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Discorso per il seppellimento del divino corpo del Signore e nostro Salvatore Gesù Cristo

 

Di sant’Epifanio di Cipro

traduzione a cura dell'Archimandrita Antonio Scordino




 

            Ma che succede? Oggi c’è un grande silenzio sulla terra, una grande calma. Silenzio assoluto: dorme il Re!

            La terra ha avuto paura e s’è zittita, perché il Dio incarnato si è addormentato e ha risvegliato chi dormiva da secoli. E’ morto il Dio incarnato e l’ade è nel terrore: Dio si è assopito un po’, e ha risvegliato chi era nell’ade.

Dove sono ora, mascalzoni, il tumulto di poco fa, le urla, gli schiamazzi contro Cristo? Dove sono la plebaglia, la rivolta, i picchetti armati, le spade, gli scudi? Dove sono re, sacerdoti, giudici e tribunali? Dove sono lanterne e coltelli, mormorii e diserzioni? Dov’è la folla e la confusione? E dov’è la ronda svergognata? C’è ancora? Veramente?

Davvero, le masse hanno progettato cose vuote, vane. Hanno scartato la pietra angolare, Cristo, e ne sono stati schiacciati. Hanno rimosso la solida roccia e i marosi hanno travolto gli incoscienti. Hanno colpito la ferrea incudine, ed essi sono stati pestati. Su di un legno hanno innalzato la pietra della vita, ed essa è rotolata giù mettendoli a morte. Hanno legato il grande Sansone - Dio, il Sole - ma egli ha sciolto i legacci eterni e ha disperso i filistei delinquenti.

Sotto terra tramonta Dio - il Sole, Cristo - e avvolge di buio fitto i Giudei.

 

            Oggi è la salvezza per chi è sulla terra e per chi da secoli è sotto terra. Oggi è la salvezza per il mondo visibile e per quello invisibile. Duplice è oggi la presenza del Sovrano e duplice è il suo piano di salvezza; duplice è l’amore per gli uomini; duplice è la discesa e la condiscendenza; duplice è la visita agli uomini. Dal cielo in terra e dalla terra a sotto terra va la presenza di Cristo.[1]

 

            Ecco, si aprono le porte dell’ade: voi che da secoli dormite, rallegratevi! Accogliete la grande Luce, voi che da secoli giacete nel buio, nell’ombra di morte. Il Sovrano è tra gli schiavi; Dio è tra i morti; la Vita è tra i defunti; tra i colpevoli c’è l’innocente; nel buio c’è la Luce che mai tramonta. Tra i prigionieri, il liberatore; tra chi sta in basso, chi è più in alto dei cieli.

 

            Crediamo in Cristo sulla terra? Allora scendiamo con lui tra i morti: là contempleremo i misteri. Del Dio nascosto conosceremo i prodigi nascosti sotto terra: apprenderemo come si è manifestato l’annuncio tra chi era nell’ade. Cosa? Semplicemente manifestandosi nell’ade, Dio salva tutti? Ma no: soltanto quelli che anche là hanno fede.

 

            Ieri, ciò che concerne il progetto[2]; oggi, quel che riguarda il dominio. Ieri, la debolezza; oggi, il potere assoluto. Ieri, ciò che spetta all’umanità; oggi, quel che palesa la divinità. Ieri Cristo era preso a schiaffi: oggi spazza la dimora dell’ade con i raggi della divinità. Ieri era incatenato: oggi con indissolubili catene incatena il tiranno. Ieri, sottoposto a processo: oggi gratifica di libertà i condannati. Ieri, sbeffeggiato dai servi di Pilato: oggi, i portinai dell’ade lo vedono e tremano.

 

            Ascolta la passione di Cristo, che supera ogni discorso. Ascolta e inneggia; ascolta e da’ gloria; ascolta, e i grandi prodigi di Dio annuncia: che la Legge retrocede, che avanza la Grazia, che impallidiscono le figure, che la verità è proclamata, che le tenebre sono rischiarate, che il Sole riempie l’ecumene, che invecchia il Vecchio Testamento, che è confermata la Nuova Alleanza. Passa il passato e avanza il nuovo.

 

            Due popoli vennero in Sion al tempo della passione di Cristo: i Giudei e i Gentili. Due re: Pilato ed Erode. Due sacerdoti: Annas e Kaiafas. Perché, insieme, c’erano due pasque: quella che stava per finire e quella di Cristo, che stava per arrivare. Due sacrifici in quella stessa sera si celebravano, perché si compiva una duplice salvezza: dei vivi e dei morti. Il Giudeo legava il divino Agnello per macellarlo, e il Gentile riconobbe il Dio incarnato: l’uno ottenebrato nell’ombra, l’altro accorrendo al Sole, Dio. L’uno incatenava l’innocente Cristo, e il Gentile lo accoglieva volentieri. L’uno offriva in sacrifici animali, l’altro portava offerte al corporeo Dio. I Giudei commemoravano l’uscita dall’Egitto, i Gentili preannunciavano il riscatto dall’errore.

