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LA VIA DELLE LACRIME IN SIMEONE IL NUOVO TEOLOGO

 

Rev. Dr. John Chryssavgis

Tratto da A.A.V.V. Simeone il Nuovo Teologo e il monachesimo a Costantinopoli - ed. QIQAJON - COMUN




 

LA VIA DELLE LACRIME
IN SIMEONE IL NUOVO TEOLOGO
"Le lacrime sono il segno che ti stai avvicinando ai confini della regione misteriosa"
       Isacco il Siro, Prima collezione 14
"Non c'è altra via [che le lacrime] ... per vedere i misteri"
    Simeone, Inni 15,259-260
Quando i tuoi occhi sono purificati dalle lacrime e tu vedi Colui che nessuno mai ha visto, quando la tua anima è morsa dal suo amore e tu componi un cantico mescolato con lacrime, per favore ricordati di me e prega per la mia umile persona. Poiché, allora, tu hai conseguito l'unione con Dio e una fidu¬cia in lui che non sarà mai confusa.
 Le lacrime sono silenziose, e tuttavia dense di suoni. Sono la nostra voce vera, la nostra lingua madre.
Il silenzio delle lacrime è il nostro modo di esplorare le celle in¬teriori e inaccessibili del cuore.
“O lacrime che scaturite dalla divina illuminazione e aprite il cielo stesso e a me procurate una divina consolazione”.
Quando vidi i brillanti bagliori di luce attorno a me e i raggi provenienti dal tuo volto mescolati con acqua, rimasi stupito, vedendomi asperso di un'acqua luminosa. Dov'era, donde proveniva Colui che mi stava aspergendo con acqua? Non lo sapevo. Semplicemente, mentre ero immerso nell'acqua, ero sopraffatto dalla gioia, crescevo nella fede, volavo sulle ali della speranza, ascendevo al cielo.

Simeone il Nuovo Teologo emerge come il testimone più eminente e l'interprete più ricco della via delle lacrime. Se da un lato le radici di questo tema affondano saldamente nel NT (cf. Mt 5,4), dall'altro è nel IV secolo che la via delle lacrime si affer¬mò in tutta la sua ricchezza nelle espressioni ascetiche e mistiche. I padri del deserto e i Cappadoci sono tra i primi a sottoli¬neare il valore delle lacrime, mentre altre pietre miliari sono co¬stituite da Evagrio Pontico e da Isaia di Scete, che dedica un in¬tero discorso all'afflizione spirituale, da Diadoco di Fotica e dalle Omelie dello Pseudo-Macario, da Giovanni Climaco e da Isacco il Siro e, in occidente, da Giovanni Cassiano e da Agosti¬no di Ippona. Questo dono spirituale non è sconosciuto in occi¬dente, ma sembra che l’oriente lo abbia coltivato in maniera più continua e consapevole. Non esistono peraltro resoconti or¬ganici sull'argomento. Giovanni Climaco, che dedica un gradi¬no/capitolo specifico (il settimo) alla "gioiosa tristezza", non si esprime in modo coerente. Persino Simeone, per il quale le la¬crime costituiscono la via maestra del pentimento e l'elemento indispensabile della purificazione spirituale, non presenta ciò nonostante alcuna esposizione sistematica della "teologia delle lacrime".
Ho presentato altrove un abbozzo di alcune delle fasi stori¬che, teologiche e spirituali che caratterizzano la via delle lacrime nella tradizione ascetica antica e - segnatamente - in Gio-vanni Climaco. Questo saggio cercherà di individuare gli ele¬menti fondamentali di questa via in Simeone il Nuovo Teologo (949-1022) e più specificamente di demitizzare il simbolismo che sta alla base della terminologia. Il mio compito è in certo senso facilitato dallo stesso Simeone, che alla luce della "criti¬ca" teologica o dell' "analisi" psicologica risulta di estrema tra¬sparenza. Gli scritti di Simeone il Nuovo Teologo - le sue Catechesi e i suoi Inni, i suoi Trattati etici e pratici, i suoi Trattati teo¬logici e le sue Preghiere di ringraziamento - si presentano a noi come una confessione di tale limpidezza, quale nessuno sarebbe disposto a fare, nemmeno dinanzi alla propria guida spirituale. Simeone invece offre una confessione pubblica, personale, pro¬fonda; ogni riga reca il segno inconfondibile della sua identità peculiare. Questa spontaneità è un contrassegno della sua autenticità. La sua vita e i suoi scritti sono limpidi come un bic¬chiere d'acqua; egli non dà adito a punti interrogativi di sorta. Il suo è più di un modo di scrivere nuovo e rinfrescante; è il ricor¬dare la realtà di una nuova luce e di una nuova vita.
Simeone ha sentito parlare per la prima volta delle lacrime nella Scala, che ha letto prima di abbracciare la vita monastica. Ma la sua comprensione delle lacrime deriva direttamente dal suo maestro spirituale, Simeone Studita, e viene da lui trasmes¬sa fedelmente al proprio discepolo spirituale, Niceta Stetha¬tos. Si tratta di una teologia nutrita dall'esperienza di una tradizione viva delle lacrime. In verità questa esperienza personale e profonda della via delle lacrime caratterizza l'inizio stesso del suo percorso spirituale, quando - dopo la visione della luce divi¬na avuta da ragazzo, quando ancora si chiamava Giorgio - Si¬meone ci dice che piangeva di cuore e le sue lacrime erano accompagnate da dolcezza.
 
