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SAN GIOVANNI EVANGELISTA E LA SUA MISTICA MISTAGOGIA PASTORALE – TEOLOGICA

Documento di Sua Em.nza il Metropolita

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SAN GIOVANNI EVANGELISTA

E LA SUA MISTICA MISTAGOGIA PASTORALE – TEOLOGICA-

di Sua Eminenza Reverendissima il Metropolita Gennadios,

Arcivescovo Ortodosso d’Italia e Malta

 

 

1 maggio Matteo; 13,54-58

Gesù Cristo chiama sua patria Nazareth; non solo è la patria di sua madre, ma anche perché è la città che Egli ha vissuto durante la sua attività pubblica.

Gli abitanti di questa città non possono negare la chiarezza, la profondità e la potenza spirituale della sua parola. Origene scrive che "tutto quello che Cristo ha insegnato nella Sinagoga non era scritto dagli evangelisti; tutti hanno ammirato tutto che è stato detto, perché, senz'altro, era superiore alla Scrittura".

L’ammirazione della sua dottrina e dei suoi miracoli, le sue opere in genere guidano l’uomo nella fede verso Dio. Succede il contrario, cioè i suoi nemici certo non negano tutto però non hanno il coraggio di  dire che lui fa i miracoli nel nome di Belzebù, in sostanza non vogliono riconoscere la sua origine divina.

Sono, in verità, ingrati e ignoranti, perché vogliono disprezzarlo; dicevano che “lui è di professione muratore”. Altri basandosi sulla sua dottrina, in cui usa molte immagini ispirate al lavoro muratore seguono la mentalità di quelli freddi nella fede: “lui non è il figlio del povero muratore?”. Secondo San Giovanni Crisostomo, che eccellentemente  approfondisce questo punto, scrive: “infatti anche Davide era figlio di un povero agricoltore, di Jesse, come anche Amos ... anzi Mosè, il legislatore, suo padre era molto povero”.

La negazione della divinità di Gesù Cristo da parte del popolo infedele diventa più sentita e viva con la presenza dei fratelli di Cristo.

Giacomo, Jossif, Simone e Giuda, figli di Giuseppe, nati da un’altra donna. Era impossibile credere in lui, da una parte la gelosia e l’invidia, e dall’altra i pensieri maligni del popolo infedele non glorifica Dio, al contrario disprezza Dio, invidia Dio, odia Dio. La calunnia, l’invidia, l’odio, è “afilia”, è disprezzo e bestemmia verso il tuo fratello che è “immagine”  di Dio. E’ svuotamento abusivo dell’amore e del rispetto verso il suo vicino, cause che guidano alla negazione di Dio. La preghiera, la metanoia, e la comunione del Corpo e del Sangue di Cristo portano alla nostra guarigione spirituale e l’unità con Gesù Cristo.

Conclusione: amare significa amare anche il tuo fratello; pregare significa adorare Dio; e la fede che si crea rende l’uomo veramente fedele e potente, in grado di superare ogni difficoltà, ogni ostacolo e ogni passione. Lo unisce con il suo Padre Dio e con il suo salvatore Gesù Cristo che ha inviato nel mondo lo Spirito Santo per illuminare l’uomo e guidarlo nella vita eterna, nel Regno dei Cieli.

 

2 maggio 2014  Giov. 6, 1-15

Gesù Cristo è venuto nel mondo per salvare l’uomo: vivere con esso era necessario.

I tempi e i luoghi, la situazione e le condizioni dell’epoca di Cristo, erano caratterizzati per la loro infedeltà e superbia, per la loro gelosia ed invidia, ed in generale per la loro «afilia», per la loro immoralità, pericolosa ed in fine catastrofica, proveniente da un zelo carnale.

San Giovanni Evangelista fa vedere tre importanti punti della vita di Gesù Cristo:

I°: il miracolo della moltiplicazione dei pani, II°: la preghiera, e il III°: la festa di Pasqua.

La grande testimonianza messianica dei giudei è una verità incontestabile, però Gesù Cristo non dà soddisfazione e speranze al popolo che vuole proclamarlo re; non dà risposta positiva, perciò l’abbandonano. Dall’altro lato molti gruppi vengono a vedere Cristo, incontrarlo, ascoltare la sua parola e pregare con lui.

E’ verità indiscutibile che Gesù Cristo non soltanto nutrisce le loro anime con la sua parola, ma anche i loro corpi con prezioso cibo, mostrando così che il nostro corpo appartiene al nostro Signore.

Alcuni domandano: quando è stato fatto il miracolo della moltiplicazione dei pani? La risposta è semplice, facile: dopo che ha visto Cristo la disperazione e l’incomprensione dei suoi discepoli. San Giovanni Crisostomo, il padre dell’amore e del dialogo spiega con maestria: per “dimostrare la potenza di Dio”.

La benedizione è importantissima, abbiamo con essa la preghiera del ringraziamento, e, come scrive il padre della riconciliazione e carità Giovanni Crisostomo, dobbiamo “prima di prendere il cibo, ringraziare Dio”. Lo stesso dichiara San Cirillo d’Alessandria: “Ogni cibo viene benedetto dalla parola di Dio e la preghiera”.

Il terzo punto, la festa di Pasqua che si celebra e vive Gesù Cristo, è la penultima della sua vita.

Vuole, senza dubbio, ammaestrare i suoi discepoli a vivere la vera testimonianza messianica e non la falsa dei giudei, e come afferma San Theofilaktos: “il Typos non esisterà più, viene la verità”.

Conclusione: La fede salva l’uomo, Gesù Cristo è l’unico salvatore; il suo regno, come afferma Sant’Agostino “sarà rivelato quando la gloria dei suoi santi sarà rivelata, cioè dopo il suo giudizio”.

Sono messaggi divini, indispensabili per la nostra vita: conoscere, intendere e credere Gesù Cristo come Dio è unico Signore.

 

3 maggio Giovanni; 14,6-14

Gesù Cristo è la vita eterna perché con il Suo sangue è entrato nei Santi (Eb 9,12) e per mezzo di lui entriamo anche noi. La sua dottrina e il suo esempio ci assicura la felicità e la beatitudine. Gesù Cristo ristabilisce e protegge la comunione tra cielo e terra. In tal modo diviene realmente la via: “io sono la via”, come anche la Verità e la Vita. Con la prima realtà dimostra che Dio si è rivelato nella sua sostanza, cioè nel suo amore e nella sua Santità, mentre con la seconda realtà dimostra che la vita è Dio che si trasmette nell’anima, portando in essa forza e perfetta beatitudine: ”nessuno vedrà-vivrà-diventerà partecipe della divina natura soltanto per mezzo di Cristo”, scrive San Cirillo di Alessandria.

E’ verità incontestabile che non possiamo avvicinare Dio con libertà e coraggio senza la nostra fede sul sacrificio di Cristo Egli è il nostro Mediatore verso il cielo.

Infatti conoscendo il Figlio nella sostanza si conosce il Padre, “omoussios” (consustanziale) “della stessa sostanza, dunque, il Figlio con il Padre”, afferma il grande San Basilio. Della gloria che avete visto, come anche dalla dottrina che avete ascoltato da me, sarebbe conosciuto da voi anche il mio Padre. E’ noto anche questo: la rivelazione del Padre non fu piena fino a che Gesù si è allontanato da loro, e la sua presenza non era visibile. Secondo l’irripetibile mite e sapiente Giovanni Crisostomo: “dopo essere venuto, lo Spirito ha donato-costruito-la conoscenza”. Malgrado tutto questo Filippo, secondo Cirillo di Alessandria, vuole avere la grazia e la dignità, vedere Dio e Padre; desideroso, forse di avere una Teofania; non comprende ancora tutta la dottrina del suo mistero però esprime una grande verità: dichiara che la soddisfazione e la felicità dell’anima consiste nella vista e nel godimento di Dio. Noi però conoscendo Dio per mezzo della verità che ci ha insegnato Cristo e vivendo la nostra comunione con lui e tramite la nuova vita, che Cristo, con la grazia dello Spirito Santo ci ha trasmesso , vediamo già da questa vita, interiormente Dio. Senz’altro questo desiderio di Filippo è ingiustificato, perciò Cristo lo rimprovera con bontà e serenità. Ricordiamo che nel primo giorno quando è venuto a Cristo, ha dichiarato a Natanaele che Gesù era il Messia; da molto tempo  era discepolo di Cristo; ingiustificatamente non ha conosciuto i detti del suo maestro. L’uomo che gode più beni, la benedizione e la grazia di Dio ha una grande responsabilità di fronte a Dio.

Sono passati tanti secoli da quando il Signore si è incarnato e l’umanità non conosce ancora la verità della salvezza dell’uomo; Gesù Cristo ha dato il suo sangue sulla croce, fondando la sua Chiesa. E’ il nostro Salvatore  si lamenta perché invano insegna e aiuta a dominare nel mondo il suo amore. I dubbi riguardo Cristo e i pensieri negativi, l’ignoranza e le altre preoccupazioni di Filippo e degli altri discepoli, come anche del popolo, costituiscono l’infedeltà di quell’epoca, avendosi una diversa opinione relativa alla sua missione e la sua posizione di fronte al Padre. Degno di menzione è il detto di Giovanni Crisostomo: “chi conosce la mia sostanza conosce anche quella del Padre”. San Basilio il grande sottolinea: “tutto ciò che è del Padre lo vediamo anche nel Figlio e tutto quello che è del Figlio è del padre poiché anche tutto quello che è del Figlio rimane nel Padre”. Il nostro Signore non si ferma, non cessa di ammaestrare i suoi discepoli con amore e pazienza per trasmettere la vera conoscenza sulla sua persona e la sua missione pubblica sulla terra. I suoi miracoli sono per i non credenti una testimonianza viva della sua Divinità e determinano la sua vera posizione. Gli Apostoli tranquillizzati dal loro Maestro, operano miracoli nel nome di Cristo, con la loro fede in Lui; con il suo cammino verso suo Padre potrà promettere che di là manderà a loro il Paracleto, lo Spirito Santo di cui saranno rivestiti con potenza (Atti 1,8).

La partenza è certo che non significa abbandono delle loro necessità, parte per aiutarli nei loro problemi; la comunione tra Cristo e gli Apostoli continua per mezzo della preghiera.

“Cristo significa Re e Gesù significa Salvatore. Nessun’altro ci salverà che soltanto il Re Salvatore, di conseguenza ogni cosa che chiediamo  che è in contraddizione con l’interesse della salvezza non chiediamo questo nel nome del Salvatore”, scrive Agostino.

Conclusione: la preghiera indirizzata al Padre si indirizza anche al Figlio, meta di tutto è la gloria di Dio. Cirillo di Alessandria afferma: “quando si glorifica il nato, sarà glorificato in esso anche Colui da cui è nato”.

Abbiamo una unità vera e mistica tra il Padre e il Figlio. E’ questa unità divina ci aiuta a capire ogni cosa che chiediamo da Dio Padre, e sulla base della rivelazione sarà data a noi con immenso amore e misericordia da parte del nostro Signore e Redentore.

4 maggio Luca 24,13-35

Questo racconto dell’Evangelista Luca è uno dei più bei tesori di spiritualità che ci ha conservato. E’ vero che lui ha avuto questa informazione tramite uno dei due discepoli che insieme camminavano verso Emmaus.

Cleopa e Luca , o Kleopa e Simon è uno di loro che ha mandato informazioni a Luca.

I discepoli di Cristo sono insieme e parlano sulla croce, la morte e la resurrezione, tre capitoli importantissimi per la nostra vita presente e futura. E’ un incontro per loro meraviglioso e degno, che rinnova la memoria, riscalda le pie disposizioni e promuove i pensieri, le loro iniziative e premure, per una missione attiva e fruttuosa. I discepoli, purtroppo , prevenuti, non pensavano che era possibile vedere Gesù Cristo, il quale per loro era morto. Tutto si risolve, grazie al suo carisma che è un vero educatore. Gesù Cristo, malgrado si trovi in una situazione di gloria ed elevazione, pensa i suoi discepoli, incoraggia e rafforza la loro attenzione, consolando ed aiutando alle loro afflizioni e dolori. Essi non gioiscono per l’attenzione, la cura e l’aiuto che Cristo da ad essi; la loro fede non è forte e di conseguenza non può aiutarli; sono tristi perché hanno perso il loro maestro, non credono che Cristo è risorto; sono però insieme, esiste tra di loro una vera unità che cresce ogni giorno e così si consolano tra di loro.

Cristo visita la sua Chiesa, la quale pensano purtroppo che è una istituzione umana; viene ad essi per mezzo delle scritture, le quali considerano diverse dagli altri scritti umani; viene verso loro tramite i sacramenti in cui si nasconde la grazia invisibile. Gesù Cristo indirizza a loro domande, come è successo ai suoi due discepoli, perché vuole trascorrere il tempo spiritualmente con la loro malinconia e trasmettere ad essi come ha fatto una volta con i suoi discepoli che camminavano verso l’Emmaus. Gesù Cristo scherzerà con loro a causa della loro tristezza che viene provocata dalla confusione del loro intelletto e della loro inquieta coscienza, e ciò perché con questo comportamento li illuminerà su tutti i loro problemi, richieste e difficoltà e donerà l’assoluzione dei peccati. I tempi sono terribili e maligni per i discepoli di Cristo. Egli diventa partecipe alla questione che tanto li disturbava, cioè quella di Cristo Crocifisso. Lo straniero (Cristo) aspettava di essere ammaestrato dai due discepoli di Emmaus i quali erano pronti ad offrire insegnamento allo straniero però è successo il contrario. E’ vero che questo cammino verso Emmaus era una prova; vero anche il seguente: Gesù Cristo si è trovato in questa via per Emmaus non perché volesse recarsi in questo luogo, ma perché desiderava dare ad essi una lezione preziosa sulla dottrina. Gesù Cristo come straniero aspettava dai suoi discepoli l’invito perché ogni straniero-ospite-, che viene invitato per ospitalità è commosso, timido, aspetta sempre l’invito, vivo e sentito nel cuore.

