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LE REGOLE BREVI

 

di San Basilio il grande




 

BASILIO DI CESAREA

“LE REGOLE BREVI”

Estratto dal libro "Basilio - Opere ascetiche" a cura di U. Neri - Ed. UTET – 2013

(Il testo originale contiene centinaia di note esplicative, indispensabili a chi volesse approfondire l'argomento. Qui è solo riportato il testo con i riferimenti biblici)

 

PROLOGO

Il Dio amico degli uomini, che all’uomo insegna la conoscenza ordina mediante l’Apostolo a coloro cui è stato affidato il carisma dell’insegnamento di insistere in esso, e, quelli che hanno bisogno dell’edificazione proveniente dagli ammaestramenti del Signore, li ammonisce per mezzo di Mosé: Interroga tuo padre e ti annuncerà, i tuoi anziani e ti diranno.

È, perciò necessario che noi, a cui è stato affidato il ministero della Parola, siamo in ogni tempo pronti per il perfezionamento delle anime e che, ora rendiamo testimonianza in pubblico alla Chiesa tutta, ora permettiamo in private a tutti quelli che si presentano di interrogarci liberamente, sia su quanto concerne la sanità della fede, sia sulla verità della vita secondo il vangelo del Signore nostro Gesù Cristo: da entrambe queste cose l’uomo di Dio viene solidamente perfezionato.

Da parte vostra, poi, non dovete lasciar passare nulla senza frutto e senza utilità per voi, ma, oltre a quello che imparate in comune, dovete interrogare anche privatamente riguardo a ciò che più giova e dovete disporre tutto il tempo libero della vita per cercare ciò che è utile. Se dunque per questo ci ha riuniti Iddio, e c’è piena quiete dai tumulti esteriori, non volgiamoci a nessun’altra occupazione, e non diamo di nuovo i nostri corpi al sonno, ma trascorriamo quel che resta della notte nel pensiero e nella ricerca di ciò che è necessario, adempiendo così quanto dice il beato David: Nella legge del Signore mediterà giorno e notte.

 

TESTO DELLE REGOLE BREVI

 

DOMANDA 1: È lecito o giova permettersi di fare o dire ciò che si ritiene buono, ma che non è convalidato dalla testimonianza delle divine Scritture?

RISPOSTA: Quando il Signore nostro Gesù Cristo parla dello Spirito Santo dice: Non parlerà infatti da sé stesso, ma tutto ciò che ode, questo dirà (Gv 16,13), e quando parla di sé dice: Il Figlio non può far nulla da sé stesso (Gv 5,19), e ancora: Io non parlo da me stesso, ma il Padre che mi ha mandato mi ha dato il comandamento di ciò che devo dire e di come devo parlare: e io so che il suo comandamento è vita eterna. Ciò che dico, dunque, lo dico come me l’ha detto il Padre (Gv 12,49-50).

Chi dunque può pervenire a un tale grado di follia da osare qualcosa da sé stesso o addirittura da concepirlo perfino nel pensiero, lui che ha bisogno della guida del santo e buono Spirito per camminare rettamente nella via della verità, quanto al pensiero, alla parola e all’opera ed è cieco e cammina nelle tenebre, senza il sole di giustizia, lo stesso Signore nostro Gesù Cristo, lui che illumina, come con raggi, con i suoi comandamenti? Infatti, il precetto del Signore è limpido, illumina gli occhi (Sal 18,9).

Ma poiché fra le cose e le parole che noi usiamo, alcune vengono specificate da un comando del Signore nella sacra Scrittura mentre di altre non si parla, rispetto a ciò che sta scritto non è data a nessuno, nel modo più assoluto, facoltà alcuna di fare qualcosa di ciò che è proibito o di omettere qualcosa di quanto viene ordinato, poiché il Signore ha dato una volta per tutte il comandamento: E custodirai la parola che io oggi ti comando: non vi aggiungerai né toglierai nulla (Dt 4,2). Una terribile attesa del giudizio sovrasta infatti coloro che osano fare qualcosa di simile, e uno zelo di fuoco li divorerà (Eb 10,27).

Quanto poi alle cose di cui non si parla, l’Apostolo ci ha dato una regola dicendo: Tutto mi è permesso, ma non tutto edifica. Che nessuno cerchi il suo profitto, ma ciascuno quello dell’ altro (1 Cor 10,22-24).

Cosicché è comunque necessario sottomettersi: o a Dio, conforme al suo comandamento, o ad altri per il suo comandamento. Sta scritto infatti: Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. E il Signore dice: Chi vuole essere grande fra voi, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti (Mc 9,34); distaccato cioè dalle volontà proprie a imitazione del Signore che dice: Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà del Padre che mi ha mandato (Gv 6,38). 

 

DOMANDA 2: Con quale professione devono reciprocamente impegnarsi coloro che vogliono vivere insieme secondo Dio? 

RISPOSTA: Con quella che è proposta dal Signore a chiunque si accosti: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua (Mt 16,24). Quanto poi al significato di ciascuna di queste espressioni, è detto nella questione dove se ne tratta. 

 

DOMANDA 3: Come possiamo indurre a conversione chi ha peccato e come comportarci con lui se non si converte? 

RISPOSTA: Come ci è stato ordinato dal Signore che dice: Se il tuo fratello pecca, va’ e riprendilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello; se non ti ascolta, prendi con te uno o due altri perché ogni questione sia stabilita sulla parola di due o tre testimoni. E se rifiuta di ascoltarli, dillo alla Chiesa; se poi non vuole ascoltare neppure la Chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano (Mt 18,15-17).

Se dunque avviene questo, basta a quest’uomo il castigo inflitto dalla maggioranza (2 Cor 2,6), avendo scritto l’Apostolo: Riprendi, rimprovera, esorta con tutta pazienza e dottrina (1 Tm 4,2); e ancora: Se qualcuno non obbedisce alla parola che diciamo in questa lettera segnalatelo e non abbiate relazioni con lui, affinché si vergogni (2 Ts 3,14). 

 

DOMANDA 4: Se qualcuno anche per piccoli peccati mette in angustia i fratelli dicendo: «Dovete fare penitenza», non è forse egli stesso senza misericordia e non distrugge forse la carità? 

RISPOSTA: Poiché il Signore ha affermato con forza: Né uno iota né un apice della legge passerà prima che tutto si compia (Mt 5,18), e ha dichiarato: Gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio di ogni parola oziosa che avranno detto (Mt 12,36), non possiamo disprezzare nulla, quasi fosse piccola cosa. È detto: Chi disprezza una cosa, sarà da essa disprezzato (Pr 13,13).

E ancora, quale peccato si oserà chiamare piccolo quando l’Apostolo ha dichiarato: Trasgredendo la legge, insulti Dio? (Rm 2,23)

Se poi il pungolo della morte è il peccato, non questo o quello, ma evidentemente in modo indeterminato ogni peccato, allora è senza misericordia chi tace, non chi riprende: così come è senza misericordia chi lascia il veleno in qualcuno che sia stato morso da una bestia velenosa, non quello che lo toglie. È questi che distrugge la carità. Sta infatti scritto: Chi risparmia il bastone, odia suo figlio; chi ama, ha cura di castigare (Pr 13,24). 

 

DOMANDA 5: Come si deve fare penitenza per ciascun peccato e quali frutti degni della penitenza si devono mostrare?

RISPOSTA: Bisogna assumere la disposizione d’animo di colui che disse: Ho odiato l’iniquità e ne ho avuto orrore (Sal 118,163), e fare ciò che è detto nel salmo sesto e in molti altri e ciò che l’Apostolo attesta di coloro che si sono rattristati secondo Dio a motivo di un altro che aveva peccato: Ecco infatti — dice — quale sollecitudine ha prodotto in voi questa tristezza secondo Dio: quali scuse, quale indignazione, quale timore, quale desiderio, quale punizione, quale zelo. In tutto avete mostrato di essere puri in questo affare (2 Cor 7,11). E si dovrà anche, come Zaccheo, compiere in modo sovrabbondante l’opera buona contraria al peccato commesso. 

 

DOMANDA 6: Che dire di chi con le parole dichiara di fare penitenza, ma non si corregge dal peccato? 

RISPOSTA: Ritengo che di un tale uomo sia stato scritto: Se il nemico ti supplica a gran voce, non fidarti di lui: vi sono infatti sette malizie nella sua anima (Pr 26,25). E altrove: Come il cane quando torna al suo vomito e si rende odioso, così è l’uomo che, per la propria malizia ritorna al suo peccato (Pr 26,11).

 

DOMANDA 7: Come vengono giudicati coloro che difendono quelli che hanno peccato? 

RISPOSTA: Più gravemente, penso, di colui del quale è detto: Meglio per lui se gli venisse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli (Lc 17,2).

In tal modo, infatti, chi ha peccato, non riceve più il rimprovero per la correzione, bensì la difesa a conferma del suo peccato, e induce altri alle stesse passioni: a un tale difensore, se non mostrerà frutti degni della penitenza, si addice quanto ha detto il Signore: Se il tuo occhio destro ti dà scandalo, strappalo e gettalo via da te, perché è meglio per te perdere uno dei tuoi membri e che tutto il tuo corpo non sia gettato nella geenna (Mt 5,29).

 

DOMANDA 8: Come bisogna accogliere chi fa sinceramente penitenza? 

RISPOSTA: Come ha mostrato il Signore dicendo: Chiama gli amici e i vicini e dice: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora perduta» (Lc 15,6).  

 

DOMANDA 9: In quali disposizioni dobbiamo essere nei confronti di chi pecca senza fare penitenza? 

RISPOSTA: Come ha comandato il Signore dicendo: Se poi non vuole ascoltare neppure la Chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano (Mt 18,17); e come ha insegnato l’Apostolo scrivendo: Vi ordiniamo di tenervi lontani da ogni fratello che non cammina nella disciplina e secondo la tradizione che hanno ricevuto da noi (2 Ts 3,6). 

 

DOMANDA 10: Con quale timore e quali lacrime deve allontanarsi dai peccati quell’anima che ha condotto una miserabile vita di peccato? E con quale speranza e disposizione d’animo deve accostarsi a Dio? 

RISPOSTA: Prima di tutto deve odiare la vita colpevole che ha condotto in precedenza e deve avere disgusto e orrore per il suo stesso ricordo. Sta infatti scritto: Ho odiato l’iniquità e ne ho avuto orrore, ho amato invece la tua legge (Sal 118,163).

Deve poi prendere quale maestra di timore la minaccia dell’eterno giudizio e del castigo e sapere che il tempo della penitenza è tempo di lacrime, come ha mostrato Davide nel salmo sesto. Abbia piena certezza di ricevere la purificazione dai peccati mediante il sangue di Cristo, nella grandezza della pietà e nel gran numero delle misericordie di Dio che dice: Anche se i vostri peccati fossero come porpora, li renderò bianchi come neve; se fossero come scarlatto, li renderò bianchi come lana (Is 1,18).

 E, a questo punto, ricevuta la facoltà e la forza di piacere a Dio, dice: Alla sera albergherà il pianto e al mattino l’esultanza. Hai convertito il mio lutto in gioia per me, hai strappato il mio sacco e mi hai cinto di letizia affinché la mia gloria a te salmeggi (Sal 29,6,12-13). E allora, accostandosi, salmeggia a Dio dicendo: Ti esalterò, Signore, perché mi ha accolto e non hai fatto rallegrare su di me i miei nemici (Sal 29,2).

 

DOMANDA 11: Come si attua l’odio per i peccati? 

RISPOSTA: Sempre un evento spiacevole e triste produce odio per chi ne è stato l’autore. Se dunque qualcuno è pienamente convinto che i peccati sono causa di tanti e così gravi mali, proverà odio per essi spontaneamente, dall’intimo dell’animo, come ha mostrato colui che ha detto: Ho odiato l’iniquità e ne ho avuto orrore (Sal 118,163). 

 

DOMANDA 12: Come potrà l’anima essere pienamente certa che Dio ha rimesso i suoi peccati? 

RISPOSTA: Se vedrà sé stessa nella disposizione d’animo di colui che disse: Ho odiato l’iniquità e ne ho avuto orrore (Sal 118,163). Dio, infatti, mandando nel mondo il suo Figlio unigenito per la remissione dei nostri peccati, li ha già rimessi a tutti.

E siccome il santo Davide canta la misericordia e il giudizio, e attesta che Dio è misericordioso e giusto (Sal 100,1), è necessario che noi adempiamo quanto vien detto sia dai profeti che dagli apostoli nei passi che trattano della penitenza, affinché appaiano i giudizi della giustizia di Dio, e la sua misericordia trovi compimento nella remissione dei peccati. 

 

DOMANDA 13: Chi dopo il battesimo ha peccato deve disperare della propria salvezza, venendo a trovarsi in una moltitudine di mali? Oppure, fino a qual misura di peccati si può ancora sperare di poter ottenere con la penitenza la benignità di Dio? 

RISPOSTA: Se il gran numero delle misericordie di Dio si potesse contare e la grandezza della pietà di Dio si potesse misurare, di fronte al gran numero e alla grandezza dei peccati davvero dovrebbe regnare la disperazione. Ma poiché questi, per natura loro, sono misurabili e numerabili, mentre la pietà di Dio non può essere misurata e le sue misericordie non possono essere contate, non è tempo di disperazione, ma di riconoscimento della misericordia e di riprovazione dei peccati: poiché la remissione di questi, com’è scritto, è già data nel sangue di Cristo.

Che non si debba disperare ci viene insegnato in molti luoghi e in molti modi, ma soprattutto dalla parabola del nostro Signore Gesù Cristo a proposito del figlio che ha preso i beni del padre e li ha dissipati nei peccati. E impariamo dalle parole stesse del Signore di quale e quanta festa sia stata fatta degna la sua penitenza (Lc 15,13).

Ma anche per mezzo di Isaia Iddio dice: Anche se i vostri peccati fossero come porpora, li renderò bianchi come neve; se fossero come scarlatto, li renderò bianchi come lana (Is 1,18). Ciò peraltro — dobbiamo saperlo — è vero solo se si fa penitenza in modo adeguato, procedendo da una disposizione di intimo orrore per il peccato, come sta scritto sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento: e se, inoltre, il frutto è un frutto «degno», com’è detto nella domanda che tratta di questo (vedere la domanda 5).

 

DOMANDA 14: Da quali frutti si debba valutare la penitenza vera.

RISPOSTA: Della condotta di quelli che fanno penitenza, della disposizione d’animo di chi si allontana dal peccato e della sollecitudine nel produrre frutti degni della penitenza, è detto a suo luogo (vedere la domanda 5).

 

DOMANDA 15: Che cosa vuol dire: Quante volte peccherà il mio fratello contro di me e io dovrò perdonargli? (Mt 18,21) E in quali casi si ha il potere di perdonare?

RISPOSTA: La potestà di perdonare i peccati non è data in modo assoluto, ma dipende dall’ubbidienza di colui che fa penitenza e dal suo accordarsi con chi si prende cura della sua anima. Sta infatti scritto di questi: Se due di voi sulla terra si accordano per domandare qualsiasi cosa, la otterranno dal Padre mio che è nei cieli (Mt 18,19).

E non dobbiamo nemmeno chiedere «in quali casi», perché il Nuovo Testamento non ha espresso alcuna differenza e promette la remissione di ogni peccato a quelli che fanno penitenza in modo adeguato e, soprattutto, perché il Signore stesso ha promesso il perdono per qualsiasi cosa.

 

DOMANDA 16: Perché avviene che talvolta l’anima, anche senza darsene cura, è presa quasi spontaneamente dall’afflizione e prova compunzione, mentre altre volte è talmente priva di afflizione che non potrebbe provare compunzione neppure sforzandosi?

RISPOSTA: Questa compunzione è un dono di Dio per eccitare il desiderio, cosicché l’anima, una volta gustata la dolcezza di tale afflizione, abbia cura di mantenerla stabilmente; oppure è per dimostrare che l’anima può, con una cura più sollecita, essere sempre nella compunzione, in modo che non ci sia scusa per coloro che l’hanno perduta per noncuranza.

II fatto che ci si sforzi e non si riesca, da un lato prova la negligenza che abbiamo avuto in altro tempo, poiché non è possibile che uno ottenga qualcosa non appena si fa avanti, senza che ci sia stata meditazione e molto, ininterrotto esercizio; e insieme mostra come l’anima sia dominata da altre passioni e queste non le permettano di essere libera neppure per le cose che vorrebbe, secondo la sentenza dell’Apostolo: Ma io sono carnale, venduto al peccato. Infatti, non ciò che voglio, questo compio; ma ciò che odio, questo faccio (Rm 7,14-15). E ancora: Non sono più dunque io che opero questo ma il peccato che abita in me (Rom 7,17).

E tuttavia anche questo Dio permette ci avvenga per nostro bene, affinché l’anima, mediante ciò che subisce involontariamente, giunga a percepire chi è che la tiene in suo potere, giunga a rendersi consapevole di ciò con cui involontariamente serve al peccato, e rinsavisce, una volta sciolta dai lacci del demonio, e trovi pronta la misericordia di Dio che viene in soccorso di coloro che sinceramente fanno penitenza.

 

DOMANDA 17: Se a qualcuno, nel pensiero, viene in mente di mangiare, e poi condanna sé stesso, sarà accusato per essersi preoccupato?

RISPOSTA: Se, pur non essendo tormentati dalla natura, ci si ricorda anzitempo del mangiare, è evidente una distrazione dell’anima che denunzia la sua passione per le cose presenti e la sua noncuranza per ciò che piace a Dio: ma anche per questo sta pronta la misericordia di Dio.

Una volta che uno condanni sé stesso, è assolto in virtù della penitenza, purché nell’avvenire si guardi dallo scivolare, ricordandosi del Signore che dice: Eccoti guarito; non peccare più, affinché non ti avvenga di peggio Gv 5,14).

Se poi, spinto dalla necessità della natura e preso dalla fame, il senso gli muove la memoria, ma egli vince il pensiero con la sollecitudine e la cura per le cose migliori, non sarà da condannare la memoria, bensì da lodare la vittoria.

 

DOMANDA 18: Se a un fratello che altra volta in comunità ha peccato si debba affidare qualche incarico, dopo averlo messo lungamente alla prova; eventualmente, di che natura debba essere questo incarico.

RISPOSTA: Memori di quanto dice l’Apostolo: Non siate oggetto d’inciampo né per i giudei, né per i greci, né per la Chiesa di Dio, come anch’io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, non cercando il mio interesse, ma quello dei molti affinché si salvino (1 Cor 10,32-33): così noi dobbiamo avere grande cura per non porre ostacolo al Vangelo del Cristo e per non divenire oggetto d’inciampo ai deboli, e per non edificare al male alcuni.

È perciò necessario tener conto anche di costoro saggiando ciò che giova all’edificazione della fede e al progresso di ogni virtù in Cristo.

 

DOMANDA 19: Se qualcuno è sospettato di peccato, e tuttavia non commette nulla in modo manifesto, bisogna sorvegliarlo perché sia colto in ciò di cui è sospettato?

RISPOSTA: I sospetti malvagi provenienti da una volontaria determinazione cattiva, sono condannati dall’Apostolo (1 Tm 6,4): ma colui a cui è affidata la cura di tutti, deve sorvegliare tutti nell’amore di Cristo e col desiderio ardente di curare chi è sospettato di peccato, cosicché si verifichi quanto dice l’Apostolo: Affinché presentiamo ogni uomo perfetto in Cristo (Col 1,28).