Il contesto delle lacrime
Il pentimento ( “metànoia” )
Simeone il Nuovo Teologo rifiuta radicalmente qualsiasi scusa da parte di chi intenda motivare la mancanza di lacrime, rigettando tale condizione come eretica. Per Simeone tutti possono piangere, purché lo vogliano. Ogni percorso spirituale deve im¬boccare questa strada:
Chi dunque è stato fatto un giorno degno di sperimentare la¬crime siffatte capirà ciò che si dice, e insieme con me renderà testimonianza della verità di ciò, come anche mi renderà te-stimonianza la voce del Teologo quando dice: "Tutti le lacri¬me, tutti la purificazione, tutti l'ascesa e tutti il protendersi verso ciò che sta davanti".
Tutta la quarta Catechesi costituisce una risposta di Simeone ai fratelli del suo monastero che protestavano contro l'insegnamento di Simeone Studita secondo cui "non si dovrebbe mai ri¬cevere la santa comunione senza lacrime". Altrove Simeone insi¬ste sul fatto che chiunque è capace, per sua natura, di versare lacrime:
Come per natura sia dato a tutti di piangere, te lo possono insegnare gli stessi bambini quando nascono. Infatti all'uscire dal grembo e al cadere sulla terra essi piangono, e questo ap¬pare come un segno di vita per le levatrici e per le madri. Per¬ché se il bimbo non piange, esse non lo ritengono neppure vivo ma, piangendo, mostra con ciò stesso come la natura com¬porti fin dalla nascita l'afflizione e le lacrime. Ma, come dice¬va anche il nostro santo padre Simeone Studita, bisogna che l'uomo trascorra la vita presente in questo stesso pianto e con questo deve morire, se solo vuole essere salvato ed entrare nella vita beata, poiché il pianto della nascita è come il simbo¬lo delle lacrime della vita presente di quaggiù. Come infatti il cibo e la bevanda sono necessari al corpo, così anche le lacri¬me lo sono all'anima, di modo che chi non piange ogni giorno - esito a dire ogni ora, per non sembrare eccessivo - consuma la sua anima con la fame e la manda in rovina.
Inoltre Simeone è decisamente contrario a ogni comprensio¬ne delle lacrime come fenomeno temporaneo o passeggero. Le lacrime accompagnano ogni azione: la preghiera, il mangiare, il bere. Attraverso le lacrime, il pentimento diventa un atteggiamento che impregna di sé l'intera esistenza, e per acquisir¬lo si è disposti a uno sforzo continuo. Dopo tutto, come scrive Simeone,
anche solo per un semplice sguardo o un pensiero o una paro¬la si sentono come decaduti dall'amore di Dio.
Il pentimento dunque è una via, non un episodio. Non è né un gesto isolato né un luogo di sosta, ma un viaggio continuo, quanto meno in questa vita. E’ una condizione, non una tappa:
È dunque possibile a tutti, fratelli, e non solo ai monaci ma anche ai laici, sempre e continuamente fare penitenza e pian¬gere e supplicare Dio e così facendo acquistare anche tutte le altre virtù.
Sussiste uno stretto legame fra il pentimento e le lacrime. Di fatto queste ultime sono considerate una prova del primo, quasi come "le sue ali":
Questa è la penitenza che - attuata così in modo compiuto, come abbiamo detto, fino alla morte, con fatiche e tribolazio¬ni - farà sì che versiamo lacrime amare.
In effetti Simeone è estremamente preciso nel segnalare una connessione stretta - persino un'identità - fra il pentimento, le lacrime e la salvezza:
È in proporzione al nostro pentimento, alla confessione e alle lacrime, che riceviamo la remissione dei nostri peccati precedenti e riceviamo anche la santificazione e la grazia dall'alto.
Togli le lacrime, e assieme a quelle avrai soppresso anche la purificazione: ma senza purificazione nessuno può salvarsi.
Questo perché le lacrime sono il risultato del desiderio di Dio che tutti possano essere salvati. Per Simeone, se l'anima acqui¬sta la conoscenza dell'amore di Dio - o la consapevolezza del proprio estraniamento dall'amore di Dio -, allora “le lacrime sgorgheranno immediatamente dal suo intimo". Le lacrime sono una modalità di conoscenza; piangiamo o perché siamo con¬sapevoli della nostra identità paradisiaca, oppure perché abbia¬mo nostalgia di un "paradiso perduto". Nella condizione delle lacrime è presente, allo stesso tempo, un elemento intenso di nostalgia e un elemento intenso di desiderio.
 
