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Analisi della teologia dell’icona dell’Annunciazione alla Ss. Theotokos (Madre di Dio)

 Trascrizione della conferenza del protopresbitero Costantino Stratigopulos, nel corso delle lezioni di iconografia delle Sante Icone ortodosse, tenuta venerdì 18 novembre 2005
Protopresbitero Costantino Stratigopulos
traduzione a cura dell'Archimandrita Antonio Scordino




 

Continuiamo la teologia dell’icona, analizzando l’icona dell’Annunciazione alla Madre di Dio. L’avvenimento dell’Annunciazione è descritto nel vangelo secondo Luca, lì dove l’evangelista Luca descrive molti eventi che riguardano la Madre di Dio e anche la natività di Cristo. La nascita di Cristo è narrata anche dall’evangelista Matteo, ma i particolari che riguardano questi avvenimenti sono descritti dall’evangelista Luca che, avendo conosciuto personalmente la Tusanta, ha appreso direttamente da lei i fatti, come - per esempio - quello dell’Annunciazione.

Ciò che è importante, è l’approccio teologico dell’icona. Nell’icona dell’Annunciazione vediamo l’arcangelo Gabriele e la Tuttasanta in questo incontro unico! L’icona dell’Annunciazione che personalmente ritengo essere forse la migliore da me vista, è l’icona della Tuttasanta dell’Annunciazione di Ocrida. La regione di Ocrida è a nord di Prespes, nell’odierna Skopie. E’ una stupenda icona, d’autore ignoto.

Esaminiamo un po’ l’icona. Oggi capiremo meglio alcuni elementi che vi ho fornito le volte passate, a proposito dell’Angelo e della Tuttasanta. Innanzitutto, l’Angelo annuncia un avvenimento. Poiché annuncia un avvenimento e si muove, le gambe – come vediamo nell’icona – sono divaricate. C’è un movimento. In altre circostanze vedremo angeli che non presentano questo movimento, che stanno a piedi fermi. Quel che conosciamo sugli angeli, lo conosciamo dalla Sacra Scrittura. Secondo le indicazioni della Sacra Scrittura, essi sono “spiriti liturghi inviati per una diaconia”. Presentano cioè due elementi. Primo: sono Spiriti liturghi, prestano servizio liturgico a Dio; secondo: Inviati per una diaconia. Hanno cioè una missione. Dio li manda per operare qualcosa nel mondo: questo è il loro ruolo. Per quanto riguarda le altre schiere angeliche non sappiamo molto: i dati che conosciamo, in maggior parte riguardano gli Angeli e gli Arcangeli. Sappiamo che esistono le schiere chiamate Principati, Signorie, Troni, Potenze, Potestà, ma oltre a questo non sappiamo il loro ruolo liturgico. Qualcosa sappiamo dei Cherubini e dei Serafini, i quali appaiono nell’ambito dell’Antico Testamento.

Abbiamo però maggiori e continue apparizioni di Angeli e di Arcangeli. Ricordate che nell’Antico Testamento appare l’arcangelo Michele e che nel Nuovo Testamento appare l’arcangelo Gabriele: quando quindi nell’ambito del Nuovo Testamento vedete un arcangelo, e non sapete come si chiama, si tratta dell’arcangelo Gabriele. L’arcangelo Michele di solito (ma non esclusivamente) appare nell’Antico Testamento (anche se c’è qualche eccezione per alcuni episodi legati alla storia della Chiesa, come il miracolo compiuto in Chones dal capo dei condottieri celesti Michele, che festeggiamo il 6 settembre). Ma questa è una basilare considerazione dei fatti. Perciò, dovete sapere che da un punto di vista della disposizione delle icone nel Santuario, l’iconostasi ha due porte laterali: una alla nostra destra e una alla sinistra. Avrete notato che durante la divina Liturgia viene usata solo la porta a sinistra. Mentre in tutte le Ufficiature il sacerdote – o il diacono – esce dalla porta a sinistra ed entra dalla porta a destra, quando inizia la divina Liturgia la porta a destra non è più usata. Quando il clero esce con i Santi Doni si usa solo la porta a sinistra. Ciò significa che questa porta, usata al tempo del Nuovo Testamento, è la porta del Nuovo Testamento, mentre l’altra porta (che di solito ha un uso liturgico, ma che viene abbandonata, non viene utilizzata durante la divina Liturgia) è – o potremmo simbolicamente chiamarla così – la porta dell’Antico Testamento. Per questo, sulla porta dell’Antico Testamento, alla nostra destra, raffiguriamo l’arcangelo Michele, l’arcangelo dell’Antico Testamento, e sulla porta di sinistra raffiguriamo l’arcangelo Gabriele.