 

DOMANDA 20: Chi fosse vissuto nei peccati, deve fuggire la comunione degli eterodossi e separarsi anche da chi vive malamente?

RISPOSTA: Poiché l’Apostolo dice: Vi ordiniamo di tenervi lontani da ogni fratello che non cammina nella disciplina e secondo la tradizione che hanno ricevuto da noi (2 Ts 3,6), è nociva e pericolosa, assolutamente e senza eccezioni, ogni comunione in qualsiasi cosa proibita riguardo al pensiero, alla parola o all’opera.

Quelli poi che sono vissuti nei peccati, devono usare ancor più diligenza. Prima di tutto perché l’anima che ha avuto consuetudine con il peccato è in genere più proclive ad esso; poi perché, come per la cura di quelli che sono fisicamente deboli si usa più diligente attenzione — così che spesso non si danno loro neppure le cose che sono di giovamento ai sani — allo stesso modo anche per quelli che sono stati malati nell’anima c’è molto più bisogno di sorveglianza e di cura. Quanto grande danno sia poi l’aver società con i peccatori, lo dimostra lo stesso Apostolo, dicendo su tale argomento: Un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta (1 Cor 5,6).

Se dunque tale è il danno per coloro che cadono in colpe di ordine morale, che dire di coloro che hanno opinioni errate riguardo a Dio e ai quali la cattiva dottrina non permette di essere sani neppure nel resto, perché mediante essa sono consegnati una volta per tutte alle passioni ignominiose? La Scrittura ce lo mostra in molti luoghi e anche nella lettera ai Romani di costoro si dice così: E siccome non si sono curati di ritenere la conoscenza di Dio, Dio li consegnò a una mente reproba, così che facessero ciò che non conviene; ripieni di ogni ingiustizia, fornicazione, malvagità, cupidigia, malizia, ripieni di invidia, assassinio, disputa, frode, malignità; sono diffamatori, detrattori, nemici di Dio, insolenti, orgogliosi, arroganti, inventori di mali, ribelli ai genitori, insensati, fedifraghi, senza amore, implacabili, senza pietà; pur conoscendo la sentenza di Dio, non compresero che sono degni di morte gli autori di simili azioni, e non soltanto le fanno, ma approvano anche coloro che le commettono (Rom 1,28-32).

 

DOMANDA 21: Da dove provengono la dissipazione i pensieri vari? e come correggerli?

RISPOSTA: La dissipazione proviene dall’ozio della mente che non è occupata nelle cose necessarie. La mente poi sta oziosa e noncurante a motivo della mancanza di fede nella presenza di Dio che scruta i cuori e i reni. Se credesse questo, certo farebbe ciò che è detto: Tenevo sempre il Signore davanti a me — poiché è alla mia destra — per non vacillare (Sal 15,8).

Queste e tali cose facendo, non oserà mai, né mai avrà lo spazio per pensare qualcosa che non sia ordinato all’edificazione della fede — anche se ciò potesse sembrare cosa buona  - né tanto meno per pensare qualcosa di proibito e di non gradito a Dio.

 

DOMANDA 22: Da dove provengono le sconvenienti fantasie notturne?

RISPOSTA: Nascono certamente dai moti disordinati dell’anima durante il giorno. Se poi l’anima se ne purifica occupandosi dei giudizi di Dio e si dà alla continua meditazione di ciò che è buono e che piace a Dio, anche i suoi sogni avranno gli stessi caratteri.

 

DOMANDA 23: Quali parole rendono un discorso «ozioso»?

RISPOSTA: In generale, ogni parola che non contribuisca all’adempimento di ciò che è nostro dovere nel Signore, è oziosa.

E tale è il pericolo di una simile parola che, quand’anche sia bene ciò che si dice, e non sia tuttavia ordinato all’edificazione della fede, chi ha parlato non è affatto al sicuro a motivo della bontà del suo discorso, ma anzi, per non aver ordinato il suo parlare all’edificazione, egli rattrista lo Spirito Santo di Dio.

L’Apostolo ha insegnato chiaramente questo dicendo: Non esca dalla vostra bocca nessuna parola viziosa, ma piuttosto ogni parola buona per l’edificazione della fede, per dare grazia a chi ascolta (Ef 4,29); e aggiunge: E non contristate lo Spirito Santo di Dio; nel quale siete stati sigillati (Ef 4,30).

E c’è forse bisogno di dire quale grande male sia il contristare lo Spirito Santo di Dio?

 

DOMANDA 24: In che consiste l’ingiuria?

RISPOSTA: Ogni parola che viene detta con l’intenzione di vilipendere è ingiuria, anche se questa stessa parola non appare offensiva. E ciò è evidente dal Vangelo che dice a proposito dei giudei: Lo ingiuriarono e gli dissero: «Tu sei discepolo di quello» (Gv 9,28).

 

DOMANDA 25: In che consiste la maldicenza?

RISPOSTA: Penso ci siano due momenti in cui è lecito dire qualcosa di male di qualcuno: quando sia necessario a uno consigliarsi anche con altri, a questo idonei, sul come correggere chi ha peccato; e quando ci sia bisogno di mettere in guardia qualcuno che per ignoranza può spesso unirsi a chi è cattivo, credendolo buono: l’Apostolo infatti ordina di non unirsi a questi tali per non trarre nei lacci la propria anima (2 Ts 3,14).

Tale è stato anche il comportamento dell’Apostolo, poiché egli scrive a Timoteo: Alessandro il fabbro mi ha arrecato molti mali. Guardatene anche tu: si è infatti opposto molto vivamente alle nostre parole (2 Tm 4,14-15).

Ma al di fuori di una necessità di tal genere, chi dice qualcosa contro qualcuno, e proprio per questo scredita e schernisce, è un maldicente anche se ciò che dice è vero.

 

DOMANDA 26: Chi dice male di un fratello o ascolta e tollera qualcuno che ne dice male, che cosa merita?

RISPOSTA: Meritano di essere entrambi separati dagli altri. Chi dice male in segreto del suo prossimo, io lo scacciavo via (Sal 100,5). E altrove è detto: Non ascoltare volentieri il maldicente per non esser tolto di mezzo (Pr 20,13).

 

DOMANDA 27: Se qualcuno parla male di chi presiede, come trattarlo?

RISPOSTA: Riguardo a ciò, è manifesto il giudizio dalla collera di Dio contro Maria quando questa parlò male di Mosé: il suo peccato infatti non fu lasciato impunito da Dio, nonostante la supplica dello stesso Mosé (Nm 12,10).

 

DOMANDA 28: Se qualcuno risponde a un altro alzando la voce in modo insolente, e con parole insolenti, e poi quando gli viene ricordata la cosa dice di non aver nulla di cattivo nel cuore, bisogna credergli?

RISPOSTA: Non tutti i mali dell’anima sono manifesti a tutti, e neppure a chi li porta, come avviene anche per i mali del corpo.

Come dunque, per il corpo, gli esperti hanno certi segni in base ai quali riconoscere i mali nascosti e che sfuggono alla stessa percezione del paziente, così avviene anche per l’anima: anche se chi pecca non percepisce il proprio male, bisogna che egli stesso e quelli che sono con lui credano al Signore che afferma con forza che l’uomo cattivo dal cattivo tesoro del suo cuore trae fuori le cose cattive.

Chi infatti è cattivo spesso simula qualche parola o qualche azione buona: non è però possibile a chi è buono simulare qualcosa di male. Come è detto: Abbiamo a cuore ciò che è buono non soltanto davanti a Dio, ma anche davanti agli uomini (Rm 12,17).

 

DOMANDA 29: In che modo è possibile non andare in collera?

RISPOSTA: Se si pensa di essere sempre osservati come in uno specchio da Dio che ci guarda e dal Signore presente. Qual è mai il suddito che, sotto gli occhi del capo, osa fare qualcosa che a lui non piaccia?

E se, ancora, non ci si aspetta l’ubbidienza da parte degli altri, ma si è noi preparati all’ubbidienza, considerando tutti superiori a noi stessi. Se infatti uno cerca l’ubbidienza degli altri per il proprio vantaggio, sappia che la parola del Signore insegna che ciascuno deve servire agli altri. Se poi si tratta di punire la disubbidienza a un precetto del Signore, non c’è bisogno di collera, ma di misericordia e di compassione, sull’esempio di colui che ha detto: Chi è debole, che io non sia debole? (2 Cor 12,29).

 

DOMANDA 30: Come possiamo recidere da noi la passione della mala concupiscenza?

RISPOSTA: Con la brama ardente dei voleri di Dio, quale ha mostrato di avere colui che ha detto: I giudizi di Dio sono veri, e a un tempo giustificati: desiderabili più dell’oro e di pietra preziosa molto, e più dolci del miele e del favo (Sal 18,10-11).

Sempre, infatti, la brama delle cose migliori, se si ha facoltà e possibilità di godere ciò che si desidera, fa sì che si disprezzino e si respingono le cose di minor conto, come hanno mostrato tutti i santi: e quanto più ciò avverrà per le cose cattive e degne di vergogna!

 

DOMANDA 31: Non è permesso per nulla ridere?

RISPOSTA: Se il Signore condanna quelli che ridono ora (Lc 6,25), è ben manifesto che non è mai tempo di ridere per il fedele, e soprattutto dal momento che sono tanti coloro che offendono Dio con la trasgressione della sua legge (Rm 2,23) e vengono messi a morte per il peccato: per questi bisogna essere tristi e gemere.

 

DOMANDA 32: Da dove viene il sopore fuori di tempo e di misura? e come vincerlo?

RISPOSTA: Questo sopore si verifica quando l’anima si è fatta più torpida rispetto al pensiero di Dio e quando disprezziamo i giudizi di Dio. Lo vinciamo quando riprendiamo il sincero e adeguato pensiero della grandezza di Dio e la brama dei suoi voleri, sull’esempio di colui che disse: Non darò sonno ai miei occhi né alle mie palpebre sopore e riposo alle mie tempie, finché non avrò trovato un luogo al Signore, un tabernacolo al Dio di Giacobbe (Sal 131,4-5.

 

DOMANDA 33: Come si rivela colui che si studia di piacere agli uomini?

RISPOSTA: Dal fatto che mostra sollecitudine verso quelli che lodano mentre si tira indietro di fronte a chi biasima. Se volesse piacere al Signore sarebbe sempre e dovunque lo stesso, adempiendo ciò che è detto: Con le armi della giustizia alla destra e alla sinistra, nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama, ritenuti ingannatori e ritenuti veraci (2 Cor 6,7-8).

 

DOMANDA 34: Come sfuggire alla passione di piacere agli uomini e come riuscire a non guardarsi intorno per cercare le loro lodi?

RISPOSTA: Con la piena certezza della presenza di Dio e con la cura ininterrotta di piacere a lui e con la brama ardente di essere dichiarati beati dal Signore. Nessuno, infatti, sotto gli occhi del padrone si distrae nella ricerca di piacere a un conservo, con disonore del padrone e a propria condanna.

 

DOMANDA 35: Da che cosa si riconosce l’orgoglioso e come curarlo?

RISPOSTA: Si riconosce dal fatto che cerca di primeggiare; e si cura, se comincia a credere al giudizio di chi ha detto: Dio resiste agli orgogliosi, ma agli umili dà grazia (Gc 4,6).

Bisogna comunque sapere questo, perché si tema la condanna dell’orgoglio, che cioè quella passione non può essere curata se uno non si allontana da ogni atto compiuto al fine di primeggiare: allo stesso modo per cui non si può disimparare una lingua o una qualche arte, se non si smette completamente non solo di fare o dire quanto la concerne, ma anche di ascoltare chi ne parla e di guardare chi la esercita. E questo è da osservarsi per qualunque vizio.

 

DOMANDA 36: Si deve ricercare l’onore?

RISPOSTA: Ci è stato insegnato di rendere l’onore a chi è dovuto (Rm 13,7), ma ci è stato proibito di ricercare l’onore, poiché il Signore ha detto: Come potete credere voi, che ricevete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene dal solo Dio? (Gv 5,44).

Così, il cercare la gloria da parte degli uomini è dimostrare incredulità e estraniarsi dalla pietà, poiché l’Apostolo ha detto: Se piacessi ancora agli uomini, non sarei servo del Cristo (Gal 1,10).

Se dunque vengono condannati così quelli che ricevono la gloria che viene loro data dagli uomini, la condanna di quelli che cercano la gloria che non viene data sarà tale quale nemmeno possiamo esprimere.

 

DOMANDA 37: In qual modo chi è pigro nell’eseguire il comandamento di Dio potrà ridiventare zelante?

RISPOSTA: Se sarà pienamente certo della presenza di Dio sovrano che tutto osserva, della minaccia che è rivolta al pigro, della speranza della grande retribuzione da parte del Signore che, mediante l’apostolo Paolo, ha promesso: Ciascuno riceverà la propria mercede a misura della propria fatica (1 Cor 3,8); e di tutto quanto ancora è scritto per risvegliare lo zelo di ognuno, o comunque la pazienza per la gloria di Dio.

 

DOMANDA 38: Che ne è del caso in cui venga comandato qualcosa a un fratello e questi contraddica, ma in seguito, da sé, vada?

RISPOSTA: Per il fatto che contraddice come persona portata a far controversie, e provoca gli altri a fare lo stesso appare reo di quel giudizio: Le contraddizioni le suscita ogni uomo cattivo: ma il Signore gli manda un angelo senza misericordia (Pr 17,11).

E abbia piena certezza che non contraddice o ubbidisce a un uomo, ma allo stesso Signore che ha detto: Chi ascolta voi, ascolta me, chi disprezza voi, disprezza me (Lc 10,16).

Così, preso da compunzione, prima di tutto chieda perdono: solo allora se gli sarà permesso, faccia il lavoro.

 

DOMANDA 39: Che ne è del caso in cui uno, pur ubbidendo, mormori?

RISPOSTA: Poiché l’Apostolo ha detto: Fate tutto senza mormorazioni e discussioni (Fil 2,14), chi mormora ha estraniato sé stesso dall’unità dei fratelli e la sua opera dal beneficio comune: è manifesto come chi fa così sia malato di mancanza di fede e di incertezza nella sua speranza.

 

DOMANDA 40: Se un fratello rattrista un altro fratello, come lo si deve correggere?

RISPOSTA: Se ha rattristato nel modo in cui ha detto l’Apostolo: Siete stati infatti rattristati secondo Dio per non subire danno in nulla da parte nostra (2 Cor 7,9) non chi ha provocato tristezza ha bisogno di correzione, ma, piuttosto, chi se ne è rattristato deve mostrare le caratteristiche di quella tristezza che è secondo Dio.

Se invece uno ha causato tristezza in cose indifferenti, si ricordi di ciò che dice l’Apostolo: Se per un alimento il tuo fratello è contristato, tu non cammini più secondo la carità (Rom 14,15), e conosciuto tale peccato, adempia quanto è detto dal Signore: Se presenti la tua offerta all’altare e là ti ricordi che il tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia là la tua offerta davanti all’altare, e va’, prima riconciliati con il tuo fratello, e poi vieni e presenta la tua offerta (Mt 5,23-24).

 

DOMANDA 41: E se colui che ha causato tristezza rifiuta di dar soddisfazione?

RISPOSTA: Dobbiamo compiere nei suoi confronti quanto è stato detto dal Signore di chi, avendo peccato, non ha poi fatto penitenza: Se poi non vuole ascoltare neppure la Chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano (Mt 18,17).

 

DOMANDA 42: E se chi ha causato tristezza dà soddisfazione, ma chi è stato rattristato non vuole riconciliarsi?

RISPOSTA: È manifesto il giudizio del Signore a proposito di questo tale nella parabola del servo che, supplicato dal suo conservo, non volle aver pazienza: gli altri servi, vedendo ciò che era avvenuto, lo narrarono al loro signore; e il signore, adirato, revocò la grazia che gli aveva concesso e lo consegnò ai torturatori finché avesse reso quanto doveva (Mt 18,31;34).

 

DOMANDA 43: In che modo bisogna dar retta a chi sveglia per la preghiera?

RISPOSTA: Se qualcuno riconosce il danno che viene dal sonno — poiché in esso l’anima non ha neppure percezione di se stessa — e conosce invece il guadagno della veglia e soprattutto la gloria sovreminente dell’avvicinarsi a Dio per la preghiera, darà retta a chi sveglia — sia per la preghiera che per qualsiasi altra ubbidienza — come a un uomo che gli fa benefici grandi e superiori a ogni desiderio.

 

DOMANDA 44: Se chi viene svegliato si rabbuia o va in collera, che cosa merita?

RISPOSTA: Intanto separazione e digiuno, perché se possibile, provi compunzione e riconosca di quanti e quali beni si priva per la sua insensibilità, e così, convertito, gioisca nella stessa grazia di cui godeva colui che disse: Mi sono ricordato di Dio e ho gioito (Sal 76,4).

Se poi permane nella sua insensibilità, sia reciso, così come viene reciso dal corpo il membro putrefatto e corrotto. Sta infatti scritto: É meglio che si perda uno solo dei tuoi membri, e che tutto il tuo corpo non sia gettato nella geenna (Mt 5,30).

 

DOMANDA 45: Può sentirsi rassicurato uno che trascura di conoscere i voleri del Signore perché lo ha udito dire: Il servo che ha conosciuto la volontà del suo signore e non ha fatto né disposto secondo la sua volontà, riceverà molte battiture; chi invece non avendola conosciuta avrà però fatto cose degne di battiture, ne riceverà poche? (Lc 12,47-48).

RISPOSTA: È manifesto che questo tale simula ignoranza e non può sfuggire al giudizio del peccato. Se non fossi venuto — dice il Signore — e non avessi parlato loro, non avrebbero peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato (Gv 15,22); dovunque la santa Scrittura annuncia a tutti la volontà di Dio. così questo tale non riceverà un giudizio più lieve assieme a quelli che non sapevano, ma anzi sarà condannato più duramente assieme a coloro di cui sta scritto: Come un’aspide sorda che si chiude le orecchie e che non ascolterà la voce degli incantatori, stregata da un mago sapiente (Sal 57,5-6).

Tuttavia, chi è incaricato di amministrare la Parola e non si cura di annunciarla, è condannato come omicida, secondo quanto sta scritto (Ez 33,8).

 

DOMANDA 46: Se qualcuno tollera che un altro pecchi, è egli stesso reo di quel peccato?

RISPOSTA: II giudizio su ciò è evidente dalle parole del Signore a Pilato: Chi mi ha consegnato a te, ha un peccato più grande (Gv 19,11). Da ciò e chiaro che anche Pilato, tollerando quelli che lo avevano consegnato, pecca, seppure in modo più lieve.

Questo lo dimostra chiaramente anche Adamo che ha tollerato Eva, ed Eva che ha tollerato il serpente: nessuno di loro infatti è stato rimandato come innocente senza venir punito. La stessa indignazione di Dio contro di loro, considerata attentamente, manifesta questo; ad Adamo che, come scusa, dice: La donna che mi hai data ha dato a me e io ho mangiato (Gen 3,12), Dio risponde: poiché hai ascoltato la voce della tua donna e hai mangiato del frutto dell’unico albero del quale ti avevo ordinato di non mangiare, maledetta sia la terra nelle tue opere (Gen 3,17), e il seguito.