L'afflizione (“pénthos”)
Il termine pénthos ha la medesima radice del vocabolo pathos: sul piano etimologico derivano entrambi dal verbo pathein, che significa "soffrire". Orbene la sofferenza, o il patire, possono as¬sumere varie forme; e per l'asceta cristiano, che riconosce che ogni sofferenza è assunta nella croce, le ferite della compunzio¬ne sono anch'esse varie, e una di esse trova espressione nelle la¬crime. Per Simeone la sofferenza trasforma l'anima in una fonte di lacrime. Nella sofferenza non c'è spazio per misure alternative che possono risultare più attraenti a quanti sono meno pro¬pensi a piangere o incapaci di farlo, o forse sono persino abbat¬tuti dalla disperazione totale o dalla malattia:
E la tua anima, oggi terreno pietroso, diverrà per te una fonte di lacrime.
Diversamente da Giovanni Climaco, dunque, Simeone appa¬re inflessibile e irremovibile nell'accento che pone sulla necessità assoluta delle lacrime, ma forse la stretta connessione tra le la¬crime e il pénthos, e la corrispondente accentuazione da parte sua del patire e della sofferenza, aprono uno spiraglio. Il pénthos consiste nell'afflizione per una perdita subita. E la tristezza e la sofferenza per l'assenza di Dio, è sete inestinguibile della pre¬senza di Dio. Gregorio di Nissa osserva che le lacrime sono cau¬sate dalla privazione di qualcosa di desiderabile (il pathos come risultato del pénthos), mentre Teodoreto di Ciro conclude:
È la passione (pathos) per Dio a suscitare le lacrime (pénthos).
Perciò le lacrime e l'amore sono interconnessi; non conoscia¬mo mai l'uno senza le altre. Le lacrime e l'amore - o il pentimento e la passione - sono le due facce di una stessa medaglia che possiamo chiamare vita. Quando piangiamo condividiamo; le nostre lacrime si uniscono alla litania delle lacrime sparse da tutti gli uomini e ai gemiti della creazione (cf. Rm 8,22). E’ que¬sto pentimento appassionato che, secondo Simeone, conduce a sua volta a un desiderio crescente e sempre più intenso di Dio:
Il pentimento opera in una duplice maniera: è come acqua perché estingue la fiamma delle passioni con le lacrime e pu¬rifica l'anima dalle sue macchie; ed è anche come fuoco gra¬zie alla presenza dello Spirito santo che vivifica, accende, in¬fiamma e riscalda il cuore, accendendolo d'amore e di deside¬rio appassionato di Dio.
Nella via delle lacrime questa dialettica fra ritorno e revivi¬scenza, tra il pentimento che guarda indietro e il desiderio che guarda in avanti, tra passato e futuro, è critico. Per Isacco il Siro le lacrime costituiscono un punto cruciale di transizione, la frontiera fra l'era presente e quella futura. Come abbiamo visto, Simeone prende a prestito l'immagine formulata da Isacco, del neonato che piange appena viene alla luce, che riflette il cristia¬no che piange al momento della rigenerazione nell'era venien¬te. Per rinascere nel presente e nel futuro siamo obbligati a ri¬cordare il passato. Se non ci pentiamo del passato alla luce del futuro, siamo condannati a ripetere il passato nel presente.
Ogni aspetto della vita quotidiana assume in tal modo una di¬mensione escatologica, anche - paradossalmente - nei termini di un ritorno alla condizione originale della natura umana; ogni cosa tende verso la "fine" (éschaton) e l'attende, anche se appar¬tiene al qui e ora. È il rovescio della nostra esperienza decaduta e un'attesa intensa della grazia di Dio. C'è gioia nell'essere in cammino e gioia nell'arrivare. E tuttavia, la nostra gioia è com¬pleta solo in patria, in paradiso. La gioia (charà) e la grazia (chàris) hanno una radice comune e condividono lo stesso significa¬to, sul piano etimologico, teologico e spirituale. In ultima anali-si, tramite la teologia delle lacrime, e nella teologia delle lacri¬me, Simeone diventa un teologo dell'estasi gioiosa e dell'eb¬brezza spirituale. Le lacrime di compunzione sono trasformate in lacrime di gioia. Così la ferita - o l'afflizione - diventa il se¬no - o una situazione di gravidanza - in cui la sofferenza e la morte sono unite alla grazia e portano nuova vita. Quando pian-giamo cresciamo.
 
