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La Chiesa ortodossa in Grande Grecia (Italia Meridionale)

 

Archimandrita Antonio Scordino




 

La memoria! Che altro è la vita del nostro popolo, se non memoria di gloria e disonore, ascese e cadute, prosperità e prova, croce e risurrezione? Che altro è la vita di noi ortodossi, se non memoria?

Sono passati anni, sono passati secoli. Siamo passati attraverso il ferro e il fuoco. Abbiamo sofferto, abbiamo pianto. Siamo stati depredati di antichi tesori; il nostro gregge si era ridotto a nulla.

Ed ecco: ora siamo tornati a vivere!

[Bartolomeo I Patriarca Ecumenico, Venezia, 2 luglio 1995]

 


 

Molti conoscono la storia delle colonie che i Greci fondarono in Occidente dall’VIII secolo p.C. in poi, colonie diventate in poco tempo così splendide che giustamente si parlò di una “Grande” Grecia, la Grande Grecia i cui monumenti si vedono ancora, imponenti, da Taranto a Posidonia, da Cuma ad Agrigento.


Meno nota invece la storia della Grande Grecia durante il primo millennio dell’Era cristiana. Evangelizzata da missionari probabilmente partiti da Antiochia, già nel primo secolo aveva comunità fiorenti: nella primavera dell’anno 61 l’apostolo Paolo, accompagnato dall’evangelista Luca e dall’apostolo Aristarco, fu a Siracusa, Reggio, Pozzuoli, come narrato nel libro dei Fatti degli Apostoli (28, 12-13): "Καταχθέντες εἰς Συρακούσας ἑπεμείναμεν ἡμέρας τρεῖς, ὅθεν περιελόντες κατηντήσαμεν εἰς Ῥήγιον, καὶ μετὰ μίαν ἡμέραν εἰς Ποτιόλους", cioè "arrivati a Siracusa ci siamo fermati tre giorni, poi partiti da lì siamo approdati a Reggio, e dopo un giorno a Pozzuoli".


Per la Grande Grecia l’Era dei martiri – con le splendide figure di Lucia, Agata, Euplo, Gennaro, ecc. – fu particolarmente lunga perché cadde sotto il dominio dei Vindili e dei Goti, barbari ariani, che ne vessarono duramente la popolazione, sino ancora nel VI secolo.
Liberata da Giustiniano, la Grande Grecia tornò al suo antico splendore: tornò a essere una delle province più ricche dello Stato romano, che esportava in tutto il Mediterraneo (e finanche nel Nord Europa) grano, miele, vino, seta, papiro, porpora… e cultura: in Inghilterra la prima “scuola” fu aperta da un greco dell’Italia meridionale. Durante questo “Rinascimento” fiorirono figure come san Gregorio d’Agrigento, considerato (nel VII secolo) come l’ultimo rappresentante della Letteratura greca classica, e la Grande Grecia si ricoprì d’una fitta rete di monasteri: all’epoca, più di mille. Nella Grande Grecia, insieme a centinaia di santi asceti, nacquero il sapiente monaco Cosma (maestro di san Giovanni Damasceno), san Giuseppe l’Innografo, san Metodio (il Patriarca che restituì l’Ortodossia), san Niceforo l’Esicasta (maestro di san Gregorio Palamas).


Pochissimo conosciuto è invece il secondo millennio. Caduta – tra XI e XII secolo – sotto la Francocrazia, l’Italia Meridionale entrò in profonda decadenza (che l’hanno portata a essere oggi una delle regioni più povere e arretrate d’Europa) e furono recise le sue radici culturali e spirituali. Tutta la popolazione fu sottoposta all’autorità di vescovi latini e tutti i monasteri furono man mano distrutti: addirittura, dall’Italia Meridionale furono portati via (o semplicemente bruciati) tutti i manoscritti e libri greci! Alla fine del XVI secolo, poi, molti preti ortodossi – a causa dell’Inquisizione – furono costretti a fuggire in Grecia con le loro famiglie. Tuttavia, ancora all’inizio del XVII secolo, più della metà dell’attuale provincia di Reggio – per fare un esempio – era di lingua greca e tradizione ortodossa: una ispezione del vescovo cattolico di Reggio conta ancora centinaia e centinaia di “chierici greci”, a molti dei quali – quasi tutti – fu impedito di continuare l’esercizio del ministero pastorale.
A detta degli storici, la Calabria - nel periodo del suo massimo splendore - è arrivata a contare più di mille monasteri ortodossi. A seguito delle invasioni barbariche essi furono tutti sottoposti alle Autorità latine e man mano scomparvero: nel 17° secolo non si ha più notizia di alcun monastero.


