare con stima e rispetto la percezione che altre confessioni cristiane hanno della condizione umana attuale, con le possibilità e le resistenze della coscienza delle persone di fronte all’esperienza religiosa, sia condividere le strategie pastorali per rispondere alle sfide che si presentano nella trasmissione della fede e nella comunicazione del Vangelo.

Come semplice contributo a questo scambio di preoccupazioni pastorali ed evangelizzatrici, proponiamo alcune considerazione sui due termini chiave del titolo assegnato, ovvero l’idea di «minoranza» e il concetto di «post-cristiano».

 

1. Essere cristiani oggi in una condizione di minoranza

 

Occorre chiedersi se la condizione di minoranza vada intesa come sconfitta, fallimento, decadenza oppure come un dato teologico, ossia come qualcosa che rimanda all’agire di Dio nella storia. Se letta in questa seconda prospettiva, la condizione di minoranza può essere intesa a partire dalla nozione biblica di «resto d’Israele». Il tema è ampiamente presente nella letteratura profetica, laddove il giudizio del Dio fedele chiede al popolo una conversione per continuare ad esistere come popolo di Dio, segno della sua elezione e benevolenza, luce delle nazioni (Amos 5,15; 9,8-10; Isaia 1,25-28; 4,3-4; 6,3; 7,9; 8,16-18, 10,20-21; Michea 4,7; 5,6-8; Geremia 40,11; 42,15; 44,12).

 

1.1. Il «resto salvato» in Paolo. Data la vastità del tema e delle sue riletture profetiche e storico-salvifiche, ci limitiamo a leggere due passi di Paolo, presi dai complessi capitoli 9-11 della lettera ai Romani. In questa sezione, l’apostolo delle genti ragiona sul destino del popolo eletto, Israele, che non ha accolto l’annuncio del Vangelo se non in una piccola minoranza. Che ne è delle promesse di Dio? Cosa pensare dell’efficacia della sua grazia?

Una prima ricorrenza del termine si trova in Rm 9,27-28, dove si cita esplicitamente Is 10,22-23:

 

Se anche il numero dei figli di Israele fosse come la sabbia del mare,

solo il resto sarà salvato;

perché con pienezza e rapidità il Signore compirà la sua parola sulla terra.

 

Il contesto del capitolo 9 sta cercando di interpretare il fatto che la maggioranza di Israele non ha accolto il Vangelo di Gesù Risorto quale compimento delle promesse di Dio. Eppure proprio a Israele appartengono le promesse, l’elezione, le alleanze, la legislazione… Di fronte a questo fallimento scandaloso, Paolo ci ricorda che il rapporto tra promessa di Dio e compimento non è garantito dall’agire umano, dalle possibilità delle opere dell’uomo (la carne), quanto invece dalla grazia di Dio, che a volte fa percorsi strani, come nella predilezione del minore o secondogenito rispetto al primogenito (Giacobbe ed Esaù). In questa logica di grazia, custodita dalla fede e non dalla legge, Paolo riprende la citazione di Isaia, in cui si stabilisce un chiaro nesso tra un resto salvato e l’efficacia piena e rapida dell’agire salvifico di Dio. Quindi la pienezza dell’azione divina di salvezza, che realizza la sua Parola, non va legata a una logica di maggioranza: «con pienezza e rapidità il Signore compirà la sua Parola» proprio salvando «un resto». L’azione di Dio è efficace e fedele non per i grandi numeri. È forse la logica della carne e non della grazia che cerca l’efficacia dell’azione divina nella maggioranza.

 

Il capitolo 10 fa una sorta di pausa per precisare che l’apparente fallimento di Dio non può essere legato alla difficoltà della Parola del Signore: non si tratta infatti di verità nascoste nei cieli o sepolte negli inferire, ma di un annuncio che è posto sulla bocca e nel cuore di chi crede (Rm 10,8-10).

 

Quindi, nel capitolo 11, ricompare il tema del «resto salvato» in una citazione dell’episodio di Elia sul monte. Riprendendo il dialogo mistico del profeta con Dio, Paolo fa notare l’errore di Elia nel ritenersi l’unico superstite del popolo fedele, che crede in JHWH:

 

Che cosa gli risponde però la voce divina? Mi sono riservato settemila uomini, che non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal. Così anche nel tempo presente vi è un resto, secondo una scelta fatta per grazia (Rm 11,4-5).