La via delle lacrime
 
Il sacramento delle lacrime
Vi sono lacrime di compunzione che producono virtù; vi sono lacrime di dolore e di afflizione che sono prodotte entrambe dal pentimento e dal desiderio e che a loro volta producono esse stesse il pentimento e la brama ; e vi sono lacrime che sono for¬zate, accanto alle lacrime che sgorgano spontaneamente. Indi¬pendentemente dalla qualità delle lacrime, Simeone non cambia mai idea sulla loro importanza univoca:
Non fatevi ingannare.
Non c'è altro modo di entrare all'interno
o di vedere [i misteri] che vi sono stati compiuti
e che tuttora vi si compiono
 
Le lacrime e il battesimo
Radunatevi, figli; venite, donne;
affrettatevi, padri; la fine s'avvicina.
Unitevi a me nel pianto e nel lamento.
Poiché, dopo aver ricevuto Dio nel battesimo da bambini,
o piuttosto dopo essere diventati bambini, figli di Dio, presto siamo diventati peccatori
e siamo stati espulsi dalla casa di David
senza che neppure ce ne rendessimo conto.
Le lacrime sono un altro battesimo, un secondo battesimo:
Nel primo battesimo l'acqua è simbolo delle lacrime, e l'olio dell'unzione prefigura l'unzione interiore dello Spirito. Ma il secondo battesimo non è più un semplice tipo della verità; è la verità stessa.
Non c'è nulla di particolarmente innovativo nelle affermazio¬ni di Simeone sui due battesimi. Diadoco di Fotica nel V secolo e Giovanni Climaco nel VII secolo avevano già descritto in modo similare la spiritualità e la sacramentalità del pianto. Le lacri¬me lavano via i peccati interni ed esterni, i vizi sia noti sia na¬scosti. Al pari di Giovanni Climaco, Simeone gioca col verbo pìptein (cadere) e nìptein (lavare). Lavare significa ripulire le feri¬te del corpo e dell'anima. La purificazione conduce alla reden¬zione. Chiaramente influenzato dal suo predecessore, il Sinaita, Simeone il Nuovo Teologo scrive:
Come un vestito raccolto da qualche parte tra il fango e il le¬tame e intriso di sudiciume non può essere lavato se non con acqua abbondante e battendolo molto con i piedi, così anche la tunica dell'anima, imbrattata dal fango e dal letame delle passioni peccaminose, non può essere pulita se non per mez¬zo di molte lacrime.
Ma nonostante la loro importanza, le lacrime non si sostitui¬scono mai al battesimo; piuttosto, lo rinnovano in maniera tangibile. Le lacrime non concedono la grazia divina; invece, porta-no alla nostra consapevolezza attiva la grazia già concessa nel battesimo. Simeone non mette mai in questione la supremazia e l'efficacia del sacramento. Piuttosto, afferma la necessità di una ricezione consapevole e di una risposta continua alla grazia bat¬tesimale. Il potere delle lacrime sta proprio nel ringiovanire la persona, quasi una continuazione della funzione purificatrice del battesimo. Le lacrime segnano la tensione tra l'essere (uma¬no) e il divenire (divino).
 