 

E tutto questo, dove? In Sion, la città del gran re: lì dove è stata operata la salvezza in mezzo alla terra.

In mezzo a due viventi è stato riconosciuto Gesù, il fanciullo divino.[3] Tra due esseri – il Padre e lo Spirito – egli è stato riconosciuto Vita da Vita e datore di vita. Tra gli angeli e gli uomini è stato deposto in una mangiatoia; è stato posto come pietra angolare in mezzo a due popoli, preannunciato in mezzo alla Legge e i Profeti, rivelato sul monte tra Mosè ed Elia. Posto in mezzo a due malfattori, Dio si è fatto riconoscere dal buon ladrone. Egli si è assiso tra la vita presente e la vita futura; oggi appare in mezzo a vivi e morti, compiendo duplice vita e salvezza. Una duplice vita: duplice infatti è nascita e rinascita.

 

            Ascolta i fatti del duplice parto, e applaudisci al portento.

            L’Angelo evangelizzò a Maria la nascita di Cristo da una madre; un angelo evangelizzò alla maddalena Maria la tremenda rinascita dalla tomba. Di notte nasce Cristo in Betlemme, e nuovamente di notte in Sion rinasce dai morti. Cristo nasce in una grotta nella roccia, e nuovamente Cristo rinasce in una grotta nella roccia. Alla nascita, è avvolto in fasce, e anche ora è avvolto in fasce. Alla nascita riceve mirra, e nel sepolcro mirra e aloe. Lì è introdotto come tutore Giuseppe, lo sposo che non si unì a Maria; qui l’arimateo Giuseppe indica chi tutela la nostra vita. A Betlemme c’era il frutto che ora è deposto nella tomba, come fosse su d’una mangiatoia.

Per primi, i pastori portarono il lieto annuncio della nascita di Cristo; ora i pastori di tutti, i discepoli di Cristo, portano il lieto annuncio della sua rinascita dai morti. Gioisci!, gridò l’Angelo alla Vergine; Gioite!, esclama alle donne Cristo, l’Angelo del Gran Consiglio1. Alla prima nascita, dopo quaranta giorni Cristo entrò nella terrestre Gerusalemme, nel Tempio, e come primogenito presentò a Dio una coppia di tortore. Alla sua rinascita dai morti, dopo quaranta giorni salì alla superna Gerusalemme, da cui mai si era allontanato, nel vero Santo dei Santi, come incorrotto primogenito dai morti, presentando a Dio Padre due immacolate tortore: l’anima e la carne nostra, che l’Antico dei Giorni2, Dio Padre, ha accolto nel suo sconfinato seno, così come egli era stato preso in braccio dall’anziano Simeone.

 

         Se queste cose ascolti come se fossero favole, e non con fede, ti smentiscono gli intatti sigilli del sovrano sepolcro della rinascita di Cristo. Come infatti Cristo è nato lasciando intatto l’utero della Vergine, così Cristo è rinato dai morti lasciando intatti i sigilli del sepolcro. Ma come, quando e da chi è stato sepolta la Vita, Cristo? Ascoltiamo cosa dice la Sacra Scrittura.

 

         “Fattasi sera – dice – venne un uomo ricco, a nome Giuseppe; con coraggio entrò da Pilato e chiese il corpo di Gesù”. Un mortale andò da un mortale a chiedere di prendere il Dio dei mortali. L’argilla chiede all’argilla di prendere l’artefice dell’universo. La paglia chiede alla paglia di prendere il fuoco celeste. Una misera goccia chiede a una misera goccia di prendere l’oceano.

S’è mai visto? S’è mai sentito dire? Un uomo regala a un uomo il creatore degli uomini! Un uomo iniquo pensa di poter donare a un giusto la Legge e la Giustizia! Un giudice ingiusto fa seppellire come un condannato il Giudice dei giudici!

 

“Fattasi sera, venne un uomo ricco, a nome Giuseppe”. Davvero ricco, perché portò via l’unione ipostatica del Signore. Davvero ricco, perché ha ricevuto da Pilato le due nature di Cristo. Certamente ricco, perché fu fatto degno di ricevere la perla inestimabile. Del tutto ricco, perché si caricò un cofano pieno del tesoro della divinità. Non è forse ricco chi ha dato vita e salvezza al mondo? E non è forse ricco Giuseppe che ha ricevuto in dono chi nutre l’universo ed è Sovrano di tutto?

“Fattasi sera”: era infatti tramontato nell’ade il Sole di giustizia.

E allora venne un uomo ricco, a nome Giuseppe d’Arimatea, che si nascondeva per paura dei Giudei. Venne anche Nicodemo, che era andato da Gesù di notte.

Nascosti misteri del mistero! Due nascosti discepoli vengono a nascondere in un sepolcro Gesù, insegnando con questo suo nascondimento il mistero, nascosto all’ade, del nascosto Dio incarnato. Superandosi a vicenda nelle cure a Cristo: Nicodemo, d’animo generoso, con la mirra e l’aloe; Giuseppe, degno di lode, con il coraggio e la fermezza di fronte a Pilato.