 

Dio mantiene la sua promessa e si prepara un popolo santo e puro, lavorando discretamente nei cuori delle persone. Anche qui non è questione di grandi numeri né tanto meno di maggioranze o minoranze. È questione di cuore e fedeltà interiore. Nei versetti successivi, Paolo cerca di spiegare la strana strategia di Dio: ha lasciato inciampare Israele, ha lasciato cadere il popolo eletto per creare uno spazio all’annuncio del Vangelo salvifico alle genti; lo ha fatto però non per abbandonare il suo popolo, quanto piuttosto per farlo ingelosire e provocarlo al ritorno, in una nuova logica di fede. È nota, per la sua forza, la domanda retorica che risuona a questo punto:

 

Ora io dico: forse inciamparono per cadere per sempre? Certamente no! Ma a causa della loro caduta la salvezza è giunta alle genti, per suscitare la loro gelosia. Se la loro caduta è stata ricchezza per il mondo e il loro fallimento ricchezza per le genti, quanto più la loro totalità! (Rm 11,11-12)

 

La conclusione di questo ragionamento assume la forma di un grido di speranza, che apre lo sguardo addirittura sul destino di risurrezione:

 

Se infatti il loro essere rifiutati è stata una riconciliazione del mondo, che cosa sarà la loro riammissione se non una vita dai morti? (Rm 11,15).

 

Il compimento, per grazia, dell’azione di Dio spiazza le attese dell’uomo “secondo la carne”, rimanda alla fedeltà imprevedibile ma sicura ed efficace di Dio e mantiene aperta la speranza nel compimento futuro in una vita nuova, quella che rigenera ciò che sembra perduto al di là della morte. L’agire di Dio non si affida alle masse, ai grandi numeri, ma alle vie dell’interiorità che rimandano alla grazia divina. Ciò che c’è in gioco è una «vita dalla morte», qualcosa di inaudito, che sta al di là dei calcoli e delle possibilità mondane e ci raggiunge nei cuori di chi crede.

 

1.2. Pienezza e limite in «Evangelii Gaudium». Il curioso nesso tra pienezza della parola di Dio ed esperienza del limite, che emerge dalla citazione di Isaia 10,22s in Romani 9, Richiama alla nostra attenzione una profonda pagina di papa Francesco, nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium. Leggiamo al numero 222, dove si sta affrontando il tema della società civile a servizio del bene comune:

 

Vi è una tensione bipolare tra la pienezza e il limite. La pienezza provoca la volontà di possedere tutto e il limite è la parete che ci si pone davanti. Il “tempo”, considerato in senso ampio, fa riferimento alla pienezza come espressione dell’orizzonte che ci si apre dinanzi, e il momento è espressione del limite che si vive in uno spazio circoscritto. I cittadini vivono in tensione tra la congiuntura del momento e la luce del tempo, dell’orizzonte più grande, dell’utopia che ci apre al futuro come causa finale che attrae. Da qui emerge un primo principio per progredire nella costruzione di un popolo: il tempo è superiore allo spazio.

 

Traducendo questa intuizione all’interno del nostro percorso ci pare di potere raccogliere la seguente tentazione: la tensione tra la pienezza del dono di Dio e la limitatezza delle sue realizzazioni storiche, porta molti ad assumere una logica spaziale: tanti o pochi, estesi o limitati… È una logica che rimanda a dinamiche di occupazione di spazi e quindi ultimamente a una logica di potere: quanti siamo? Dove siamo? Abbiamo in mano postazioni strategiche? Quanto contiamo? Una simile logica, però, non corrisponde a quella dell’azione divina di grazia. Qui è una questione di cuore e di fedeltà. Quante volte anche nella Chiesa – possiamo dirlo onestamente – si usano logiche di potere: chi è maggioranza? Chi conta di più? Chi ha più potere e risorse? È una logia spaziale e quantitativa che non corrisponde al modo di agire di Dio. Qui si tratta di fermento, di qualità di esperienza della grazia, di interiorità.

Papa Francesco, nel numero successivo (223), raccomanda di superare simili tentazioni curando «processi di formazione di un popolo nuovo». Si tratta di un tipo di azione più sensibile alla logica del tempo che dello spazio e quindi disponibile a immaginare percorsi sulla lunga distanza, a lunga scadenza: si tratta di creare processi che formino una coscienza nuova di popolo, fecondando la pasta di un’umanità nuova:

 

Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo. Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi. Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. Significa cristallizzare e pretendere di fermarli. Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che possedere spazi… Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e che coinvolgono nuove persone e gruppi che le porteranno avanti…

 

I «tempi dei processi» indicano la sfida di un cristianesimo di minoranza, che non è ossessionato dai numeri e dagli spazi, bensì preoccupato dei dinamismi di vita nuove immessi nel tempo. Ma il tempo è solo di Dio e della sua grazia.

