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Cristo Teantropo nelle meditazioni di Sant'Ambrogio di Milano

 

a cura del Protopresbitero p. Giovanni Festa




 
Cristo Teantropo nelle meditazioni di Sant'Ambrogio di Milano
 
 
Cristo è Figlio di Dio, eterno dal Padre e nato dalla Vergine. Il santo profeta David lo descrive come un gigante perché è uno, biforme e di duplice natura (geminae naturae), partecipe della divinità e della corpo (consors divinitatis et corporis), "quale sposo che esce dal talamo, esulta come un gigante che si accinge a percorrere la strada" (Sal 18,6): sposo dell'anima in quanto Verbo, gigante della terra perché, per adempiere il suo compito in vista del nostro bene, pur essendo da sempre Dio eterno accettò i misteriosi eventi dell'incarnazione; non diviso ma uno (non divisus, sed unus), perché l'una e l'altra realtà sono uno (utrumque unus), e uno è nell'una e nell'altra realtà (unus in utroque), cioè sia nella divinità sia nel corpo. Non l'uno dal Padre e l'altro dalla Vergine (non alter ex patre et alter ex virgine), ma il medesimo in un modo dal Padre e in un altro dalla Vergine (idem aliter ex patre aliter ex virgine) (Ambrogio, Il mistero dell'incarnazione del Signore, 5,35: SAEMO 16, pp.397,399).
 
Una formulazione ancora più precisa era stata anticipata nel secondo libro de "La fede":
 
Manteniamo la distinzione tra la natura divina e la carne (distinctionem divinitatis et carnis)! In entrambe parla il solo Figlio di Dio, poiché nel medesimo si trova l'una e l'altra natura (utraque natura); anche se è il medesimo a parlare, non parla però sempre in un solo modo. Osserva in lui ora la gloria di Dio, ora le passioni dell'uomo. In quanto Dio, dice le cose che sono di Dio, poiché è il Verbo; in quanto uomo dice le cose che sono dell'uomo poiché parlava nella mia sostanza (Ambrogio, La fede, II, 9,77: SAEMO 15, p.165).
 
Infine una delle splendide pagine di meditazione sulle "debolezze" assunte da Cristo "per me", con la preghiera al Getsemani, quando la volontà di Cristo si interroga davanti a quella del Padre.
Da questa meditazione emerge che Cristo aveva una vera natura umana con tutte le sue facoltà (compresa la volontà umana e l'operatività umana) accanto a una vera natura divina, emerge poi che in questa natura umana Cristo nuovo Adamo ha pienamente obbedito al Padre (insegnando di nuovo all'uomo a fare della sua vita un'offerta gradita a Dio), emerge infine che le due volontà naturali, divina e umana, sussistenti nell'unico Verbo incarnato, unitamente concorrono alla nostra salvezza.
 
Cristo ha preso la mia volontà ha preso la mia tristezza. Non ho paura di nominare la tristezza, perché prédico la croce. Mia è la volontà che ha dichiarato sua, perché come uomo ha preso la mia tristezza, come uomo ha parlato e perciò dice: "Non come voglio io, ma come vuoi tu (Mt 26,39). Mia è la tristezza che ha preso con il mio stato d'animo perché nessuno esulta quando sta per morire. Per me patisce, per me è triste, per me soffre. Dunque, ha sofferto per me e in me, egli che per sé non aveva alcun motivo di soffrire (Ambrogio, La fede, II, 7,53: SAEMO 15, pp.151,153).
 
Ora la meditazione si trasforma in invocazione:
 
Tu soffri, dunque, Signore Gesù, non per le tue, ma per le mie ferite, non per la tua morte, ma per la nostra infermità, come dice il profeta: "Per noi soffre. E noi, Signore, abbiamo pensato che tu eri nelle sofferenze" (Is 53,4), mentre soffrivi non per te, ma per me... (ivi, II, 7,54: SAEMO 15, p.153).
 
Poi la conclusione, con la distinzione degli aspetti riferiti alla natura divina e alla natura umana e con espressioni di communicatio idiomatum (scambio fra le proprietà dell'una e dell'altra natura):
 
Perciò le parole che abbiamo letto "Il Signore della maestà è stato crocifisso" (1 Cor 2,8) non vanno intese nel senso che è stato crocifisso nella sua maestà, ma che il medesimo, Dio e uomo (idem deus, idem homo), Dio per la natura divina (per divinitatem) e uomo per l'assunzione della carne, Gesù Cristo, si dice "esser stato crocifisso il Signore della maestà": infatti, partecipe dell'una e dell'altra natura (consors utriusque naturae), cioè di quella umana e di quella divina, nella natura umana ha subito la passione, di modo che, se non si fa alcuna distinzione, si può dire che è "il Signore della maestà", colui che ha patito, e "il figlio dell'uomo, come sta scritto, colui che è disceso dal cielo" (Gv 3,13) (ivi, II, 7,58: SAEMO 15, p.155).

 


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