Egli infatti, scacciato ogni timore, osò entrare da Pilato per chiedere il corpo di Gesù e, quando entrò, usò grande saggezza per raggiungere lo scopo che desiderava.

Non usò con Pilato eleganti ed elevate parole, perché quegli non si indispettisse, facendo cadere nel vuoto la richiesta.

Non disse: “Dammi il corpo di Gesù, che poco fa ha oscurato il sole, ha spaccato le rocce, ha scosso la terra, ha spalancato le tombe, ha lacerato il velo del Tempio”. Non parlò così a Pilato.

Ma che disse?

“Una misera richiesta, Governatore! Mi rivolgo a te chiedendo quel che a tutti pare roba da poco.

Dammi quel morto corpo, perché io seppellisca quel Gesù Nazareno che tu hai condannato. Gesù, il poveraccio; Gesù, senza fissa dimora; Gesù, nudo; Gesù, misero; Gesù, figlio di falegname; Gesù, legato.

Quel Gesù che viveva all’aria aperta; Gesù, che gli stranieri non conoscono, che è stato condannato e infine crocifisso.

Dammi questo straniero: a che mai ti serve il suo corpo?

Dammi questo straniero, che è venuto qua da una regione lontana per salvare uno straniero.1

Dammi questo straniero, che è sceso nella terra oscura per trarne su uno straniero.

Dammi questo straniero: è lui l’unico straniero.

Dammi questo straniero, di cui noi stranieri non conosciamo la patria.

Dammi questo straniero, di cui noi stranieri non conosciamo il Padre.

Dammi questo straniero, di cui noi stranieri non conosciamo dove e come è stato generato.

Dammi questo straniero, che agli stranieri chiede una vita e un’esistenza straniera.

Dammi questo straniero, che qui non aveva dove reclinare il capo.

Dammi questo straniero, senza dimora tra stranieri e partorito in una mangiatoia.

Dammi questo straniero, che da quella mangiatoia fuggì come uno straniero, a causa di Erode.

Dammi questo straniero, che dalle sue fasce si estraniò in Egitto.

Dammi questo straniero senza città, senza villaggio, senza dimora, senza casa, senza parentela, abitante in una regione straniera ma possessore di tutto.

Governatore, dammi questo ignudo sul Legno, e io coprirò chi ha coperto la nudità della mia natura.

Dammi questo morto, che è anche Dio, e io nasconderò chi ha nascosto le mie iniquità.

Dammi questo morto, e io seppellirò chi nel Giordano ha seppellito il mio peccato.

Ti supplico per un morto, condannato da tutti, tradito da un suo stesso discepolo, abbandonato dagli amici, reietto dai fratelli, schiaffeggiato dai servi.

Ti prego per un morto, processato da chi aveva liberato dalla schiavitù, dissetato con aceto da chi aveva nutrito, ferito da chi aveva guarito, disertato dai discepoli, sottratto alla sua madre.

Governatore, ti scongiuro per un morto in croce, senza dimora, perché non gli è accanto in terra un padre, un amico, un discepolo, un parente che possa seppellirlo. Egli infatti è Figlio unigenito dell’unico Padre, Dio del mondo, e non c’è altri che lui!”

 

         Questo e così disse Giuseppe a Pilato, e il governatore ordinò che gli fosse dato il santissimo corpo di Gesù. Egli andò al luogo detto Golgothà, depose dalla croce il Dio incarnato, stese a terra il Dio incarnato, uomo nudo ma non spoglio della divinità.

 

         Contempliamo steso giù chi tutto ha sospeso in alto. Per un po’ è senza respiro la Vita e il respiro di tutti. Ha gli occhi chiusi colui che ha creato i Cherubini dai molti occhi. E’ steso dormiente colui che è la risurrezione di tutti. Nella carne è morto Dio, che fa risuscitare i morti. Nella carne per un po’ tace il tuono della Parola di Dio.

E’ sollevato a braccia chi tiene in pugno la terra. Ma tu, Giuseppe, che hai chiesto e ottenuto, ma tu lo sai chi hai preso? Quando sei andato presso la croce e hai deposto Gesù, hai capito di chi ti caricavi? Se hai capito chi tenevi, allora sei diventato ricco. E come dunque fai queste tremende esequie del divino corpo di Gesù? Più che lodevole il tuo desiderio, ma ancor più da lodare è la disposizione della tua anima. Non tremi atterrito a prendere in braccio colui di cui i Cherubini hanno timore? Con che timore copri con un lenzuolo quel divino corpo? Non abbassi gli occhi con devozione, tremando al vedere il fisico, umano, del Dio che è oltre la fisica?