Infatti, chi vuole avere Cristo con sé deve invitarlo sempre, fino a disturbarlo, deve fare come hanno fatto i due discepoli di Emmaus i quali, in verità, l’hanno disturbato, l’hanno costretto ad accettare il loro invito. Allo straniero ignoto hanno dato il primo posto e Gli hanno concesso la benedizione e la frazione del pane.

Con questo pranzo Gesù Cristo insegna che ognuno di noi deve conservare la sua comunione con Dio, ringraziando Dio in ogni pranzo e mangiando il pane quotidiano come se fosse distribuito da Cristo stesso. Lui per mezzo della grazia apre gli occhi dei loro cuori per conoscere le Scritture che lo testimoniano. I cuori di essi sono riscaldati, illuminati e rafforzati dall’amore del Signore; sono convinti riguardo la resurrezione e i credenti, i quali quando si nutrono della parola di Dio, si allontanano dal peccato. L’apertura dei loro occhi e l’apertura delle scritture li aiutano a rigettare i dubbi e le preoccupazioni, certamente non pienamente e perfettamente, ignorando che sono stati spaventati dall’apparizione del Signore. Grazie a questa apparizione i suoi discepoli si incontrano e riferiscono le loro osservazioni come anche la loro esperienza; si trasmettono la verità e reciprocamente diventano partecipi della gioia e della commozione che hanno avvertito in quel tempo della loro comunione spirituale con Cristo.

Conclusione: messaggio diacronico ed eterno che Dio manda a noi: Egli è sempre vicino all’uomo, mai lo abbandona, come ha fatto nel caso dei suoi due discepoli; infatti il nostro vero e unico maestro, non soltanto ci insegna ma anche segue e crea per noi occasioni di resurrezione per aiutare, rafforzare e consolare l’uomo, la sua più amata creatura.

 

5 maggio 2014 Giov., 6, 22-29

La parola, la preghiera e i miracoli di Gesù Cristo costituiscono una parte preziosa ed indispensabile della sua vita.

Il popolo è entusiasta, anzi pieno di gioia perché si trova davanti ad una persona che fa miracoli con i quali dimostra che il regno di Dio, regno d’amore e di eternità, sarà realizzato.

Conosciamo molto bene che ogni cibo materiale è una soddisfazione provisoria. Il manna di Mosè non è stato conservato per sempre, ma al contrario è stato danneggiato con il passar del tempo.

Il popolo, malgrado che ha mangiato molto durante il giorno dl miracolo della moltiplicazione dei pani, continua ad avere fame e vuole del nuovo pane.

San Giovanni Crisostomo conferma con saggezza di non dedicarsi alle cose mondane, anzi scrive: “Io ho nutrito i vostri corpi, ma da oggi dovete chiedere un altro cibo, quello che rimane per sempre, quello che nutre l’anima, voi, invece, desiderate avere un cibo materiale”, voi, purtroppo, insistete di più per il cibo materiale e provvisorio.

Anche San Agostino, con chiarezza scrive: “voi chiedete la grazia della carne, del corpo, e non la grazia dello spirito. Tante persone chiedono da Gesù non una cosa spirituale, ma una beneficenza provvisoria…”. In verità, i miracoli che Gesù faceva erano i segni e il timbro con i quali si confermava la sua missione, la sua opera di amore e del dialogo, di salvezza e di vita eterna.

La fede in cristo, scrive San Theofilaktos “è veramente opera sacra e perfetta, santifica quelli che dimostrano essa. La fede perfetta è la nostra guida verso ad ogni buona opera e la nostra buona opera conserva la nostra fede”. E’ per essere più chiaro, continua  a spiegare, dicendo che la viva fede di San Paolo è la viva opera di San Giacomo. San Giovanni Evangelista conferma che l’opera di Dio consiste in questo messaggio celebre: “affinchè credete” in lui che è stato mandato da Dio Padre.

Conclusione: chiediamo la grazia dello Spirito Santo e non le cose mondane. Seguiamo Gesù Cristo non soltanto per mangiare i pani, ma con amore e fede, pronti a sacrificarsi per la nostra fede di salvezza che ci guida nel regno di Dio, ove c’è la beatitudine e l’eternità.

 

 

6 maggio 2014Giov. 6, 30-35

Grande sorpresa! Quelli che credono richiedono un nuovo miracolo; lo chiedono subito, dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani.

Infatti, l’opera e la missione di Gesù diventa una realtà. Tutti aspettano la sua proclamazione come re. La sua risposta, negativa a questa proclamazione popolare, ferma la volontà del popolo che desidera la ripetizione del miracolo del nutrimento di migliaia di persone e ciò come l’inizio della nuova serie di miracoli con i quali sarebbe presentato come il Messia delle speranze giudaiche.

Cristo, come abbiamo detto più sopra, accetta la proclamazione del popolo giudaico, però crede e richiede dal popolo di sapere e conoscere che lui è “l’inviato da Dio”.

Sottolineiamo ancora che il nutrimento del popolo con manna era un esempio degno di memoria, veramente meraviglioso, che dimostrava la bontà e la potenza di Dio. E sbagliando il popolo propone questo miracolo dei pani per diminuire il valore (del miracolo), sostenendo in questo modo la sua infedeltà.

“Tu hai nutrito migliaia, ma Mosè ha nutrito centinaia di migliaia; tu hai nutrito una volta sola, ma Mosè ha nutrito le sue migliaia per quaranta anni; Tu hai dato cibo dalla terra, invec Mosè ha nutrito il suo popolo con pane celeste”. San Cirillo d’Alessandria così spiega: “Mosè non era lui che ha fatto il miracolo; lui era il servitore di quello che è stato realizzato per il bene del popolo, liberato dalla schiavitù; Dio è donatore di tutti i beni”.

San Giovanni Evangelista, teologo e mistico, mette in evidenza la natura spirituale del pane celeste che è il vero pane. San Giovanni Crisostomo proclama: “Chiama questo pane vero, non per dimostrare che il miracolo del manna è stato realizzato, ma per dimostrare che esso era typos”. Il grande e famoso scrittore ecclesiastico Origene scrive: “Pane vero che nutre il vero uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio”. Sono degne di memoria le parole di Giovanni Crisostomo: “… parla sulla sua divinità, dicendo che “io sono il pane della vita”. Di grande importanza anche le parole di San Isidoro: “Il Signore è stato chiamato “Artos” (pane), perché è diventato per tutti nutrimento di salvezza; è il pane che ha in sé la vita e trasmette la vita”.

Sarebbe una grave mancanza dimenticare le parole di San Cirillo d’Alessandria il quale chiaramente spiega che con queste parole si intende la benedizione durante la Comunione – l’Eucarestia del santo corpo e santo sangue di Cristo.

Conclusione: La comunione aiuta non soltanto dal punto di vista spirituale, ma anche umano, perché il fedele riprende una nuova forza e un coraggio per camminare bene; la sua fame non esiste più, è soddisfatto, felice, e sente nella sua coscienza la pace e serenità; riposa il suo cuore, e ciò perché mangia il pane della vita, che è il corpo e il sangue di Cristo.

 

 

7 maggio 2014       Giov. 6, 35-40

Le necessità spirituali che richiedono soddisfazione e realizzazione si esprimono, secondo i sopraddetti versetti di San Giovanni Evangelista, con una doppia immagine: I° la fame; e II° la sete. Dunque, Cristo non è soltanto il pane della vita, ma anche il donatore dell’acqua viva.

Malgrado che la gente ha visto la sua potenza, manifestata durante la sua vita e la sua opera, non crede in lui; dimostra la sua infedeltà e non dà nessuna importanza alle testimonianze di San Giovanni Battista e a quelle delle sacre Scritture.

Certamente, fra questi infedeli si trovano anche i fedeli.

San Giovanni Crisostomo a proposito dice: “la fede non è una cosa di nulla, però ha bisogno della divina Potenza”.

Infatti, i fedeli sono dono di Dio e solo loro possono andare vicino a lui, avvicinare lui, e come spiega il famoso greco commentatore Zigavinos, “il Padre (Dio) ha dato quelli che la loro volontà è buona”; dall’altro canto, sappiamo molto bene che Cristo è venuto sulla terra come inviato di Dio per salvare l’uomo, è venuto come suo redentore.

Ricordiamo ancora con pietà che la sua missione è glorificare Dio e risuscitare l’uomo, perciò, quando lui è chiamato a sacrificare la sua vita, come uomo, senza dubbio, evita la morte, però sottomette la sua umana volontà alla volontà di Dio. A Gethsemane ha detto: “non come io voglio, ma come tu”. E la volontà di Dio Padre non è soltanto “accettare” e “accogliere” ogni persona che avvicina lui, ma anche aiutarla e proteggerla ad essere a rimanere sana, integra, fino la fine, cioè fino la resurrezione, perché dopo di essa non ci sarà più pericolo per la sua perdita.

San Theofilaktos commenta: “risusciterò loro; cioè li farò degni di vedere la divina (luminosa) resurrezione”.

Abbiamo, allora, una nuova vita di comunione con Dio vivente che ha come fine la resurrezione, la quale conferma l’opera redentrice di Gesù.

E la sua opera non arriverà alla fine, ma, soltanto, quando sarà realizzata, donde le anime e i corpi saranno uniti per essere raccolti in Cristo, e lui, poi, presenterà loro a Dio Padre.

Conclusione: Una vera conclusione, preziosa per la nostra vita danno a noi le sagge parole di San Giovanni Evangelista: vita eterna e resurrezione sono i più valorosi e meravigliosi doni che acquista il fedele, grazie alla sua fede e alla sua volontaria sottomissione alla volontà di Dio.

 

 

8 maggio 2014         Giov. 6, 44-51

Questi celebri versetti di San Giovanni Evangelista, pieni di sostanza spirituale, sono in verità, la parola di Dio.

San Theofilaktos, usando una immagine fa più comprensibile il contenuto dei versetti. Usa il modo naturale per spiegare bene la divina parola; così commenta: “Come il magnete non attira tutte le cose che avvicina, ma soltanto il ferro, così anche Dio avvicina e tocca tutti, però attira soltanto quelli che diventano suoi familiari”.

E’ noto che Dio vuole essere salvati tutti gli uomini per mezzo del suo aiuto e della sua protezione, per mezzo della sua parola nelle Scritture, anzì per mezzo dello Spirito Santo che chiama ognuno di noi”.

Credere in Cristo significa di essere ammaestrati da Dio: è necessario che dentro di noi sia fatta una divina rivelazione, una illuminazione divina che rafforza la nostra fede che è la guida indispensabile per la nostra collaborazione con Cristo. Invece, le altre parole evangeliche “ascoltare”, esprime l’energia di Dio Padre, “imparare” esprime la volontà di quelli che sono indicati da Dio a collaborare con lui, tutte tre parole dimostrano la libertà e la vera istruzione dei familiari di Dio.

San Cirillo d’Alessandria afferma: “Attirare non significa violenza; non è una costrizione…”, dove c’è l’ascolto e l’imparare, lì esiste il bene dell’istruzione, cioè, la fede che proviene non dalla necessità, ma dall’ubbidienza. Chi ha dentro di sé Cristo e vive con lui avrà vita eterna, perché Cristo è il pane della vita. Anche San Giovanni Crisostomo conferma: “Pane della vita chiama se stesso, perché costituisce la nostra vita, questa d’oggi, come anche la futura”, e la nostra unità con Cristo Gesù trasmette la vita eterna.

Sottolineiamo che questo pane è diverso dal manna di Mosè che era un rafforzamento per la vita corporale. Sant’Agostino scrive: “Anche il manna è disceso dal cielo, però il manna era soltanto ombra, invece lui è la verità”. E Giovanni Evangelista, teologo mistico del Verbo di Dio, continua ad illuminare l’uomo, scrivendo in modo umano e divino che “come il Padre ha dato il Figlio, così adesso il Figlio dà la sua carne” (il suo corpo)(Giov.3, 16).

Theofilaktos spiega così: Non ha detto che il pane che io darò è l’antitipo della mia carne, ma ha detto che è la mia carne”, il mio corpo.

Significative sono anche le parole di Cirillo d’Alessandria: “In verità, Cristo ha dato lo stesso corpo per la vita di tutti”.

Conclusione: Questi, simbolici e reali, versetti offrono a noi una meravigliosa testimonianza dell’amore di Dio verso l’uomo. Si realizza un grande mistero di pietà, di carità, di sacrificio, dell’unità e di amore. Con esso ha costituito la sua chiesa e ha dato all’uomo i beni del suo amore, del suo sacrificio sulla croce tramite l’Eucarestia che comunica il fedele con timore, fede e amore. Rimaniamo uniti con Cristo, mangiando il suo corpo e bevendo il suo sangue.

 

 

9 maggio 2014        Giov., 6, 52-59

La gente, e particolarmente, gli infedeli e i nemici di Cristo erano inquieti, preoccupati, ed ansiosi.

La situazione non era pacifica, era molto pericolosa.

Sono stati creati problemi ed incomprensioni a causa dei suoi discorsi. Molti dei suoi seguaci erano preoccupati, anzi lo stesso Nicodemo, secondo San Giovanni Crisostomo “essendo inquieto diceva: è possibile (che) entrare un uomo nel ventre della sua mamma?

E’ vero che tra di loro sono state fatte diverse domande, perché i suoi discorsi erano incomprensibili, mentre, i suoi nemici desideravano-volevano la sua morte.