Gli angeli dunque sono “spiriti liturghi inviati per una diaconia”. Gli angeli che compiono un servizio liturgico – come nell’icona del Battesimo, dove sono al servizio di Cristo che s’immerge – noi li vediamo immobili. A gambe chiuse: a gambe divaricate, significa che sono mandati. La stessa ampiezza nel movimento delle gambe notiamo che fa andare avanti gli apostoli. Anche gli apostoli hanno un movimento: sono liturghi di Dio. Quando si trovano “in missione”, stanno a gambe divaricate. Nell’icona dell’Ascensione o nell’icona dell’Incredulità di Tommaso, vedete che i discepoli stanno da una parte e dall’altra. In centro c’è Tommaso che tocca Cristo; da una parte e dall’altra ci sono gli altri apostoli. Osservate come metà hanno i piedi divaricati e metà stanno a gambe divaricate. Non si può dipingere lo stesso apostolo a piedi aperti e chiusi. Gli apostoli sono un corpo solo: una metà di loro indica il movimento, significato dal loro stare a gambe divaricate, mentre una metà sta a gambe chiuse. Indicano che – allo stesso tempo – sono in movimento ma anche “al servizio”. Lo stesso anche noi. Nell’Ortodossia non ci chiediamo cosa sia meglio, se essere fermi o in movimento. Ci interessa muoverci nella misura della missione che Dio ci assegna di compiere, ma stare anche immobili secondo il metro dell’esicasmo e l’atteggiamento della compunzione e della preghiera. Entrambe le misure hanno ugual peso nell’Ortodossia; non abbiamo mai un’esclusiva. Ovvero, chi dice: “Io starò in quiete, senza partecipare a qualche movimento o attività”, non vive correttamente l’Ortodossia. Le due misure si equivalgono.

Nell’icona, l’arcangelo Gabriele è inviato alla Tuttasanta, e perciò le sue gambe sono divaricate. Come vedete, egli tende la mano, indica qualcosa. Quando è liturgo e presta servizio liturgico a qualche Mistero (come potete vedere nell’icona del Battesimo), le sue mani sono chiuse, anzi ricoperte da un velo. Ma qui vedete che la mano è stesa, indica qualcosa. Dio gli dispone di dire qualcosa. Non è sua, la mano: presta la sua mano a Dio. Lo stesso avviene durante la divina Liturgia. Se avete fatto attenzione, noi sacerdoti indossiamo una specie di soprabito – si chiama felonion – che copre le nostre mani. Le nostre mani sono coperte. Significa che non abbiamo mani. E quando ci apprestiamo a fare qualcosa, lo facciamo come prescrive la Chiesa, secondo il volere di Dio. Non usiamo quindi le nostre mani come vogliamo noi, per fare gesti d’afflizione, di gioia, di festa, di vittoria, ecc. Il sacerdote leva la sua mano da sotto il felonion solo per benedire il popolo, per i Santi Doni, per dire il Pace a tutti! Nient’altro. Sappiate che, durante la Liturgia, il sacerdote – come anche tutto il popolo di Dio - partecipa alla vita degli angeli, secondo le sue capacità. In movimento e immobile. Nell’icona dunque, l’angelo ha la mano distesa e le gambe divaricate: si trova nel momento in cui è mandato a una diaconia. Badate che questo è molto importante! Non potete trascurarlo.

Guardiamo ora la testa dell’angelo: osservate che ha un nastro. Nell’agiografia – l’ho già detto - questo nastro è la materiale rappresentazione della Preghiera mentale. L’angelo, innanzi a Dio, concentra la ricchezza della sua mente. Non posso dipingere il pensiero o l’intelletto: perciò ha questo nastro. Quel che ci interessa è rappresentare il concentrarsi della mente.

State attenti che la testa non viene rappresentata di profilo, né frontale. E’ raffigurata di tre quarti, sì che vediamo entrambi gli occhi. Ci interessa molto vedere entrambi gli occhi; lo notiamo anche in tutti i santi.