 

         Dimmi dunque, Giuseppe, prima del sorgere del sole vai forse a seppellire morto l’Oriente d’ogni sole che sorge? Come si fa coi morti, con le tue dita chiudi gli occhi di Gesù che col suo immacolato dito aprì gli occhi al cieco? Tappi la bocca a colui che ha aperto la bocca del muto? Componi le mani a chi ha sciolto la mano del paralitico? Come si fa ai morti, fasci i piedi di chi ha fatto camminare gli storpi? Chi ha ordinato al paralitico: “Prendi su il tuo lettuccio e cammina”, lo metti dunque sopra una barella? Riempi d’unguento l’Unto celeste che ha svuotato se stesso per riempire di sé il mondo? Osi asciugare il divino corpo - da cui scorre sangue - di Gesù che guarì la donna affetta da flusso di sangue? Con acqua lavi il corpo di Dio, che tutti lava e purifica? E quali lumi accendi alla Luce vera che illumina ogni uomo? Quali inni funebri canti a colui che con indicibili inni è cantato dalle schiere celesti? Piangi come morto chi pianse il morto Lazzaro e lo risuscitò al quarto giorno? Fai lutto per chi a tutti ha dato la gioia e ha sciolto le doglie di Eva?

 

Beate le tue mani, Giuseppe, che hanno servito e toccato, come un tempo l’emoroissa, mani e piedi del divino corpo di Gesù! Beate le tue mani, che si sono accostate al costato sanguinante di Dio, prima ancora di Tommaso, l’incredulo credente e apprezzabile indiscreto! Beate le tue labbra, sazie dell’insaziabile, che unendosi in un bacio alle labbra di Gesù sono state saziate dallo Spirito Santo! Beati i tuoi occhi, che hanno fissato gli occhi di Gesù, ricevendone la vera luce! Beato il tuo volto, che ha sfiorato il volto di Dio; beate le tue spalle, che hanno sostenuto chi tutto regge! Beato il tuo capo, che ha toccato il Capo di tutti!

E dico beati Giuseppe e Nicodemo, divenuti cherubini più dei Cherubini, perché hanno sollevato e trasportato Dio; divenuti serafini più dei ministri di Dio dalle sei ali, perché hanno velato e onorato il Signore! Giuseppe e Nicodemo portano a spalle colui che temono i Cherubini, e lo sotterrano tra lo stupore di tutte le schiere degli Incorporei.

 

         Quando infatti giunsero Giuseppe e Nicodemo, accorse insieme tutta la moltitudine degli angeli di Dio. Arrivano i Cherubini; s’affrettano i Serafini; anche i Troni vengono a trasportare il corpo che i Serafini dalle sei ali velano, innanzi a cui tremano i Cherubini dai molti occhi. Lo velano anche le Potestà; lo cantano i Principati; inorridiscono le Dominazioni; si schierano tutte le schiere dei sublimi Eserciti.

Sbigottiti, perplessi, tra loro si dicono: “Cos’è mai questo grande, straordinario, inspiegabile spettacolo? Colui che, per noi incorporei, in alto è Dio tremendo e invisibile, qui è visto tra i mortali come mortale, un morto ignudo!”

 

         I Cherubini si schierano devoti innanzi a lui, che Giuseppe e Nicodemo osano interrare. Come mai è sceso in basso chi mai ha lasciato l’alto dei cieli? Come ne è uscito chi vi è dentro? Come è venuto in terra chi riempie l’universo? Come mai è spogliato chi tutto possiede? Chi è perennemente in alto con il Padre, in quanto Dio, come è stabilmente in basso con la madre, in quanto mortale? Colui che giammai si è rivelato a noi, come mai è apparso agli uomini come uomo e insieme come Dio amico degli uomini? Come l’invisibile è diventato visibile? Come si è incarnato l’immateriale? Come patisce l’impassibile? Come mai il giudice è sottoposto a giudizio? Come mai la vita assaggia la morte? Chi è senza limiti, è rinchiuso in un sepolcro? Come mai abita in una tomba chi mai si è allontanato dal seno paterno?

E varca le soglie d’una caverna chi ha spalancato la porta dei cieli? Egli non ha infranto le porte della Vergine, però ha scardinato le porte dell’ade. Egli non aperto la porta per incontrare Tommaso, ha però aperto agli uomini le porte del Regno, pur lasciando serrate le porte e i sigilli della tomba. Chi tra i morti è libero, come mai è annoverato tra i morti? Come mai la luce che mai tramonta ora cala nel buio, nell’ombra di morte? Dove va? Scende giù chi non può essere trattenuto dalla morte? Qual è il discorso, qual è il modo, qual è il progetto della sua discesa all’ade? Forse che scende per far risalire il condannato Adamo, con noi fatto servo?

Davvero: va a cercare il primo creato, pecorella smarrita, ma soprattutto egli vuole visitare chi giace nel buio, nell’ombra di morte. Soprattutto, va a sciogliere dalle doglie il prigioniero Adamo ed Eva, con lui prigioniera, egli che è Dio e loro figlio insieme”.