 

2. Il contesto culturale «post-cristiano»

 

L’idea di una grazia di Dio che realizza in pienezza la sua parola spiazzando le attese o pretese dell’uomo e attivando processi di formazione di un popolo nuovo che cammina nella storia verso un compimento futuro che sarà vita nuova risorta, ci può aiutare a interpretare il senso di quest’epoca «post-cristiana». Soffermiamoci sul termine. Nella radice del termine occorre forse cogliere quest’azione di grazia che spiazza e chiede percorsi nuovi, processi di formazione di un popolo nuovo. In effetti, il prefisso “post” può essere inteso diversamente.

 

2.1. Può significare «al di là» del cristianesimo, in senso polemico ossia come superamento del cristianesimo da parte di una cultura nuova, illuminata e scientifica, che ha reso vecchio il mondo cristiano o inattuale. In questo senso, ossia come superamento polemico, si muovono le varie diagnosi sulla secolarizzazione e laicizzazione della cultura e della società moderna. «Progresso» significherebbe, per costoro, superamento della religione e della fede. Di fatto, però, il bisogno religioso non è stato superato e annullato, tutt’altro. Vi sono molti segni della sua permanenza. Quindi il termine «post-cristiano» non può significare un superamento che chiude il cristianesimo nel passato. Indica invece una condizione nuova in cui i cristiani devono fare i conti con gruppi di persone che ritengono di essere ormai al di là del cristianesimo, eppure sono impegnate ancora a dialogare con la sua massiccia presenza nel mondo. Ciò significa per i cristiani che nel contesto post-cristiano devono tenere aperto un confronto cordiale con chi li vuole superare o intende mostrare la loro inutilità. La fede è chiamata a confrontarsi con l’ateismo e il secolarismo, in modo nuovo. Tutto questo crea una situazione di notevole tensione, quasi di conflitto tra fede e cultura, esperienza religiosa e dinamiche di secolarizzazione. Si tratta di tensioni che si scontrano nel cuore degli stessi credenti, nei loro stili di vita e non solo tra gruppi sociali diversi. Ma tutto ciò rilancia in maniera più drammatica la questione dell’identità: chi è il credente oggi? Cosa lo caratterizza? Quali i suoi beni propri? Qual è il valore aggiunto della fede nell’esperienza di vita? In questa tensione emerge la sfida delle società laiche a creare condizioni tali per cui per cui una persona di fede non debba rinunciare a qualcosa della propria fede per essere pienamente cittadino di questo mondo e viceversa non ci si debba sentire meno cittadini perché credenti (sul posto di lavoro, nei ritmi delle feste, nella possibilità di incontrarsi e pregare, nella vita culturale…).

 

2.2. In seconda battuta il “post” potrebbe indicare un «dopo l’era cristiana», nel senso di un suo frutto ovvero di una trasformazione inscritta nel suo processo di crescita. In tal senso molti vedono nella situazione attuale un frutto maturo di quei valori e di quelle istanze antropologiche che sono al cuore del cristianesimo: la scoperta della dignità della persona umana, l’inviolabilità dei suoi diritti di creatura amata in modo speciale da Dio, il suo dominio sul creato, la sua sete di pace e giustizia… A questo livello la sfida del mondo post-cristiano assume talvolta la forma di una rivendicazione polemica: la cultura laica post-cristiana ritiene di aver realizzato le istanze autentiche del Vangelo più e meglio di quanto riescono a fare le Chiese tradizionali, prigioniere talvolta di regolamenti, burocrazie, dinamiche di potere e vecchi schemi, che rendono impossibile l’apertura piena alle nuove condizioni di vita. Il sospetto è che nella sua forma storica attuale la fede non riesca ad abitare il mondo complesso di oggi in modo pieno ed adeguato. Un esempio di questo sospetto si trova nelle istanze, soprattutto tipiche del mondo riformato, di «inter-confessionalità» o «trans-confessionalità»: in società pluraliste e complesse la fede non può essere vissuta in base agli schemi e alle divisioni ereditati dalla storia, dalle dispute confessionali del passato, che oggi risultano a molti incomprensibili. Si dovrebbe re-inventare il modo di pensare e vivere la fede, in modalità più adeguate al modo di vivere post-moderno. La sfida, a questo livello, non è da poco. Pone una domanda vera e urgente: quanto la tradizione da cui riceviamo la fede e in cui ci identifichiamo, aiuta veramente ad abitare la realtà di oggi, a dare il giusto senso alle relazioni tra persone di differenti fedi e religioni, a creare comunione nella carità? Quale preparazione è richiesta al cristiano perché riesca a interpretare il mondo utilizzando i tesori della sua tradizione confessionale?