Ripetono con fanatismo e odio: “Chi è lui che può dare a noi la sua carne?”, il suo corpo? Secondo San Cirillo d’Alessandria, la gente crede che “lui parla con superbia”. Senz’altro, questa situazione della gente è conseguenza dell’infedeltà del popolo, e come spiega San Theofilaktos, “quando i pensieri dell’infedeltà entreranno nell’anima è impossibile avere coscienza pura e chiara per capire i fatti”.

Dunque, Gesù Cristo vuole fare conoscere seriamente al popolo che questo sacrificio è il mistero (sacramento) della Divina Eucaristia, e come commenta Zigavinos, “intende il pane e il calice che doveva dare ai suoi discepoli all’ultima cena”.

Allora, il nutrimento (cibo) della Divina Eucaristia, esaminato, dal punto di vista naturale, è il pane e il vino; esaminato, invece, spiritualmente, è la carne (corpo) e il sangue del Figlio di Dio.

Comunicando il fedele, mangia il vero cibo e beve la preziosa bevanda, cioè il corpo e il sangue di Cristo, e in questo modo si realizza la sacra unione del Figlio di Dio con i fedeli, i quali con la loro partecipazione vivono la vita eterna. “Come il Padre ha dato vita, così anche al Figlio, … il Figlio trasmette vita a quelli che si nutrono di lui”.

Sant’Agostino aggiunge: “Il mistero dell’unione del corpo e del sangue di Cristo viene preparato sulla tavola del Signore… e da essa lo prendono – lo ricevono – alcuni per la loro vita, ed altri per distruzione”, e ciò perché non sono preparati, non sono purificati con il perdono e la confessione dei peccati.

Sottolineiamo il seguente: “Nutrirsi in Cristo significa fare tutto nel suo nome; unirsi con lui, con il legame d’amore, di pace e di timore; così vivendo, possiamo dire insieme a San Paolo: “Non vivo io, ma vive in me Cristo”. Egli rivolge l’attenzione del fedele alla sua gloriosa predestinazione, al suo meraviglioso e glorioso finale, alla quale ci guiderà il cibo spirituale.

Conclusione: La partecipazione alla vita di Cristo e alla gloriosissima Resurrezione dei morti sono collegate fra di loro.

La resurrezione costituisce il ristabilimento pieno dalla caduta della natura umana e la vera vittoria contro il peccato. Il fedele acquista la vita eterna che non è semplicemente l’esistenza eterna, ma la vita eterna – vivere eternamente nella beatitudine e la santità.

 

 

10 maggio    Giov. 6, 60-69

Molti sono stati scandalizzati dai discorsi di Gesù Cristo.

Sant’Agostino dice che “i giudei, in modo umano, e secondo i loro desideri, hanno capito che Gesù Cristo aveva deciso di dividere in diversi pezzi il suo corpo, vestito come verbo”. Infatti, i giudei erano scandalizzati, e, come conferma San Cirillo d’Alessandria, “consideravano il mistero spirituale, senza pietà, pazzia…, dicendo il bene maligno, e, viceversa, il maligno bene”. San Giovanni Crisostomo proclama, con serietà e prudenza: “E’ impossibile salvarsi chi non ha mangiato la sua carne (corpo)”.

Purtroppo, anche i suoi discepoli sono ignoranti su questo tema e manifestano lo stesso comportamento; erano scandalizzati, perché la loro fede non è forte, non è con timore e con amore di Dio, non è attiva.

Gesù Cristo, “annunciando la vita e la resurrezione”, come dichiara autorevolmente Giovanni Crisostomo, “è lo stesso Figlio, prima e dopo dell’incarnazione”. E’ una vera testimonianza della “preesistenza del nostro Signore, come anche dell’unione di Gesù con il Verbo, cioè l’incarnazione del Verbo”. Ecco, come sviluppa Cirillo d’Alessandria questo punto teologico: “Un Figlio, prima e dopo l’incarnazione; non è estraneo del Verbo. Pensiamo con sicurezza, che è lo stesso suo corpo…”.

Agostino, su questi versetti dà un senso particolare, spiegando che “questi detti hanno un significato spirituale”. Zigavinos conclude che “essi devono essere intesi spiritualmente”.

Dall’altra parte, è di grande importanza riferire che la parola del Verbo incarnato ha in sé un significato particolare e dona energia e creatività.

Dunque, è degno di memoria ascoltare che quelli che credono e hanno nel cuore la parola di Dio rinascono spiritualmente e diventano più sereni e pacifici, lontano da ogni scandalo, paura e dubbio, e ciò perché credono che fonte di vita eterna è il verbo di Dio, e la sua parola. Qui, abbiamo parlato sulla incerta fede dei discepoli, i quali erano scandalizzati e hanno dimostrato una strana presenza, un comportamento incomprensibile, quando Gesù Cristo ha parlato sul pane che è disceso dal cielo. La sua domanda ai suoi discepoli vuole cancellare “ogni violenza e ogni necessità”; li lascia liberi a scegliere, scrive Giovanni Crisostomo. Invece, Theofilaktos spiega che questo comportamento “fa loro Signori, liberi a seguirlo, senza mostrare a loro che sono obbligati a seguirlo.”

Dopo tutto questo, la situazione spirituale e morale dei discepoli non è felice, perché loro non hanno la fede genuina e la pace di Dio. Questa infelice situazione degli Apostoli salva San Pietro con il suo comportamento di prontezza e forza: “Signore, da chi andremo? Tu hai parola di vita eterna; noi abbiamo conosciuto e creduto che tu sei Cristo il figlio di Dio vivente”.

Conclusione: Conoscere, intendere e credere in Cristo è il prezioso messaggio che dà a noi l’odierna lettura di Giovanni Evangelista, con l’unico fine di diventare suoi veri discepoli, per conquistare la vita eterna.

 

 

11 maggio 2014    Giov. 10, 1-10

Abbiamo con la presente lettura del Vangelo tre temi, i quali sono un tesoro di spiritualità e di culto, di tradizione e di costumi.

Sono i seguenti: I°, La parola del Pastore; II°, la parabola del buon Pastore; III°, la parabola della Porta.

La situazione di quei tempi è difficile, pericolosa. Il popolo è esposto ai ladri, ai truffatori, agli ingannatori e ai traditori. La situazione, veramente, è stancabile, piena di delitti ed antagonismi.

Cristo conosce ognuno di noi e ci invita allontanarsi dal male, abbandonare la vita del peccato e dell’immoralità e condursi alla luce di grazia e di gioia celeste, condurci dalla terra al cielo, ove c’è la vita eterna.

Secondo i fatti e i costumi della Palestina, il messia doveva camminare davanti alle pecore; ha dato l’esempio di camminare prima di loro sulla via dell’ubbidienza e della sofferenza; camminare dunque prima di loro anche nella tomba e nella resurrezione, come anche nella gloria del cielo, dove è entrato come precursore a favore di loro, cioè di noi.

Ricordiamo ancora con dolore che quelli che hanno ascoltato la parola di Dio, ed inseguito l’hanno negata, avevano la coscienza moralmente e spiritualmente non sana, perciò la responsabilità di essi è grande di fronte alla parola di Dio. La loro anima e il loro cuore sono inquieti, confusi, pieni di odio e fanatismo.

I farisei p.e. erano ipocriti, bugiardi, nemici di Cristo; lontano dalla fede genuina non potevano ascoltare la sua parola, conoscere e credere in essa, come anche migliaia del popolo.

Gesù Cristo è venuto per trasmettere la vita eterna e donare essa al popolo; è venuto per donare a noi perdono, santificazione e gloria.

Così avendo le cose, è incomprensibile morire, perché il nostro Signore è vita eterna; senz’altro, dipende anche da parte nostra, dalla nostra volontà per vivere eternamente o morire eternamente.

Morire significa separarsi da Cristo; invece vivere significa vivere dentro di me Cristo.

Conclusione: Il pastore conduce e protegge il suo gregge. La parola di Dio è il dolce e vivente cibo. Sono le donazioni dello Spirito Santo, la crescita della nuova vita vera e la pacifica consolazione, il riposo e la gioia, la grazia di Dio.

 

 

12 Maggio               Gv. 10, 11-18

Gesù Cristo è l’ottimo, l’unico pastore e vescovo (episcopo) delle anime. Nessun altro è tanto buono, fedele e affezionato al suo gregge; lo conosce molto bene. San Gregorio di Nissa, dice che l’aggettivo “buono” dimostra la sua bontà come la più alta bellezza di morale. E’ vero che Gesù si distingue per la sua bellezza della santità e del suo immenso amore, grazie a cui lo fanno più magnifico e avvicinabile. E’ il pastore che dà amore, pace, unità, affetto paterno e ricchezza spirituale; è lui che dà la salvezza, la beatitudine e l’eternità. E’ privilegio del grande Pastore delle nostre anime che ha dato la sua vita per liberare il suo gregge dal peccato e purificare le loro anime per mezzo del suo sangue. San Giovanni Evangelista nel suo testo odierno parla anche sui misthotì (mercenari). Sant’Agostino commenta: “chi è il misthotos che vede il lupo che viene e se ne va? È lui che chiede l’interesse (le sue cose) e non quello che richiede Cristo”. Paolo, Andrea, Pietro e gli altri apostoli non sono stati misthoti, ma pastori. Con chiarezza spiega lo stesso Agostino: “Se ne va, perché ha come meta la ricompensa provvisoria”. Il suo interesse è di essere pagato e non il gregge. Invece Gesù Cristo è il pastore perché conosce ognuna delle sue pecore, aiutando esse con cura, conducendole con diligenza e nutrendole con amore che collega esse a lui. Dunque, in questo modo esiste una conoscenza reciproca tra Cristo e i fedeli; e come dice San Cirillo di Alessandria, “come lui è famigliare al Padre per l’identità della natura e il Padre con lui, così anche noi con esso in quanto è diventato uomo, e lui con noi. Per mezzo di lui, come mediatore, siamo uniti (collegati) con il Padre”, dimostrando anche il forte e sacro legame della reciproca fiducia e affezione. Ripetendo continuamente le suddette parole dimostra che non è “ingannatore ”, e secondo San Giovanni Crisostomo, commentando il versetto di San Paolo agli efesini 2,15, spiega con maestria “per costruire i due in un nuovo uomo”. Cristo porterà queste pecore in un cortile – gregge – che è la chiesa cristiana. I giudei e i pagani ritornano per mezzo della fede in Cristo per incorporarsi in una chiesa, partecipi degli stessi privilegi, senza distinzione della loro origine. Le pecore sono state date a Gesù Cristo dal suo Padre e come dono dato a lui conosce esse, le protegge come eredità inestimabile, e ha offerto per esse con amore il suo preziosissimo sangue. Cirillo di Alessandria dice: “Il Figlio è amato da Dio Padre non perché permane fuori dell’amore. Era sempre e per tutto amato”; e Giovanni Crisostomo dà una risposta chiara e caritatevole: “non viene senza la sua volontà per morire…Se veniva senza la Sua volontà, dove esiste il Suo amore”. Cristo ha sacrificato la sua vita, però ha avuto la vita celeste per trasmettere essa anche alle sue pecore. Cirillo di Alessandria è molto chiaro su questo importantissimo punto della vita di Gesù Cristo: “non ho autorità solo per far morire la anima, ma su ambedue, per la morte e la resurrezione… Non sono mandato come schiavo o servitore, né dalla necessità …, ma con volontà sono venuto” per morire. Lui non era debitore come noi, ma ha offerto sé stesso per diventare redentore e salvatore e trasmettere a noi l’immortalità, diventando così signore della morte e capo della vita. E Giovanni Crisostomo autorevolmente conferma il comando che ha messo, vuole dimostrare la concordia con Padre.

Conclusione: Dio è il Signore della morte e il capo della vita, l’unico che ha dato la sua vita per divinizzare l’uomo e farlo entrare nel suo Regno.

 

 

13 Maggio               Giov., 10, 22-30

Era la festa della dedicazione della ΣκηνῆςτοῦΜαρτυρίου del Tempio di Solomone (III Basil. 8,63), come anche del nuovo Tempio, costruito dopo il ritorno della Βαβυλωνίουαἰχμαλωσίας (II Esdra 6, 16). Questa festa si chiamava anche Luci, a causa  della celebre Φωτοχυσίας. Il rituale di questa festa rassomigliava a quello della festa τῆς σκηνοποιίας, e l’idea della luce dominava in ambedue le feste. Il signore predica se stesso come luce del mondo (Gv., 8,12 e 9,5).

La festa si celebrava solennemente a Gerusalemme, come anche in tutto il paese. E’ una felice occasione per Gesù Cristo per rivolgersi prima di Pasqua al popolo. E’ inverno e i settanta apostoli visitano i paesi di Galilea per terminare la loro missione. La superstizione e l’infedeltà erano insuperabili, legati con la vanità del mondo; purtroppo non hanno capito che cosa significa comunione e relazione con Cristo come Salvatore e Dio. San Giovanni Crisostomo così spiega la situazione: “Le opere gridano e loro richiedono discorsi; e i discorsi insegnano sulle opere ricorrono”.

Lo stesso padre continua a dire che i giudei richiedono altre dimostrazioni non per conoscere di più, cioè per sapere la verità; anzi, la manifestazione delle sue opere era più potente e chiara dei suoi discorsi. San Cirillo di Alessandria afferma: “…io sono la luce del mondo…, io sono la resurrezione e la vita; io sono la via …”.