 

         Scendiamo dunque con lui; affrettiamoci; perdoniamoci a vicenda; insieme battiamo le mani; insieme esultiamo; andiamogli dietro sciogliendo inni! Facciamo in fretta, vedendo la riconciliazione di Dio con gli uomini, vedendo come il buon Sovrano assolve i condannati. Chi è fisicamente amico degli uomini avanza per liberare, con maschio valore e immenso potere, i prigionieri da secoli, quanti dimoravano nei sepolcri, che erano stati inghiottiti dalla tirannica, amara, insaziabile morte. Essa li aveva esiliati da Dio e li aveva schiacciati; liberati, ora sono annoverati tra chi nell’alto dimora.

 

         Incatenato, Adamo – il primo creato, il primogenito – si trovava laggiù, più in giù di tutti i condannati.

Là sotto c’era Abele, il primo ucciso, il primo buon pastore, figura dell’iniqua uccisione di Cristo pastore.

Laggiù c’era Noè, figura di Cristo costruttore della grande arca, la Chiesa di Dio, che tutte le selvatiche genti ha salvato dal diluvio dell’empietà, grazie alla colomba dello Spirito Santo, liberandole dal corvo, il tenebroso diavolo.

Là sotto c’era Abramo, antenato di Cristo, l’immolatore che incruentamente immolò a Dio un cruento sacrificio incruento.

Giù in basso, Isacco, che un tempo, figura di Cristo, da Abramo era stato sollevato e legato alla legna.

Là sotto piangeva Giacobbe, come un tempo piangeva su Giuseppe.

Là era legato Giuseppe, come in Egitto era stato legato, figura di Cristo, sovrano prigioniero.

Sottoterra, nelle tenebre, era Mosè, che fu posto in una scura cesta.

Laggiù nell’ade, nella fossa inferiore, c’era Daniele, che su s’era trovato nella fossa dei leoni.

Nel pantano della corruzione di morte era Geremia, come prima fu in un pantano di melma.

Là, nel ventre dell’ade che inghiotte il mondo intero, giaceva Giona, figura di Cristo – Giona nel tempo e prima del tempo – vivente nei secoli dei secoli.

Là, David, l’antenato di Dio, da cui secondo la carne è nato Cristo.

Ma perché parlo di David, di Giona, di Salomone? Là c’era anche il grande Giovanni, il maggiore di tutti i profeti: in un ventre buio si trovava il precursore e predicatore tra i vivi e i morti, che dal carcere di Erode era stato tradotto all’ade, il carcere di tutti, perché annunciasse Cristo a tutti quelli, giusti e ingiusti, che giacevano dormienti da secoli.

 

         Tutti i profeti laggiù segretamente innalzavano suppliche a Dio, chiedendo la liberazione da quella tenebrosa notte, dolorosa, umiliante, che nemica li avvolgeva oscura, senza sole.

Uno diceva a Dio: “Dal ventre dell’ade ascolta il grido della mia voce!” Un altro: “Dalle profondità ho gridato a te, Signore: Signore, esaudisci la mia voce!” Un altro: “Manifesta il tuo volto e saremo salvati!” Un altro: “Tu che siedi sui Cherubini, manifestati!” Un altro: “Ridesta la tua potenza e vieni a salvarci!” Un altro: “Presto ci prevengano le tue compassioni!” Un altro: “Redimi la mia anima dal più profondo dell’ade!” Un altro: “Fai risalire dall’ade la mia anima!” Un altro: “Non abbandonare la mia anima nell’ade!” E un altro ancora: “Dalla corruzione rialza la mia vita a te, Signore mio Dio!”

 

         Cristo, Dio tutto misericordioso, ascoltò tutti e ritenne giusto far partecipi della sua filantropia non solo chi viveva al suo tempo o sarebbe vissuto dopo di lui, ma anche chi da prima della sua venuta era trattenuto nell’ade, giacente nel buio, nell’ombra di morte. E perciò il Logos Dio, con un corpo animato visitò gli uomini che ancora avevano un corpo, ma si manifestò con la sua divina e immacolata anima anche alle anime che nell’ade erano separate dal corpo, separandosi egli stesso dal proprio corpo ma non dalla divinità.

 

         Accorriamo dunque con la mente e scendiamo all’ade, per vedere come lì egli sottomette con potente potere il dominio del tiranno e tutte le falangi eterne, a mani nude, armato solo del proprio fulgore. Egli toglie di mezzo la porta della vergogna: Cristo, che è la vera Porta, con il legno della croce fa a pezzi le porte; con divini chiodi scardina i cardini eterni; con le sue divine mani scioglie le catene come fossero di cera, e trafigge al cuore il tiranno, usando come lancia il suo fianco divino. Egli ha infranto il potere dell’arco, quando sulla croce stese – come le corde dell’arco – le sue mani divine.