 

2.3. Un terzo significato del “post”, vicino al secondo, mette in gioco l’idea di un «altrove rispetto al cristianesimo». «Altrove» significa ad esempio che la scena religiosa rimane aperta, poiché l’uomo ha bisogno del mistero, della fede, della trascendenza. Ma tale scena sarebbe dislocata altrove rispetto al cristianesimo tradizionale: lo stesso vale per l’esperienza del sacro, il bisogno di spiritualità e quant’altro. In questa dislocazione della domanda di senso, il cristianesimo deve con umiltà rispiegare le sue buone ragioni, il «perché» possa ancora considerarsi un modo originale ed efficace di realizzazione della vocazione spirituale dell’uomo. In sostanza, l’impressione complessiva che si ricava è quella di uno spaesamento, di un essere spiazzati o dislocati altrove: è dislocato il funzionamento della società e della cultura e quindi i processi e i modi di trasmissione della fede; è dislocato il luogo di apprezzamento della verità evangelica e quindi del ruolo dei credenti nella società; è dislocato il modo di strutturazione della propria identità.

 

2.4. In questo quadro di “déplacement” del cristianesimo (non solo esterno ma anzitutto interno, ovvero quanto al suo funzionamento nelle coscienze e nelle relazioni comunitarie), la sfida dell’essere cristiani oggi non è da poco. Le tre possibili interpretazioni del “post-cristiano” ci aiutano a identificare come segue le dimensioni della sfida: si tratta di rigenerare un’identità (non più scontata e pacifica) rileggendo la propria tradizione (in quegli elementi strutturali utili oggi) in dialogo con la cultura attuale e le sue pretese (senza conflittualità o disprezzo).

L’attenzione principale va posta sul dialogo con la cultura attuale, che pone domande a cui si deve rispondere mostrando la ricchezza di senso inscritta nella tradizione da cui si proviene e in cui si vuole inserire il credente. È importante, a questo livello, che si raccolga la sfida a verificare se e in che misura la fede è in grado di leggere il mondo attuale e di dare senso alle esperienze fondamentali dell’uomo nel contesto attuale (senso dell’amore, della fatica, della vita e della morte, dell’educazione…).

In tale dialogo non si deve però perdere di vista la ricchezza della propria tradizione, cercando sempre di mostrare come questa aiuti ancora a interpretare le domande del contesto attuale, rileggendole alla luce dell’esigenza di verità a cui i nostri padri hanno cercato di rispondere. Una comunità di tradizione non insegna solo delle cose da fare o da dire, ma nelle pratiche e nelle dottrine che trasmette vuole far sentire ai giovani come e in che senso i padri, proprio in quelle pratiche e dottrine, hanno corrisposto all’esigenza di verità inscritta nel Vangelo di Gesù Cristo. E questo sforzo di corrispondere all’esigenza evangelica di verità ha aperto spazi di vita inattesi e dinamiche di comunione piene di senso e affetto giusto. Così le nuove generazioni scoprono che non devono solo ripetere cose note, ma piuttosto sono chiamati a riprendere e ascoltare, proprio in quelle pratiche e dottrine, l’esigenza di verità che ha strutturato il mondo dei padri, permettendogli di costruire un certo stile di vita e una determinata visione della realtà.

È proprio la capacità di riattivare nella tradizione questa esigenza di verità che permette al credente di con-costituirsi come soggetto di esperienza, assumendo un’identità. Diventerà, così, un credente del 2000, capace di corrispondere all’esigenza di verità evangelica in dialogo col suo tempo. Tale identità è quella dei «figli di Dio», che portano l’immagine del Creatore, inscrivendola in dinamiche di comunione e di trasfigurazione del creato, della natura ma anche del dolore e della sofferenza, alla luce di una speranza più grande, immensa, in cui «geme lo Spirito» della vita nuova (Romani 8).

 

Rigenerare un’identità, rileggendo una tradizione ricca in dialogo con la cultura. Sono le dimensioni della sfida per i cristiani di oggi. Ma forse sono la sfida che ha appassionato i cristiani di ogni tempo.

 

 

 


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Santi di oggi

i santi di oggi 15-11-2019

Inizio del digiuno di Natale; Santi Guria, Samonas, Habib, neomartire; San Quinziano, vescovo di Seleucia, confessore; Santi Elpidio, Marcello, Eustochio, martiri; San Demetrio martire; San Tommaso II, patriarca di Costantinopoli.

i santi di domani 16-11-2019

San Matteo, apostolo ed Evangelista;

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