Infatti, le sue opere testimoniano che Cristo è il Messia, testimoniano la sua missione per la salvezza del mondo. Cristo conferma che dalle sue vere pecore né una è possibile perdersi. Quelli che sono nella mano di Cristo domina su di essi Cristo. San Theofilaktos scrive: “…la mia mano e quella del Padre è mia. Io e il Padre siamo una cosa”. Abbiamo la relazione filiale: Non soltanto la relazione morale dell’amore e dell’identità della volontà, ma anche quella metafisica, cioè l’unità della natura e della sostanza. Di grande importanza è la spiegazione che dà Sant’Atanasio il Grande: “Sono uno, non come uno diviso in due parti… né di uno denominato due volte, cioè qualche volta Padre, e non altra diventare suo Figlio… ma sono due, cioè il Padre è Padre e non lui è il Figlio; e il Figlio è il Figlio e non lui è il Padre. … Sono uno, il Figlio e il Padre…”.

Conclusione: I discorsi di Cristo si distinguono per la loro santità e così dimostrano che non sono discorsi di un uomo semplice, ma di uno mandato da Dio. Anche i suoi miracoli dimostrano la potenza sulla natura che in verità non può avere una creatura, né il satana che è estraneo della bontà, della beneficenza e dell’amore.

 

 

14 Maggio                           Gv. 15, 9-17

Il Padre ha amato Cristo come suo Figlio, e lui ha amato noi come suoi figli. Il Padre ha dato tutto al suo Figlio e Cristo dà tutto a noi, perché ci ama con il suo immenso amore; e come spiega San Giovanni Crisostomo: “non ha detto: rimanete nell’amore del mio Padre, ma nel mio amore”.

San Theofilaktos commenta con attenzione la relazione tra l’amore e i comandamenti: “Sono stato ubbidiente alla volontà del Padre e ho operato tutto, perciò sono amato. Se diventano anche loro custodi dei miei comandamenti, nello stesso modo rimanete, certamente, nel mio amore”. Anche San Cirillo di Alessandria, parlando sullo stesso punto, dice: “malgrado che era vero Dio… si è umiliato, diventando ubbidiente fino la morte… Si è sceso fino la sottomissione volontaria, come anche fino la morte, anzi di una morte disonesta”.

L’amore del Padre verso Cristo, indipendentemente da ogni situazione o condizione, è sempre lo stesso, immenso ed eterno, e secondo Theofilaktos: “come l’amore del Padre non diminuisce a causa delle mie sofferenze, così anche voi non siete amati da me più poco, se in futuro subite dolori e disgrazie”.

Il Signore richiede di rimanere nel suo amore per mezzo della conservazione dei comandamenti. La fedeltà del Figlio nell’amore del Padre, perfezionato per mezzo della sua ubbidienza fino la morte costituisce la gioia e la felicità di Gesù. La gioia che aveva Gesù Cristo a causa della sua comunione con il suo Padre, era gioia anche per i suoi discepoli, a causa della loro comunione con Cristo, come anche per l’ubbidienza di loro con esso. Questo contenuto ci fa ricordare San Paolo, quando scrive ai galati: “Il frutto dello spirito è amore, gioia” (5,12). Il Signore è venuto nel mondo per riempire i cuori del suo popolo con la reale gioia, che ha come fondamento la conoscenza di Cristo. E la gioia di Cristo si trasmette ai suoi, in quanto loro ubbidiscono ai divini comandamenti.

Gli Evangelisti sinottici usano la parola “vicino”, San Giovanni Evangelista usa la parola “amico”, rifiuta la parola “schiavo” che lui non sa che cosa fa il suo signore, non tanto dall’aspetto esteriore ma principalmente dall’aspetto dello scopo delle azioni; sua meta è fare tutti suoi amici, perciò aveva esposto a loro i segreti del Regno di Dio (Marco 4,11).

E San Giovanni Crisostomo aggiunge con certezza: “Questo è veramente caratteristica dell’amicizia, alla quale si dicono i segreti, di questa comunione siete stati degni”. Anche Theofilaktos così spiega: “dimostrazione dell’amore è conoscere agli altri i secreti”. E l’inizio dell’amicizia proviene da Gesù Cristo, si è creato non dai discepoli, ma da lui stesso.

Gesù Cristo ha eletto i suoi apostoli e piantati nell’amore e la fede, come una vigna fruttuosa, sono mandati nel mondo per ammaestrare le nazioni e portare a tutti il messaggio della salvezza e dell’eternità. Per finire la loro attiva missione, però assai difficile, riceveranno tante donazioni, tra le quali la preghiera, nella quale nel nome di Cristo pregando avremo quello che abbiamo chiesto, con timore, fede, speranza e amore.

Conclusione: Il comandamento dell’amore è indispensabile per la nostra vita eterna. Come le vigne non possono produrre frutto quando saranno tra di loro separate, così anche ogni vigna non porterà frutto senza l’aiuto delle altre vigne. Amare significa unità; unità significa amare; amore e unità è lo stesso Dio, la nostra salvezza, il nostro Paradiso, l’unica e perfetta meta della nostra creazione.

 

 

15 maggio                Gv. 13, 16-20

Gesù Cristo introduce una speciale verità di serietà e di realtà. Degne di memoria sono le parole del commentatore greco Zigabinos. “io che sono senza paragone più grande di voi sono umiliato, di più, indubbiamente, voi dovete farlo”. Certamente, è grande avere conoscenza dei nostri doveri, però soltanto la conoscenza non è sufficiente per farci beati. La conoscenza costituisce illuminazione e applicazione, al contrario è inutile e vanitosa, anzi appesantisce la nostra posizione, perché incorriamo nella condanna (Giac. 5, 12), invece quando “lui riconduce un peccatore dalla sua vita di errore, salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati”. (Giac. 5, 20). Essendo beati, secondo San Cirillo di Alessandria, quelli che conoscono il bene e desiderano diventare questa opera, realtà, loro vita, sceglie i dodici apostoli che lui conosce ognuno di loro: “Conosco, dunque, chi è Giuda, non dimentico; il diavolo, entrato nel suo cuore, è contro di me”, scrive Origene.

Giuda, come traditore, ha negato Cristo, separato dai dodici discepoli; ha offeso Cristo ed è diventato suo nemico.

E’ verità indiscutibile che, per mezzo del chiaro e sicuro atterramento delle cose che dovevano succedere in futuro, Cristo ha dato una vera testimonianza che lui è l’unico Dio, il vero Dio. E Origene commenta il pensiero mistico di Giovanni Evangelista. “Chi riceve uno che è stato mandato da Gesù, riceve lo stesso Gesù che l’ha mandato. Chi riceve Gesù riceve il Padre. Dunque, chi riceve la persona che ha mandato Gesù, riceve il Padre, in quanto la persona è stata mandata da Gesù”. Gesù Cristo se ne va da questo mondo, però ha lasciato un gruppo degli uomini fedeli alla sua dottrina di salvezza per predicare la sua parola. Quelli che accettano la sua parola sono i suoi predicatori, per amore verso di lui accettano lo stesso Cristo. Quelli che credono alla sua dottrina, ubbidiscono ai suoi comandamenti e accettano la salvezza nel suo nome, come viene offerta da lui.

Conclusione: Gesù Cristo è la via, la luce, la verità e la vita. Lui ha dato una viva testimonianza che è il vero Dio, tramite la sua parola, i suoi discorsi e i suoi miracoli.

Attenzione dal diavolo che lotta contro il nostro bene e la nostra salvezza.

Ricevere Gesù Cristo significa ricevere il Padre che ha dato tutto il suo amore per noi e avere noi; il sacrificio del suo unigenito Figlio sulla croce ha dato a noi la salvezza e la vita eterna.

 

 

16 Maggio               Gv. 14, 1-6

Gesù Cristo consola e incoraggia i suoi discepoli. Dobbiamo avere piena fiducia in noi stessi e non essere vanitosi e superbi. Non possiamo da una parte per umiltà, malamente compresa, arrivare alla inquietudine e la disperazione, le quali possono togliere la nostra pace e serenità, la nostra pazienza e disponibilità, indispensabili per la nostra vita e i nostri successi.

Credete, carissimi, nell’esistenza di Dio; tutto dipende da lui; lui provvede per tutto; lui dirige tutta la creazione. La fede in lui è il più forte e prezioso dono che esiste, e come dice autorevolmente San Giovanni Crisostomo, “nessun ostacolo e difficoltà lascia a dominare”; quelli che credono in Dio Padre, credono anche in Gesù Cristo, il quale ha fatto loro conoscere il vero Dio.

San Giovanni Evangelista continua a dire tramite gli odierni versetti letti che il cielo è l’abitazione eterna indistruggibile, anzi è l’abitazione del Padre e di Gesù Cristo. Certamente, il Padre di Gesù Cristo è anche nostro Padre. Verso lui sale il Signore e, come fratello più grande, accetterà nella sua casa e nella sua eredità tutti quelli che veramente credono. Secondo Teodoro di Mopsuestia “abitazione” è il perpetuo godimento dei beni, l’eterna ricchezza spirituale. Gesù Cristo deve preparare il luogo il quale, senza dubbio, è largo, però per aprire l’entrata ai suoi discepoli è necessario il suo intervento; sale per preparare la tavola per noi, preparare i troni per noi, come scrive San Luca Evangelista nel suo Vangelo (Lc. 22, 30).

Questo ritorno di Cristo si riferisce principalmente al giudizio universale, ed in secondo luogo ad ogni fedele durante l’ora (momento) della sua morte. Ancora si può essere riferito al ritorno di Gesù per mezzo dello Spirito Santo, come anche per mezzo di lui alla stretta e indivisibile unione tra i discepoli con il glorioso Gesù Cristo.

Questo ritorno ci fa ricordare l’escatologia del XXI capitolo di Giovanni. Certamente, adesso non sarete soltanto spettatori della mia gloria, come i tre discepoli nella Trasfigurazione, ma sarete compartecipi di essa.

Gesù Cristo è il capo e i santi sono le sue membra; dove sarà lui, lì saranno anche quelli che credono in lui, parteciperanno alla stessa vita e gioia. In questo testo si fa evidente che Pietro non parla e non domanda il suo maestro, come fa Tommaso, però ambedue vivono come anche gli altri discepoli, con la speranza della creazione sulla terra di un regno di messia. Gesù Cristo ha rivelato, veramente, ai suoi discepoli qual era la meta della loro vita; infatti, questi argomenti non erano più segreti, non era necessario che loro dovevano salire al cielo o scendere nell’Ade per informarsi per tutto quello che è stato rivelato.

San Paolo ai Romani dice: “Chiunque crede in lui non sarà deluso. Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che invocano, infatti, chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato” (Rm. 10, 11-12).

Gesù Cristo è la nostra via, perché con il suo preziosissimo sangue è entrato nei santi (Ebr, 9.12) e per mezzo di lui anche noi. Con la sua dottrina e con il suo esempio ci insegna i nostri doveri; con il suo sacrificio ci assicura la felicità e la beatitudine.

Cristo non è soltanto la nostra redenzione, ma anche la nostra santificazione. Cristo è la fonte della nostra vita spirituale, la quale diventa più potente, più luminosa, diventa eterna, perché ha la potenza di lui: “Io sono la vita”. San Cirillo di Alessandria scrive: “dunque, nessuno diventerà partecipe della natura divina, se non per mezzo di Cristo”.

Conclusione: Il pensiero centrale è: Gesù Cristo è la via, ma anche la verità e la vita che spiegano senza immagine la realtà della via. Gesù Cristo portando la potenza e la beatitudine trasmette esse alle nostre anime.

 

 

17 Maggio               Gv. 14, 7-14

Secondo San Giovanni Crisostomo, “se avete conosciuto la mia sostanza e il mio valore, avete conosciuto anche del Padre”. Infatti, sempre secondo lo stesso Padre, “…lo Spirito venuto su i discepoli ha fatto conoscere tutto”. San Cirillo di Alessandria scrive: “…non soltanto abbiamo conosciuto che la vita secondo la natura è il Padre… il figlio vivifica i morti… però abbiamo visto che Dio Padre nel Figlio ha sotto i suoi piedi tutta la creazione”. Malgrado tutto questo, l’Apostolo Filippo non comprende la divina verità e vuole una Theofania, cioè vedere con gli occhi del corpo la divina natura, anzi, ascoltando lui che i profeti hanno visto Dio, desiderava anche lui vedere corporalmente Dio, “non conoscendo che tutto quello che hanno visto i profeti, era condiscendenza”, come dice chiaramente San Theofilaktos. Filippo esprime una grande verità che è nota a tutti i discepoli, e come dice il Salmo (Sal. 16,15): “Sarò saziato, quando vedrò con gli occhi del corpo la gloria di lui”. Dall’altro lato, ricordiamo il suo comportamento durante il primo giorno con Gesù quando ha confessato al Natanaele che lui è il Messia. Dunque, giustificato il lamento di Gesù Cristo, poi lo rimprovera, perche stando trovandosi con lui tanto tempo, non l’ha conosciuto; e il nostro Signore è dispiaciuto, perché invano si sforza ad ammaestrare, aiutare e fare essere sentito nel mondo il suo amore; Gesù Cristo umanamente pensando ripete, come spiega Zigavinos: “che vuoi conoscere, già l’hai conosciuto; che chiedi, tu già l’hai”. Anche il Pio Ammonio conferma. “Non è un altro il Figlio, è lo steso come il Padre…”; e San Basilio il Grande aggiunge “Non è confusione delle sostanze, ma identità dei caratteri”. Sono uniti, Padre e Figlio, inseparatamente, per mezzo della sostanza divina, anche se abbiamo distinzione delle persone.

Di grande importanza sono le parole di Sant’Agostino il quale dice: “…il Padre non è Dio, nato da un altro, invece, il Figlio è Dio, uguale, certamente, con il Padre, però nato da Dio Padre; il Padre, dunque, è Dio, però non da Dio; è Luce e non da Luce, invece il Figlio è Dio da Dio, Luce da Luce”.