Una teologia della spontaneità
 
Il silenzio delle lacrime
L'indagine sulla fenomenologia delle lacrime, ogni traduzione della teologia delle lacrime, valica inevitabilmente i confini del¬le generazioni e delle culture. I classici della mistica cristiana non possono essere recepiti alla lettera né li si può liquidare alla leggera. Essi richiedono l'adeguato apprezzamento dello sfondo storico in cui sono vissuti e dell'ambiente culturale in cui è av¬venuto il loro cammino spirituale. Torniamo perciò ad analizzare le lacrime ponendole sotto la luce contemporanea di un micro¬scopio dell'anima.
Ovviamente è più importante spargere lacrime che definirle; subirle piuttosto che limitarsi a capirle. Lo stesso Simeone lotta per articolare quella che è essenzialmente una realtà inesprimi¬bile, un'esperienza estatica. Com'è possibile descrivere con pre¬cisione l'effetto della grazia divina, dell'essere toccati da Dio? Come si può comunicare adeguatamente l'impatto della ferita dell'amore divino, dell'anima colpita - Simeone preferisce il ver¬bo "mordere" - dall'amore di Dio? Egli dice:
Quando i tuoi occhi sono purificati dalle lacrime e tu vedi Colui che nessuno mai ha visto, quando la tua anima è morsa dal suo amore e tu componi un cantico mescolato con lacrime, per favore ricordati di me e prega per la mia umile persona. Poiché, allora, tu hai conseguito l'unione con Dio e una fidu¬cia in lui che non sarà mai confusa.
Le lacrime fanno la loro comparsa quando le parole o sono insufficienti oppure sono esaurite. Esse si lasciano dietro il linguaggio umano convenzionale. Oppure - più precisamente - le lacrime trasformano e consacrano le parole; creano un linguag¬gio nuovo, un altro modo di comunicare. Forse "cantico" e "fi¬ducia" sono gli unici modi adeguati di esprimere la via delle la¬crime. Forse nella nostra teologia e nella nostra vita ecclesiale c’è troppo poco canto e troppo poca poesia. Forse nella nostra vita personale e sociale c'è troppo poco coraggio e troppo po¬ca fiducia. Le lacrime producono un senso di fedeltà nel nostro rapporto con Dio e tra di noi. Esse rivelano una dimensione di interiorità e di intensità. Sono una via di spontaneità e di auten¬ticità. Più che limitarsi a rovesciare l'accento, posto di solito sul¬la razionalizzazione, e integrare la rigidità dell'intellettualismo, le lacrime simboleggiano pienezza e integrità. Più che limitarsi a dare spazio a ogni forma di sentimentalismo o a mettere in que¬stione la diffidenza verso l'emotività, le lacrime affermano iden¬tità e vividezza. Le lacrime sono silenziose, e tuttavia dense di suoni. Sono la nostra voce vera, la nostra lingua madre.
Una lacrima silenziosa ci farà procedere lungo il cammino spi¬rituale più che innumerevoli imprese ascetiche "più eclatanti", o gesta virtuose più "visibili". In verità, la connessione tra le la¬crime e il silenzio è importante. Le parole sono, per sé, un modo di affermare la propria esistenza e di giustificare le proprie azio¬ni ed emozioni. Il silenzio invece, che può essere avvertito come morte, come un lasciare che la vita se ne vada, è un modo di rinunciare a ogni nostra autogiustificazione. Così spesso noi cer¬chiamo di ingannare la morte o di sfuggire alla morte con spie¬gazioni o scuse. Le lacrime ci insegnano ad attendere in silenzio e a professare la potenza divina. Attraverso le lacrime confessia¬mo la nostra personale impotenza e la divina potenza. Rinuncia¬mo alle nostre immagini infantili di Dio e cediamo all'immagine vivente di Dio. Le lacrime confermano la nostra disponibilità a consentire alla nostra vita di dissolversi nella notte oscura dell'a¬nima, e la nostra disponibilità ad assumere una nuova vita nella risurrezione dei morti.
 