 

DOMANDA 47: Si deve tacere con quelli che peccano?

RISPOSTA: Che non si deve tacere è manifesto dai precetti che il Signore ha dato nell’Antico Testamento dicendo: Col tuo rimprovero devi rimproverare il tuo prossimo e non devi caricarti per lui di un peccato (Lv 19,17); e nel Vangelo: Se il tuo fratello pecca contro di te, va’ e riprendilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello; se non ti ascolta, prendi con te uno o due altri, perché ogni questione sia stabilita sulla parola di due o tre testimoni. E se rifiuta di ascoltarli, dillo alla Chiesa; se poi non vuole ascoltare neppure la Chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano (Mt 18,15-17).

Quanto poi sia grave il giudizio per questo peccato, lo si può conoscere prima di tutto dalla sentenza del Signore che dice in generale: Chi non ubbidisce al Figlio non vedrà la vita: ma l’ira di Dio rimarrà su di lui (Gv 3,36), e poi anche dai racconti riportati nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Ecco infatti Acan, quando rubò la lingua d’oro e la veste fine: l’ira del Signore fu su tutto il popolo, sebbene esso ignorasse e chi aveva peccato e il peccato, finché non fu manifestato il colpevole e non ebbe subito quella morte spaventosa assieme a tutti i suoi (Gs 7,21-26).

 E anche Eli, sebbene non avesse taciuto con i suoi figli, che erano figli corrotti, ma anzi molte volte li avesse ammoniti e avesse detto: No, figli, non è bene ciò che sento di voi (1 Sam 2,24), e con più ampi discorsi avesse loro provato la sconvenienza del peccato e l’impossibilità di sfuggire al giudizio, pure, poiché non aveva affatto punito né aveva mostrato zelo adeguato nei loro confronti, tanto esasperò l’ira di Dio, che il popolo fu distrutto insieme ai suoi figli, la stessa arca fu presa dai filistei ed egli stesso inoltre morì di morte miserabile.

Se una tale ira si accende contro coloro che non erano venuti a conoscenza dell’autore del peccato, e contro coloro che avevano cercato di impedire il peccato e avevano protestato contro di esso, che dire mai di chi sa e tace? Costoro dovrebbero dar prova di ciò che l’Apostolo ha detto ai Corinti: Perché non avete piuttosto fatto lutto affinché si togliesse di mezzo a voi l’autore di una simile azione? (1 Cor 5,2), e di quanto ancora attesta loro scrivendo: Ecco quale sollecitudine ha operato in voi proprio questa tristezza secondo Dio. Quali scuse, quale indignazione, quale timore, quale desiderio, quale zelo, quale punizione. In tutto avete mostrato di essere puri in questo affare (2 Cor 7,11). Che se non lo faranno, essi si troveranno certamente nel pericolo di subire già ora tutti insieme la stessa rovina, e anzi tanto più grave quanto peggiore di chi non tiene conto della legge di Mosè è colui che non tiene conto del Signore (Eb 10,29) e che ha osato commettere di nuovo un peccato già precedentemente commesso e condannato. Sette volte, infatti, è stata fatta vendetta di Caino, ma di Lamech, che ha peccato allo stesso modo, settanta volte sette (Gen 4,24). 

 

DOMANDA 48: A che punto comincia la cupidigia?  

RISPOSTA: Quando si oltrepassa il confine posto dalla legge. Questo, secondo l’Antico Testamento, avviene quando uno ha più cura di sé stesso che del suo prossimo. Sta infatti scritto: Amerai il prossimo tuo come te stesso (Lv 19,18). E secondo il Vangelo avviene quando qualcuno si preoccupa per sé stesso di qualcosa che non sia necessario al giorno presente, come ha fatto colui che si è sentito dire: Stolto, questa notte stessa ti verrà richiesta la tua vita: e ciò che hai preparato, di chi sarà? (Lc 12,20) E a questo aggiunge in termini più generali: E così è di chi accumula tesori per sé stesso e non arricchisce per Iddio  (Lc 12,21).

 

DOMANDA 49: Che significa amare l’ostentazione?

RISPOSTA: Tutto ciò che non si prende per bisogno, ma per ornamento cade sotto l’accusa di ostentazione.

 

DOMANDA 50: Se qualcuno, pur avevo rigettato gli abiti più preziosi, esige però, in fatto di veste o calzature, ciò che è, sì, di poco pregio, ma che pure conviene al suo decoro, pecca? oppure: di quale passione è malato?

RISPOSTA: Se qualcuno cerca il proprio decoro per piacere agli uomini, è chiaro che è malato della passione di piacere gli uomini, si lascia distrarre da Dio e traduce in atto la passione dell’ostentazione, anche se in cose di poco pregio.

 

DOMANDA 51: Che significa Raca?

RISPOSTA: È un vocabolo che, in quella lingua, esprime un’offesa assai lieve, usata nei confronti di persone con le quali si ha confidenza (Mt 5,22).

 

DOMANDA 52: Poiché l’Apostolo dice: Non siamo vanagloriosi (Gal 5,26), e … non perché vi vedono, volendo piacere agli uomini (Ef 6,6), chi è vanaglorioso e chi è uno che vuole piacere agli uomini?

RISPOSTA: Ritengo sia vanaglorioso chi fa o dice qualcosa per amore della povera gloria del mondo che viene da parte di chi vede o ascolta. E chi vuole piacere agli uomini è colui che fa qualcosa conformandosi alla volontà di qualche uomo, allo scopo di essergli gradito, anche se ciò che fa è degno di ignominia.

 

DOMANDA 53: Che cos’è la contaminazione della carne e che cosa la contaminazione dello spirito? E come esserne puri? E che cos’è invece la santificazione? E come ottenerla?

RISPOSTA: La contaminazione della carne sarebbe il mescolarsi con coloro che, quanto a sé, compiono ciò che è proibito; contaminazione dello spirito, invece, è l’essere indifferenti nei confronti di quelli che sentono o fanno tali cose. Se ne è puri quando si ubbidisce all’Apostolo che dice di non mangiare neppure con chi si comporta in tal modo (1 Cor 5,11), ecc.; oppure quando si sente in sé ciò che è stato detto da Davide: Abbattimento mi prese, a motivo dei peccatori che abbandonano la tua legge (Sal 118,53), e quando si manifesti una tristezza simile a quella che mostrarono i Corinti quando furono accusati per essere stati indifferenti nei confronti di chi aveva peccato: essi dimostrarono in tutto di essere puri in quell’affare (2 Cor 7,11).

Santificazione è il consacrarsi al Dio santo integralmente, e ininterrottamente in ogni tempo mediante la cura e la sollecitudine per ciò che gli è gradito: ciò che è mutilo, infatti, non viene accettato fra le offerte sacre, ed è cosa empia e intollerabile volgere a uso profano e umano ciò che una volta per tutte è stato dedicato a Dio.

 

DOMANDA 54: Che cos’è l’amore di sé? E chi ama sé stesso da che cosa conoscerà la sua condizione?

RISPOSTA: Si dicono molte cose in senso non letterale, come: Chi ama la sua vita la perderà e chi odia la sua vita in questo mondo, la custodirà per la vita eterna (Gv 12,25).

Amante di sé è dunque colui che ama sé stesso in verità.

E si conoscerà come tale se fa per sé stesso quello che fa, anche se ciò è conforme a un precetto. Infatti, se per il proprio sollievo uno trascura qualcosa di necessario al fratello, sia per l’anima che per il corpo, è già evidente anche agli altri che ha il male dell’amore di sé, il cui fine è la perdizione.

 

DOMANDA 55: Quale differenza vi è fra amarezza, furore, ira ed esasperazione?

RISPOSTA: La differenza fra il furore e l’ira sta probabilmente nella disposizione d’animo e nell’impulso: chi è adirato ha la passione contenuta soltanto nello stato d’animo, come dimostra colui che ha detto: Adiratevi, ma non peccate (Sal 4,5); chi si infuria mostra qualcosa di più, com’è detto: E il furore loro, simile a quello del serpente (Sal 57,5); ed Erode era furioso contro i Tiri e i Sidôni (At 12.20).

II movimento che proviene da un furore più violento si denomina esasperazione. L’amarezza invece manifesta una più grave condizione del male.

 

DOMANDA 56: Poiché il Signore proclama che Chiunque si innalza sarà umiliato (Lc 18,44), e l’Apostolo ordina di non avere un sentire superbo (Rm 11,20), e altrove dice: arroganti, orgogliosi, rigonfi di orgoglio (2 Tm 3,2), e ancora: L’amore non si gonfia! (Cor 13,4), chi è colui che ha un sentire superbo, chi l’arrogante, chi l’orgoglioso, chi colui che è rigonfio di orgoglio o che è un gonfiato.

RISPOSTA: Ha un sentire superbo chi si innalza, chi sente grandemente di sé e si muove ad orgoglio per le sue opere buone, al modo del fariseo (Lc 18,11), e non è attratto da ciò che è umile. Questi può essere detto anche gonfiato, secondo l’accusa che viene fatta ai Corinti (1 Cor 5,2).

L’arrogante poi è colui che non si attiene a ciò che è stato stabilito, che non compie la parola: Attenersi alla stessa norma, avere un medesimo sentire (Fil 3,16), ma escogita una propria via di giustizia e di pietà.

È orgoglioso chi si vanta di ciò che ha e fa, in modo da apparire più di quanto è. Rigonfio di orgoglio è lo stesso, probabilmente, che orgoglioso, o qualcosa di simile, secondo il detto dell’Apostolo: Uno rigonfio di orgoglio, che non sa nulla (1 Tm 6,4).

 

DOMANDA 57: Se qualcuno ha un difetto incorreggibile e, ripetutamente ripreso, si offende, non giova piuttosto mandarlo via?

RISPOSTA: È detto anche altrove che bisogna indurre i peccatori a conversione usando longanimità, secondo il modo che ci è stato mostrato dal Signore. Ma se a costui non basta per convertirsi la riprensione e il rimprovero di molti, come quell’uomo di Corinto, bisogna considerarlo come un gentile. Trattenere uno che è stato condannato dal Signore, è cosa che nessuno può permettersi senza rischio, poiché il Signore ha detto che è meglio che uno perda un occhio o una mano, ma entri nel Regno, piuttosto che, risparmiando una di queste membra, sia gettato tutto intero nella geenna del fuoco, dove è il pianto e lo stridore dei denti (Mt 5,29-30). E l’Apostolo attesta che un po’ di lievito fa fermentare tutto l’impasto (Gal 5,9).

 

DOMANDA 58: Solo chi ha studiatamente mentito viene giudicato, oppure anche chi, per ignoranza, ha detto qualcosa che sia del tutto contro la verità?

RISPOSTA: Il giudizio del Signore anche su coloro che peccano per ignoranza è manifesto dalle parole: Chi non ha conosciuto e ha però fatto cose degne di battiture, riceverà poche battiture (Lc 12,48). Ma dovunque la penitenza adeguata può contare sulla salda speranza della remissione.

 

DOMANDA 59: Se qualcuno si limita a pensare di fare qualcosa e non lo fa, è anch’egli giudicato come mentitore?

RISPOSTA: Se ciò che ha pensato di fare è in conformità a un precetto, non è condannato solo come mentitore, ma anche come disubbidiente. Dio, infatti, scruta i cuori e i reni (Sal 7,10).

 

DOMANDA 60: Se qualcuno aveva già in precedenza deciso di fare qualcosa di ciò che non piace a Dio, val meglio desistere dalla determinazione cattiva, oppure, per timore della menzogna, compiere il peccato?

RISPOSTA: L’Apostolo dice: Non che siamo capaci da noi stessi di pensare qualcosa come provenisse da noi (2 Cor 3,5); e lo stesso Signore afferma: Io non posso far nulla da me stesso (Gv 5,19); e ancora: Le parole che io vi dico non le dico da me stesso (Gv 14,10); e in un altro punto: Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà del Padre che mi ha mandato (Gv 6,38).

 Deve dunque quel tale fare penitenza: prima di tutto perché osa determinare da sé stesso qualcosa, di qualunque cosa si tratti, perché neppure ciò che è buono si deve fare di propria autorità; e poi, ancora e ancora più, perché non ha temuto di determinare qualcosa contro il beneplacito di Dio.

Quanto alla necessità di desistere da ciò che si sia in precedenza determinate di contrario a un comando del Signore, questo è chiaramente mostrato a proposito dell’apostolo Pietro che, avendo in precedenza deciso: Non mi laverai i piedi in eterno, poi udì il Signore che diceva: Se non ti lavo, non hai parte con me, e subito, cambiato parere, disse: Signore, non i piedi soltanto, ma anche le mani e la testa (Gv 13,8-9).

 

DOMANDA 61: Se qualcuno non può lavorare né vuole imparare i Salmi, che fare per lui?

RISPOSTA: II Signore ha detto in parabola a proposito del fico che non dava frutti: Recidilo, perché deve rendere infruttuoso il terreno? (Lc 13,17) È dunque necessario prestare a costui ogni cura; ma se non si risolleva, bisogna osservare anche per lui quanto è stato ordinato a proposito di chi permane nel peccato. poiché chi non fa nulla di buono è giudicato insieme al diavolo e ai suoi angeli.

 

DOMANDA 62: Chi è che viene condannato come uno che ha nascosto il talento?

RISPOSTA: Chi trattiene presso di sé una qualunque grazia di Dio per il proprio vantaggio e non rende anche altri partecipi di tale beneficio, subisce la condanna di chi nasconde il talento.

 

DOMANDA 63. Chi è che viene condannato alla stregua di coloro che avevano mormorato contro gli ultimi?

RISPOSTA: Ciascuno viene condannato a causa del suo proprio peccato: e i mormoratori vengono condannati per la mormorazione. Spesso vi è chi mormora per altri motivi. Alcuni perché è venuto loro meno di che saziarsi, poiché sono dei golosi che fanno del ventre il loro Dio; altri perché sono stati valutati alla stessa stregua degli ultimi, e danno così dimostrazione di invidia, la quale è compagna dell’omicidio; e altri per altre cause.

 

DOMANDA 64: Poiché il Signore nostro Gesù Cristo ha detto: È meglio per lui che gli venga sospesa al collo una macina da asino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli (Mt 18,6), che cosa vuol dire dare scandalo? E in che modo ce ne guarderemo perché non venga su di noi una condanna così spaventosa?

RISPOSTA: Si dà scandalo quando si viola la legge con la parola o con l’opera e si induce un altro alla stessa violazione, come ha fatto il serpente con Eva ed Eva con Adamo.

Oppure quando si impedisce di fare la volontà di Dio, come ha fatto Pietro con il Signore dicendo: Non sia mai, Signore, questo non ti avverrà (Mt 16,22), e si è sentito rispondere: Vattene dietro a me, Satana, tu mi sei di scandalo, perché non hai il senso delle cose di Dio, ma di quelle degli uomini (Mt 16,23).

Si dà scandalo anche quando si spinge l’animo di chi è debole verso qualcosa di proibito, secondo quanto ha scritto l’Apostolo: Se qualcuno ti vede, tu che hai la conoscenza, a tavola in un tempio di idoli, la sua coscienza, di lui che è debole, non sarà forse spinta a mangiare la carne sacrificata agli idoli? (1 Cor 8,10) E aggiunge: Perciò, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò carne in eterno, per non scandalizzare il mio fratello (1 Cor 8,13).

Lo scandalo avviene poi per vari motivi. Infatti, o nasce da parte di chi dà scandalo, oppure il fatto di venir scandalizzato dipende piuttosto dallo stesso che lo subisce. E anche qui in vari modi: a volte per malizia, a volte per inesperienza dell’uno o dell’altro. C’è poi il caso in cui la malizia appare ancor più manifesta se ci si scandalizza di una parola detta rettamente o di azioni rettamente compiute.

Avviene infatti che talvolta ci si scandalizzi di qualcuno che compie un comandamento di Dio oppure di qualcuno che usa liberamente di ciò che è in suo potere. Quando dunque gli uomini trovano ostacolo per cose che avvengono in conformità a un comandamento e se ne scandalizzano (come alcuni nel Vangelo a proposito di ciò che il Signore fa o dice in conformità alla volontà del Padre), allora bisogna ricordarsi di ciò che ha risposto il Signore a proposito di questi tali quando si accostarono a lui i discepoli dicendo: Sai che i ’farisei, udendo la Parola si sono scandalizzati?, e il Signore disse loro: Ogni pianta che non ha piantato il Padre mio che è nei cieli, sarà sradicata. Lasciateli: sono dei ciechi, guide di ciechi. Ora, se un cieco guida un cieco, cadranno entrambi in una fossa (Mt 15,12). E molte altre cose simili si possono trovare sia nei Vangeli che nell’Apostolo.

Quando poi uno trova inciampo o si scandalizza per qualcosa che è in nostro potere fare o meno, bisogna richiamare alla memoria le parole del Signore a Pietro: Dunque i figli sono liberi. Tuttavia, per non scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su; aprigli la bocca e troverai uno statere; prendilo e dallo loro per me e per te (Mt 17,25-26), e ancora ciò che l’Apostolo ha detto ai Corinti: Non mangerò più carne in eterno, per non scandalizzare il mio fratello (1 Cor 8,13); e ancora: É bene non mangiare carne né bere vino, né fare altra cosa in cui il tuo fratello trovi inciampo o si scandalizzi o ne resti indebolito (Rm 14,21).

Come sia terribile disprezzare il fratello che si scandalizza per quelle cose che sembrano essere in nostro potere, lo manifesta il precetto del Signore, che proibisce in modo assoluto ogni forma di scandalo dicendo: Guardate di non disprezzare uno di questi piccoli: vi dico infatti che i loro angeli vedono sempre il volto del Padre mio che è nei cieli (Mt 18,10).

 Anche l’Apostolo allo stesso modo attesta: Ma giudicate piuttosto questo: che non dovete porre inciampo o scandalo al fratello (Rm 14,13), e, proibendo con ancor più forza questo male, con più ampio discorso dice: Se infatti qualcuno ti vede, tu che hai la conoscenza, a tavola in un tempio di idoli, la sua coscienza, di lui che è debole, non sarà forse spinta a mangiare la carne sacrificata agli idoli? E per la tua conoscenza perirà il fratello debole, lui per il quale Cristo è morto? (1 Cor 8,10-11) E aggiunge: Peccando così contro i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, peccate contro il Cristo. Perciò, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò carne in eterno, per non scandalizzare il mio fratello (1 Cor 8,12-13). E altrove dice: Siamo soltanto Barnaba ed io a non avere facoltà di non lavorare? (1 Cor 9,6) E sotto aggiunge: Ma non abbiamo usato di questa facoltà, anzi sopportiamo tutto per non creare inciampo al vangelo di Cristo (1 Cor 9,6).

Se ci viene mostrato che è tanto terribile scandalizzare il fratello a motivo di cose lasciate in nostro potere, che dire di chi dà scandalo col fare o dire ciò che è proibito? E ciò soprattutto quando chi dà scandalo appaia uno che ha più ampia conoscenza o che sia costituito in qualche dignità sacerdotale. Costui, dovendo porsi nei confronti degli altri come regola e modello, se trascura appena un po’ qualcosa di ciò che sta scritto, o fa ciò che è proibito, o omette ciò che è comandato o semplicemente tace nei confronti di qualcuno che fa queste cose, anche per questo soltanto è giudicato, al punto che, come è detto, dalle sue mani sarà ricercato il sangue di colui che pecca (Ez 3,18).