E’ verità incontestabile che il primo punto della relazione della vita e dell’attività tra Gesù Cristo e Dio, per i cuori preparati, per le persone che credono, è la sua dottrina; i suoi discorsi; al contrario per quelli che non hanno una fede forte e stabile, necessarie sono le sue opere, i suoi miracoli, vedere con gli occhi del corpo.

Senza dubbio, Gesù Cristo non si rivolge soltanto a Filippo, ma a tutti i suoi discepoli, i quali soffrono come Filippo dai dubbi e la diffidenza degli altri. Infatti, i miracoli sono una potente testimonianza per quelli che non credono, o credono poco, ai suoi discorsi, in generale alla sua dottrina.

Il nostro Salvatore consola i suoi discepoli e li incoraggia a causa dei loro dubbi, e dice a loro che avranno dal cielo forza e incoraggiamento per la loro speciale missione nel mondo.

La fede è necessaria, perciò ripete continuamente: “credete”; dall’altro canto, i miracoli che realizzavano gli Apostoli li facevano in nome di Gesù Cristo e con la loro fede in lui; anzi promette a loro la forza celeste, come anche il Paraklitos – lo Spirito Santo – che manda per vestirsi, secondo gli Atti degli Apostoli, con “forza dello spirito che scenderà su di voi… detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi…” (1,8-9).

Gli amici, quando si separano tra di loro a causa di un viaggio o di un'altra necessità, assicurano la loro comunicazione e la loro amicizia tramite il telefono e la corrispondenza. Il mezzo, invece, che assicura la continuazione della relazione spirituale e la reale comunicazione tra Gesù Cristo e i suoi discepoli, in generale con tutti i credenti, è la preghiera, che dà tutta la libertà di chiedere ogni cosa che è utile e preziosa per loro. Sant’Agostino predica: “Cristo significa Re e Gesù significa Salvatore. Nessuno altro salverà noi tranne che soltanto il re Salvatore. Di conseguenza, ogni cosa che chiediamo come incontrario agli interessi della salvezza non lo chiediamo nel nome del nostro Salvatore”.

Conclusione: la mèta dei nostri desideri deve essere la gloria del Padre nel Figlio; questa mèta deve essere il centro delle nostre preghiere. Sia santificato il suo nome è la prima invocazione; quando l’uomo desidera con fede e timore ogni cosa, Dio lo dara con amore.

 

 

18 Maggio               Gv., 14, 1-12

Carissimi! Credete all’esistenza di Dio; tutto appartiene a dio, il quale provvede, aiuta e protegge la sua creazione. Quelli che credono in Dio, credono in Gesù Cristo che ha fatto conoscere a loro Dio. Chi crede in Dio per mezzo di Gesù Cristo è libero, pieno di pace e serenità, senza paura, lontano dall’inquietudine e la confusione.

E’ certo che il Padre di Gesù Cristo è anche nostro Padre. Verso di lui sale in modo che quelli che sono i veri fedeli avendo più grande fratello Gesù Cristo, possono essere accolti con cordialità e amore da Dio, dopo la sua salita in cielo. Sappiamo molto bene che l’abitazione di Dio è larga – grande; per essere aperta ai discepoli è necessario l’intervento di Cristo (Ebr. 16,20). Sale per preparare la tavola e i troni per noi (Luc. 22,30). E come già è stato detto non saranno semplici spettatori della gloria del nostro Salvatore, ma compartecipi, anzi nell’unità con lui costituiranno la “festa dei prototochi (primogeniti)”. Molte volte Gesù Cristo ha ripetuto che sale verso l’abitazione del suo Padre e questa via non era ignota ai suoi discepoli, la via della pazienza, dell’amore e del sacrificio.

E’ importante ricordare qui che conoscendo Dio per mezzo della verità che Cristo ci ha insegnato e sentendo la comunione con lui per mezzo della grazia dello Spirito Santo che lui ci ha trasmesso, vediamo, interiormente (misticamente) Dio da oggi, da questa vita. Gesù Cristo vede e conosce i pensieri terrestri dell’Apostolo Filippo, i suoi desideri; lui vuole vedere, perciò rimprovera Filippo, perché non ha potuto conoscere la verità dopo tanto tempo che si trovava con lui. Con chiarezza scrive San Basilio il Grande: “Se mi avete conosciuto, anche il mio Padre avete conosciuto. E questo non dimostra confusione delle persone, ma identità dei caratteri; Padre e Figlio uniti per mezzo della sostanza divina”.

Quelli che credono veramente in Dio, nella dottrina di Cristo hanno visto Dio come Padre della luce; nei miracoli di Cristo hanno visto la mano di Dio. L’”Omoussion” (Consustanziale), secondo San Giovanni Crisostomo, voleva dimostrare che “chi ha conosciuto la mia sostanza, ha visto anche del mio Padre”; e il Pio Ammonios ripete: “Per natura ho tutto nella mia natura, ho tutto, lo stesso del Padre, per il consustanziale”.

Il nostro Signore pacifica i suoi discepoli, vuole che questi dubbi, la paura, vanno via dai loro cuori, confermando che loro saranno incoraggiati e forti dal cielo.

Conclusione: salgo verso il mio Padre, perché da lì potrò aiutarvi; vi manderò dal cielo lo Spirito Santo – il Paraklitos – da cui sareste vestiti con la Potenza celeste – divina -, come dicono gli Atti (Att. 1,8). La mia morte non deve essere ragione per disturbare e scoraggiare i vostri cuori. La mia partenza, la mia salita, verso il mio Padre non è abbandono. Vi ricorderò con la preghiera e avrete la forza divina che vi aiuterà nella vostra amissione, nella vostra opera di salvezza di anime degli nostri fratelli.

 

 

19 maggio                Gv. 14, 21-26

E’ la quarta volta, carissimi, che Gesù Cristo viene fermato durante il suo discorso da qualche discepolo, che desiderava sapere il senso di quello che lui predicava. Si tratta di Giuda, figlio di Giacomo (Att. 1,13), il quale portava il nome Taddeo o Levveo (Mat. 10,3; Marco 3,18).

Cristo non risponde subito alla domanda di Taddeo, ma continua, dimostrando così che non è successo niente. Ripete con sapienza riguardo l’amore e la custodia dei comandamenti. I Santi si distinguono dalle cose mondane, dal mondo secolarizzato, per mezzo dell’amore, dice Sant’Agostino.

L’amore è la radice e la custodia della parola divina e dei comandamenti di Cristo, ove esiste il sincero amore verso il Cristo; lì esiste anche l’ubbidienza in lui. Il padre ama tutti quelli che amano il Figlio e ubbidiscono lui. Questo amore dimostra anche la sostanziale unità tra Padre e Figlio, in quanto l’amore del Figlio è amore anche del Padre e l’amore del Figlio a quelli che lo amano dimostra anche l’amore del Padre. Dio non soltanto ama i fedeli, ma si rallegra anche amando essi, i quali sono rinnovati con il suo amore e pieni di esultanza divina: “Il Signore mio Dio in mezzo a te è un Salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa” (Sofonia 3,17) dice il Profeta Sofonia a proposito.

Abbiamo un miracolo, abbiamo un mistero: il piccolo cuore dell’uomo che non può contenere non tutto, ma qualche parte del mondo, però, può contenere l’eterno Dio che non può contenere il mondo. Il cuore che si è aperto pronto all’energia della grazia, si riempie dalla presenza di Dio; vive in Dio significa pregustare la felicità e i beni della vita divina.

San Theofilaktos a proposito riferisce: “Solo quelli che custodiscono i suoi comandamenti saranno degni della sua presenza e dell’amore del Padre”; e San Giovanni Crisostomo spiega con chiarezza: “chi non ascolta la mia parola, non soltanto non me ama, ma né il mio Padre”. Infatti, chi custodisce la parola di Cristo che è luce, verità e vita, il Padre abita nel suo cuore; rimane nel suo cuore per sempre; e tutto questo per la gloria e come dice Theofilaktos, “non insegnerà a voi niente che è estraneo, neanche la propria gloria sfrutterà, ma arriverà alla gloria del mio nome”. Lo Spirito Santo ci condurrà nella verità e ci insegnerà di essere sereni, pacifici nella crisi. Lo Spirito Santo non rivelerà soltanto nuove cose, ma ricorderà agli Apostoli le precedenti verità con le quali sono stati insegnati dal nostro Signore Gesù Cristo. Vediamo, allora, i due lati dell’opera dello Spirito Santo, i quali si collegano strettamente tra di loro: lo Spirito Santo insegnerà le nuove cose, ricordando le precedenti; e ricorderà i precedenti insegnando le nuove.

Conclusione: lo Spirito Santo da una parte ha insegnato e dall’altra ha fatto ricordare: ha insegnato tutto quello che Cristo non ha detto agli Apostoli che non potevano tenere la responsabilità dei valori e il prestigio; ha fatto ricordare, invece, tutto quello che Cristo ha detto a loro, però a causa di una incomprensione o per debolezza del loro intelletto non hanno potuto ricordare nella loro memoria.

Identificato il Paraklitos per prima ed unica volta qui con lo Spirito Santo, ascoltiamo la verità: Cristo dopo la morte e la resurrezione è salito verso il Padre; dunque, al suo posto è sceso lo Spirito Santo, come dice San Gregorio il Teologo, per condurci nella verità intera.

 

 

20 Maggio               Giov., 14, 27-31

Secondo San Basilio il grande, il Signore lascia ai suoi discepoli come dono la sua pace, in quanto lui doveva partire per i cieli; l’opera della sua incarnazione è compiuta.

La pace era nota come parola di un augurio e di saluto; però sulle labbra di Gesù Cristo significava qualche cosa di particolare: era un dono particolare, era la pace che proveniva dalla sua unione con Padre; è la pace che lui ha portato nel mondo come capo della pace (Sal. 101, 3-7; Is. 9,6), lui che è senza peccato e dentro di sé non esiste l’inquietudine.

Il dono della pace, secondo il Pio Ammonio, non pacifica soltanto gli altri, non soltanto li convince, ma pacifica anche noi stessi, per non rivoluzionare la carne (il corpo) contro l’anima; è la pace che ha proclamato per noi; è la pace che gli angeli hanno annunziato durante la sua nascita (Lc., 2,14).

La pace del mondo, secondo San Giovanni Crisostomo, “è qualche cosa mondana e molte volte si fa per il male; è allora inutile, e nessuno può aiutare”. La natura della pace di Cristo è diversa del mondo, non è falsa, ma è vera. La pace di Cristo non è saluto formale, ma benedizione reale. La pace del mondo vuole aiutare solo il corpo e dura pochissimo, invece “la mia pace, come dono immortale, aiuta l’anima, arricchisce essa e dura eternamente. La pace del mondo si dà, invece il dono di Cristo dona a noi il bene e la beatitudine”.

Gesù Cristo continua la sua opera redentrice e invita i suoi discepoli di essere pieni di gioia e amore. Non dovete avere, miei cari discepoli, dubbi, perché, secondo Sant’Agostino “non ha detto il mio Padre che lui è più perfetto, più buono di me, e questo per non intendere che io sono estraneo della sua natura; ha detto: più grande, e questo non per la statura, o per il tempo, ma per la sua nascita da padre…”.

Gesù Cristo dice tutto ai suoi discepoli, apre il suo cuore grazie alla sua prognosi soprannaturale e divina e parla anche sul mondo e il capo del mondo. Giovanni Crisostomo afferma autorevolmente che  “Capo del mondo è il diavolo”, “mondo, invece, sono gli uomini del male; certamente non domina del cielo e della terra (il diavolo)… domina soltanto di quelli che hanno consegnato se stessi al diavolo”. La venuta del diavolo, dichiara San Basilio il Grande, “non ha trovato niente, perché peccato non ha fatto e né si è trovato nella sua bocca…”; Tu, mio amato figlio, non hai niente di simile con il diavolo, perché non ti ha creato, non ha versato il suo sangue per essere suo cittadino e suo erede. Suo creatore è Dio e suo redentore il Signore Gesù Cristo”.

Conclusione: Gesù Cristo era pronto per camminare la via del sacrificio. La realizzazione del dovere per lui era il suo immenso amore verso il suo Padre.

Chi non ha davanti ai suoi occhi l’esempio del nostro Salvatore per accettare anche il dolore a favore del suo dovere è impossibile costruire la sua morale elevazione e glorificare per mezzo delle sue azioni, Dio Signore e creatore dell’universo. Andiamo anche noi per pregare, per vincere il peccato, “per conoscere il mondo che io amo”, per credere che ci troviamo nella sicurezza e la protezione di Dio.

 

 

21 Maggio               Gv. 15, 1-8

Con questi versetti di San Giovanni Evangelista Gesù Cristo vuole dimostrare l’interiore ed organica unità tra lui e i fedeli.

Gesù Cristo nomina sé stesso vigna e i suoi discepoli rami, proclama che lui è il mediatore tra Dio e gli uomini.