L’angelo stringe in mano una verga. Non rappresentate mai l’angelo in quello stile romantico (come fa la pittura occidentale), che reca un giglio! Non c’è alcuna tradizione che riporti qualcosa di simile. E anche se la Sacra Scrittura non ci dice che l’angelo stringe in mano una verga, questa verga ha per noi un simbolismo teologico. La verga da sempre è lo strumento usato dai messaggeri per portare i loro messaggi. Ancora di recente, nei nostri paesi arrivava il banditore, batteva con un bastone sul selciato dei vicoli e diceva: “Domani succederà questo e questo!” La verga dunque simboleggia che l’angelo viene ad annunciare qualcosa. Non stringe un fiorellino per far bella la situazione o portare un dono alla Tuttasanta. E’ un errore! E’ un’interpretazione romantica del fatto. La Chiesa, nell’agiografia, non dà mai un’interpretazione romantica dei fatti, ma tratta sempre gli avvenimenti con compunzione.

Con la sua arte, la Chiesa vuole suscitare la compunzione, non destare il romanticismo. Per questo motivo, notate nell’arte ortodossa una totale differenza, sia nella musica sia nella pittura, due arti sublimi. Ci sono anche altre arti, come quella delle sculture lignee. E come per le due principali, lo stesso avviene per l’arte dell’ebanisteria. Realizziamo sculture lignee semplici, sobrie. Non facciamo mai cose barocche o rococò, da arricchiti, così pesanti da impressionare i sensi dell’uomo. Quest’arte riguarda anche gli edifici di culto, i paramenti sacerdotali, ecc. Anche in questo c’è una teologia. La semplicità dei paramenti: senza orpelli, senza applicazioni e policromie! La Chiesa ha una certa semplicità in tutto; noi ora dobbiamo lavorare sull’agiografia, ricordando la semplicità dimostrata dalla verga e dalla mano stesa dell’Angelo.

L’angelo reca come una fascia – molte volte troviamo la stessa fascia sulle vesti di Cristo – la quale indica che egli, in quanto “Ufficiale”, ha ricevuto un ordine. Ha ricevuto autorità da qualche Principio superiore. Si indica che l’angelo non è autodeterminato. Non opera da solo. Non agisce secondo i suoi propri desideri, ma ubbidisce a Dio. E qui, con questa fascia o banda viene indicata l’autorità che gli è stata conferita. Per quanto riguarda il Cristo, il potere conferito è indicato da una fascia ma insieme vediamo molto spesso che egli tiene in mano un rotolo. Anticamente gli evangeliari non avevano la forma di libro, ma quella di fogli di papiro arrotolati. Cristo ha preso il suo potere dal Padre per compiere quel che doveva compiere: nessuno è autodeterminato.

Per altro, gli angeli si raffigurano così come li abbiamo visti. Li abbiamo visti in forma umana; abbiamo visto che hanno ali. Non è una nostra fantasia. Noi dipingiamo in modo teologico quel che abbiamo visto. I tropari della Chiesa riportano che essi sono una “seconda luce”. Dio è la prima luce: tutti gli altri (gli angeli, i santi) sono una luce seconda, in quanto prendono la luce da Dio. Nessuno ha una sua propria, personale luce. Anche i santi – che hanno una corona luminosa intorno al capo – indicano d’essere una seconda luce: è la luce di Dio che illumina tutto il loro volto.

Voi tutti ricordate che noi veneriamo gli angeli ogni lunedì. Ogni lunedì si venerano gli angeli. Come la domenica è il Giorno della Risurrezione, lunedì è quello degli angeli. Martedì, del Precursore. Mercoledì, della Crocifissione e della Tuttasanta. Giovedì, dei santi apostoli e soprattutto di san Nicola, come “tipo” dei vescovi. Venerdì, ancora della Tuttasanta e – insieme – della Croce. Sabato è il giorno dedicato a quanti si sono addormentati (i defunti), e domenica quello della Risurrezione. In più, certamente, ogni giorno festeggiamo un santo. Se prendete il libro detto Paraklitiki, notate che i tropari del lunedì sempre parlano degli angeli. Teologici tropari per gli angeli potete trovarli anche nelle Ufficiature del Mesoniktikòn, al mattino presto della domenica, dove è spiegato il dogma della Trinità professato dalla Chiesa, a cui gli angeli partecipano e prestano servizio in quanto seconde luci.