 

DOMANDA 65: Come avviene che qualcuno tenga la verità prigioniera nell’ingiustizia?

RISPOSTA: Quando qualcuno abusa dei beni datigli da Dio, a favore delle proprie volontà, secondo quanto l’Apostolo negò di aver fatto dicendo: Noi non siamo come quei tanti che adulterano la parola di Dio (2 Cor 2,17); e ancora: Non abbiamo mai usato parole di adulazione, come sapete, né pretesti di cupidigia, Dio ne è testimone; né abbiamo cercato gloria dagli uomini, né da voi, né da altri (1 Ts 2,5-6).

 

DOMANDA 66: Che cos’è la contesa e cosa la rivalità?

RISPOSTA: Contesa, quando uno si studia di fare qualcosa per non apparire inferiore a un altro.

Rivalità, quando uno con ciò che fa in modo ostentato o vanaglorioso provoca e stimola gli altri a fare lo stesso. E infatti l’Apostolo, facendo menzione della rivalità, vi aggiunge la vanagloria, dicendo: Non fate nulla per rivalità o vanagloria (Fil 2,3); altra volta poi, mette prima la vanagloria e, assieme a questa, proibisce anche la rivalità indicandola con altro nome: Non siamo vanagloriosi provocandoci gli uni gli altri (Gal 5,26).

 

DOMANDA 67: Che cos’è l’impurità e che cosa la lascivia?

RISPOSTA: Che cosa sia l’impurità lo ha mostrato la legge usando questo nome per ciò che capita involontariamente per naturale necessità.

Che cosa sia la lascivia mi pare lo abbia manifestato il sapientissimo Salomone quando nomina la persona dedita al piacere e insensibile al dolore: la lascivia sarebbe cioè una disposizione dell’anima che non ha o non sopporta il dolore della lotta; come pure l’incontinenza è la disposizione d’animo di chi è privo di forza contro le voluttà da cui è turbato.

 

DOMANDA 68: Che cosa è proprio del furore e che cosa è proprio del giusto sdegno? E come mai spesso si parte dallo sdegno e poi ci si trova presi dal furore?

RISPOSTA: È proprio del furore l’impeto dell’anima che medita il male contro chi ha provocato l’irritazione.

È proprio dello sdegno sapiente l’avere come scopo la correzione di colui che ha peccato e il partire da una disposizione d’animo di dispiacere per quanto è accaduto. Il fatto che l’anima cominci dal bene e vada a finire nel male non è cosa strana: si possono trovare molti di questi casi. perciò bisogna ricordarsi della Scrittura ispirata che dice: Lungo il cammino mi hanno posto insidie (Sal 139,6); e ancora: L’ atleta riceve la corona soltanto se ha lottato secondo le regole (2 Tm 2,5). E bisogna guardarsi assolutamente dall’eccesso, dall’inopportunità e dalla mancanza di disciplina. A causa di una di queste cose, spesso si è mutato in male anche ciò che pareva essere bene.

 

DOMANDA 69: Se uno non mangia meno degli altri, né ha un corpo abbattuto, né si sa che soffra di qualche malattia, e tuttavia si lamenta di essere impotente a lavorare, come bisogna muoversi con lui?

RISPOSTA: Ogni pretesto di ozio è un pretesto di peccato: poiché bisogna fino alla morte dar prova di sollecitudine, come pure di sopportazione. E la pigrizia condanna il pigro, congiunta alla malvagità, come è manifesto dalle parole del Signore che ha detto: Servo malvagio e pigro (Mt 25,26).

 

DOMANDA 70: Come bisogna muoversi con chi abusa degli abiti e delle calzature? perché se lo si rimprovera, sospetta grettezza e mormorazione in chi muove il rimprovero. E se permane nello stesso atteggiamento dopo che è stato debitamente ammonito due o tre volte, che bisogna fare di lui?

RISPOSTA: L’Apostolo esclude l’abuso dicendo: Come gente che usa di questo mondo, ma non ne abusa (! Cor 7,3). Infatti, la misura dell’uso è data dall’inevitabile necessità del bisogno: quell’uso invece che è al di là del bisogno rientra nella malattia della cupidigia o dell’amore del piacere o della vanagloria. Chi permane nel peccato ha la condanna di chi non fa penitenza.

 

DOMANDA 71: Vi sono di quelli che, anziché l’abbondanza, cercano nei cibi ciò che è più gradevole; altri invece, più che ciò che è gradevole, vogliono l’abbondanza per potere essere sazi. In che modo dunque bisogna persuadere entrambi?

RISPOSTA: Entrambi sono malati: l’uno di amore del piacere, l’altro di cupidigia. E, né chi è amante del piacere, né chi è cupido di una qualsiasi cosa è libero da condanna. A entrambi dunque, con viscere di misericordia, bisogna usare ogni sollecitudine per curare la loro passione. Se poi non si lasciano curare, è manifesta la condanna di chi non fa penitenza.

 

DOMANDA 72: Se qualcuno prendendo cibo con i fratelli si comporta in modo sconveniente, mangiando e bevendo con particolare ingordigia, bisogna riprenderlo?

RISPOSTA: Questo tale non custodisce il precetto dell’Apostolo che ha detto: Sia che mangiate, sia che beviate, o qualsiasi cosa facciate, tutto fate a gloria di Dio (1 Cor 10,31); e ancora: Tutto avvenga con decoro e ordine (1 Cor 14,40). Ed è necessario correggere, a meno che non incalzi una qualche necessità di lavorare o di affrettarsi; ma anche allora bisogna con cura guardarsi dall’essere di scandalo.

 

DOMANDA 73: Se qualcuno rimprovera chi ha peccato non per l’ardente desiderio della correzione del fratello, ma per la brama cattiva della propria vendetta, come bisogna correggerlo se, dopo molte ammonizioni, permane nella stessa passione?

RISPOSTA: Questo tale sia ritenuto amante di sé stesso e bramoso di dominio. Come può correggersi, gli sia manifestato secondo quella scienza che proviene dalla pietà. Se poi permane nella malizia, è manifesto il giudizio che è rivolto contro chi non fa penitenza.

 

DOMANDA 74: Bisogna separare dagli altri coloro che escono dalla fraternità e vogliono condurre vita solitaria, oppure vogliono seguire con pochi lo stesso scopo pio? Chiediamo di essere ammaestrati in base alla Scrittura.

RISPOSTA: II Signore ha detto più volte: Il Figlio non fa nulla da sé stesso (Gv 5,19), e: Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà del Padre che mi ha mandato (Gv 6,38); e l’Apostolo attesta: La carne esercita la sua concupiscenza contro lo Spirito e lo Spirito contro la carne: vi è fra di loro antagonismo cosicché noi non facciamo ciò che vorremmo (Gal 5,17): pertanto, tutto ciò che è scelto per volontà propria è estraneo a chi vive secondo pietà. Ma a proposito di costoro abbiamo risposto più estesamente nelle Regole ampie.

 

DOMANDA 75: È verosimile dire che il Satana è autore di ogni peccato, in pensieri, in parole e in opere?

RISPOSTA: In generale ritengo che il Satana stesso da sé non possa essere autore del peccato di qualcuno: piuttosto, usando ora dei moti insiti nella natura, ora anche delle passioni proibite, tenta con questi mezzi di indurre quelli che non vigilano anche alle opere che sono proprie delle passioni.

Usa dei moti della natura, come tentò di fare con il Signore, quando, accorgendosi che aveva fame, disse: Se sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pani (Mt 4,3); e usa delle passioni proibite, come fece con Giuda: quando si accorse del suo amore per il denaro, usando di questa passione, saettò quell’avaro fino a farlo cadere nel tradimento per i trenta denari.

Che poi anche le cose cattive nascano da noi stessi, lo mostra chiaramente il Signore: Dal cuore — dice — procedono i pensieri malvagi (Mt 15,19). Questo accade a coloro che, per incuria, lasciano incolti i germi naturali del bene, secondo quanto è detto nei Proverbi: Come un campo è l’uomo stolto, e come una vigna l’uomo che manca di intelletto. Se lo lasci, diverrà deserto e si riempirà tutto di erbe, e diviene abbandonato, (Pr 24,30-31) A quell’anima che a motivo di una tale negligenza è divenuta deserta e abbandonata, sorgono, come per necessaria conseguenza, spine e triboli, ed essa viene a sperimentare ciò che è detto: Aspettai che facesse uva, ma fece spine (Is 5,4). Mentre proprio di lei era stato detto prima: E piantai una vite (sorec), che significa “eletta” (Is 5,2).

Qualcosa di analogo a ciò si può trovare in Geremia in un punto in cui, parlando in persona di Dio, dice: Io ho piantato una vite fruttifera, tutta genuina: come ti sei cambiata in amarezza, o tu, vite estranea? (Ger 2,22).

 

DOMANDA 76: Va bene mentire? Per la prudente considerazione di qualche vantaggio, s’intende.

RISPOSTA: Non lo permette la sentenza del Signore, il quale una volta per tutte ha detto che la menzogna è dal demonio (Gv 8,44): e non ha indicato nessuna differenza fra una menzogna e l’altra.

L’Apostolo poi rende testimonianza di questo scrivendo: L’atleta riceve la corona soltanto se ha lottato secondo le regole (2 Tm 2,5).

 

DOMANDA 77: Che cos’è l’inganno e che cos’è la malignità?

RISPOSTA: La malignità è, a quanto penso, quella stessa malizia primaria insita nell’indole. L’inganno, invece, consiste nel darsi da fare per tendere insidie: quando cioè qualcuno, simulando il bene, pone questo stesso bene davanti a un altro a guisa di esca e per mezzo di questo predispone insidie.

 

DOMANDA 78: Chi sono gli inventori di mali?

RISPOSTA: Sono coloro che escogitano e inventano ancora qualche altro male oltre a quelli che sono familiari e noti ai più.

 

DOMANDA 79: Se a uno accade continuamente di trattare con durezza il proprio fratello, come lo si correggerà?

RISPOSTA: La cosa avviene, per quanto posso congetturarne, o a motivo di un certo sentimento di preminenza che questo tale si immagina di avere, oppure per la tristezza che proviene dalle mancanze di coloro che dovrebbero operare il bene. Infatti, quando in luogo del bene che si era sperato accade qualcosa di contrario e doloroso, l’anima si sente in qualche modo assalita ancor più violentemente.

C’è bisogno di una cura quanto mai attenta, per frenare la passione dell’orgoglio, se si tratta del primo caso, o, se si tratta del secondo caso, per mostrare viscere di misericordia consolando e ammonendo prima di passare allo sdegno. Ma se questo tipo di cura si mostrasse inefficace a motivo della malizia della passione che soggiace, allora non resta che servirsi, a tempo opportuno e con criterio, della veemenza dello sdegno: e questo con compassione, per il vantaggio e la correzione di chi ha peccato.

 

DOMANDA 80: Come succede che alla mente vengano come a mancare i pensieri buoni e quelle sollecitudini che piacciono a Dio? E come evitare di subire questo?

RISPOSTA: Poiché Davide ha detto: Si assopì l’anima mia per l’accidia (Sal 118,28) è evidente che una cosa simile accade per l’assopimento dell’anima e l’insensibilità. Infatti, all’anima vigilante e sobria non viene meno la sollecitudine grata a Dio né il buon pensiero, anzi, ritiene di essere piuttosto lei a venir meno ad essi. L’occhio del corpo non basta neppure a vedere anche solo poche delle opere di Dio, e neppure, una volta che ha contemplato qualcosa se ne sazia, ma anzi, anche nel caso in cui veda sempre la stessa cosa, non per questo cessa dal guardare: quanto più l’occhio dell’anima, se è vigilante e sobrio, non basterà a contemplare le meraviglie di Dio e i suoi giudizi. Infatti: I tuoi giudizi — dice — un grande abisso (Sal 35,7); e altrove: È stata resa troppo mirabile la tua scienza per me: si è rafforzata, non posso raggiungerla (Sal 138,6); e molte altre cose simili.

Se poi all’anima viene meno il buon pensiero, evidentemente le viene meno anche la luce: non però perché venga meno ciò che illumina, ma perché ciò che deve essere illuminato è assopito.

 

DOMANDA 81: Bisogna rimproverare allo stesso modo coloro che sono pii e coloro che sono indifferenti, quando siano trovati entrambi nello stesso peccato?

RISPOSTA: Se noi consideriamo la disposizione d’animo di chi ha peccato e il modo del peccato, conosceremo anche il modo di rimproverare. Infatti, anche se sembra essere uguale il peccato dell’indifferente e quello dell’uomo pio, vi è invece fra di essi molta differenza.

L’uomo pio, appunto perché è pio e si affanna e lotta per piacere a Dio, ha vacillato ed è sdrucciolato per una qualche contingenza è quasi contro la sua volontà; l’indifferente, invece, poiché non fa nessun conto né di sé stesso né di Dio e non fa alcuna differenza fra il peccare e l’agire rettamente — come mostra il suo stesso nome — è in preda ai mali più grandi: o il disprezzo di Dio o la mancanza di fede nell’esistenza di Dio. Queste due cose, infatti, sono causa di peccato per l’anima, come attesta la Scrittura: L’empio parla in sé stesso al fine di peccare. Non c’è timore di Dio davanti ai suoi occhi (Sal 35,1); e altrove: Disse lo stolto in cuor suo: «Non c’è Dio». Si sono corrotti, e abominevoli si sono fatti con le loro imprese (Sal 13,1). Perciò, o ha disprezzato, e quindi pecca, oppure nega l’esistenza stessa di Dio, e quindi si corrompe con le sue imprese, anche se sembra confessare Dio. Dice san Paolo: Confessano infatti di conoscere Dio, ma negano con le opere (Tt 1,16).

Stando così le cose, penso che anche il modo di rimproverare costoro debba essere diverso. Chi è pio ha bisogno di un aiuto per così dire puntuale, deve sottostare al rimprovero per la cosa precisa in cui è caduto; l’indifferente invece ha corrotto il bene della sua anima tutto insieme ed è in preda alle passioni più globali, o perché è spregiatore — come ho detto — oppure perché è incredulo. Pertanto si deve far lutto su di lui, ammonirlo e rimproverarlo finché non possa essere pienamente certo di questo: o che Dio è giudice giusto, e così ne abbia timore; oppure, in assoluto, che Dio è, e ne sia atterrito.

Bisogna anche sapere che spesso le mancanze di coloro che sono pii avvengono anche per una certa provvidenza a loro vantaggio: Dio permette che vengano talvolta a sdrucciolare per sanarli quando si siano innalzati. Lo vediamo dall’esempio di Pietro: da ciò che aveva detto e da ciò che poi accadde.

 

DOMANDA 82: Poiché sta scritto: Le donne anziane esortale come madri, se accade che l’anziana venga a peccare allo stesso modo della giovinetta, deve sottostare allo stesso castigo?

RISPOSTA: L’Apostolo ha insegnato a onorare le anziane come madri quando esse non fanno nulla degno di rimprovero: ma se avviene che un’anziana pecchi allo stesso modo di una giovane, bisogna prima considerare le mancanze per così dire naturali, dipendenti dall’età, e poi determinare la misura del rimprovero che si addice a ciascuna età.

Per esempio, è quasi un fatto di natura nella vecchiaia la lentezza, non così invece nella giovinezza; allo stesso modo la distrazione, l’agitazione, la sfrontatezza e tutte le cose analoghe sono proprie dell’età giovanile, non della vecchiaia, anzi, sembra che siano stimolate appunto dal naturale calore della giovinezza. Pertanto il medesimo peccato di lentezza è più gravemente imputabile quando si verifica in una giovane: l’età non la scusa affatto. E il medesimo peccato, di distrazione sfrontatezza o agitazione rende l’anziana degna di maggior biasimo, perché essa riceve dall’età stessa un aiuto per essere mite e calma.

Oltre a ciò, occorre anche esaminare il modo in cui, per ciascuna persona, si è verificato il peccato e così applicare un modo adeguato di cura, mediante il castigo conveniente.

 

DOMANDA 83: Se qualcuno, che compie rettamente la maggioranza delle sue opere, in una sola manca, come trattarlo?

RISPOSTA: Come il Signore ha fatto con Pietro.

 

DOMANDA 84: Se uno di costumi turbolenti e tumultuosi, viene per questo biasimato e dice che Dio ha fatto gli uni buoni e gli altri cattivi, parla bene?

RISPOSTA: Questo modo di sentire è già stato condannato come eretico: è infatti blasfemo ed empio e rende l’anima facilmente proclive al peccato. Pertanto, o questo tale si corregge o venga tolto via (1 Cor 5,2) perché non si verifichi la parola: Un po’ di lievito fa adulterare tutta la pasta (Gal 5,9).

 

DOMANDA 85: Va bene avere qualcosa di proprio nella fraternità?

RISPOSTA: Ciò è contrario alla testimonianza che è resa negli Atti a coloro che avevano creduto. Troviamo scritto: Nessuno diceva suo ciò che gli apparteneva (At 4,32). Se dunque uno dice suo qualcosa, si rende estraneo alla Chiesa di Dio e all’amore del Signore che ci ha insegnato con la parola e con l’opera a dare la nostra vita per gli amici: quanto più dunque le cose esterne!

 

DOMANDA 86: Se qualcuno dice: «Io non ricevo nulla dalla fraternità, né do nulla, ma me ne sto contento con ciò che ho» , quale condotta tenere nei suoi confronti?

RISPOSTA: Se costui non si attiene alla dottrina del Signore che ha detto: Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi (Gv 13,34), atteniamoci noi all’Apostolo che ha detto: Togliete il malvagio di mezzo a voi (1 Cor 5,2); affinché non avvenga che un po’ di lievito faccia adulterare tutta la pasta (Gal 5,9).

 

DOMANDA 87: È lecito che ciascuno dia a chi vuole il suo vestito vecchio o le sue calzature, secondo il precetto?

RISPOSTA: Il dare e il ricevere, anche se è secondo un precetto, non è di chiunque, ma di colui al quale, dopo essere stato esaminato, è stata affidata l’amministrazione. Pertanto, sia per il vecchio che per il nuovo, sarà costui a dare e a ricevere, tenendo conto del momento opportuno in cui fare l’una o l’altra cosa.

 

DOMANDA 88: Che cos’è la preoccupazione di questa vita?

RISPOSTA: Ogni preoccupazione che, pur non sembrando contenere nulla di proibito, tuttavia non contribuisce alla pietà, e preoccupazione di questa vita.

 

DOMANDA 89: Poiché sta scritto: Riscatto dell’anima dell’uomo, la sua propria ricchezza (Pr 13,8), che faremo noi, poiché questo non ci è possibile?

RISPOSTA: Se non ci è stato possibile nonostante il nostro zelo, ricordiamoci della risposta del Signore a Pietro, il quale, in ansia per questo motivo, diceva: Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito. Che dunque sarà di noi? E gli risponde così: Chiunque ha lasciato casa o fratelli o sorelle o padre o moglie o figli o campi per amore mio e del vangelo, riceverà il centuplo ed erediterà la vita eterna (Mt 19,27-29).