 

         Ecco, se con serenità seguirai Cristo, ora vedrai dove ha legato il tiranno e dove ne ha appeso la testa, come ha demolito il carcere e come ne ha tratto fuori i carcerati, come ha liberato Adamo e come ha rialzato Eva, come ha abbattuto il muro di separazione, come ha sconfitto l’antico drago, come ha messo a morte la morte, come ha esposto invitti trofei, come ha corrotto la corruzione, come ha ricostituito l’uomo nella sua antica dignità.

 

         Ieri Gesù non ha ritenuto opportuno mettere in campo legioni di angeli, dicendo a Pietro: “Ora posso schierare più di dodici legioni di angeli”. Ma oggi - in modo confacente a Dio, al Sovrano – scende contro l’ade e la morte, per combattere il tiranno con l’arma della propria morte. E non solo con dodici legioni di immacolate e incorporee armate e di invisibili schiere, ma con centinaia di migliaia e migliaia di milioni di Angeli, Arcangeli, Potestà, Troni, Serafini dalle sei ali e Cherubini dai molti occhi, che – come a proprio Signore e Re – marciano innanzi a Cristo, gli portano le armi, rendono gli onori. Non per lottare insieme a lui; ma no! (Cristo, l’onnipotente, ha forse bisogno d’alleati che combattano con lui?), ma perché come amici desiderano essere sempre schierati innanzi al Signore. Come fidati scudieri e splendidi portatori dello scettro della divina e regale potenza del Signore, al solo soffio divino accorrono veloci, superandosi l’un l’altro, ornati con le corone della vittoria per compiere i suoi comandi riguardo alle schiere dei nemici e dei tiranni.

Perciò scesero allora, battendo la stessa strada di Dio, del Sovrano, sino ai sotterranei dell’ade, nella terra più profonda, dove sono le sotterranee dimore eterne dei dormienti, per trarne fuori con forte valore quanti da secoli vi erano trattenuti.

 

         Quando dunque lo splendido esercito del Sovrano scese, presentandosi innanzi all’oscuro, tenebroso carcere, al profondo baratro, innanzi a tutti marciava il comandante in capo dell’esercito, Gabriele, che è solito evangelizzare agli uomini la gioia. Ed egli con voce potente, da soldato più che angelica, splendente e da leone, alle potenze avverse disse: “Alzate, principi, le vostre porte!”, e dopo di lui Michele gridò: “Fatevi alzare, porte eterne!”, e le Potestà esclamarono: “Andate via, iniqui portinai!”, e le Dominazioni dominarono: “Spezzatevi, infrangibili catene!” E alcuni: “Vergogna, nemici di Dio! E altri: “Abbiate paura, tiranni spietati!”

 

         Quando appare una terribile, invincibile, potentissima, vittoriosa armata regia, allora timore e tremore, agitazione e grande terrore domina i nemici che il Sovrano affronta: proprio così avvenne nell’ade, quando Cristo nelle viscere della terra si presentò con quello straordinario schieramento.

Un potente raggio dall’alto accecò, ottenebrò la vista delle avverse potenze dell’ade, mentre s’udiva tuonare la voce che militarmente ordinava: “Alzate, principi, le vostre porte! Alzatevi, porte: non soltanto apritevi, ma sollevatevi dai vostri cardini, staccatevi, andate via, perché non possiate più richiudervi. Alzate, principi, le vostre porte, non perché il Sovrano sia incapace di entrare quando vuole, per presentarsi a porte chiuse, ma perché voialtri stessi, schiavi in fuga, possiate togliere, smontare, rompere le porte eterne, e perciò non a voi ma a quelli che pensate siano i vostri dominatori, ordina: Alzate, principi, le vostre porte! Di questi che sono qui, non d’altri, siete principi. Sino adesso con malvagità avete dominato i dormienti da secoli, ma d’ora in poi non siete più principi di loro, né d’altri e neppure di voi stessi.

Alzate le porte, perché è presente Cristo, la porta del cielo. Aprite la strada a chi col suo piede ha calpestato il carcere dell’ade. ‘Signore’ è il suo nome, e in quanto Signore può oltrepassare le porte della morte. Voi avete fatto l’entrata per la morte1, ed egli è venuto per farne l’uscita.

Alzate dunque, principi, le vostre porte, alzatele e non tardate. Alzatele: presto! Alzatele e non ponetele più. E se credete che stiamo ancora ad aspettare, sappiate che le stesse porte si solleveranno da sole, senza metterci mano. Alzatevi, porte eterne!”

 

         Appena così gridarono le Potestà angeliche, le porte si sollevarono, le catene si spezzarono, le sbarre si frantumarono, i lucchetti caddero, le fondamenta del carcere sussultarono, e le potenze nemiche si volsero in fuga, spingendosi l’un l’altro, calpestandosi a vicenda, strillando l’uno all’altro di scappare. Tremavano sconvolti, atterriti, agitati, straniti, lividi, fuor di sé tremanti di paura: chi stava a bocca aperta e chi si nascondeva la faccia tra le ginocchia; chi stupefatto si buttava faccia a terra; chi era stecchito come un morto e chi accecato: qualcuno scappò ancora più giù, in fondo!