Lo dico, perché acquisiate una vasta esperienza: noi non abbiamo arti frammentarie. Il pittore di icone nasce ed è radicato nella vita della Chiesa, e deve vedere a fondo gli eventi. Il pittore di icone che non partecipa alla vita liturgica, che non vive il sacramento della Chiesa, mai potrà fare agiografia: ancor più, colui che non conosce sin nei particolari la teologia.

Passiamo un poco alla Tuttasanta. Vedete che la Tuttasanta è seduta. Di solito, seduti stanno Cristo e la Tuttasanta. Il fatto di essere seduti designa una certezza. La mano aperta della Tuttasanta indica un moto d’accettazione. Significa: “Accetto!”. Questo non è un fumetto, non scriviamo frasi e parole. L’accettazione è indicata ugualmente dal capo reclinato. C’è come un piccolo inchino che – insieme alla mano aperta – indica l’accettazione. Ogni volta che vogliamo vedere, rappresentare l’accettazione d’un evento, facciamo il capo chino. Una minima, piccola umiltà che non è esibita. Non è una umiltà plateale, che potrebbe essere un particolare romantico, rumoroso. L’accettazione è indicata dal palmo aperto.

Con l’altra mano la Tuttasanta stringe un attrezzo, un fuso con cui fila. Nello stesso tempo, esso indica chi è la Tuttasanta. Chi è la “più venerabile dei Cherubini e indicibilmente più gloriosa dei Serafini”. Essa è paragonabile alle schiere angeliche, anzi ne è più gloriosa di tutte: tuttavia, rimane un essere umano e lavora come un qualsiasi essere umano. Perciò stringe un fuso. Nella vita della Chiesa, nessuno è un essere soltanto spirituale: ognuno ha un corpo, una natura carnale (la carnalità non è un peccato in sé), e compie azioni umane. E’ il lavoro! Ricordatevi tutti che la “teoria” ascetica e spirituale dell’Ortodossia è basata su di un giusto equilibrio tra le liturgie del lavoro e della preghiera. Per questo la Tuttasanta ha un fuso ed è seduta.

Ho già parlato a proposito delle tre stelline che ha la Tuttasanta: una stellina sul capo e due stelline sulle spalle della Tuttasanta. Le stelline hanno otto punte, otto raggi. Le tre stelline indicano che la Tuttasanta è Semprevergine: era, è e resta sempre vergine; prima, durante e dopo il parto. La stella a otto punte e otto raggi indica il mistero dell’ottavo giorno. Il mistero dell’ottavo giorno è il mistero del giorno che Dio ha inaugurato con l’opera della divina economia, per salvare l’uomo. Nel settimo giorno – l’ultimo giorno della creazione – noi abbiamo fallito in quel che Dio aveva stabilito per noi; nello stesso momento in cui ci accostiamo alla Tuttasanta, partecipiamo all’opera della divina economia.

I Padri della Chiesa si sono espressi teologicamente a proposito della figura della Tuttasanta ma, per quanto riguarda la figura della Tuttasanta, il principale dato teologico è stato espresso dal terzo Concilio Ecumenico, il Concilio Ecumenico di Efeso. Alcuni – come Nestorio, un eretico – sostenevano che la Tuttasanta non è Theotokos (Madre-di-Dio) ma soltanto Christotokos (Madre-di-Cristo). E che differenza c’è?, voi dite. C’è una grande differenza. Una cosa è Theotokos (che partorisce Dio), altro Christotokos. Quale è la differenza? Nestorio diceva: E’ Christotokos, ha partorito niente altro che Cristo. Secondo Nestorio, la Tuttasanta era quindi niente altro che come un tubo attraverso il quale era passato Cristo. E’ un errore teologico. Come è nato Cristo? Cosa diciamo nel Credo? “Si è incarnato per opera dello Spirito Santo e da Maria Vergine, e si è fatto uomo”. Avvengono qui due cose. Come per la nascita di un qualsiasi bambino operano un uomo e una donna, qui opera la Grazia del Santo Spirito. “Si è incarnato per opera dello Spirito Santo e da Maria Vergine, e si è fatto uomo”. Cosa fa la Tuttasanta? Dona (nel mondo) la sua carne umana a Cristo. La partecipazione della Tuttasanta non è dunque semplicemente come quella d’un tubo che serve in un determinato momento. Cristo non vi passa “attraverso”, senza che la Tuttasanta apporti la dimensione umana. Cristo assume dalla Tuttasanta la dimensione umana, quindi lei è Theo-tokos, Diopartoritrice. Genera Dio, Dio si incarna. E’ una grande differenza. Si è svolto tutto intero un Concilio Ecumenico su questo tema, e solo su questo: la Tuttasanta è Christotokos o Theotokos? Questo problema teologico è stato affrontato molto da grandi Padri, come Cirillo d’Alessandria, e da altri teologi che per primi hanno delineato la teologia sulla figura della Tuttasanta.