Ma se finora è per incuria che non lo abbiamo fatto, mostriamo adesso in questo tutto il nostro zelo. Che se invece non ne abbiamo più né l’opportunità, né la possibilità, consoliamoci con le parole dell’Apostolo che dice: Non cerco le cose vostre, ma voi (2 Cor 12,14).

 

DOMANDA 90: È permesso avere una veste per la notte, di peli o di altro genere?

RISPOSTA: Gli indumenti di pelo si usano nei loro tempi propri; non si portano infatti per necessità del corpo, bensì per affliggere e umiliare l’anima. Ma siccome è proibito il possesso di due cose, ciascuno valuti da sé se si può usarne senza la ragione di cui ho detto sopra.

 

DOMANDA 91: Se a un fratello, che non ha nulla di proprio, viene richiesto da qualcuno il suo abito, che cosa deve fare? Soprattutto se chi chiede fosse nudo.

RISPOSTA: Sia nudo, sia malvagio, sia che richieda per bisogno, sia che richieda per cupidigia, è già stato detto una volta per tutte che il dare e il ricevere non è di chiunque, ma di colui al quale, dopo essere stato esaminato, è stata affidata questa amministrazione. E si osservi la parola: Ciascuno rimanga in ciò a cui fu chiamato (1 Cor 7,24).

 

DOMANDA 92: Poiché il Signore ha ordinato di vendere i propri beni, per quale motivo bisogna fare ciò? perché i beni stessi sono per natura loro nocivi o a motivo dell’agitazione che essi provocano all’anima?

RISPOSTA: Alla prima domanda si può rispondere che se qualche bene fosse in sé stesso cattivo, non sarebbe stato creato da Dio: Tutto ciò che Dio ha creato è buono, e nulla va rigettato (1 Tm 4,4); inoltre il comando del Signore non diceva di rigettare i beni come cattivi e di fuggirli, ma di distribuirli. E si viene condannati non per il fatto di avere semplicemente avuto, ma per i sentimenti cattivi avuti nei confronti di tali beni o per averne usato malamente.

Infatti, una disposizione d’animo sana e non passionale nei loro confronti e la loro distribuzione secondo il comandamento ci giova per molti motivi di somma importanza: per la purificazione dei nostri peccati, come sta scritto: Date piuttosto in elemosina ciò che avete, ed ecco tutto è puro per voi (Lc 11,41) e per ottenere l’eredità del Regno dei Cieli e il possesso del tesoro che non viene meno, secondo quanto è detto in un altro luogo: Non temere piccolo gregge, perché è piaciuto al Padre vostro celeste di darvi il Regno . Vendete i vostri beni e dateli in elemosina. Fatevi delle borse che non invecchiano e un tesoro che non viene meno nei cieli (Lc 12,32-33).

 

DOMANDA 93: Chi, una volta per tutte, ha rinunciato ai suoi beni e ha promesso di non avere nulla di proprio, con quale animo deve usare delle cose necessarie alla vita, come il vestito e il vitto?

RISPOSTA: Ricordandosi, secondo quanto sta scritto, che è Dio che dà cibo ad ogni carne (Sal 135,25). Solo bisogna studiarsi di essere degni del proprio cibo quali operai di Dio, e questo cibo non è lasciato alla volontà propria di ciascuno, ma viene amministrato da chi è incaricato di fare ciò al tempo opportune e nella misura giusta, come sta scritto: Si distribuiva a ciascuno secondo il suo bisogno (At 4,35).

 

DOMANDA 94: Se qualcuno viene alla fraternità lasciando delle imposte da pagare, e i suoi famigliari vengono oppressi a causa sua da chi richiede il pagamento, questo è motivo di esitazione e di danno per lui o per chi lo ha accolto?

RISPOSTA: A coloro che gli chiedevano se sia lecito o no dare il tributo a Cesare, il Signore nostro Gesù Cristo dice: Mostratemi un denaro: di chi porta l’effige e l’iscrizione? E avendo quelli risposto: Di Cesare, egli disse: Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio (Lc 20,24 ss). Poiché dunque appare manifesto che vengono indicati come soggetti agli ordini di Cesare coloro presso i quali viene trovato ciò che è di Cesare, se il fratello è venuto in comunità portando con sé qualcosa di ciò che è di Cesare, allora sia obbligato ai tributi, ma se è venuto via lasciando tutto ai suoi, non ci sia nessuna esitazione né in lui né in quelli che lo hanno accolto.

 

DOMANDA 95: È bene insegnare subito ciò che dice la Scrittura a coloro che sono appena venuti alla fraternità?

RISPOSTA: Anche questa domanda trova risposta in ciò che è stato detto sopra. Infatti, che ciascuno, secondo la sua necessità, impari dalla Scrittura ispirata, è quanto conviene ed è necessario per giungere a una pietà piena e sicura e per non assuefarsi alle tradizioni umane.

 

DOMANDA 96: Bisogna permettere a chiunque lo voglia di imparare a leggere o di darsi alla lettura?

RISPOSTA: Poiché l’Apostolo dice: Cosicché non facciate ciò che vorreste (Gal 5,17), è dannoso permettere a qualcuno ciò che è scelto di volontà propria, di qualunque cosa si tratti. Bisogna al contrario accogliere tutto ciò che viene deciso da chi presiede, anche quando sia in contrasto con la volontà propria. D’altronde anche a costui si addice l’accusa di incredulità, poiché il Signore ha detto: State pronti: perché è all’ora che non pensate che il Figlio dell’uomo viene (Lc 12,40). È evidente che egli invece si prospetta ancora dei tempi di vita.

 

DOMANDA 97: Se qualcuno dice: «Voglio restare con voi qualche tempo per trarne giovamento», bisogna accoglierlo?

RISPOSTA: II Signore ha detto: Chi viene a me, io non lo caccerò fuori (Gv 6,37), e l’Apostolo ci ha riferito: A causa degli intrusi, dei falsi fratelli che si sono insinuati per spiare la libertà che noi abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di ridurci in schiavitù, gente alla quale abbiamo rifiutato di assoggettarci anche solo per un istante, affinché la verità del Vangelo permanga presso di voi (Gal 2,4-5).

Conviene dunque permettere a questo tale di entrare, sia perché l’esito della cosa è incerto, poiché spesso avviene che tragga giovamento da questo spazio di tempo e sia lieto di scegliere per sempre questa vita: ciò si è verificato sovente; sia anche, per mostrare la disciplina che si osserva fra noi a chi, forse, avesse sospetti ben diversi a nostro riguardo. Ed è necessario osservare anche davanti a lui una disciplina ancor più rigorosa, perché si manifesti la verità e perché venga eliminato il sospetto di una qualche negligenza. In questo modo noi piaceremo a Dio e quello o ricaverà vantaggio oppure verrà confutato.

 

DOMANDA 98: Con quale animo chi presiede deve comandare o dispone?

RISPOSTA: Nei confronti di Dio, come servo di Cristo ed economo dei misteri di Dio, temendo che non gli avvenga di dire o determinare qualcosa che sia contro la volontà di Dio attestata dalle Scritture e di essere così trovato falso testimone di Dio o sacrilego, se introduce qualcosa di estraneo alla dottrina del Signore, oppure tralascia qualcosa di ciò che piace a Dio. Nei confronti dei fratelli, invece, deve essere come una nutrice che cura teneramente i suoi propri figli (1 Ts 2,7), compiacendosi di trasmettere a ciascuno, perché possa piacere a Dio, e a tutti insieme per la loro utilità, non soltanto il Vangelo di Dio, ma anche la propria vita, secondo il comando del Signore e Dio nostro Gesù Cristo che ha detto: Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi (Gv 13,34). Non vi è amore più grande che dare la vita per i propri amici (Gv 15,13).

 

DOMANDA 99: Chi muove un rimprovero, con quale disposizione d’animo deve fare ciò?

RISPOSTA: Nei confronti di Dio, con quella disposizione conseguita da Davide quando disse: Vidi gli insensati e mi consumavo perché non hanno custodito le tue parole (Sal 118,158).

E nei confronti di coloro che rimprovera, assuma quella disposizione d’animo che avrebbe un padre e medico, che con compassione e viscere di misericordia curi abilmente il proprio figlio: e ciò soprattutto quando ne venga pena e il tipo di cura sia doloroso.

 

DOMANDA 100: In che modo dobbiamo trattare coloro che vengono da fuori e mendicano? E chiunque lo voglia deve dare pane o altro, oppure bisogna delegare qualcuno anche per questo?

RISPOSTA: Il Signore ha detto, da un lato che non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini, e dall’altro ha però accettato la risposta: E infatti i cagnolini mangiano dalla tavola dei loro signori (Mt 15,26-27); pertanto, chi è incaricato della distribuzione farà ciò, dopo aver esaminato la cosa, mentre chi farà questo contro il suo parere sarà rimproverato come corruttore del buon ordine finché non impari a restare al suo posto, poiché l’Apostolo ha detto: Ciascuno rimanga in ciò a cui fu chiamato (1 Cor 7,24).

 

DOMANDA 101: È necessario che chi è incaricato dell’amministrazione delle cose consacrate al Signore adempia la parola: Da’ a chiunque ti chiede e non distoglierti da chi vuole prendere in prestito da te? (Lc 6,30 3 Mt 5,42)

RISPOSTA: La parola da’ a chiunque ti chiede e non distoglierti da chi vuole in prestito da te, assume quasi la forma di una tentazione, come mostrano le parole che seguono. Inoltre questo precetto è dato in vista dei malvagi, non è primario, ma dipende dalle circostanze.

Infatti, il comando primario del Signore è: Vendi ciò che possiedi e dallo ai poveri (Lc 18,22); e ancora: Vendete i vostri beni e dateli in elemosina (Lc 12,33). Giudichi tuttavia ciascuno da sé se non sia cosa pericolosa il trasferire a terzi ciò che è destinato ad altri, poiché il Signore dice: Non sono stato mandato che per le pecore perdute della casa d’Israele (Mt 15,24), e: Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini (Mt 15,40).

 

DOMANDA 102: Bisogna oppure no trattenere con esortazioni qualcuno che per un motivo qualsiasi stia per uscire dalla fraternità? E se sì, a quali condizioni?

RISPOSTA: Il Signore ha detto: Chi viene a me, io non lo caccerò fuori (Gv 6,37); e ancora: Non hanno bisogno del medico i sani, ma i malati (Mt 9,12); e in un altro luogo: Chi di voi, se ha cento pecore e una di queste si smarrisce, non lascia le novantanove e va a cercare la smarrita finché non la trovi? (Mt 18,12).

Bisogna usare tutti i mezzi per curare chi è malato ed essere solleciti nel raddrizzare quel membro che, per così dire, si sia slogato. Se poi permane nella sua malizia, qualunque essa sia, lo si mandi via come estraneo. poiché sta scritto: Ogni pianta che non ha piantato il Padre mio che è nei cieli, sarà sradicata. Lasciateli: sono ciechi (Mt 15,13-14).

 

DOMANDA 103: Abbiamo già imparato che bisogna essere sottomessi agli anziani fino alla morte; siccome però succede che anche l’anziano scivoli in qualche cosa, chiediamo ci venga insegnato se egli deve essere rimproverato, e come e da parte di chi. E nel caso non accogliesse il rimprovero, che cosa si deve fare?

RISPOSTA: Di ciò è detto chiaramente nelle Regole ampie (vedere Regole Ampie 27).

 

DOMANDA 104: In che modo si devono affidare i vari uffici ai fratelli? In base al solo giudizio di chi presiede o anche con il voto dei fratelli? Così pure per quanto riguarda le sorelle.

RISPOSTA: Se ciascuno ha imparato a rimettere ad altri perfino i suoi sentimenti, tanto più deve essere fatto con il giudizio di coloro che sono a ciò idonei questo genere di cose, poiché si tratta di incarichi di Dio che devono essere affidati secondo Dio a chi abbia già dato prova di poter amministrare in modo gradito al Signore ciò che gli è stato affidato.

Del resto, è assolutamente necessario che in ogni affare chi presiede si ricordi di ciò che dice la santa Scrittura: Fai tutto con consiglio (Sir 32,19).

 

DOMANDA 105: Bisogna insegnare subito i vari mestieri a chi entra nella fraternità?

RISPOSTA: Giudicheranno i prepositi.

 

DOMANDA 106: Quali castighi bisogna usare nella fraternità per la conversione dei peccatori?

RISPOSTA: Il tempo e il modo devono essere determinati dal giudizio dei prepositi, a seconda del’età del corpo, delle caratteristiche dell’anima e dei diversi tipi di peccato.

 

DOMANDA 107: Se qualcuno dice di desiderare ardentemente di vivere nella fraternità, ma è spesso impedito dalla cura per i suoi familiari secondo la carne, o anche a causa di imposte da pagare, e non può consegnare sé stesso una volta per sempre a questo genere di vita, si deve permettergli l’accesso alla fraternità?

RISPOSTA: Non è certamente privo di pericolo ostacolare la brama del bene; ma non è neppure senza rischio dare a chi entra l’opportunità di trattare gli affari esterni ed estranei alla vita secondo Dio. Se chi entra consegna sé stesso interamente a ciò che è proprio di questa vita senza introdurre nulla di ciò che è esterno, si possono certamente avere le migliori speranze su di lui.

 

DOMANDA 108: È conveniente che il preposito parli con una qualche sorella di ciò che riguarda l’edificazione della fede, in assenza della sorella preposta?

RISPOSTA: In questo modo non si custodisce il precetto dell’Apostolo che ha detto: Tutto avvenga con decoro e ordine (1 Cor 14,40).

 

DOMANDA 109: È conveniente che il preposito dialoghi frequentemente con la sorella preposta, soprattutto se qualche fratello è turbato da questo fatto?

RISPOSTA: Benché l’Apostolo abbia detto: E perché la mia libertà deve essere giudicata dalla coscienza altrui? (1 Cor 10,29), è bene imitarlo quando dice: Ma non abbiamo usato di questa facoltà per non creare ostacolo al vangelo di Cristo (1 Cor 9,12). E bisogna fare il possibile per rendere i colloqui meno frequenti e più sbrigativi.

 

DOMANDA 110: Quando una sorella si confessa all’anziano deve essere presente anche l’anziana?

RISPOSTA: È più decoroso e prudente che la confessione si faccia alla presenza dell’anziana, perché l’anziano può suggerire sapientemente il modo della penitenza e della correzione.

 

DOMANDA 111: Se avviene che l’anziano ordini qualcosa alle sorelle contro il parere dell’anziana, è giusto che quest’ultima si indigni?

RISPOSTA: E come!

 

DOMANDA 112: Se qualcuno si accosta alla vita secondo Dio, è conveniente che il preposito lo accolga senza sentire il parere dei fratelli, o deve piuttosto sottoporre prima la cosa anche a loro?

RISPOSTA: Il Signore insegna che per qualcuno che fa penitenza bisogna chiamare gli amici e i vicini. Perciò, tanto più è necessario che tutti i fratelli sappiano quando qualcuno che si accosta viene accolto, affinché insieme ne godano e insieme preghino.

 

DOMANDA 113: Colui al quale è stata affidata la cura delle anime può osservare la parola: Se non vi convertite e diventate come i fanciulli (Mt 18,3), allorché ha a che fare con molte e diverse persone?

RISPOSTA: Il sapientissimo Salomone ha detto: C’è un tempo per ogni cosa (Qo 3,1): dobbiamo dunque sapere che c’è un tempo proprio per l’umiltà e uno per l’esercizio dell’autorità, per il rimprovero e per la consolazione, per la misericordia e per la franchezza, per la bontà e per la severità, in una parola, per ogni cosa. Così, quando è il momento di mostrare ciò che è proprio dell’umiltà, bisogna imitare nell’umiltà i fanciulli, soprattutto quando è il momento di rendersi reciprocamente onore e di compiere i propri doveri e di prestare servizi o cure al corpo dei fratelli, come ci ha insegnato il Signore. Altre volte bisogna usare l’autorità, che il Signore ci ha dato per edificare e non per distruggere (2 Cor 13,10): quando cioè sia necessario muoversi con franchezza. E nel tempo della consolazione, bisogna mostrare la bontà, nel tempo della severità, bisogna mostrare lo zelo, e allo stesso modo per ciascuna delle altre cose.

 

DOMANDA 114: Poiché il Signore ha comandato: Se qualcuno ti costringe ad andare con lui per un miglio, vai con lui per due (Mt 5,41), e l’Apostolo insegna che dobbiamo essere soggetti gli uni agli altri nel timore di Cristo (Ef 5,21), questo vuol dire che dobbiamo ubbidire a chiunque ci dia un comando e a qualsiasi cosa ci comandi?

RISPOSTA: La differenza fra chi comanda non deve in nulla infirmare l’ubbidienza di chi riceve il comando: Mosè infatti non ha disprezzato Ietro che gli dava un buon consiglio (Es 18,19). La differenza invece fra le varie cose comandate non è trascurabile: poiché certe cose sono contrarie al comandamento del Signore, oppure lo alterano o lo inquinano perché vi è mescolato ciò che è proibito; altre invece coincidono con il comandamento; e altre ancora, anche se non coincidono con esso in modo evidente, tuttavia contribuiscono ad esso e sono come un qualche aiuto al comandamento. È pertanto necessario ricordarsi di ciò che ha detto l’Apostolo: Non disprezzate le profezie. Ma esaminate tutto: ciò che è buono, ritenetelo; tenetevi lontani da ogni specie di male (1 Ts 5,20-22); e ancora: Noi distruggiamo i pensieri e ogni altezza che si innalza contro la conoscenza di Dio, e riduciamo in prigionia ogni intelletto perché ubbidisca a Cristo (2 Cor 10,4-5). Così, se ci viene ordinato qualcosa che coincide con il comandamento del Signore, o che ad esso contribuisce, bisogna riceverlo con la maggior cura e diligenza possibile, adempiendo la parola: Ubbiditevi a vicenda nell’amore di Cristo (Ef 4,2). Quando invece qualcuno ci comanda qualcosa di contrario al comandamento del Signore, qualcosa che lo altera o lo inquina, allora è il momento di dire: Bisogna ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini (At 5,29), ricordando che il Signore dice: Non seguiranno uno straniero, anzi lo fuggiranno, perché non conoscono la voce degli stranieri (Gv 10,5), e che l’Apostolo, perché noi avessimo sicurezza, ha osato attaccare anche gli angeli con le parole: Se anche noi, o un angelo del cielo vi evangelizzasse in modo contrario a come vi abbiamo evangelizzato, sia anatema (Gal 1,8). Da questo impariamo che, anche se chi impedisce ciò che è stato comandato dal Signore o spinge a fare ciò che è da lui proibito, fosse persona ragguardevole o grandemente illustre, deve essere fuggito e anche tenuto in abominazione da chiunque ama il Signore.

 

DOMANDA 115: In che modo bisogna ubbidire a vicenda?

RISPOSTA: Come schiavi ai padroni, secondo il precetto del Signore: Chi vuole fra voi essere grande sia l’ultimo di tutti e schiavo di tutti (Mc 10,44). E aggiunge per commuoverci: Come il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire (Mc 10,45); e secondo quanto ha detto l’Apostolo: Mediante l’amore dello Spirito, servite l’uno all’altro (Mc 10,45).

 

DOMANDA 116: Fin dove si deve ubbidire per adempiere la regola del compiacimento di Dio?