Dal 1672 – quando è morto Angelo Scordino, l’ultimo “prete greco” di Reggio - non abbiamo avuto più sacerdoti, né chiese, né sacre Ufficiature, né celebrazioni dei divini Misteri. Solo di quando in quando passava qualche chierico uniate, e solo dopo più di trecento anni a Reggio si è nuovamente accesa la lampada dell’Ortodossia e della Romanità! I tremendi terremoti del 1654, 1783, 1908 (che hanno persino mutato l’aspetto idro-orografico della regione) finirono per cancellare quasi del tutto la grecità ortodossa della Grande Grecia. Alla fine del XX secolo, in tutta l’Italia Meridionale (circa 20 milioni d’abitanti), oltre Napoli, c’erano solo piccole comunità ortodosse a Brindisi, Catania e Palermo: i pochi ortodossi di Reggio per molti anni  erano ospiti di volta in volta dei R.Cattolici o dei Protestanti. Poi, in una stanzetta all’ultimo piano – in terrazza – di una vecchia casa privata. Poi, in una baracca del Comune, che sino allora era stata deposito della Nettezza Urbana, ma che a noi, “περικαθάρματα καὶ περίψημα τοῦ κόσμου”, e ridotti a poche decine di persone, sembrava più splendida del palazzo del grande re.


Con la nascita (1991) della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia, Sua Eminenza il Metropolita Gennadios ha fatto molti sforzi per dare vitalità alle comunità greco-ortodosse dell’Italia Meridionale, rimaste prive di qualsiasi struttura: quasi sempre si è dovuto chiedere ospitalità a organizzazioni religiose oppure ai Comuni, non sempre disinteressati. E’ capitato che, dopo tante fatiche e dopo aver speso tanti soldi, l’Arcidiocesi Ortodossa d’Italia abbia dovuto restituire ai proprietari i locali che aveva ricevuto in uso temporaneo.


Il lavoro pastorale del metropolita Gennadios e del suo clero richiede infinita prudenza e pazienza, nonché sforzi eroici: non si dimentichi che la Chiesa ortodossa in Grande Grecia, nonostante tanta e gloriosa storia, oggi è purtroppo una insignificante minoranza. In Calabria, per esempio, oltre a un migliaio di preti Latini, vi sono circa un centinaio di preti Uniati (italo-albanesi, rumeni, ucraini). Sempre in Calabria, un territorio di 16mila km2 (il doppio di Creta), il Patriarcato Ecumenico ha solo 4 sacerdoti.


Un vero miracolo deve essere perciò considerato il dono – nel 2008 – fatto al metropolita Gennadios d’un piccolo lotto di terreno al centro di Reggio, dove un gruppo di benefattori greci, amici del padre Antonio Scordino, sotto la guida di padre Timoteo Saccà, superiore del Monastero del Paràclito (in Attica, Grecia), ha deciso di costruire (interamente a proprie spese) una chiesa in memoria del santo apostolo Paolo. Un vero miracolo: proprio lì vicino duemila anni fa è sbarcato l’Apostolo e, secoli prima, nello stesso posto sbarcarono i fondatori della città di Reggio, lì giunti seguendo l’oracolo di Delfi: "Ἀψία ᾗ ποταμῶν ἱερώτατος εἰς ἅλα πίπτει, ἔνθα πόλιν οἴκιζε", cioè: "lì dove il più sacro dei fiumi, l’Apsias, finisce nel mare, lì costruirai la città". A Reggio, la città ponte tra il continente italiano e la Sicilia, al centro della Grande Grecia, nuovamente sventola il labaro della romiosini  "καὶ ξανάναψε ἡ λυχνία τῆς Πίστεως τῶν Πατέρων". La prima pietra è stata posta il 23 settembre 2009; la chiesa - costruita e arredata interamente a spese dei benefattori greci – è stata consacrata il 26 settembre 2010 da Sua Eminenza il Metropolita Gennadios, Arcivescovo Ortodosso d’Italia e Malta.


Il progetto è stato redatto dallo Studio Syntesis di Reggio (architetti Silvia Cardile e Costantino Telios), in collaborazione con il Monastero del Paraclito in Oropos d’Attica che ha raccolto in Grecia le offerte necessarie. Sopravvenuta in Grecia la crisi economica, non è stato possibile completare i lavori relativi al semi-interrato da adibire ad attività socio-culturali, al campanile, alla “piazzetta” e, purtroppo, non è stato possibile provvedere neppure alle decorazioni interne. I benefattori hanno però donato anche parte dell’arredo, pregevolmente realizzato da artigiani greci. L’edificio, di circa 150 m2, è ispirato all’architettura tipica delle chiese cosiddette basiliane o bizantine dell’Italia meridionale (basilica a tre navate con cupola). La chiesa - che gli stessi benefattori hanno voluto dedicata alla memoria dell’arrivo di san Paolo a Reggio – è già divenuta una delle più interessanti attrattive della città, e lo sarà ancor più quando sarà possibile realizzare gli affreschi.

 


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