 

         Cristo frantumò la testa dei superbi potenti che contro di lui si erano levati, ed essi sbavarono dicendo: “Chi è questo re della gloria? Chi è costui che nell’ade ha fatto cose mai avvenute? Chi è costui che da qui trae i prigionieri da secoli? Chi è costui che scioglie e annulla il nostro invitto potere e la nostra sicurezza?”

         Risposero allora le Potestà del Sovrano e dissero: “Volete dunque sapere, iniqui tiranni, chi è questo re della gloria? E’ il Signore forte e potente, potente e forte e invincibile in guerra. Malvagi e iniqui tiranni, è proprio lui che vi ha scacciato e buttato giù dalla volta celeste. Egli nelle acque del Giordano ha maciullato le teste dei vostri draghi; per mezzo della croce vi ha inchiodato, vinto, snervato. Egli vi ha legato, accecato e scagliato nell’abisso; egli vi ha buttato e vi ha fatto precipitare nella Gheenna, nel fuoco eterno. Non state ad aspettare; non tardate: affrettatevi a portar fuori i prigionieri che sinora avete malvagiamente inghiottito. Il vostro potere ormai è annientato; la vostra tirannia è ormai finita; la vostra arroganza è stata abbattuta in modo straordinario; la vostra smisurata superbia è stata annullata; la vostra forza è stata calpestata e spazzata via”.

 

         Questo dissero le vittoriose Potestà del Sovrano alle forze avversarie e, scendendo veloci, alcuni distrussero il carcere dalle sue fondamenta; altri inseguirono i poteri nemici che dalle prime file fuggivano verso i recessi dell’ade; altri si affrettarono a ispezionare i nascondigli, i fortini e gli antri; altri portarono al Sovrano le insegne dei carcerieri; altri incatenarono il tiranno con infrangibili catene; altri liberarono i prigionieri da secoli. Alcuni davano ordini e altri eseguivano senza indugio; altri ancora precedevano e scortavano il Sovrano che – Dio e re vincitore – penetrava sino in fondo.

 

         Mentre dunque nell’ade avvenivano queste cose e tutto era in subbuglio, il Sovrano giunse nelle profondità dell’abisso. Adamo, il primo uomo creato, il primo plasmato e primo mortale, ch’era tenuto legato con la più fitta sorveglianza nel più interno dell’ade, sentì allora il rumore dei passi del Sovrano che si avvicinava tra i prigionieri: riconobbe la voce di chi stava passeggiando nel carcere1, e si rivolse a tutti quelli che erano prigionieri dal principio dei secoli.

Disse: “Sento i passi di qualcuno che viene tra noi, e prima ancora d’esser fatti degni che a noi si presenti, siamo stati liberati dalle catene! Appena lo vedremo tra noi, saremo redenti”.

 

         Mentre questo e altro diceva Adamo a chi con lui era stato condannato, giunse il Sovrano, reggendo l’arma vittoriosa - la croce - e al vederlo Adamo, il primo plasmato, con stupore si batteva il petto, gridando e dicendo: “Il mio Signore è con tutti!” Cristo rispose e disse ad Adamo: “E con il tuo spirito!”; poi lo prese per mano e lo rialzò, dicendo: “Alzati, tu che giaci. Sorgi dai morti, e ti illuminerà Cristo. Io sono il tuo Dio, e per te son diventato figlio tuo. Per te, e per i tuoi discendenti, ora dico e ordino ai prigionieri: Uscite! E a chi è nelle tenebre: Illuminatevi! E ai dormienti: Risorgete!

E a te ordino: Destati, tu che dormi! Non ti ho fatto perché tu resti prigioniero nell’ade.

Sorgi dai morti: io sono la vita dei mortali. Sorgi, creatura mia, sorgi, tu che sei stato fatto a mia immagine e somiglianza.

Alzati; andiamo subito via, poiché tu sei in me come io in te. Per te, Dio tuo, mi sono fatto figlio tuo.

Per te il Sovrano ha preso aspetto di servo.

Per te, chi è più in alto dei cieli è venuto in terra e sotto terra.

Per te uomo, mi son fatto uomo senza aiuto, tra i morti libero.

Per te, che te ne sei andato via dal giardino, nel giardino dei Giudei sono stato tradito e in un giardino crocifisso.

Guarda sul mio volto gli sputi che per te ho accettato, per ristabilirti all’antico soffio con cui sei stato creato.

Guarda gli schiaffi sulle mie guance, che ho accettato per restaurare la rovinata forma che un tempo avevi a mia immagine.

Guarda sulle mie spalle le frustate che ho accettato per sollevarti dal peso dei peccati.

Guarda le mie mani trafitte, alla croce inchiodate per bene: male infatti avevi steso la tua mano all’albero.

Guarda i miei piedi trafitti, alla croce inchiodati per bene: male infatti avevi indirizzato i tuoi piedi all’albero della disubbidienza.