RISPOSTA: L’Apostolo ce lo ha mostrato mettendoci davanti l’ubbidienza del Signore, il quale divenne ubbidiente fino alla morte e a morte di croce (Fil 2,8): e prima aveva detto: Abbiate in voi gli stessi sentimenti, che furono anche nel Cristo Gesù (Fil 2,5).

 

DOMANDA 117: Se qualcuno non è pienamente convinto di ciò che gli si ingiunge di fare giorno per giorno ma cerca invece di imparare un’arte, di quale passione soffre? E inoltre: deve essere tollerato?

RISPOSTA: Questo tale è presuntuoso, vuol piacere a sé stesso e manca di fede. poiché non ha temuto il giudizio del Signore che ha detto: State pronti: perché è all’ora che non pensate che il Figlio dell’uomo viene (Lc 12,4).

Se uno attende di giorno in giorno e di ora in ora il Signore, lotta per non trascorrere oziosamente il giorno presente e non si affatica inutilmente per nulla di più.

Se poi gli è comandato di imparare un’arte, l’ubbidienza gli darà di conseguire il suo guadagno nel compiacimento di Dio; ma badi di non incorrere nella condanna col frapporre indugi.

 

DOMANDA 118: Se uno è sollecito nell’eseguire un comando, ma fa non ciò che gli è stato ingiunto, bensì ciò che egli stesso vuole, quale mercede ha?

RISPOSTA: Quella dell’autocompiacenza. E poiché l’Apostolo ha detto: Ciascuno di noi piaccia al prossimo per il bene, in vista dell’edificazione (Rm 15,2), e in modo più impressionante aggiunge: Lo stesso Cristo non è piaciuto a sé stesso (Rm 15,3), bisogna che chi piace a sé stesso riconosca il pericolo in cui si trova. E lo si rimproveri anche come insubordinato.

 

DOMANDA 119: È lecito a chiunque rifiutare l’opera che gli viene assegnata e cercarne un’altra?

RISPOSTA: Poiché, come già si è detto, la misura dell’ubbidienza giunge fino alla morte, chi rifiuta ciò che gli è affidato e cerca qualcos’altro, prima di tutto viola l’ubbidienza, ed è chiaro che non ha rinnegato sé stesso; e inoltre diventa per sé stesso e per gli altri causa di molti altri mali. Egli apre infatti a molti la porta alla contraddizione e, quanto a sé, si abitua a contraddire. Inoltre, poiché non può ciascuno giudicare da sé ciò che gli giova, spesso sceglie quell’opera che gli reca danno. In più suscita cattivi sospetti nei fratelli, come uno che preferisce il lavoro che richiede piuttosto che fare ciò in cui occorre collaborare.

Insomma, il venir meno in qualsiasi modo all’ubbidienza è radice di molti e grandi mali. Se poi qualcuno ritiene di avere un motivo per rifiutare un lavoro, lo manifesti ai prepositi e abbandoni la cosa al loro giudizio.

 

DOMANDA 120: Si può andare da qualche parte senza averlo fatto presente al preposito?

RISPOSTA: poiché il Signore ha detto: Non sono venuto da me stesso, ma egli mi ha mandato (Gv 7,28), tanto più nessuno di noi deve rimettersi al proprio giudizio. Chi infatti si affida a sé stesso ha la malattia di chi ha un alto sentire di sé e non sottostà al giudizio del Signore che ha detto: ciò che è elevato fra gli uomini è abominio davanti a Dio (Lc 16,15). Insomma, in qualsiasi caso, il permettersi qualcosa da se stessi è cosa riprovevole.

 

DOMANDA 121: È lecito rifiutare i lavori più pesanti?

RISPOSTA: Chi è sincero nell’amore di Dio e saldo nella piena certezza della retribuzione del Signore, non si accontenta di ciò che ha da fare, ma sempre desidera gli venga aggiunto qualcosa e anela a fare di più.

Se anche gli sembra di fare qualcosa che supera le sue forze, non per questo abbandona la sua sollecitudine, come se avesse colmato la misura: al contrario, continua a lottare, come chi è lungi da ciò che dovrebbe, poiché ode il Signore che comanda: Quando avrete fatto tutto ciò che è stato ordinato, dite: Servi inutili siamo, abbiamo fatto ciò che dovevamo fare (Lc 17,10), e ode l’Apostolo — al quale il mondo era crocifisso ed egli al mondo (Gal 6,14) — che non si è vergognato di dire: lo non mi considero uno che ha già afferrato: ma soltanto, dimenticando le cose passate, e teso invece a ciò che sta davanti, corro verso lo scopo, al premio della chiamata superna di Dio nel Cristo Gesù (Fil 3,12-114). Questo stesso apostolo che annunciando il vangelo, aveva facoltà di vivere del vangelo (1 Cor 9,14), dice: Abbiamo lavorato giorno e notte con fatica e con pena, non perché non ne avessimo potere, ma per proporci a voi come modello da imitare (2 Ts 3,8-9). Chi dunque mancherà a tal punto di sensibilità e di fede da contentarsi di ciò che ha già fatto o da rifiutare qualcosa come più pesante del dovuto, o faticoso?

 

DOMANDA 122: Bisogna tollerare uno che, privato della benedizione, come castigo di una colpa, dice: «Se non prendo la benedizione, non mangio»?

RISPOSTA: È chi ha inflitto il castigo che deve giudicare se il fallo sia stato tale da implicare il divieto di mangiare. Se invece uno è stato giudicato indegno della sola benedizione e, pur avendo ricevuto il permesso di mangiare, rifiuta, va giudicato come disubbidiente in questa cosa e come caparbio; e così imparerà anche a conoscersi e a comprendere che in questo modo, lungi dal curare sé stesso, aggiunge peccato a peccato.

 

DOMANDA 123: Bisogna tollerare che qualcuno si rattristi perché non gli viene permesso di fare ciò che egli non è in grado di fare in modo conveniente?  

RISPOSTA: Riguardo a ciò, si è già detto in più luoghi come in ogni caso l’usare della volontà propria o l’agire di proprio arbitrio sia contrario alla sana ragione; e quando non ci si assoggetta al giudizio dei pii, si incorre nel pericolo di disubbidienza e contraddizione.

 

DOMANDA 124: Se accade per caso di incontrarsi con eretici o pagani, è conveniente mangiare con loro o salutarli?

RISPOSTA: Quanto al saluto, se si tratta del saluto comunemente usato, il Signore non lo ha affatto proibito poiché ha detto: Se voi salutate i vostri amici soltanto, che cosa fate di più? Forse non fanno così anche i gentili? (Mt 5,47)

 Quanto al mangiare insieme con loro, abbiamo un precetto dell’Apostolo che ci indica a chi bisogna rifiutare questo: Vi scrissi nella mia lettera di non avere relazioni con i fornicatori, ma non in assoluto con i fornicatori di questo mondo, o con i cupidi o i rapaci o gli idolatri, altrimenti dovreste uscire dal mondo. Vi ho dunque scritto di non avere relazioni con uno che porti il nome di fratello e sia fornicatore, o cupido, o idolatra, o maldicente, o ubriacone, o rapace: con un tale non dovete neppure mangiare (1 Cor 5,9-11).

 

DOMANDA 125: Se qualcuno al quale è stato affidato un lavoro fa, senza avvertire, qualcosa di contrario a ciò che gli è stato comandato, oppure qualcosa che va al di là dell’ordine ricevuto, deve continuare a fare questo lavoro?

RISPOSTA: In nessun modo piace a Dio che ci si attribuisca qualcosa da sé stessi: e non si addice né giova tal cosa a coloro che si studiano di custodire il vincolo della pace.

Se questo tale dovesse continuare a operare con precipitazione è bene che gli sia tolto il lavoro. Non osserva infatti il comando di colui che ha detto: Che ciascuno, fratelli, rimanga in ciò a cui fu chiamato (1 Cor 7,24) e, in modo ancor più persuasive: Non abbiate un sentire più alto di quel che si debba, ma un sentire sobrio: ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dispensato (Rm 12,3).

 

DOMANDA 126: Come non essere vinti dalla voluttà nel prendere cibo?

RISPOSTA: Se si è stabilito di ritenere sempre quale guida e maestro il criterio dell’utilità nell’usare di ciò che si mangia, sia che piaccia, sia che non piaccia.

 

DOMANDA 127: Alcuni dicono che è impossibile per l’uomo non andare in collera.

RISPOSTA: Questa affermazione non tiene poiché è impossibile che un soldato vada in collera sotto gli occhi del re. Se dunque la vista di un uomo, che è nostro uguale per natura, frena la passione soltanto a motivo della sua eminente dignità, quanto più questo avverrà se uno è pienamente certo di avere Dio come spettatore dei propri moti? poiché Dio, che scruta i cuori e i reni, vede i moti dell’anima molto più di quanto un uomo veda quelli che appaiono sul volto.

 

DOMANDA 128: Si deve permettere che uno faccia astinenza più di quanto non gli consentano le sue forze, al punto da essere impedito nell’adempimento del suo dovere?

RISPOSTA: Questa domanda non mi sembra posta in modo corretto. L’astinenza, infatti, non sta in quella rimozione di cibi materiali, da cui consegue quel duro trattamento del corpo stigmatizzato dall’Apostolo (Col 2,23) bensì nel perfetto distacco dalle volontà proprie.

Quanto poi sia pericoloso venir meno al comando del Signore a motivo della volontà propria, è manifesto dalle parole dell’Apostolo che ha detto: Facevamo le volontà della carne e dei pensieri, ed eravamo per natura figli d’ira (Ef 2,3).

 

DOMANDA 129: A chi fa molti digiuni, ma poi nel prender cibo non può sopportare il cibo comune, che cosa conviene scegliere? digiunare con i fratelli e con loro prender cibo, oppure, a motivo di uno smodato digiunare, avere bisogno di altri cibi quando mangia?

RISPOSTA: Il tempo del digiuno non è lasciato alla volontà dei singoli, ma è determinato dalle esigenze di tutto ciò che attiene alla pietà: come anche narrano gli Atti degli Apostoli (At 13,2-3) e come impariamo dall’eletto Davide (Sal 34,13). Se dunque uno digiuna in questo modo, allora ottiene anche la forza stessa per digiunare. Fedele è infatti colui che ha promesso (Eb 10,23).

 

DOMANDA 130: In che modo bisogna digiunare quando è necessario farlo per esigenze della pietà? Come forzatamente, o con prontezza d’animo?

RISPOSTA: Poiché il Signore dice: Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia (Mt 5,6), tutto ciò che contribuisce alla pietà, se non è compiuto con desiderio e slancio è pericoloso.

Cosicché chi digiuna, ma non lo fa con prontezza d’animo, è in pericolo: d’altra parte, quando sia necessario, bisogna digiunare, dal momento che l’Apostolo, con le altre sue buone opere, ci ha parlato anche di questo per ammaestrarci, dicendo: Spesso nei digiuni (2 Cor 11,27).

 

DOMANDA 131: Fa bene chi non prende dei cibi che mangiano i fratelli, ma ricerca qualcosa d’altro?

RISPOSTA: È del tutto contrario al comandamento il ricercare del cibo, poiché il Signore ha detto: Non cercate ciò che mangerete e ciò che berrete: e non distraetevi, e ha aggiunto, incutendo maggior timore: Sono le genti che cercano tutte queste cose (Lc 12,29-30).

Spetta invece a chi ne ha ricevuto l’incarico il diligente adempimento della parola: Si distribuiva a ciascuno secondo il suo bisogno (At 4,35).

 

DOMANDA 132: Che pensare di uno che dice: «Questo mi fa male», e si rattrista se non gli viene dato qualcosa d’altro?

RISPOSTA: Si direbbe che questo tale non ha raggiunto la certa e piena speranza di Lazzaro né ha conosciuto l’amore di colui al quale è affidata la cura sua e di tutti.

Nessuno deve in nessun modo attribuirsi la facoltà di giudicare ciò che gli nuoce o ciò che gli giova: spetta a chi ne ha l’incarico stabilire ciò che è necessario a ciascuno, ricercando prima di tutto ciò che giova all’anima e poi, in secondo luogo, regolando ciò che è necessario al corpo conforme alla volontà di Dio.

 

DOMANDA 133: E se a motivo del cibo mormora anche?

RISPOSTA: È giudicato come coloro che mormorarono nel deserto (Nm 11,1). poiché l’Apostolo dice: Non mormorate, come certuni di loro fecero e perirono per mano dello sterminatore (1 Cor 10,10).

 

DOMANDA 134: E se qualcuno, adirato, rifiuta di prendere qualcosa di ciò che è necessario?

RISPOSTA: Questo tale è degno di non prender più nulla, anche se lo chiede, finché il preposito abbia giudicato che la passione — o piuttosto le passioni — sono state guarite.

 

DOMANDA 135: Va bene che chi è affaticato chieda qualcosa in più del consueto?

RISPOSTA: Se accetta la fatica a motivo della retribuzione di Dio, non deve cercare qui di esserne sollevato, bensì prepararsi a ricevere la retribuzione del Signore, sapendo che il Dio amico degli uomini lo gratificherà tanto della ricompensa della fatica, quanto della consolazione per la sua angustia. Però, chi ha l’incarico di compiere la parola: Si distribuiva a ciascuno secondo il suo bisogno (At 4,35), deve assolutamente conoscere ciascuno di quelli che sono affaticati e curarli come si conviene.

 

DOMANDA 136: Se è necessario che tutti si riuniscano per l’ora del pranzo, come ci si deve comportare con chi manca e arriva dopo il pranzo?

RISPOSTA: Se è mancato per una necessità del luogo o del lavoro, va trattato come chi ha osservato il comando di colui che ha detto: Ciascuno rimanga in ciò a cui fu chiamato, fratelli (1 Cor 7,24); chi si occupa della disciplina comune, gli permetterà di pranzare, dopo aver esaminato la cosa. Se invece, pur potendo arrivare con gli altri, non si è affrettato, sarà reo di negligenza e rimarrà digiuno fino all’ora stabilita del giorno dopo.

 

DOMANDA 137: È bene che uno decida, per esempio, di astenersi per un certo tempo da un determinato cibo o bevanda?

RISPOSTA: poiché il Signore ha detto: … non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato (Gv 6,38), qualsiasi giudizio della volontà propria è rischioso. Sapendo questo Davide diceva: Ho giurato, e ho stabilito di custodire i giudizi della tua giustizia (Sal 118,106), non «le mie volontà».

 

DOMANDA 138: È conveniente permettere che nella fraternità qualcuno digiuni o vegli più degli altri, per volontà propria?

RISPOSTA: Poiché il Signore ha detto: Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà del Padre che mi ha mandato (Gv 6,38), tutto ciò che uno fa secondo la volontà propria, è proprio di chi lo fa, mentre è estraneo alla pietà. E c’è da temere che, riguardo a ciò che gli pare bene fare, si senta dire dal Signore: Contro di te si volge ma tu lo dominerai (Gen 3,16).

Anche il confrontarsi con gli altri, per voler fare di più, seppure nel bene, è una emulazione che deriva da vanagloria e l’Apostolo ha mostrato che ciò è proibito dicendo: Noi non osiamo uguagliarci o confrontarci con certuni che si raccomandano da se stessi (2 Cor 10,12). Perciò, lasciate le volontà proprie e il pensiero di voler fare qualcosa di più degli altri, bisogna ubbidire all’Apostolo che ci ammonisce: Sia che mangiate, sia che beviate, o qualsiasi cosa facciate, tutto fate a gloria di Dio (1 Cor 10,31). Poiché l’emulazione, la vanagloria e l’autocompiacenza, sono cose assolutamente estranee a coloro che combattono la buona battaglia secondo le regole. Perciò, ora dice: Non siamo vanagloriosi (Gal 5,26), ora: Se a qualcuno piace di essere contenzioso, noi non abbiamo tale consuetudine e neppure le Chiese di Dio (1 Cor 11,16); e altrove: Non a noi stessi dobbiamo piacere, e aggiunge in modo da lasciare ancor più confusi: Lo stesso Cristo infatti non è piaciuto a sé stesso (Rm 15,1-3). Se qualcuno poi ritiene di aver bisogno di qualcosa di più, sia quanto al digiuno, alla veglia o a qualunque altra cosa, manifesti a coloro cui è affidata la cura di tutti il motivo per cui pensa di aver bisogno di fare di più: e osservi ciò che essi avranno giudicato bene. Spesso infatti sarà piuttosto in altro modo che si dovrà sovvenire alla sua esigenza.

 

DOMANDA 139: Quando il digiuno si prolunga, diveniamo più deboli per il lavoro. Che cosa dunque è meglio: il digiuno a danno del lavoro o il lavoro, trascurando il digiuno?

RISPOSTA: Sia il digiuno, sia il prender cibo devono essere regolati conforme alla pietà. Quando dunque si deve compiere un comandamento di Dio che esige il digiuno, digiuniamo; quando invece il comandamento di Dio richiede un alimento che rafforzi il corpo, mangiamo, non come golosi, ma come operai di Dio. Dobbiamo infatti osservare ciò che è stato detto dall’Apostolo: Sia che mangiate, sia che beviate, o qualsiasi cosa facciate, tutto fate a gloria di Dio (1 Cor 10,31).

 

DOMANDA 140: Se qualcuno è intemperante rispetto a cibi nocivi e, prendendone senza riguardo, cade in qualche malanno, bisogna prendersi cura di lui?

RISPOSTA: L’intemperanza produce ben visibili malanni: ed è necessario occuparsi prima di tutto della passione di costui, al fine di guarirla. Il Dio amico degli uomini, per mostrare quale grande male sia l’essere intemperanti, permette spesso che l’anima malata di questa passione usi anche cibi nocivi al corpo. Con questo malanno fisico conseguente all’intemperanza, egli cerca di condurla a percepire il danno che arreca a se stessa e a essere temperante in tutto.

Quanto poi a soccorrere subito chi per intemperanza è caduto in malanni fisici, è cosa buona e ragionevole. Tuttavia ciò non va fatto senza discernimento, ma con prudenza, perché non accada che, nel curare il corpo, lasciamo l’anima priva di cure.

Se dunque vediamo che questo tale, reso assennato dalla cura del corpo, si preoccupa anche delle passioni dell’anima allora bisogna continuare a prestargli anche le cure del corpo. Ma se, mentre riceve la cura del corpo, lo si trova a disprezzare l’anima, allora è meglio che costui sia abbandonato ai dolori che gli vengono dalla sua intemperanza, affinché se possibile, col passare del tempo, giunga alla consapevolezza e di sé stesso e dell’eterno castigo: e così si dia cura anche della salute dell’anima. Giudicati infatti dal Signore siamo corretti per non essere condannati insieme con il mondo (1 Cor 11,32).

 

DOMANDA 141: Va bene che si trovino nelle officine degli estranei ai lavori, oppure anche dei fratelli di qui che dovrebbero trovarsi in altro luogo?

RISPOSTA: Eccetto chi è addetto all’ispezione degli operai o alla distribuzione dei lavori, chiunque venga trovato a fare così, si trovi proibito l’accesso, come a un distruttore del buon ordine dell’armonia dei membri. E, seduto in un luogo che sia stato giudicato idoneo per la correzione, compia il suo lavoro senza distrazioni e con più fatica del consueto, finché impari ad osservare ciò che è stato detto dall’Apostolo: Ciascuno rimanga in ciò a cui fu chiamato (1 Cor 7,24).

 

DOMANDA 142: Conviene che gli artigiani ricevano lavoro da qualcuno all’insaputa di chi è incaricato di queste cose?