Sappiamo bene che la sua natura è diversa, perciò si è fatto uomo, perché in lui la natura umana diventa vigna e noi che siamo uomini, diventiamo rami di essa, dice con affermazione Sant’Agostino. La Chiesa che è il corpo mistico di Cristo è la vigna (salmo 79,8) e il suo frutto “gioisce e esulta Dio e gli uomini” (Giudici 9,13). Gesù Cristo è la vera vigna e come essa si presenta ai suoi discepoli. Dio ha mandato il suo Figlio nel mondo e così si è piantata la vigna, della quale rami sono i fedeli. Gesù Cristo è la radice e come il ramo è unito con la vigna così anche loro devono essere uniti nella fede, proclama San Giovanni Crisostomo. Con sapienza anche San Theofilaktos confessa: “ha detto sé stesso vigna, perché da un lato ai suoi rami dona la vita e dall’altro perché ha dato a loro la potenza di realizzazione, la possibilità di dare frutta. Dio, con la fede, ci ha uniti con Cristo, per portare molta frutta. Senza dubbio, il fedele deve sapere anche questo: il Dio di pace e di amore ci istruisce per mezzo del dolore e della afflizione. Certamente, se vogliamo essere tra quelli rami che portano frutta dobbiamo sapere che il dolore costruisce uomini preziosi e degni di portare il bene e la ricchezza”. E Giovanni Crisostomo, sempre vicino all’uomo, e suo protettore ai suoi problemi, scrive che le tentazioni, le prove, il dolore, costituiscono uomini forti, potenti, preziosi e utili per la società. Gesù Cristo trasmette ai suoi primi collaboratori la purezza e la santità. Grazie alla loro fede che ha aiutato di accettare (accogliere) la parola di Dio, “ha purificato i loro cuori” scrive l’Evangelista Luca nel libro degli Atti (15, 9); cioè la Parola della grazia ha purificato loro dal peccato. Theofilaktos spiega: “…io vi ho purificato tramite la mia dottrina”, con i miei discorsi e la mia divina parola. E’ importante conoscere, scrive meravigliosamente Agostino, che “se una persona – fedele – che ha Cristo e rimane in Cristo, questa sua situazione è utile non a Gesù Cristo” ma al fedele il quale se sarà separato dalla sua radice, e di conseguenza anche i discepoli, non potrete portare il frutto. Allora, la nostra unità con Cristo è indispensabile, perciò Giovanni Crisostomo afferma con serietà e amore: “La radice rimane, però di restare con lui o lasciare – abbandonare dipende dai rami”, cioè da noi, dalla nostra volontà. E’ vero che quelli che non rimangono in Cristo, malgrado che per qualche tempo fioriscono, alla fine diventano nulla. I loro carismi, il loro zelo, la loro fama, la loro speranza, le loro comodità finiscono, tutto per loro si secca. Ricordiamo qui le significative parole di Giobbe (8,12): “Si pianta papiro senza acqua? Se un fiore non bello, non si secca? Cosi, dunque, sarà la fine di quelli che hanno dimenticato il Signore”. Rimanere in Cristo non è soltanto la capacità per portare frutto, ma anche ricevere forza della preghiera mistica. Quando la parola di Cristo rimane in noi, allora anche le preghiere saranno esaudite e ascoltate da Dio; e la parola rimane “soltanto quando facciamo quello che ci ha annunziato e amiamo quello che ci ha promesso”, dice Agostino.

Conclusione: La preghiera è una forza divina, immensa ed eterna e può fare tutto.

La fertilità si debba all’energia di Dio che viene provocata per mezzo della preghiera. E si glorifica Dio Padre tramite il progresso spirituale dei discepoli del Figlio. Theofilaktos scrive: “essendo luminosa la luce degli Apostoli davanti uomini, si glorifica il Padre celeste. Degne di menzione sono le parole di Teodoro di Eraclea il quale dice: “Il frutto dei discepoli si intende diversamente; qualche volta considerato dalla loro opera di giustizia durante la loro vita; altrimenti per mezzo della loro grazia apostolica e la loro dottrina sulle nazioni che venivano a conoscenza di Dio, però ambedue sono stati realizzati dai discepoli per la gloria di Dio”. Giovanni Crisostomo meravigliosamente scrive. “Vedi chi porta frutto, lui è discepolo di Gesù Cristo, nostro Salvatore. Ecco il nostro grande impegno come cristiani, come fratelli”.

 

 

 

22 maggio                Gv. 15, 12-17

Gesù Cristo ricorda ai suoi discepoli il nuovo comandamento e desidera che la sua gioia rimanga anche a loro. Per avere la gioia di cristo, dobbiamo amare i suoi comandamenti, diventare simili a lui. Allora, anche noi sentiremo l’amore di Dio, manifestato a noi. San Theofilaktos scrive: “Credo che l’amore è il capitolo di tutti i comandamenti, si chiama anche “comandamenti o comandamento”.

Esiste anche l’amore verso i nemici; sacrificare la sua vita a favore dei nemici, mostrando il metro dell’amore.

Gesù Cristo chiama i servitori amici e si comporta con loro come amico, come famigliare. Partecipa ai loro dolori e alle loro gioie; è mediatore sul cielo a favore di loro e cura i loro interessi; essi rimanendo nell’amore di Cristo sono suoi amici. Certamente, i suoi discepoli non erano servitori perché molte volte a loro ha esposto i misteri del regno di Dio (Marco, 4, 11). Malgrado che Gesù Cristo chiamava loro amici, loro insistevano di essere chiamati servitori. Così, Pietro e Giacomo chiamano se stessi servitori (I Pietr. 1, 1; Giac. 1,1). Indipendentemente da come noi siamo disposti a Gesù Cristo, lui si comporta non soltanto come Redentore e Salvatore, ma anche come sincero ed unico amico. Infatti, alle nostre difficili condizioni della nostra vita si presenta come consigliere prezioso, è sempre disponibile e pronto per perdonarci e accettarci nelle sue braccia. Andando lontano da lui ci richiede e bussa la porta della nostra anima per trasmettere a noi pace e gioia; e tutto questo senza aspettare da noi piccola o grande ricompensa, senza dolore, senza sacrifici, senza perdere sangue da parte nostra. Quale altro amico è per noi così pronto, disponibile e prezioso? Tanto sincero, inseparato, ed eterno, quanto Cristo?

E’ vero che Gesù Cristo aveva anche altre importantissime cose da rivelare a loro, però non l’ha fatto, non perché non aveva ancora la loro fiducia, ma perché erano ancora immaturi, come anche perché il Paraklitos – lo Spirito Santo – nel futuro rivelava tutto a loro. E, secondo il saggio e prudente San Giovanni Crisostomo, “niente altro estraneo costruisce o dice, se non quello che è del Padre”, anzi “questo è oggetto di amicizia, anche se è segreto, e di questa comunione siete degni”.

Il suo amore verso i suoi discepoli, e di conseguenza a tutti i suoi seguaci, si manifesta con la conoscenza dei misteri e la sua amicizia verso di essi. Sono due testimonianze, le quali con la loro elezione come suoi discepoli, in genere, costituiscono l’amore di sacrificio per loro, per l’umanità intera; l’amore che ha dato per primo a noi il nostro Salvatore.

La Chiesa di Cristo non si è creata per avere una vita corta, come diversi altri organismi filosofici. Non è rivelata in una notte, come anche non era possibile perdersi in una notte,  è istituita per vivere eternamente come il cielo. Cristo ha la sua chiesa nel mondo non per morire, ma vivere per sempre; perciò il frutto degli Apostoli  rimane fino ad oggi e rimarrà in quanto rimane il mondo.

Conclusione: La preghiera e la fede conducono l’uomo a fare opere buone e creare una vera comunione son Dio, per avere positiva risposta a quello che richiede per avere donazioni celesti. Gesù Cristo primo prende l’iniziativa di incontrare i dodici e per primo lui ha dato il suo immenso amore di sacrificio per la loro salvezza, anzi, per tutta l’umanità.

Il comandamento di amarsi reciprocamente, portando l’immagine della vigna, cioè come i rami non possono avere frutto quando sono separati dalla vigna, così anche nessun ramo può portare frutto senza l’aiuto degli altri rami. E’ il divino amore che devono avere tra di loro i cristiani.

L’amore, dice Sant’Agostino, “è il frutto, che noi, separatamente da Cristo, non possiamo produrre…, il frutto dello Spirito è amore”.

 

23 maggio Gv 15, 12-17

Il nostro Signore è il vero e unico fondamento della gioia eterna.

La gioia di Cristo si trasmette grazie all’ubbidienza dei Divini Comandamenti e ricorda ancora una volta il nuovo comandamento dell’amore. Allora, per avere tutta la gioia di Cristo, occorre amare come lui. Dobbiamo diventare simili a lui, così sentiremo l’amore di Dio manifestato anche verso di noi. Con questo comportamento spirituale e morale avremo anche progressi sociali e saremo utili per la società.

Infatti, questo metro di vivere corrisponde a quel legame che esiste tra i rami con la vigna secondo la norma di natura. Certamente il nostro Signore comanda di rispettare il nuovo comandamento l’amore: amare tutti ma anche ogni cristiano. E’ dovere di ogni uomo di Dio.

Sottolineiamo qui che i segnali di Cristo sono anche amici e Gesù Cristo è soddisfatto di chiamare loro e pensarli come tali, come suoi amici. Con chiarezza affermiamo che quelli che sono fedeli ai loro doveri diventano amici di Cristo. Davide e Salomone avevano i loro servi che si chiamavano amici del re (2 Re 15,37; 3 Re 4,5) Tutti i servi di Cristo – gli amici - avevano questo onore. Egli visita i suoi servi che sono suoi amici, discute con loro, si interessa a loro e partecipa alle gioie, come anche alle loro sofferenze e afflizioni. E’ mediatore e protettore di loro. Per riuscire ad avere questo titolo divino: “amico di Cristo”, Egli chiede fede, ubbidienza e fiducia, perché soltanto così sarà perpetuo il legame tra Lui e i suoi amici; devono imitare Gesù Cristo nella sua umiltà, senza superbia anche quando hanno potenza ……. autorità. Comanda ancora e spiega come il servo diventi amico e ne conosca i segreti. Il desiderio di Gesù Cristo è anche chiamarli ad essere suoi amici in quanto a loro sono esposti i misteri – i segreti – del Regno di Dio, hanno conosciuto tutto che Egli sa per mezzo di suo Padre.

La mia testimonianza è vera, quella verità che sono annunziate erano quelle che ho ascoltato dal Padre mio. San Giovanni Crisostomo da una chiara spiegazione “è vero che quando si dicono cose segrete tutto questo è amicizia e di questa comunione siete stati degni”; ed ancora : “niente altro per tutto quello che ho detto o ha ascoltato è stato aggiunto o qualche altro estraneo è stato detto eccetto quelle verità che appartengono al Padre”. Allora, indicazione dell’amore è la conoscenza dei segreti al nostro amico.

L’inizio di questa amicizia proviene da Dio, l’iniziativa viene presa da Dio; il legame dell’amore è frutto non dei discepoli ma di Cristo.

Cristo da agli Apostoli l’ordine dopo la loro elezione come suoi discepoli che viene dopo la sua preghiera (Lc 6,13) per compiere la loro missione sostituendolo nella sua opera.

Il suo comandamento, il suo ordine, è il riassunto di tutto quello che ha detto: “amatevi l’uno e l’altro” cioè “amatevi reciprocamente”. La ripetizione del comandamento dell’amore ne sottolinea l’importanza per la nostra vita. Il frutto dello spirito è l’amore.

Conclusione: Chi ama è amato da Dio, ha nel suo cuore Cristo che lo nutre con la sua Gioia. La gioia di Cristo è la vera felicità e beatitudine. L’amore unisce Dio con gli uomini e loro con il prossimo. L’amore apre il Paradiso e dona la vita eterna.

 

 

24 Maggio               Gv. 15, 18-21

Gesù descrive l’odio del popolo contro i fedeli ma descrive anche l’aiuto che darà a loro lo Spirito Santo – il Paraklitos – (Giov. 15,26; 16,4). Se l’amore è caratteristica della Chiesa, il mondo e il regno di Satana hanno come indicazione l’odio contro l’amore. E’ noto che gli eredi del cielo non sono stati amati dal mondo da quando abbiamo la vecchia inimicizia tra la donna e il serpente: Caino ha odiato Abele, perché le sue opere erano giuste. Isaf ha odiato Giacobbe a causa della benedizione. I fratelli di Giuseppe l’hanno odiato, perché il suo padre amava lui. Degno di memoria il seguente messaggio di amore: il fedele che appartiene al popolo di Dio odia il peccato dei peccatori; in nessun modo, però, odia il peccatore, al contrario, ama e benedica tutti gli uomini senza distinzione.

San Theofilaktos dichiara: “…Adesso, poiché i maligni odiano voi, esultatevi; vi odiano per la virtù”. Lo stesso padre in un altro punto afferma: “Odia il mondo voi, perché non partecipate alle sue opere”. San Giovanni Crisostomo, uomo di preghiera e di riconciliazione, scrive: “Alzati mia anima; devi sapere che è opera di gioia di essere odiato da loro”.

Sottolineiamo che il mondo perseguirà i discepoli e i seguaci di Cristo; l’odio di loro è passione, con fanatismo e cattiveria (II Tm. 3,12). La nostra soddisfazione e la nostra consolazione di fronte a questi che ci odiano; la commemorazione riferita alla divina provvidenza della sua Parola, rafforza e gioisce il popolo di Dio, illumina il fedele, e lo fa crescere nello spirito dell’amore di Dio.

Gesù Cristo è il nostro Signore e il nostro Salvatore, perciò dobbiamo seguire i suoi comandamenti, nella pazienza e ascoltare quello che lui decide. Meravigliosamente San Cirillo di Alessandria dice: “Io che sono il creatore di tutti, io che ho tutto sotto la mia mano, tutto quello che è sul cielo, e tutto quello che sulla terra, …. Perseguitato avevo pazienza, malgrado che avevo la autorità su ……”.

Come abbiamo detto più sopra, i discepoli, ed in generale il popolo di Dio, devono essere sereni riguardo a questo appassionato odio. Non temere perché siete perseguitati per il mio nome (Mt. . 10,22; 24,9; Mc. 13,9;13; Lc. 21,12;17). Loro proclamano il mio nome come il più grande, l’unico uomo santissimo e altissimo, perciò vengono perseguitati. Non conoscono in verità Dio come è stato rivelato nel Cristo. Non conoscono Dio che ha mandato Gesù Cristo nel mondo e l’ha fatto mediatore della pace. Non hanno vera conoscenza di Dio nel Cristo, perciò perseguitano il popolo di Dio, i suoi discepoli e i loro successori.