Le pazienza delle lacrime
 
Per Simeone le lacrime sono al contempo un dono e un modo di essere, sono sia una concessione che uno sforzo. Sono il fuoco della presenza di Dio che riscalda il cuore e sono l'acqua della preghiera ascetica che estingue i peccati. Quando piangiamo ci fermiamo; le lacrime sono un'opportunità di rallentare e fermar¬ci, di stare in silenzio e di essere semplicemente. Sono una ma¬nifestazione tangibile - o un incarnazione - del nostro contatto consapevole con Dio. Non puoi muoverti fino a quando non ti fermi, a meno che non ti sia già fermato; non puoi ricevere lo Spirito fino a quando non ti arrendi e se non ti arrendi; non puoi trovare la tua anima se prima non la perdi (cf. Mt 10,39). In quello che perdiamo e troviamo, scopriamo il mistero; i no¬stri occhi pieni di lacrime sono aperti al volto di Dio. In verità, Simeone confronta le lacrime all'acqua e alla pioggia che porta un giardino a produrre frutti: senza la gratuità delle lacrime - il dono della chàris divina -, oltre che lo sforzo di irrigare - la lotta della àskesìs umana -, i fiori non sbocceranno e i frutti non matureranno. Come accade con il giardiniere o il contadino, la virtù della pazienza è di importanza fondamentale. Attendere vuol dire piangere; piangere vuoi dire essere umili. Attendere è il modo più sicuro per ottenere i doni divini, anziché presumerli o cercarli prematuramente. E la pazienza è critica perché l'avvento delle lacrime è graduale: letteralmente, goccia dopo goc¬cia. Piango, e quindi sono.
 