RISPOSTA: L’uno e l’altro — sia quello che dà come quello che riceve — soggiacciano al giudizio del ladro o di chi si accorda col ladro.

 

DOMANDA 143: In che modo gli operai devono aver cura degli strumenti che sono loro affidati?

RISPOSTA: Prima di tutto, come di cose dedicate a Dio e a lui consacrate; e poi come di cose senza le quali non possiamo manifestare quella pronta sollecitudine a cui siamo tenuti.

 

DOMANDA 144: E se qualcuno perde qualcosa per noncuranza o ne fa cattivo uso per disprezzo?

RISPOSTA: Chi fa cattivo uso sia giudicato come un sacrilego; chi perde, come colpevole di sacrilegio, perché si tratta di cose tutte dedicate al Signore e consacrate a Dio.

 

DOMANDA 145: E se qualcuno di sua iniziativa dà in prestito o riceve qualcosa?

RISPOSTA: Sia giudicato come temerario e arrogante. poiché questo spetta a chi ne è incaricato e si occupa dell’amministrazione.

 

DOMANDA 146: E se, a causa di una necessità pressante, il preposito gli chiede uno strumento ed egli lo nega?

RISPOSTA: Chi ha consegnato sé stesso e le proprie membra all’uso di altri nell’amore di Cristo, come può contraddire per gli strumenti il preposito, al quale spetta anche la cura degli strumenti?

 

DOMANDA 147: Chi si occupa del lavoro di cellerario o di cuoco o di qualche altro lavoro di questo tipo, se non arriva a essere presente alla salmodia e alla preghiera regolare, ne riceve detrimento spirituale?

RISPOSTA: Ciascuno custodisca nel suo lavoro la propria regola, come un membro nel corpo: riceve detrimento se trascura ciò che gli è stato comandato; e ancor più corre gravi rischi se arreca danno al bene comune. Pertanto, adempia quanto all’animo ciò che sta scritto: Cantate e salmeggiate nei vostri cuori al Signore (Ef 5,19). E se non può accorrere anche fisicamente insieme agli altri, non stia in dubbio, poiché egli compie ciò che è stato scritto: ciascuno rimanga in ciò a cui fu chiamato (1 Cor 7,24).

Bisogna però garantirsi che, pur potendo compiere entro il tempo giusto quanto gli è stato comandato, e dare l’esempio anche agli altri, non prenda invece come pretesto la sua occupazione nel lavoro, dando scandalo agli altri e cadendo sotto il giudizio dei negligenti.

 

DOMANDA 148: In che misura ha potere nell’amministrazione colui al quale è stato affidato l’ufficio di cellerario?

RISPOSTA: Egli dipende da chi, dopo averlo esaminato, gli ha affidato questo ufficio, poiché deve ricordare ciò che ha detto lo stesso Signore: lo non posso far nulla da me stesso (Gv 5,30). Quanto a coloro di cui si prende cura, abbia presente il bisogno di ciascuno. Sta scritto infatti: Si distribuiva a ciascuno secondo il suo bisogno (At 4,35). Lo stesso discorso valga per tutti quelli a cui sono affidati affari simili.

 

DOMANDA 149: Qual è il giudizio a cui soggiace l’economo se fa qualcosa per accettazione di persone o per contesa?

RISPOSTA: poiché l’Apostolo ha comandato di non far nulla secondo la propria inclinazione (1 Tm 5,21) e ha dichiarato: Se a qualcuno piace di essere contenzioso, noi non abbiamo tale abitudine e neppure le Chiese di Dio (1 Cor 11,16), costui venga considerato estraneo alla Chiesa di Dio, finché non si emendi.

Bisogna però esaminare con molta attenzione per che cosa ciascuno abbia attitudine e solo dopo tale esame affidare qualsiasi lavoro: in tal modo non accadrà che coloro che affidano a uno un lavoro non adatto siano condannati come cattivi economi delle anime e dei comandamenti del Signore; e quelli a cui il lavoro è affidato possano trovare in ciò un pretesto per peccare.

 

DOMANDA 150: E se per negligenza l’economo non dà a un fratello ciò che gli è necessario?

RISPOSTA: È manifesto il giudizio che pesa su di lui, da queste parole del Signore: Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il diavolo e i suoi angeli. poiché ebbi fame e non mi avete dato da mangiare; ebbi sete (Mt 25,41-42), e il seguito; e ancora da queste parole: Maledetto chiunque fa le opere del Signore con negligenza (Ger 48,10).

 

DOMANDA 151: È lecito a chi serve parlare a voce alta?

RISPOSTA: La misura della voce è determinata dall’esigenza di chi ascolta. Se dunque è più bassa del necessario, è vicina al sussurro perché troppo languida: è degna di biasimo. Se poi è più alta del necessario, pur potendo chi ascolta udire anche se si parla più piano, diventa clamore, e il clamore è riprovato dall’Apostolo (Ef 4,31): a meno che il languore di chi ascolta non ci porti a far uso del clamore, per svegliare costui come dal sonno. Anche del Signore si racconta che ha fatto questo, come dice l’evangelista: Gesù gridò e disse: Chi crede in me non crede in me, ma in colui che mi ha mandato (Gv 12,44).

 

DOMANDA 152: Se qualcuno, nel compiere il suo turno di servizio in cucina, si affatica al di là delle sue forze così da essere per più giorni impedito nell’adempimento del lavoro consueto, è il caso di imporgli questo tipo di servizio?

RISPOSTA: È già stato detto che colui al quale è affidata la distribuzione dei lavori deve stabilire l’attitudine e la forza di chi deve lavorare e adattare a queste i suoi ordini, perché non gli avvenga di sentirsi dire: Tu crei fatica col precetto (Sal 93,20).

Tuttavia chi riceve l’ordine non deve contraddire, perché l’ubbidienza deve giungere fino alla morte.

 

DOMANDA 153: La sorella alla quale è stata affidata la lana, come deve tenerla? e come deve attendere a quelle che la lavorano?

RISPOSTA: Tenga la lana come se le fosse stato affidato un deposito di Dio; a ciascuna sorella poi assegni e distribuisca il suo lavoro, senza contesa e senza accettazione di persone.

 

DOMANDA 154: È rischioso che i fratelli, quando siano pochi e debbano prestare la loro opera a più sorelle, si separino l’uno dall’altro, distribuendosi a seconda dei lavori?

RISPOSTA: Se la loro occupazione è in obbedienza al comandamento del Signore e la loro fatica secondo Dio, ciascuno consegue il compiacimento di Dio col proprio lavoro. Quanto alla loro unità, essa consiste nell’essere tutti unanimi, nell’aver tutti un unico sentire, adempiendo ciò che è stato detto dall’Apostolo: Anche se sono assente col corpo, con lo spirito però sono con voi (Col 2,5).

 

DOMANDA 155: Ci è stato insegnato che noi che serviamo nell’ ospizio ai malati dobbiamo farlo con la disposizione d’animo di chi serve a fratelli del Signore: ma se fra quelli a cui serviamo c’è qualcuno che non è tale, come dobbiamo trattarlo?

RISPOSTA: Dato che il Signore ha detto: Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli questi è mio fratello e sorella e madre (Mt 12,50), se qualcuno non è tale, ma viene anzi dimostrato peccatore e quindi degno della sentenza: Chi fa il peccato è schiavo del peccato (Gv 8,34), bisogna prima di tutto che venga esortato e ammonito dal preposito.

Se poi permane nel suo stato, allora è manifesto su di lui il giudizio dello stesso Signore che aggiunge: Lo schiavo non rimane nella casa (Gv 8,35), e dell’Apostolo che comanda: Togliete il malvagio di mezzo a voi (1 Cor 5,13). Così sarà senza angustia chi serve, e ci sarà sicurezza per tutti quelli che si trovavano insieme con lui.

 

DOMANDA 156: Quello a cui è stato affidato l’ufficio di cellerario o altro ufficio del genere, deve mantenerlo sempre o deve essergli mutato?

RISPOSTA: Se osserva la scienza del buon ordine e l’integrità della regola, far dei cambiamenti è superfluo, anzi, è fastidioso e difficile; è però necessario porgli vicino  qualcuno che egli possa formare gradualmente all’ufficio: così, quando la necessità esiga un successore in questo incarico, non dovremo turbarci per non sapere come trovarlo. Spesso, infatti, ci si trova costretti a introdurre in quel lavoro qualcuno che non ne ha attitudine e così accade per forza di cose, a motivo dell’imperizia di costui, che ne viene discapito all’esattezza dell’osservanza e si dissolve la retta disciplina.

 

DOMANDA 157: Con quale disposizione d’animo dobbiamo servire a Dio? E in che cosa consiste in genere tale disposizione?

RISPOSTA: Ritengo che buona disposizione d’animo sia la brama ardente di piacere a Dio: ed essa deve essere insaziabile, ben salda, immutabile. Si attua mediante la sapiente e assidua contemplazione della gloriosa maestà di Dio, e mediante i pensieri di gratitudine e l’incessante memoria dei beni che ci provengono da Dio. Tutto questo genera nell’anima ciò che è stato detto: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente (Mc 12,30), sull’esempio di colui che disse: Come anela la cerva alle sorgenti delle acque, così anela l’anima mia a te, o Dio (Sal 41,1).

Con questa disposizione d’animo bisogna servire a Dio, compiendo quanto è stato detto dall’Apostolo: Chi ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la nudità, il pericolo, la spada? (Rm 8,35)

 

DOMANDA 158: Con quale disposizione d’animo bisogna accogliere un castigo?

RISPOSTA: Con quella disposizione che si addice a un figlio, malato e in lotta per la vita, quando venga curato da un padre medico, anche se il tipo di cura è amaro e doloroso: dunque, con piena certezza dell’amore e dell’abilità di chi castiga e con ardente desiderio della guarigione.

 

DOMANDA 159: Come qualificare chi si rattrista contro chi lo castiga?

RISPOSTA: Non ha capito né il pericolo del peccato, soprattutto il pericolo in rapporto a Dio, né il guadagno della penitenza, e neppure ha creduto a colui che ha detto: Chi ama ha cura di correggere (Pr 13,24). Inoltre si è reso estraneo al beneficio proprio di colui che ha detto: Mi correggerà il giusto con misericordia e mi rimprovererà (Sal 140,5). Costui è pure causa di danno per la fraternità, perché svia coloro che lottano.

 

DOMANDA 160: Con quale disposizione d’animo dobbiamo servire ai fratelli?

RISPOSTA: Come se offrissimo il nostro servizio allo stesso Signore, che ha detto: Nella misura in cui l’avete fatto a uno di questi più piccoli dei miei fratelli, lo avete fatto a me (Mt 25,40).

Se tali sono quelli a cui si serve, sarà facile essere in questa disposizione. È dunque di questi che i prepositi devono darsi cura con particolare sollecitudine, per non servire al ventre e ai piaceri come amatori del corpo, e per divenire invece, quali amanti di Dio e del Cristo, mediante una perfetta pazienza, il vanto del Signore a ignominia del diavolo, come il giusto Giobbe.

 

DOMANDA 161: Con quale umiltà bisogna ricevere un servizio da parte di un fratello?

RISPOSTA: Come il servo da parte del padrone e con quell’umiltà che ha mostrato l’apostolo Pietro nel lasciarsi servire dal Signore: da questo fatto impariamo anche a che rischio si espone chi non accoglie un servizio.

 

DOMANDA 162: In che modo bisogna amarsi gli uni gli altri?

RISPOSTA: Come ha mostrato e insegnato il Signore dicendo: Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Non vi è amore più grande che dare la vita per i propri amici (Gv 15,12-13).

Se dunque bisogna dare anche la propria vita, tanto più sarà necessario mostrare prontezza d’animo nelle singole cose, non per soddisfare a obblighi umani, ma allo scopo di piacere a Dio, per il vantaggio di ciascuno.

 

DOMANDA 163: In quale modo si può giungere all’amore per il prossimo?

RISPOSTA: Prima di tutto se si teme il giudizio contro coloro che trasgrediscono il comandamento del Signore stesso che ha detto: Chi non ubbidisce al Figlio non vedrà la vita: ma l’ira di Dio rimarrà su di lui (Gv 3,36); e poi se ci si sforza per avere la vita eterna: Il suo comandamento, infatti, è vita eterna (Gv 12,50). Il primo e grande comandamento è: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza; e il secondo è simile a questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso (Mt 22,37-39).

Bisogna anche bramare la somiglianza col Signore che ha detto: Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi (Gv 13,34). E si devono nutrire pensieri come questi: se il fratello è operatore di bene, gli dobbiamo amore anche da un punto di vista umano, quell’amore che anche i gentili osservano, come il Signore manifesta nel vangelo dicendo: Se amate coloro che vi amano, quale grazia è per voi? Infatti, anche i peccatori amano quelli che li amano (Lc 6,32). Se invece il fratello opera il male bisogna pensare: anche in questo caso non è solo per il comandamento che dobbiamo amarlo, ma perché è pure operatore dei più grandi benefici, se davvero crediamo al Signore che ha detto: Beati siete voi, quando vi oltraggeranno e perseguiteranno e mentendo diranno contro di voi ogni male a causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché la vostra ricompensa è grande nei cieli (Mt 5,11).

 

DOMANDA 164: Che cosa vuol dire: Non giudicate e non sarete giudicati? (Lc 6,37)

RISPOSTA: Il Signore ora dice: Non giudicate e non sarete giudicati, ora comanda di giudicare giusto giudizio (Gv 7,24), ciò dunque significa che non ci viene proibito in assoluto di giudicare, ma che ci viene insegnata una differenza, nel giudizio.

L’Apostolo ci ha poi chiaramente trasmesso quando bisogna giudicare e quando no. Riguardo a quanto è lasciato alla libertà di ciascuno e non specificato dalla Scrittura, dice: E tu perché giudichi il tuo fratello? (Rm 14,10) e ancora: Non giudichiamoci più a vicenda (Rm 14,13). Quanto alle cose in cui c’è offesa di Dio, egli biasima chi non giudica, e proferisce egli stesso il suo giudizio: Assente quanto al corpo, ma presente con lo spirito, io ho già giudicato come se fossi presente chi ha commesso una simile azione: nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, riuniamoci, voi e il mio spirito con la potenza del Signore nostro Gesù Cristo per consegnare un tale uomo al Satana per la distruzione della carne, affinché lo spirito sia salvato nel giorno del Signore Gesù (1 Cor 5,3-5).

Dunque, se qualcosa è lasciato in nostro potere, o anche se, come spesso accade, la cosa e incerta, non dobbiamo in questo giudicare il fratello, secondo quanto ha detto l’Apostolo per le cose che non si conoscono: Non giudicate prima del tempo, finché non venga il Signore che illuminerà i segreti della tenebra e renderà manifesti i disegni dei cuori (1 Cor 4,5). È invece assolutamente necessario difendere i giudizi di Dio, per non sperimentare anche noi la sua ira, se passiamo la cosa sotto silenzio: a meno che uno non faccia le stesse cose di chi viene accusato e quindi non abbia libertà di giudicare il fratello, poiché ode il Signore che dice: Leva prima la trave dal tuo occhio, e allora ci vedrai chiaro per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello (Mt 7,5).

 

DOMANDA 165: Come si potrà conoscere se si è mossi dallo zelo di Dio contro il fratello che pecca o non piuttosto dalla collera?

RISPOSTA: Si tratta chiaramente dello zelo di Dio se contro qualsiasi peccato sentiamo in noi quanto è scritto: Lo zelo di te mi ha consumato, perché i miei nemici hanno dimenticato le tue parole (Sal 118,139).

Anche qui però è necessario procedere con sapienza, per l’edificazione della fede. Ma se già in precedenza non c’è nell’anima questa disposizione, e non è questa che la muove, il suo moto risulta disordinato e non è rispettato in nulla il fine della pietà a cui si mira.

 

DOMANDA 166: Con quale disposizione d’animo si deve ubbidire a chi ci incalza perché adempiamo un comando?

RISPOSTA: Con la disposizione d’animo con la quale il fanciullo affamato ubbidisce alla nutrice che lo chiama a prender cibo e con quella di qualsiasi uomo che voglia vivere nei confronti di chi gli largisce ciò che è necessario alla vita: anzi, ancor di più, nella misura in cui la vita eterna è più eccellente della presente. poiché il comandamento di Dio — dice il Signore — è vita eterna (Gv 12,50). ciò che è il mangiare rispetto al pane, tale è rispetto al comandamento l’esecuzione, poiché il Signore stesso ha detto ancora: Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato, il Padre (Gv 4,34).

 

DOMANDA 167: Come deve essere l’anima che ha ottenuto di essere assunta nell’opera di Dio?

RISPOSTA: Come quella che diceva: Chi sono io, Signore mio, Signore, e chi è la mia casa, perché tu mi abbia amato? (2 Sam 7,18). E deve compiere ciò che sta scritto: Ringraziamo il Padre che ci ha fatti capaci di partecipare all’eredità dei santi nella luce; egli ci ha strappato al potere della tenebra e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore (Col 1,12-13).

 

DOMANDA 168: Con quale disposizione d’animo bisogna ricevere abito o calzature, comunque essi siano?

RISPOSTA: Se sono di misura inferiore o superiore alla statura, si manifesti il proprio bisogno con la debita modestia. Se invece si contende a motivo del poco pregio della cosa o per il fatto che non è nuova, ci si ricordi del Signore che dice: L’operaio — non semplicemente «chiunque»! — merita il suo nutrimento (Mt 10,10). E ci si esamini per vedere se si è fatto qualcosa degno dei precetti di Dio o delle sue promesse e allora non esigeremo nient’altro, ma anzi saremo in ansia per ciò che ci è stato dato, come chi ha ricevuto più di quanto meritasse. Infatti, ciò che è stato detto a proposito del cibo va preso come regola per tutto quello che è necessario al corpo.

 

DOMANDA 169: Se a un fratello più giovane è stato comandato di insegnare qualcosa a chi è più anziano di lui, come dovrà comportarsi?

RISPOSTA: Come uno che compie un servizio per comando del Signore Iddio e col timore che non gli avvenga di cadere sotto il giudizio di colui che ha detto: Maledetto chiunque fa le opere del Signore con negligenza (Ger 48,10). E stia anche in guardia perché non gli avvenga di gonfiarsi di orgoglio e di incappare così nella condanna del diavolo (1 Tm 3,6).

 

DOMANDA 170: Bisogna trattare allo stesso modo chi nel compiere il bene fa di più e chi fa di meno?

RISPOSTA: Parlando della remissione dei peccati, il Signore ha stabilito la norma dicendo: Le sono rimessi i suoi molti peccati, perché ha amato molto: colui poi al quale è rimesso poco, poco ama (Lc 7,47); e l’Apostolo, parlando degli anziani, ha fissato quanto segue: Gli anziani che esercitano bene la presidenza meritano un duplice onore, soprattutto quelli che si affaticano per la Parola e l’insegnamento (1 Tm 5,17). Ecco ciò che ritengo vada osservato in tutti i casi di questo genere.

 

DOMANDA 171: E se chi fa di meno si rattrista quando gli venga anteposto chi è più pio di lui, come comportarsi?