Conclusione: Attenzione! “…Chi ignora Colui che l’ha mandato che è nello stesso tempo anche Dio, di conseguenza nega anche il mistero del suo mandato; nega la sua missione e offende in modo negativo Dio, Signore e Creatore del mondo”.

Uniche medicine per guarire la nostra infedeltà e la nostra diffidenza, sono l’amore, la fede, e la preghiera. Andiamo subito a prenderle, abbiamo ancora tempo. Dio ci dà tempo e occasioni, grande dono della nostra vita terrestre.

 

 

25 Maggio               Gv. 14, 15-21

Gesù Cristo promette il Paraklitos – lo Spirito Santo – ai suoi discepoli, promessa che ha stretta relazione con quello che ha detto: “Se mi amate, io farò”. Descrive, infatti, la forza dell’amore e commanda che questo amore gli apostoli devono mostrarlo non con sentimenti, ma con la cosciente premura di portare fino la fine la loro missione.

In relazione a Cristo lo Spirito Santo sarà l’altro Paraklitos che lo sostituerà e continuerà la sua opera. Lui è la verità (Giov. 14,6), però anche l’altro Paraklitos – lo Spirito Santo – viene chiamato lo Spirito della verità. Verrà come lui (il Figlio).

Origene (Περί Ἀρχῶν II VII,4) afferma che, mentre nella prima lettera di Giovanni 2,1 Paraklitos significa il mediatore, nel Vangelo di Giovanni significa Consolatore. San Cirillo di Gerusalemme (Catett. 16,20) afferma che lo Spirito viene chiamato Spirito che consola e aiuta le nostre malattie (Gregorio di Nissa, Contro Eunomio II,14). Paraklitos viene chiamato il Figlio, come anche lo Spirito, poiché consolano e pregano il padre a favore di noi.

Il Paraklitos, dunque, è la grande promessa del Nuovo Testamento (Atti 1,4) come quella del Vecchio Testamento della venuta del messia. L’altro Paraklitos rimarrà con i suoi discepoli nei secoli. E San Theofilaktos dice: “… la sua presenza non sarà provvisoria, come la mia, ma durerà fino al secolo”. Giovanni Crisostomo aggiunge: “Questo manifesta la verità che anche dopo la morte non si allontanerà”. Lo Spirito Santo porta la verità e testimonia tutto quello che ha detto e ha fatto Gesù Cristo, durante la sua vita terrestre.

Lo Spirito vi insegnerà la verità, illuminerà il vostro intelletto con la conoscenza della verità, rafforzerà la nostra fede e aumenterà il nostro amore. Lo Spirito della verità, però, non condurrà soltanto voi in tutta la verità, ma tramite voi anche altre moltissime persone, migliaia di uomini. Lo Spirito Santo aiuta alla separazione tra la Chiesa e il mondo dei maligni; il mondo, essendo sotto il dominio dello spirito di ingano (I Gv. 4,6) e di infedeltà, il fedele non può riceverlo.

Il ritorno di Gesù Cristo per mezzo dello Spirito Santo è un fatto indiscutibile; la sua quotidiana presenza con manifestazioni dell’amore e le visite della sua grazia tramite il Paraklitos è vita per i fedeli – il popolo di Dio. E come scrive chiaramente Giovanni Crisostomo, “credo che è vivo non soltanto nella presente, ma anche nella futura vita”.

Conclusione: La nuova vita dei cristiani è strettamente legata con la vita di Cristo. Se vive il capo e la radice, vivranno anche le membra e i rami, anzi vivranno eternamente e gloriosamente e i loro corpi resusciteranno con la potenza della resurrezione di Gesù Cristo.

 

 

26 Maggio               Gv. 15,26-16,4

Gesù Cristo è venuto sulla terra: per salvare l’uomo caduto nel peccato. Lo Spirito Santo era in aspettazione di venire secondo la promessa di Cristo.

Degno di sottolineare che in questi versetti si presenta lo Spirito Santo – il Paraklitos – come una persona proprio distinta, non dal punto di vista di qualità o caratteristica, ma come persona che porta il proprio nome, il nome lo Spirito, con proprio titolo, il titolo lo Spirito della verità.

E’ una mistagogia di alto significato, una teologia di fede dogmatica e di Spiritualità Pastorale, che dimostra l’opera distinta tra le altre persone della Santissima Trinità, come anche le loro caratteristiche e la loro sinergia – collaborazione.

Sono di grande importanza i testi che i Padri e gli scrittori ecclesiastici con sapienza e carità portano e spiegano per dimostrare la verità. San Theofilaktos scrive: “Quando ascolti procedere non intende l’invio – processione”, ma la naturale esistenza dello Spirito è la processione”.

Secondo Giovanni Crisostomo, “lui è degno di verità; è spirito di verità; perciò lo spirito è santo; ma lui l’ha chiamato Spirito di verità”. Dall’altra parte è vero che, perché voi siete stati dall’inizio come miei discepoli, potete predicare ogni cosa che conoscete, cosa che nel presente non potete effettuare, perché secondo Sant’Agostino il compimento dello Spirito non è ancora presente su di voi; l’amore di Dio sarà versato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che vi sarà dato e vi darà la necessaria fiducia (convinzione) per tale testimonianza… Lui testimonierà nei vostri cuori, voi per mezzo delle vostre voci, Lui per mezzo dell’ispirazione, voi tramite la parola”. Lo Spirito Santo testimonierà su di me, dice il Signore, ma anche voi testimonierete sotto la guida dello Spirito e nella collaborazione collo Spirito.

Dunque, abbiamo una promessa del Signore a favore dei suoi apostoli e diaconi che loro saranno collaboratori di Dio. Gli Apostoli, infatti, hanno conosciuto molto bene Cristo, e loro erano adatti per testimoniare e dire su di lui. I diaconi del Vangelo devono in primo luogo conoscere Cristo e poi predicarlo. Loro hanno come testimone lo Spirito della verità che li aiuta per effettuare i miracoli, che testimoniano la vera missione dei discepoli di Cristo. Lo Spirito Santo che dal nostro Signore è stato chiamato Spirito della verità non solo perché ama e predica la verità, ma anche perché la diffonde, e illumina, invisibilmente e misticamente, i cuori che accettano di essere uomini di Dio e suoi collaboratori.

Senz’altro, carissimi, vedrete molti uomini disubbidienti, anzi moltissimi di questi daranno a voi dolore, afflizione, porteranno a voi danni corporali; avrete persecuzioni; anche i fedeli saranno provati, perseguitati, avranno problemi e difficoltà; non soltanto questi guai e mali aspettate, ma anche più peggiori.

Tantissime volte l’opera del diavolo si svolge in diverse falsità, con falsi diaconi di Dio, anzi perseguitano il Cristianesimo e “sono seduti nel tempio di Dio”, come scrive San Paolo nella sua lettera ai Tessalonicesi (6,4). E’ impossibile che loro conoscano a adorano Dio con venerazione e amore. Ci sono, purtroppo, uomini i quali dicono o pensano che conoscono Dio, però succede l’incontrario, cioè lo ignorano e lo offendono. Dall’altro canto bastava la presenza di Gesù Cristo tra i discepoli che era una forza e speranza per risolvere, guarire, e salvare dalle tentazioni. Lasciamo Agostino affermare su questi pensieri mistici e empirici: “Io lo stesso ero la vostra forza per mezzo della mia presenza corporale”.

Conclusione: Dai nemici e infedeli sareste perseguitati; sareste catturati e davanti agli imperatori vi condanneranno a causa della vostra vera professione del mio nome e a causa della vostra fede. Il Signore tiene i mali del mondo e lui vince contro le lotte. La fede è la più grande forza dell’uomo, perché vive in lui Gesù Cristo, Sua speranza e Sua salvezza.

 

 

27 Maggio               Gv. 16, 5-11

Gesù Cristo si affligge, guardando i suoi discepoli ad essere assorbiti dalla separazione tra loro e lui, invece di occuparsi con la gloriosa fine (meta) alla quale la sua partenza condurrà anche loro.

E’ verità indiscutibile che molte volte i discepoli hanno domandato Gesù Cristo su questa questione (13, 36), cioè riguardo alla sua partenza, non riguardo il luogo che lui si recava.

Ora Gesù Cristo parla ai suoi discepoli sulla loro separazione, sulle loro lotte e sulle loro afflizioni. Invano, Gesù aspetta dai suoi discepoli l’apertura gioiosa dei loro cuori; nessuna speranza esiste per loro; la nuova vita era per essi incomprensibile. E’ errore che i cristiani si assorbano dal dolore e guardano soltanto il lato oscuro, si assorbano solo dalla paura e guardano la disgrazia. Tutto ciò perché essi sono legati con la vita terrestre e hanno speranze sul dominio e il regno di messia sulla terra. Il nostro mondano legame con il mondo è grande ostacolo per gioire nel Signore; il nostro amore mondano è la più pericolosa causa per perdere la gioia di essere felici. A causa della loro situazione interiore essi non sono disponibili ad ascoltare i relativi riguardo la venuta del Paraklitos – lo Spirito Santo – e credere in esso.

I verbi che usa San Giovanni Evangelista: partire – viaggiare - dimostrano in linea generale che lui deve subire per inviare il Paraklitos – lo Spirito Santo – che è la causa di ogni dono, la divina illuminazione.

L’opera dello Spirito Santo è opera testimone a favore di Gesù Cristo, difendendo la sua parola, le sue verità che erano salvezza per il popolo. Lo Spirito Santo non soltanto illuminerà i cuori degli uomini per riconoscere le verità, ma li rimprovera perché si sono comportati così. Il rimprovero ha un senso doppio: il mondo obbedisce che Cristo è la verità; simultaneamente è complice del delitto, negando la verità. Rimprovera il mondo per la sua ingiustizia e il suo inganno. Il rimprovero può portare – condurre – o al ritorno, o alla durezza e la continua negazione (II Cor. 2, 15-16). Lo Spirito Santo darà al mondo i più forti mezzi di convinzione; gli apostoli aiutati e rafforzati dallo Spirito Santo, proclameranno il Vangelo in tutto il mondo; concederà ai suoi discepoli sapienza e forza e molti diversi segni per cancellare le superstizioni, le negazioni del mondo.

Non si è mancato a parlare anche sul peccato che proviene dall’infedeltà. L’infedeltà è la radice e la sostanza di tutti i peccati; è il peggior male che nega Gesù Cristo; il mondo (infedeli), purtroppo, ha considerato Gesù Cristo come complice; coll’accusa dell’ingannatore e bestemiatore.

La Settimana Santa (Venerdì Santo) appariva che aveva dato a Gesù il peccato e ai giudici la giustizia. Però, la Pentecoste cambierà tutto: darà la giustizia al condannato di Golgota, invece ai giudici darà il peccato. Lo Spirito Santo dimostrerà che Gesù fu “Cristo il giusto” (I Gv. 2,1), come anche il Centurione ha confessato: “infatti, questo uomo era giusto” (Luc. 23, 17). Purtroppo i suoi nemici l’hanno presentato come uomo dei delitti e cattivo; giustificato nello Spirito (I Tim.) è dimostrato giusto e non ingannatore; caratteristica del giusto è il camminare verso Dio.

Al contrario, il capo del mondo (il diavolo) sarà dimostrato come ingannatore e grande distruggitore. Secondo San Cirillo di Alessandria, “… capo di questo secolo è stato chiamato non perché in verità è tale …. ma come dall’inganno e avarizia…”.

Certamente, il Paraklitos verrà e rimproverirà quelli che non credono ancora in Cristo; senz’altro, sarà condannato anche il capo dei demoni.

Conclusione: Lo Spirito Santo – il Paraklitos – è il testimone delle verità di Cristo. Lo Spirito rivela le verità e illumina per comprenderle progressivamente. Il Paraklitos rivela i misteri all’uomo ed è dono della grazia divina.

 

 

28 Maggio               Giov. 16, 12-15

E’ necessario, carissimi, l’invio dello Spirito Santo – il Paraklitos – perché con la sua illuminazione gli apostoli potrebbero comprendere le verità, che, veramente, era difficile tenere – conservare – cioè capire – comprendere. Come sappiamo l’opera del Paraklitos – lo Spirito Santo – era la rivelazione delle verità e convincere gli apostoli – il popolo – di comprendere tutto che è stato confessato a loro con amore e fiducia.

Certamente, i grandi avvenimenti del Vangelo non sono conosciuti dagli apostoli. Subito e pienamente, ma soltanto nel giorno della Pentecoste, con la quale abbiamo l’illuminazione di essi (At. 14, 25; 26) e la conoscenza delle verità evangeliche.

Lo Spirito Santo conduce le lingue degli apostoli quando predicavano, quando scrivevano, assicurando la sua protezione divina da ogni inganno. Lo Spirito Santo è stato dato non soltanto per dimostrare a noi che è la nostra guida, ma è anche il nostro accompagnatore per mezzo dei suoi aiuti spirituali e la sua grazia.

Lasciamo parlare il grande maestro dell’amore e del dialogo San Giovanni Crisostomo: “… non dico niente da me stesso (Gv. 14,10) … non dico niente fuori di quello che è del mio Padre… niente è mio da quello estraneo, così anche sullo Spirito Santo”. E il commentatore greco Zigavinos sviluppando meravigliosamente il testo Evangelico si riferisce alle tre Persone della Santissima Trinità: Padre: non è nato; Figlio: è nato; Spirito Santo: Procede dal Padre. Abbiamo le tre caratteristiche della Santissima Trinità.