Al sesto giorno ci fu un tempo il decreto di condanna: al sesto giorno ti creo di nuovo e ti apro il Paradiso.1

Per te ho gustato il fiele: per guarirti dal cibo di quell’infelice dolce godimento.

Ho gustato l’aceto: per allontanare da te l’amaro e innaturale calice della morte2.

Ho preso la spugna: per cancellare l’elenco dei tuoi peccati.

Ho preso la canna: per sottoscrivere la liberazione del genere umano.

Mi sono assopito in croce e una lancia mi ha trafitto il costato: per te che, addormentato nel paradiso, dal tuo costato avevo tratto Eva. Il mio costato guarisce la ferita del tuo costato; il mio assopimento ti trae fuori dal sonno dell’ade; la spada tesa contro di me fa abbassare quella stesa contro di te.

Alzati, dunque: andiamo via da qua.

Un tempo ti ho cacciato dal paradiso terrestre: ora non ti porto a quel paradiso, ma sul trono celeste.

Ti ho vietato l’albero della vita, ed ecco che io ti unisco a me, la Vita.

Ho posto i Cherubini a sorvegliarti come uno schiavo: ora faccio sì che i Cherubini ti adorino come un dio.

Tu ti eri nascosto a Dio, perché eri nudo; ed ecco: in te io ho nascosto, nudo, Dio.

La tua vergogna era stata coperta con una pelle d’animale, ed ecco che Dio ha indossato la tua carne e il tuo sangue.

Alzatevi tutti! Andiamo via da qua: dalla morte alla vita, dalla corruzione all’incorruttibilità, dalle tenebre alla luce eterna. Alzatevi, andiamo via da qua, dalle doglie alla felicità, dalla schiavitù alla libertà, dal carcere alla superna Gerusalemme, dalle catene al condono, dalla dominazione alla delizia del paradiso, dalla terra al cielo.

Per questo sono morto e risorto: per essere Signore dei vivi e dei morti. Alzatevi dunque, andiamo via da qua, perché il mio Padre celeste attende la pecorella smarrita. Le altre novantanove pecore, gli angeli, attendono Adamo: che risusciti, che salga su, che ritorni a Dio.

Il cocchio dei Cherubini è pronto a portarti subito su; la sala delle nozze è allestita; il pranzo è pronto; sono state preparate abitazioni e dimore eterne; sono stati aperti i tesori dei beni, e il Regno dei cieli è pronto da prima dei secoli.

Occhio mai vide e orecchio mai udì, né mai entrò nel cuore dell’uomo quel bene che attende l’uomo”.

 

         Così, in questo modo parlò il Sovrano e risuscitò Adamo unendosi a lui, e con lui risuscitò Eva. Risuscitarono anche molti altri corpi di santi dormienti da secoli, per annunciare la risurrezione – al terzo giorno – del Sovrano. Possiamo goderne anche noi fedeli!

 

         Abbracciamoci dunque con gioia, danzando insieme agli Angeli e festeggiando con gli Arcangeli, glorificando Cristo che ci ha rialzato dalla corruzione e ci ha dato la vita: a lui spetta la gloria e il potere, insieme al suo Padre senza principio, e al santissimo, buono e vivificante suo Spirito, nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

 

 

 

 

Vedendo il sole nascondere i suoi raggi,

e il velo del tempio lacerato alla morte del Salvatore,

Giuseppe andò da Pilato e così lo pregava:

Dammi questo straniero, che dall’infanzia come straniero si è esiliato nel mondo;

dammi questo straniero, che i suoi fratelli di razza hanno odiato e ucciso come straniero;

dammi questo straniero, di cui stranito contemplo la morte strana;

dammi questo straniero, che ha saputo accogliere poveri e stranieri;

dammi questo straniero, che gli ebrei per invidia hanno estraniato;

dammi questo straniero, perché io lo seppellisca in una tomba: in quanto straniero, non ha dove posare il capo;

dammi questo straniero, al quale la Madre, vedendolo morto, gridava: Figlio mio e Dio mio, anche se sono trafitte le mie viscere e il mio cuore dilaniato al vederti morto, tuttavia ti magnifico, confidando nella tua risurrezione.

Supplicando Pilato con questi discorsi,

il nobile Giuseppe ricevette il corpo del Salvatore;

con timore lo avvolse in una sindone con mirra

e depose in una tomba colui che a tutti elargisce

la vita eterna e la grande misericordia.

 

 

 

 

Reggio di Calabria

chiesa ortodossa San Paolo dei Greci

Pasqua 2011

 

 



[1] Cristo Gesù, è Dio ed è uomo: terreno ma non separato dalla sua divinità; egli è venuto a salvare gli uomini di oggi e quelli di ieri.

[2] La divina iconomìa, il piano salvifico di Dio.

[3] Signore, ho compreso le tue opere e ho avuto un’estasi: in mezzo a due viventi ti farai conoscere, quando verranno gli anni di farti conoscere, quando sarà giunto il tempo di manifestarti. Avvakum 3, 2.

 


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