Ritorno sull’icona dell’Annunciazione. Vi sono particolari secondari, che possono differenziarsi anche per quanto riguarda il colore. C’è un trono, e questo drappo rosso che è sopra. Anche in altre icone – specialmente nelle icone despotiche, della Venuta di Cristo, della Tuttasanta – mettiamo questo drappo che simboleggia un avvenimento gioioso. Per essere precisi, un evento di gioia pasquale. Ma è un particolare secondario, nel senso che può non essere messo. Non lo troverete in tutte le icone: dipende dalla scelta del pittore. Gli elementi teologici, però, vanno utilizzati così come sono. La pedana su cui stanno l’angelo e la Tuttasanta, per esempio, è un particolare secondario. E’ indispensabile distinguere tra dati teologici ed elementi secondari.

Il colore del maforion, della veste della Tuttasanta, è rosso scuro, un colore che l’Ortodossia valuta come di profonda compunzione. La Chiesa non usa mai il colore nero. Non è opportuno che il sacerdote indossi – sia pure nel periodo di Quaresima – paramenti neri o che ponga sulla santa Mensa – sia pure nel periodo di Quaresima – rivestimenti neri. Noi non abbiamo mai una tristezza totale. Noi (lo vedremo nella forma delle labbra) parliamo per una gioiosa afflizione, due elementi collegati tra loro. Non siamo mai in uno stato di assoluta gioia o di assoluta afflizione. La gioia assoluta è una utopia, perché viviamo in un mondo caduto. L’afflizione totale è una tragedia, perché afflizione vuol dire aver perso tutto: non c’è speranza in Cristo. Solo per un motivo noi dobbiamo affliggerci. Dobbiamo essere afflitti per i nostri peccati, come ha detto Cristo: “Adiratevi, ma non peccate”. Dobbiamo adirarci solo a causa dei nostri peccati, in nulla dobbiamo peccare. Adiriamoci soltanto dei nostri peccati. Nel vangelo secondo Marco, Cristo - nell’ora della sua preghiera nell’orto del Getsemani – dice: “L’anima mia è nella tristezza, sino alla morte”. Non vuol dire che Cristo fosse nauseato. Attenti al termine: Perì-lipos. Non è triste, è nella tristezza: la tristezza era attorno a lui. La tristezza del peccato che operava attorno a lui, e perciò era nella tristezza per il nostro peccato. La Chiesa non celebra mai eventi di totale afflizione o tristezza. Il giorno del Grande Venerdì non è un giorno triste: è una concezione del tutto sbagliata. E’ un giorno di gioiosa afflizione. Siamo addolorati per un motivo: perché osiamo crocifiggere Cristo. Ma nello stesso tempo ci rallegriamo perché Cristo risorgerà. Non abbiamo eventi tristi ed eventi lieti: abbiamo una lieta tristezza che opera in tutta la nostra vita. Come vi ho detto, l’assoluta gioia è una utopia. E’ uno stato psicologico ingannevole, che ci fa soltanto rifuggire dall’affrontare la tristezza per i nostri peccati.

 

Domanda               : Perché in questa icona dell’Annunciazione la Tuttasanta è seduta?

Risposta: Vi ho parlato della teologia dello stare assisi. Nelle icone dell’Annunciazione la Tuttasanta non sempre è seduta. Ma, come in questa, è molto giusto, perché il fatto dell’essere assisi – riferendosi a Cristo e alla Tuttasanta – significa la certezza. Essere seduti significa essere sicuri: avverrà qualcosa di definitivo. La Tuttasanta sa quel che fa. Accoglie la proposta di Dio, e lo fa anche se non conosce analiticamente gli eventi.

 

Domanda: In qualche icona gli elementi secondari sono abbondanti?