Lo Spirito Santo parlerà – annunzierà – anche su il futuro della Chiesa. Gesù Cristo non è soltanto lui che è venuto, ma anche lui che viene (Ap. 1,4). Annunzierà anche per quelli avvenimenti che succederanno come la croce, la resurrezione, l’ascensione, la Pentecoste, l’evangelizzazione del mondo e la consumazione. La promessa, come conosciamo, è stata realizzata, come vediamo negli Atti 21, 11; e nelle epistole I Cor. 15, 24-28; 51-54; II Tessal. 2, 3-12, I Tim. 4,1), del tutto particolare nell’Apocalisse 1, 19; 22, 16-17.

E’ vero che dopo la gloriosa elevazione di Cristo da suo Padre, lo Spirito Santo – il Paraklitos – illuminerà i cuori degli Apostoli per mettere in essi, e tramite loro nei cuori dei fedeli, l’immagine celeste del Padre. E San Giovanni Crisostomo con venerazione parla: “Come? (si intende : farà – realizzerà) nel mio nome darà le energie”; e Zigavinos aggiunge : “rivelando a voi più vivo il mistero della mia incarnazione”.

Lo Spirito Santo è mandato nel suo nome e secondo la sua volontà per promuovere e finire la sua opera. La grazia e le donazioni dello Spirito Santo, illuminando gli Apostoli; come anche i fedeli, scrivono libri e manoscritti, avendo come scopo la glorificazione di Cristo. Lo Spirito Santo non è venuto per istituire un altro nuovo regno, ma è mandato – inviato – per estendere e rafforzare questo regno che Cristo ha fondato.

San Basilio, la grande sapiente guida della Chiesa di Cesarea, scrive: “Tutto quello che ha il Padre è mio. Infatti, riguardo l’immagine, è tutto, tutto che esiste nella originale (prototipo) figura”; ancora lo stesso San Basilio afferma: “In quanto quello che ha il Padre, del Figlio è; …”. Anche l’evangelista Matteo scrive: “Tutto è stato dato a me dal mio Padre” (11, 27). Le benedizioni spirituali e celesti sono state date per noi dal Padre all’incarnato suo Figlio, che mette alla disposizione dello Spirito Santo, per concedere a noi.

Conclusione: Tutto quello che fa lo Spirito Santo, che dimostra a noi per mezzo della sua dottrina riguardo Gesù, tutto quello che ci da per il nostro rafforzamento spirituale e il nostro rinnovamento morale, tutto appartiene a Cristo, perché lui ha pagato grande il prezzo di riscatto per acquistare tutto, in quanto con il suo sangue ha conquistato tutto. Cristo, come mediatore, proclama: “tutto è consegnato a me dal mio Padre” (Mt 11,27) dice Matteo l’Evangelista. L’uomo deve essere grato e fedele al suo Salvatore Gesù Cristo e amare l’uomo che è “icona-immagine di Dio”, secondo i Padri Greci della Cappadocia.

 

 

29 maggio Giovanni 16,16-20

L’annunzio, carissimi, che fra poco Gesù Cristo sarà separato dai suoi discepoli, è motivo di un profondo dolore. Evita dal paterno amore dire a loro riguardo la sua morte, cioè sarà separato da essi con la morte. Pochissimo sarà il tempo tra la sua morte e la sua Resurrezione ma anche con la Pentecoste che sarà seguita. San Giovanni Crisostomo scrive: “fra poco sarà la nostra separazione ma non sarà per sempre”. Certamente lo vedranno durante la sua Resurrezione, lo vedranno subito dopo l’Ascensione e sarà una forza ad esultare per essere guariti dal dolore e l’ignoranza a causa di cui erano in pericolo perdere la fede; saranno illuminati per comprendere i misteri del Vangelo. La venuta dello Spirito Santo è la visita e manifestazione di Cristo ai discepoli, non più provvisoria, ma stabile e duratura, interiore e spirituale. Giovanni Crisostomo domanda e scrive: “se ti vedremo, dove vai? Se vai, come ti vedremo?”

L’idea che Cristo istituiva regno mondano –terrestre- sulla terra era tanto conosciuta e creduta dagli Apostoli, cosicché era molto difficile a credere alle parole-discorsi-di Cristo. Lui, come Dio onnisciente, conosce i loro desideri e i loro pensieri prima ancora che siano espressi. Ogni cosa che provoca l’afflizione dei Santi, costituisce un motivo di gioia per i peccatori. Quando i gerarchi dei Giudei avevano Cristo sulla croce gioivano ed esultavano come anche “quelli abitanti sulla terra gioiscono per l’uccisione dei martiri” (Ap 11,10).

Sono pieni di gioia i discepoli quando hanno visto il Signore. La Resurrezione di Cristo dai morti e la vita per i discepoli, il dolore per le passioni di Cristo è diventato gioia, e nessuna potenza può più disturbare e fare sparire questa gioia: “come afflitti, dispiaciuti, ma sempre vivendo con gioia”,  scrive San Paolo (2 Cor 6,10). Vediamo che non soltanto la gioia sostituirà il dolore, ma anche il dolore diventerà gioia. La Croce non è pietra di ostacoli e condanna; la Resurrezione non ha allontanato la Croce, ma sono due avvenimenti indispensabili per l’esistenza e la vita dell’uomo.

Conclusione: la Croce non è sconfitta, ma è vittoria, la Croce è trionfo e vittoria contro gli eretici.

Il fedele non porta la Croce come gioiello ma come il più prezioso tesoro, Cristo, che ha versato il suo sangue per la salvezza dell’uomo. San Giovanni Crisostomo con venerazione afferma: “che dopo il dolore si fa gioia”; il dolore partorisce la gioia e che essa è limitata; la sessualità immensa, per esempio, venuta dal mondo, è legata alla terra.

Amiamo il nostro Signore e Redentore Gesù Cristo. Nel presente non è necessario versare per Lui il nostro sangue, però è indispensabile per noi confessare Lui come unico nostro Padre e creatore del mondo. La preghiera e l’amore sono le uniche vere medicine per abbracciare veramente la Croce e così amare ogni uomo, per costruire ponti dell’unità e unirsi con Dio, la nostra unica speranza per vincere l’afflizione, il dolore, le preoccupazioni, la crisi, e conquistare la vita eterna che è la nostra meta divina. Amen

 

30 maggio Giovanni 16,20-23

La gioia dei discepoli è veramente grandissima quando hanno visto Cristo. La sua resurrezione era vita e il dolore che avevano per la sua morte è diventata gioia; nessuna avventura o prova poteva annullare essa. San Basilio il Grande meravigliosamente scrive: “dispiaciuti ma sempre pieni di gioia” (2 Cor 6,10). Il dolore sarà sostituito dalla gioia e la resurrezione non ha allontanato la Croce. San Giovanni Crisostomo scrive: “il dolore è provvisorio, duratura-per sempre-la gioia. L’esempio che porta l’Evangelista riguardo i dolori che ha la donna che partorisce durano poche ore; invece la gioia della madre, che vede il suo figlio diventare più grande, cresciuto e prospero, è molto più duratura, infatti il dolore che avrete dalla mia morte sarà provvisorio e dalla resurrezione nascerà la gioia duratura”, scrivere il famoso commentatore Greco Zigavinos. E questa gioia è profonda, immensa, divina, e come dice San Teofilaktos “dalla Resurrezione è nato a noi il nuovo e incorruttibile uomo, Gesù Cristo, il nostro Dio”. Se i nostri figli erano pieni dello Spirito Santo, come San Giovanni il precursore e Battista, allora, in occasione della loro nascita, sarebbero anche per noi gioia ed esultanza (Lc 1,14); purtroppo, tutti ricordiamo che non siamo nati soltanto nel peccato, ma sono nati anche nel mondo delle preoccupazioni, di confusione delle lacrime, perciò proviamo paura in sicurezza e disgrazia.

La promessa si è realizzata durante le sue apparizioni dopo la Resurrezione del Signore. Certamente la gioia dei discepoli era grande vedendo il Signore dopo la Resurrezione però non era la sua pienezza; diventerà tale soltanto dopo la morte e la Resurrezione di Gesù e così avremo la strettissima relazione-comunione-con il suo Padre.

Cristo visiterà i suoi discepoli per dare a loro gioia, coraggio, speranza, pace e unirsi con loro; la sua visita sarà per voi carismatica, piena di carismi e donazioni per voi, malgrado li abbia “lasciato per poco tempo” (Is 54,7). Questa gioia spirituale ed esultanza mistica non si perde, né il mondo ha la potenza di estrarre, perché non si può separare loro dall’amore di Cristo. Nessuno può trarre loro da Dio e dai loro celesti tesori.

Addirittura , Giovanni Crisostomo, che sempre si occupa del bene e del giusto agio del popolo scrive: “basta pronunciare il suo nome e puoi avere tutto”.

Il reincontro spirituale tra Gesù Cristo e i suoi discepoli è pieno di privilegi; anzi con la piena conoscenza “non domanderete più” e la piena forza, “tutto quello che chiedete sarà dato” conoscono in seguito i misteri evangelici tramite l’illuminazione divina e non hanno più la necessità di domandare e chiedere. Gesù Cristo è la nostra presenza verso il padre. Cirillo di Alessandria dice: “infatti, dobbiamo elevare le preghiere –suppliche- nel nome del nostro Salvatore Gesù Cristo; dobbiamo chiedere dal Padre nel nome di Gesù Cristo e avvicinarLo come suoi figli”.

Conclusione: Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore, come mediatore dobbiamo avvicinarlo con adorazione e pregare lui con la fiducia per i nostri interessi spirituali e familiari. Giovanni Crisostomo, vero e meraviglioso pastore per la sua umanità e la comunione dei beni, afferma: “la potenza del nome soltanto nominato con il Padre fa miracoli”.

Di grande importanza sono i detti di Cirillo di Alessandria: “era mediatore e pontefice, e Paracleto viene chiamato, verso il Padre reca le suppliche a nostro favore, Egli è la nostra speranza col Padre”. E’ verità eterna e messaggio preziosissimo per tutti, per il mondo che soffre per la crisi economica, che è, in verità decadenza spirituale, sociale e morale dell’uomo,  perdita dei nostri valori, dei nostri carismi divini, della nostra dignità divina. Dio è l’unica forza, speranza e consolazione per essere salvati. Il dono del tempo Dio ce lo da ancora. Dio è grande, vuole che si salvino tutti; Amen. Pregate e amate tutti; la crisi finirà. Dio è grande!

 

 

31 maggio Luca 1,39-56

La Vergine Maria “appena ha ascoltato dall’angelo che Elisabetta aspetta un bambino, si è recata da lei, da un lato piena di gioia per il felice avvenimento che è successo alla sua parente e dall’altro perché era Elisabetta buona e fedele, perciò voleva essere perfettamente informata”. Così scrive San Teofilaktos, celebre vescovo e scrittore ecclesiastico, anzi continua ad informarci che lei “è andata non perché non credeva, ma perché voleva sapere con precisione il fatto”.  Senz’altro Maria si è recata da Elisabetta con l’illuminazione dello Spirito Santo, ove li nella casa di Zaccaria ha sentito il palpito nel ventre di Elisabetta, la quale, raccontando i fatti che succederanno, riceve precise informazioni. Maria dopo il saluto, l’evangelizzazione, certamente non era disponibile ad informare su questi avvenimenti nessuna persona tra le vicine o amiche di Nazareth, però, senza dubbio desiderava parlare di questo importantissimo saluto –messaggio- dell’Angelo. Era pensierosa, preoccupata perché di una cosa sovrumana mai fatta e sentita. È vero che per lei era una persona di fiducia e di affetto che potrebbe parlare liberamente di ciò che le è accaduto; la sua parente Elisabetta la quale si trovava sotto simili condizioni con Maria. E’ degno di memoria ricordare che è una buona cosa, è una benedetta realizzazione consigliarci e avere fiducia e amore tra di noi come Maria con Elisabetta, chei erano guidate dallo Spirito Santo con la potenza del Dio Altissimo. Il saluto spirituale di Maria ad Elisabetta e la loro gioia angelica sono dono dello Spirito Santo.

Maria, malgrado la fatica del suo viaggio riprende forza dalla sua fede e dall’incontro con Elisabetta. In primo luogo, con chiarezza dice San Teofilaktos: “la Vergine glorifica Dio, indirizzando a lui il miracolo”. Fede e umiltà ornano Maria, e Dio la ama per la sua umiltà; secondo Origene: “Imita lui che si è umiliato e ha avuto forma di servo …sono serva di lui come creatura di lui, come le altre creature”. Maria descrive la manifestazione delle sue divine qualità le quali sono fonte della sua beatitudine. Maria predica anche la ricompensa della fame spirituale e la sua ode (Gv 46-55) dice “non sono veramente parole di lingua per la sua beatitudine, ma  che è stato su di essa lo Spirito Santo, ha preceduto la profezia e si è verificato il risultato della profezia”.

Conclusione.  Maria è il più grande simbolo della fede, dell’umiltà, dell’amore e dell’ubbidienza e della pazienza. L’unico esempio per la nostra vita. Il suo comportamento di fede e di umiltà, di amore e dell’unità è per noi l’unica speranza. Grazie ad essa, benedetta fra le donne, la veneriamo dopo la SS Trinità. Vorrei concludere con un meraviglioso inno del Natale che così solennemente si canta nella Chiesta Ortodossa: “Che cosa ti offriamo, o Cristo? Tu per noi sei apparso, uomo, sulla terra! Ciascuna delle creature da te fatte, ti offre il rendimento di grazie: gli angeli, l’inno; i cieli, la stella, i magi i doni; i pastori lo stupore; la terra, la grotta; il deserto, la mngiatoia; ma noi ti offriamo la Madre Vergine. O Dio che sei prima dei secoli, abbi pietà di noi” (Dal Grande Vespro di Natale).


 

Il Metropolita Gennadios
Arcivescovo Ortodosso d’Italia e Malta



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