L'essenza delle lacrime
 
E tuttavia le lacrime non sono affatto espressione di semplice passività; sono una manifestazione attiva dalla volontà dell'ani¬ma di progredire o, in realtà, di subire il processo di ritorno. Le lacrime sono un riconoscimento della realtà che noi stiamo "vivendo, e vivendo parzialmente" e un'espressione del no¬stro desiderio di avere vita, e vita in abbondanza (cf. Gv 10,10). Il silenzio delle lacrime è il nostro modo di esplorare le celle in-teriori e inaccessibili del cuore. Sondare le acque del cuore è l'i¬nizio della vita nello Spirito. Forse è questo il motivo per cui in¬tercorre una connessione stretta fra le lacrime e il battesimo. Le lacrime non sono una reazione sentimentale, bensì una rigenera¬zione sincera, un momento di risurrezione. In ultima analisi, le lacrime sono un modo di vedere più chiaramente, un pulire gli occhi e un aguzzare lo sguardo:
Come infatti accade a un cieco che a poco a poco ricupera la vista e discerne la fisionomia dell'uomo, e quale essa sia, da ciò che a poco a poco viene esaminando e non è la fisiono¬mia che si trasforma o muta nella visione, bensì, piuttosto, è la capacità visiva dei suoi occhi che, purificata, vede quale egli è, come se l'immagine di lui si imprimesse tutta nella sua facoltà visiva - ... così anche tu ti sei fatto vedere.
Potrebbe sembrare che le lacrime siano espresse esternamen¬te, ma di fatto sono prodotte dall'interno e mirano precisamente a volgerci verso l'interno. Dice Simeone:
Ma non è così: Dio infatti non guarda all'apparenza né alla sola correttezza esterna del comportamento né alle nostre gri¬da, fratelli, ma a un cuore contrito e umiliato.
Le lacrime non riguardano affatto il "fare" ma piuttosto l' "es¬sere". Lo scopo della vita spirituale, per Simeone, è diventare "tutto Cristo", un figlio di Dio, erede diretto del Dio vivente. Dio non ha nipoti; egli genera soltanto:
Anch'io divento dio inconsapevolmente;
è permesso, è naturale supporlo;
ma se è consapevolmente, realmente e coscientemente
che Dio ha assunto la piena condizione umana
io sono diventato dio tutto intero,
mediante la comunione con Dio
sensibilmente e consapevolmente,
non per essenza, ma per partecipazione.
Sono interamente rinnovato,
sono reso del tutto immortale,
divinizzato completamente
e trasformato in Cristo.
Le lacrime sono il risultato diretto del soffrire le doglie del parto fino a che Cristo non sia formato in noi (cf. Gal 4,19):
Come la donna incinta sa che il bambino si muove dentro il suo seno e non può dimenticare la sua presenza, così anche colui nel quale Cristo viene formato, conosce i suoi movimen¬ti, cioè le sue illuminazioni.
Dunque, al pari di Giovanni Climaco, anche Simeone parla di una visita di Dio. Noi attendiamo il divino Visitatore. Dove abbondano le lacrime, fiorisce la grazia di Dio:
O lacrime che scaturite dalla divina illuminazione e aprite il cielo stesso e a me procurate una divina consolazione.
Tale vista o illuminazione divina, dove una nuova luce irrom¬pe nel cuore, implica una conoscenza particolare. Attraverso le lacrime riceviamo la luce di Cristo all'interno; siamo illuminati; attraverso le lacrime riceviamo la vita dello Spirito all'interno; siamo ispirati. Le lacrime abilitano il cuore a conoscere sia la presenza sia l'assenza di Dio. Possiamo solo piangere per colui o quello che di fatto sappiamo, e non semplicemente immaginiamo. Questa conoscenza è l'unico criterio del nostro progredire spirituale. La virtù e il peccato sono misurati esclusivamente dal grado di tale conoscenza, non dall'accumulo di meriti o di man¬canze. Quando la conoscenza di Dio - della sua presenza o an¬che della sua assenza - assume importanza maggiore di qualsiasi virtù o vizio specifico, allora l'uomo esteriore cresce in sintonia con l'uomo interiore. Allora le radici amare e oscure del cuore sono colte come parte e porzione dei fiori dolci e che appaio¬no in superficie. Allora sì sa che "il regno di Dio è dentro" (Lc 17,21). Allora le lacrime - come il cielo stesso - sgorgano dall'interno come la sorpresa di una vita nuova, e costituiscono an¬che l'alba di una luce nuova.
Nulla di esterno potrà mai misurarci, predirci, o esaurirci. Siamo opera di una bellezza in progresso, sempre gli stessi e tuttavia sempre in sviluppo e mutamento. E’ questo il motivo per cui guadagniamo - o perdiamo - il paradiso a un dato momento, in realtà all'ultimo minuto. Forse più di ogni altro scrittore della chiesa antica, Simeone è ben consapevole di questa verità: che i perduti possono essere ritrovati, i malati guariti, i morti riportati in vita. I mutamenti sono reali; nella storia della spiritualità essi sono detti conversioni. Una perdita può diventare un trion¬fo in seme, una maledizione, una benedizione nascosta, un po¬polo nella tenebra può vedere una grande luce; "e su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte, una luce si è levata" (Mt 4, 16). Il dolore può essere trasformato in vero piacere, la morte può dare la vita, e una lacrima diventare consolazione, se solo desideriamo, se solo possiamo metterci a cercare quello che è autentico.
Quando il cuore è affranto, "la santa umiltà, pietra spirituale leggerissima e soave" permette al liquido di scorrere e
fa innaffiare [l'anima] da un fiume di lacrime, e le fa incon¬trare l'acqua viva, ne sana le ferite prodotte dal peccato, il marciume e le ferite, e rende tutto quell'uomo più splendente della neve.
Le lacrime riflettono la nostra resa a nuovi modem di appren¬dimento autentico e dì vita genuina. Questa "novità" o "integrità" aggiunge una dimensione di stupore e di estasi all'espe¬rienza della visione di Cristo:
Quando vidi i brillanti bagliori di luce attorno a me e i rag¬gi provenienti dal tuo volto mescolati con acqua, rimasi stupi¬to, vedendomi asperso di un'acqua luminosa. Dov'era, don-de proveniva Colui che mi stava aspergendo con acqua? Non lo sapevo. Semplicemente, mentre ero immerso nell'acqua, ero sopraffatto dalla gioia, crescevo nella fede, volavo sulle ali della speranza, ascendevo al cielo.
Quando ci dedichiamo totalmente a Dio, quando riconoscia¬mo la nostra totale disperazione, confessando che abbiamo "toccato il fondo" nel nostro rapporto con il prossimo e con Dio, scopriamo anche la compassione di un Dio che ha assunto volontariamente la vulnerabilità della crocifissione. Per Simeone tutte le nostre lacrime sono raccolte infine ai piedi della croce. Non cercheremmo la guarigione divina se non dovessimo farlo per sopravvivere, se non dovessimo ammettere che non c'è altro modo di uscire dal vicolo cieco. I nostri cuori sono i luoghi in cui Dio abita, ma sono fatti tutti di vetro. La lacrime significano proprio questa fragilità, vulnerabilità e frantumabilità. Dio en¬tra nella ferita aperta - la finestra infranta, la lacrima - del no¬stro cuore, portando guarigione all'anima e al mondo, non per confortare ma per soffrire con noi, per identificarsi con noi in un atto di compassione infinita. Dio capisce, avendo subito la vulnerabilità nell'assunzione di una forma simile a un bambino e nella morte di croce. Tale vulnerabilità è il risultato inevitabile della spontaneità. Può essere anche un tratto distintivo della santità. La théosis è cadere e rialzarsi, è ricominciare. Se i nostri occhi godono della visione di Dio (il mistero di diventare Dio), allora le nostre lacrime esprimono la bellezza dell'umanità (il mistero di essere umano). Le lacrime sono le compagne intime della théosis, la nostra via di scampo dalla morte alla vita.
 