Risposta: Guardate: non sono abbondanti. Non prevalgono sui personaggi. Per esempio, queste pedane non occupano tutta l’icona, ma solo la parte inferiore. Il pittore di icone ha libertà per quanto riguarda gli elementi secondari, ma non ha libertà per quanto riguarda la teologia. In questi aspetti secondari il pittore di icone ha la possibilità di esprimersi, ma non può cambiare i principi che riguardano la teologia. Se li cambia, può cadere nell’eresia.

 

Domanda: Perché monaci e preti sono vestiti di nero?

Risposta: Una cosa sono i paramenti liturgici, e altro è l’abbigliamento personale. Il colore nero, d’uso personale, rappresenta la memoria della morte. Tutti i monaci indossano abiti neri. Nella divina Liturgia, tuttavia i sacerdoti indossano paramenti bianchi o rossi. E’ il fatto liturgico, in cui opera la Grazia di Dio. Le forme e il modo di vestire hanno un loro approccio. Vedete, io vivo nel mondo, nella vita di tutti i giorni. Devo portare le scarpe, come tutti voi. Non è così? Vivo la realtà umana, però – grazie al colore nero – ho un ricordo della morte. Ma quando devo compiere una qualche Ufficiatura, per tutto quel che si deve svolgere e che devo fare, il nero è coperto da qualche altra veste che indosso, non nera. Per me, il nero è memoria della morte. La divina Liturgia però è un evento sociale, comunitario. Il ricordo della morte è per me, un fatto personale, in memoria della morte. Non è un dato liturgico, in cui si celebra la gioia della risurrezione nella grazia di Cristo. Il colore bianco che usano alcune Chiese Ortodosse Slave – copricapi bianchi, tonaca bianca – è una tradizione sbagliata, introdotta fraudolentemente da Roma con la cosiddetta Donatio Constantini. E’ un imbroglio: Costantino il Grande, poco prima di morire, avrebbe fatto a Roma il dono di essere la “Prima Chiesa”. Ma non esiste! Avrebbe anche fatto il dono al Papa di portare la veste bianca… e così tutta la leggenda arrivò a Mosca. Ci sono due falsi su cui anticamente si basava l’occidente: la Donazione di Costantino e le Costituzioni pseudoisidoriane, che non ho il tempo di esporre analiticamente. Non è questo il momento.

 

Domanda: Perché rappresentiamo all’aperto il tema dell’Annunciazione?

Risposta: Nell’agiografia non raffiguriamo mai ambienti interni (per esempio, l’interno d’una chiesa). Tutti gli avvenimenti sono esterni. Non c’è uno spazio interno. Nell’agiografia, niente è racchiuso tra muri. Tutto si trova al di fuori, anche se un fatto avviene all’interno: una casa è rappresentata come se fosse una campagna. Nell’agiografia non ci chiudiamo mai dentro. Tutto è per strada, niente al chiuso. Se dipingete una divina Liturgia, non sembra mai che si svolga in una chiesa chiusa, non si vedono i muri. Perché tutta la Liturgia è una “uscita” nella realtà del mondo. Guai se la Chiesa si chiudesse in se stessa o se la Liturgia si celebrasse perché tutto vada bene, per guadagnare spiritualmente, e per nient’altro! La Liturgia è un Esodo. Noi celebriamo per acquisire la forza di compiere un Esodo nel mondo: verso Dio e verso gli altri. Nell’agiografia non ci sono ambienti chiusi: mai. Anche nell’icona in cui si vede Tommaso “a porte chiuse”, in quella cui “i discepoli era riuniti insieme per timore dei Giudei”, gli apostoli sono rappresentati in un ambiente aperto. Anche se la Scrittura dice “a porte chiuse”, l’agiografia fa vedere che si trovano fuori. Lo stesso nell’icona della Pentecoste, anche se la Pentecoste avvenne “al piano superiore”. Questa è teologia dell’icona! Non c’è ambiente chiuso, non c’è uomo che si chiuda in se stesso. La Chiesa è sempre un continuo Esodo.

 


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Santi di oggi

i santi di oggi 23-07-2019

San Focas di Sinope, martire; San Ezechiele, profeta; San Apollinare, vescovo di Ravenna, ieromartire; Santi Vitale e Valeria, martiri; I Santi sette martiri di Chaldia; San Apollonio di Roma, martire; I Martiri dei Bulgari al tempo di Niceforo I; Sant'Anna di Leucade; Santa Pelagia di Tinos; San Tirso, vescovo di Carpasia.

i santi di domani 24-07-2019

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