Conclusione
Come è vero anche per altri argomenti trattati nei suoi scritti, quello che Simeone dice sul dono delle lacrime è una testimonianza, non un trattato. Egli ci propone una serie di omelie, di confessioni e di ringraziamenti, non un discorso dottrinale basa¬to su un complesso ben strutturato di asserzioni e norme. Ciò nonostante, al pari di Giovanni Climaco prima di lui, Simeone mostra una capacità straordinariamente sottile di penetrare nel mistero della perdita, in "quella misteriosa terra delle lacrime", nella complessità delle lacrime, nella loro condizione e impor¬tanza per la vita spirituale. Per Simeone la luce vera di Cristo può risplendere soltanto in chi sa versare lacrime autentiche, frutto del desiderio insaziabile, oltreché della propria inevitabi¬le indegnità, di contenere lo splendore e la pienezza di Dio:
Non potendo trattenersi, ma versando lacrime abbondanti che lo rinfrescano, attizza il fuoco del suo desiderio. Allora le lacrime scorrono più abbondanti e, purificato dal loro flusso, risplende con luminosità maggiore. Allora, quando è completamente infiammato, diventa come luce e quindi si compie ciò che è detto: "Dio si è unito agli dèi ed è stato da loro conosciuto".
 
La presente relazione è stata tradotta dall'inglese da E. Gatti.
 
Tratto da A.A.V.V. Simeone il Nuovo Teologo e il monachesimo a Costantinopoli -  ed. QIQAJON - COMUNITA' DI BOSE, a cui si rimanda per le note e  l'approfondimento.

pubblicato già in vari siti internet

 


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