RISPOSTA: Costui viene chiaramente condannato per malignità in base a quella parabola del Vangelo nella quale il Signore dice a quelli che si sono rattristati perché alcuni erano stati remunerati allo stesso modo di loro: Forse il tuo occhio è maligno perché io sono buono? (Mt 20,15)

Ed è manifesto su costui e su quanti sono come lui la condanna di Dio che dice per mezzo del profeta: A nulla è stato ridotto dinanzi a lui colui che commette il male: ma il Signore glorificherà quelli che temono (Sal 14,4).

 

DOMANDA 172: Con quale timore o con quale piena certezza o quale disposizione d’animo, noi dobbiamo ricevere il corpo e il sangue di Cristo?

RISPOSTA: Il timore ci viene insegnato dall’Apostolo che dice: Chi mangia e beve indegnamente, mangia e beve la propria condanna (1 Cor 11,29); quanto alla piena certezza, essa viene infusa dalla fede nelle parole del Signore che ha detto: Questo è il mio corpo che è dato per voi: fate questo in memoria di me (Lc 22,19), e ancora, dalla fede nella testimonianza di Giovanni che, dopo avere esposto la gloria del Verbo, aggiunge il modo dell’incarnazione dicendo: E il Verbo si è fatto carne ed ha abitato fra noi e noi abbiamo contemplate la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità (Gv 1,14). E l’Apostolo ha scritto: Pur essendo in forma di Dio, non stimò rapina l’essere uguale a Dio, ma svuotò sé stesso, prendendo forma di schiavo, fattosi simile agli uomini, e ritrovato nel sembiante come uomo, umiliò sé stesso, fattosi ubbidiente fino alla morte e a morte di croce (Fil 2,6-8).

Quando dunque l’anima, dopo aver creduto a queste parole e a tali e tanto grandi cose, viene a conoscere la maestà della gloria e ammira l’eccesso di tale umiliazione e ubbidienza — poiché egli, tanto grande, ha ubbidito al Padre fino alla morte per la nostra vita — allora io ritengo che essa attua la disposizione di amore verso quel Dio e Padre che non ha risparmiato il suo proprio Figlio, ma lo ha consegnato per noi tutti (Rm 8,32), e verso il suo Figlio Unigenito, che ha ubbidito fino alla morte per la nostra redenzione e salvezza. E può allora consentire con l’Apostolo, che dice a modo di regola a coloro che sono sani, in quale maniera si realizzi riguardo a ciò, la buona coscienza: Ci urge l’amore di Cristo, poiché consideriamo questo, che se uno solo è morto per tutti, allora tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro (2 Cor 5,14-15). Questo atteggiamento intimo e questa disposizione deve avere chi comunica al pane e al calice.

 

DOMANDA 173: È conveniente che, all’ora nella quale in casa ha luogo la salmodia, si faccia qualche colloquio?

RISPOSTA: No. Possono farlo soltanto coloro ai quali è affidato l’incarico e la cura della disciplina e della distribuzione dei lavori, ma anche loro solo per qualche necessità urgente: e neppure allora ciò va fatto in modo sconsiderato, bensì tenendo conto di ciò che conviene al luogo e alla disciplina, al decoro e alla necessità di non essere motivo di scandalo. A tutti gli altri è necessario il silenzio. Se infatti quando è il momento di parlare, e persino fra coloro ai quali è affidata la parola dell’insegnamento, si ordina al primo di tacere se qualcuno ha una rivelazione (1 Cor 14,30), quanto più nel tempo della salmodia non sarà necessario il silenzio a tutti.

 

DOMANDA 174: Come può uno eseguire i comandamenti del Signore con intima adesione dell’animo e con ardore?

RISPOSTA: Secondo la natura, l’esperienza di qualcosa di piacevole e di utile, e l’attesa stessa di questo, produce nell’anima adesione e ardore di desiderio.

Se dunque uno odia l’iniquità e l’ha in orrore e si purifica da ogni peccato  (Sal 118,163) - poiché è a causa di esso che l’anima sente indolenza e pigrizia per i decreti di Dio, come il corpo, a motivo della malattia, sente inappetenza e ripugnanza per i cibi - e se ha piena certezza che il comandamento di Dio è vita eterna e che sono veraci tutte le promesse fatte a coloro che lo osservano, allora si realizzerà per lui la disposizione d’animo di colui che ha detto: I giudizi di Dio sono veri, e a un tempo giustificati: desiderabili più dell’oro e di pietra preziosa molto, e più dolci del miele e del favo. E il servo tuo li custodisce: nel custodirli è retribuzione grande! (Sal 18,10-12)

 

DOMANDA 175: Da che cosa si vede che uno ama il fratello secondo il comandamento del Signore e come si rende manifesto chi non ama in tal modo?

RISPOSTA: Questi due atteggiamenti sono propri dell’amore: rattristarsi ed essere in ansia per ciò che danneggia l’amato, e rallegrarsi e lottare per ciò che torna a suo vantaggio.

Beato dunque chi fa lutto sul peccatore che si trova in terribile pericolo; e beato, chi si rallegra per colui che opera il bene e il cui guadagno è incomparabile, come sta scritto (Sal 18,12). Anche l’Apostolo Paolo attesta: Se un membro soffre, tutti i membri soffrono con lui (1 Cor 12,26), a motivo certamente dell’amore in Cristo, e se un membro è glorificato nella ricerca di piacere a Dio, evidentemente, tutti i membri prendono parte alla sua gioia (1 Cor 12,26). È manifesto che chi non ha queste disposizioni non ama il fratello.

 

DOMANDA 176: Quali sono quei nemici che ci viene ordinato di amare? E in che modo dobbiamo amarli? Solo facendo loro del bene oppure anche con la stessa disposizione intima? Ed è possibile ciò?

RISPOSTA: È proprio del nemico nuocere e tendere insidie. Chi dunque in qualunque modo arreca del danno può essere considerato un nemico: particolarmente poi il peccatore. Infatti, per quanto sta in lui, egli nuoce in diversi modi e tende insidie a chi vive con lui o lo incontra. E siccome l’uomo è fatto di anima e di corpo, quanto all’anima dobbiamo amare costoro confutandoli e ammonendoli e facendo di tutto per indurli alla conversione; quanto al corpo, invece, dobbiamo beneficarli se essi mancano di ciò che è necessario per vivere. Che poi l’amore stia nell’intima disposizione, è evidente a tutti. Come ciò sia possibile lo ha mostrato e insegnato il Signore che ha dimostrato l’amore del Padre e il proprio amore con l’ubbidienza fino alla morte per dei nemici, non per degli amici, come attesta l’Apostolo dicendo: La prova dell’amore di Dio per noi sta nel fatto che, quando ancora noi eravamo peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5,8-9). Ed esorta noi a fare lo stesso dicendo: Siate dunque imitatori di Dio come figli diletti e camminate nell’ amore, a esempio del Cristo che ci ha amati e ha consegnato sé stesso per noi, quale offerta e vittima a Dio (Ef 5,1-2).

Dio, che è buono e giusto, non ci avrebbe dato questo ordine se non ci avesse donato anche la possibilità di effettuarlo: e ha mostrato come ciò sia una necessità insita nella natura stessa. Anche le bestie amano naturalmente quelli che fanno loro del bene. E in che cosa l’amico ci fa tanto bene quanto i nemici? Essi ci procurano la beatitudine promessa dal Signore che ha detto: Beati siete voi, quando vi perseguiteranno e oltraggeranno e mentendo diranno di voi ogni male a causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché la vostra ricompensa è grande nei cieli (Mt 5,11-12).

 

DOMANDA 177: In che modo quelli che sono forti debbono portare le infermità di chi è debole? (Rm 15,1)

RISPOSTA: Se portare vuol dire prendere e curare secondo quanto sta scritto: Egli stesso ha assunto le nostre infermità e ha portato i nostri mali (Is 53,4) — non nel senso che egli abbia ammesso in sé stesso tutto ciò, ma nel senso che ha curato quelli che ne soffrivano — a questo si conformerà anche il modo e il criterio della penitenza con la quale i deboli verranno curati dalla premura dei più forti.

 

DOMANDA 178: Che vuol dire: Portate gli uni i pesi degli altri? (Gal 6,2) E quale legge adempiremo facendo ciò?

RISPOSTA: Questo è quanto è già stato detto prima. Il peccato è un grave peso che trascina l’anima nelle profondità dell’inferno. Lo prendiamo l’uno all’altro e lo portiamo via quando conduciamo i peccatori a conversione. Quanto poi all’uso del verbo «portare» in luogo di «prendere», esso è abituale anche alla gente di qui. Adempiremo in questo modo la legge del Cristo che ha detto: Non sono venuto a chiamare giusti, ma peccatori (Lc 5,32), e che ci ha imposto la legge seguente: Se tuo fratello pecca, va’ e riprendilo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello (Mt 18,15).

 

DOMANDA 179: Come può uno, senza l’amore, possedere una fede tale da spostare le montagne o dare tutto ciò che possiede ai poveri o consegnare il suo corpo per essere bruciato?

RISPOSTA: Ricordiamo il Signore che ha detto: Tutte le loro opere, le fanno per essere osservati dagli uomini (Mt 6,5), e ricordiamo la sua risposta a quelli che dicevano: Signore, Signore, non è nel tuo nome che abbiamo profetizzato? e nel tuo nome cacciato i demoni? e nel tuo nome che abbiamo fatto molte opere di potenza? (Mt 7,22) Ad essi egli dice: Non so donde siete (Lc 13,27), e ciò non perché mentissero, ma perché avevano abusato della grazia di Dio secondo le proprie volontà, il che è estraneo all’amore di Dio. Considerando dunque tutto ciò non ci sarà difficile comprendere ciò che è stato detto.

Che poi il carisma o il dono di Dio possa essere ricevuto anche da chi è indegno, non c’è nulla di strano: Dio, nel tempo della benignità e della longanimità (Rm 2,4), fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni (Mt 5,45), e spesso agisce così anche per il vantaggio di quello stesso che riceve il carisma affinché, confuso per la bontà di Dio, sia spinto a cercare di piacere a Dio. Oppure lo fa anche per il vantaggio di altri, secondo quanto è stato detto dall’Apostolo: Vi è chi annuncia il Cristo anche per invidia e contesa, ma altri lo fa per volontà buona (Fil 1,15), ed aggiunge subito dopo: Purché, in ogni modo, sia per pretesto sia con verità, Cristo venga annunciato, anche in ciò mi rallegro (Fil 1,18).

 

DOMANDA 180: Con quale disposizione d’animo e quale attenzione dobbiamo ascoltare quelli che ci fanno la lettura durante il pasto?

RISPOSTA: Con maggiore piacere di quello che abbiamo nel mangiare e nel bere, affinché la mente non si mostri distratta nei piaceri del corpo, ma anzi goda di più delle parole del Signore che di essi, con la stessa disposizione d’animo di colui che disse: Sono più dolci del miele e del favo (Sal 18,11).

 

DOMANDA 181: Se alcune fraternità sono vicine l’una all’altra e una sia nell’indigenza, ma l’altra si dimostri poco incline ad aiutare, quale atteggiamento deve tenere la fraternità povera nei confronti di quella che non aiuta?

RISPOSTA: Coloro ai quali è stato insegnato a dare nell’amore di Cristo anche la propria vita gli uni per gli altri, come possono lesinare ciò che riguarda il corpo? È come se avessero dimenticato la parola: Ebbi fame e non mi avete dato da mangiare (Mt 25,42). Ma se ciò accade, quelli che sono poveri devono mostrarsi longanimi e imitare Lazzaro, nella piena certezza della consolazione che li attende nel secolo futuro. 

 

DOMANDA 182: Da quali frutti si deve giudicare se uno rimprovera il fratello che pecca per un sentimento di compassione? 

RISPOSTA: Prima di tutto dalle caratteristiche proprie della compassione, secondo la parola dell’Apostolo: Se un membro soffre, tutti i membri soffrono con lui (1 Cor 12,26), e: Chi è che subisce scandalo e io non bruci? (2 Cor 11,29)

E, inoltre, se mostra lo stesso dolore per qualsiasi peccato e se si rattrista e fa lutto per tutti coloro che peccano, sia che pecchino contro di lui sia contro un altro. E infine, se il suo rimprovero non va contro al modo che ci ha tramandato il Signore.

 

DOMANDA 183: Se accade che alcuni che vivono nella fraternità siano in disaccordo fra di loro, c’è qualche pericolo nell’essere condiscendenti con loro per motivi di carità?

RISPOSTA: Il Signore ha detto: Padre, concedi che come io e tu siamo uno, così anche essi siano uno in noi (Gv 17,21) e l’ Apostolo ha scritto: Abbiate un animo solo; un unico sentire (Fil 2,2), e gli Atti degli Apostoli raccontano che i credenti erano un cuore solo e un’anima sola (At 4,32).

Dunque, quelli che hanno dissensi fra di loro sono estranei a quanto è stato detto. L’amore ben ordinato osserva la parola: Chi ama, ha cura di castigare (Pr 13,24); L’amore disordinato, quale che sia, è riprovato, poiché il Signore ha detto: Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me (Mt 10,37).

 

DOMANDA 184: Come può uno, sia quando esorta come quando rimprovera, non solo darsi cura di parlare con scienza, ma anche conservare la debita disposizione d’animo tanto verso Dio quanto verso coloro ai quali parla?

RISPOSTA: Se si ricorda dell’Apostolo che dice: Ci si consideri come servi di Cristo ed economi dei misteri di Dio ( 1Cor 4,1), non amministrerà, di sua autorità, una specie di scienza sua propria, ma compirà un servizio di Dio, curando le anime riscattate dal sangue di Cristo. E lo farà con timore e tremore nei confronti di Dio, secondo colui che ha detto: Non parliamo per piacere agli uomini, ma a Dio che prova i nostri cuori (1 Ts 2,4), e con affetto e viscere di misericordia per quelli che ascoltano, facendo ciò che è stato detto: Come una nutrice cura teneramente i suoi propri figli, così, nel nostro grande desiderio di voi, vogliamo trasmettervi non solo il Vangelo di Dio, ma anche la nostra stessa vita (1 Ts 2,7-8).

 

DOMANDA 185: Se in una conversazione uno vede che gli ascoltatori sono impressionati da ciò che dice, e ne gode, come potrà accorgersi se si rallegra per buona disposizione d’animo o per una qualche sua passione?

RISPOSTA: Se pone la sua gioia soltanto nelle lodi, è chiaro che è mosso dalla propria passione.

Renda grazie a Dio se invece è mosso da tutt’altri sentimenti: se si accorge cioè che quelli che lo lodano hanno subito compreso ciò che hanno udito, e si rallegra di avere seminato la speranza della docilità. Può accadergli pure, mentre cerca in seguito il loro vantaggio, di gioire nel riconoscere che alle lodi fatte sono seguite le buone opere; o di dover riconoscere invece con tristezza che chi lo aveva lodato non ha tratto alcun vantaggio dalle sue parole. In tutti questi casi renda grazie a Dio, perché ha ottenuto di avere sentimenti da amico di Dio e amante dei fratelli, che non ricerca la propria gloria, ma la gloria di Dio e l’edificazione dei fratelli.

 

DOMANDA 186: Poiché ci è stato insegnato che dobbiamo avere un amore tale da dare anche la vita per gli amici, chiediamo di sapere per quali amici si debba essere disposti a questo.

RISPOSTA: È opportuno distinguere fra la disposizione intima e i modi di attuarla: Poiché, spesso, altro è ciò che si deve subire per dei peccatori, e altra la sollecitudine da mostrare per dei giusti. Ci à stato però insegnato che, quanto a dimostrare amore fino alla morte, ciò va fatto sia per i giusti che per i peccatori, senza alcuna discriminazione. È detto: La prova dell’ amore di Dio per noi sta nel fatto che, quando ancor a noi eravamo peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5,8-9), e ai santi invece l’Apostolo dice: Come una nutrice cura teneramente i suoi propri figli, così, nel nostro grande desiderio di voi vogliamo trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma anche la nostra stessa vita, poiché ci siete divenuti carissimi (1 Ts 2,7-8).

 

DOMANDA 187: È conveniente che  ciascuno riceva qualcosa dai suoi congiunti secondo la carne?

RISPOSTA: Certo è necessario che i parenti rendano a quelli che si accostano al Signore ciò che loro spetta, e senza sottrarre nulla per non soggiacere al giudizio di sacrilegio. Ma se poi questi fratelli consumano tali cose sotto gli occhi della fraternità alla quale dovevano essere trasferite, ciò può spesso costituire per loro motivo di innalzamento, e per i poveri che si sono accostati alla stessa vita, un’occasione di tristezza. Così accade ciò di cui i Corinti sono stati accusati dall’Apostolo: Voi confondete quelli che non hanno (1 Cor 11,22). Perciò colui al quale è affidata la cura delle Chiese dei vari luoghi, se e fedele è capace di amministrare con prudenza, si comporti con i fratelli come avveniva con quelli di cui parlano gli Atti degli Apostoli e che portavano ciò che avevano  deponendolo ai piedi degli apostoli (At 4,35). Non è di tutti l’amministrare queste cose, ma soltanto di coloro che, dopo essere stati esaminati, sono stati stabiliti per questo: così, anche ciò che viene dato da costoro, l’incaricato lo amministrerà come avrà giudicato meglio.

 

DOMANDA 188: Come dobbiamo considerate quelli che un tempo abitavano con noi oppure i nostri parenti quando vengono a trovarci?

RISPOSTA: Come il Signore ha mostrato e insegnato quando gli fu annunciato: Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e vogliono vederti (Lc 8,20). A chi annunciava risponde in tono di rimprovero: Chi e mia madre e chi sono i miei fratelli? Poiché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è mio fratello e sorella e madre (Mt 12,48-50).

 

DOMANDA 189: E se supplicano per ricondurci a casa, bisogna dar loro retta?

RISPOSTA: Se è per l’edificazione della fede, colui che può andare in modo da edificare, dopo essere stato esaminato, venga mandato. Se si tratta invece di qualche convenienza umana, ascolti il Signore che, a chi gli aveva detto: Permettimi prima di andare a prendere congedo dai miei, risponde: Chiunque ha messo mano all’aratro e si volta indietro non è adatto per il Regno di Dio (Lc 9,61-62). Se è tale il giudizio di chi voleva prendere congedo una sola volta, che dire nel nostro caso?

 

DOMANDA 190: Dobbiamo aver compassione dei nostri parenti secondo la carne, per desiderio della loro salvezza?

RISPOSTA: Colui che è stato generato dallo Spirito conforme a ciò che ha detto il Signore (Gv 3,8) e ha ricevuto il potere di divenire figlio di Dio (Gv 1,12), si vergogna della parentela secondo la carne e riconosce invece come propri familiari quelli che gli sono congiunti a motivo della fede e ai quali il Signore rende testimonianza così: Madre mia e fratelli miei sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica (Lc 8,21). E abbia costui compassione di tutti coloro che si allontanano dal Signore: e dei congiunti secondo la carne come di tutti gli altri. Se poi qualcuno che ha per loro un affetto maggiore, ritiene di avere come avvocato della sua passione l’Apostolo che dice: Vorrei essere io stesso anatema, separato dal Cristo, per i miei fratelli, miei congiunti secondo la carne (Rm 9,3), impari da ciò che segue come non si tratti della parentela secondo la carne, bensì di Israele e l’Apostolo intende onorare ciò che di peculiare Dio ha fatto per lui. Non parla dunque così per il fatto che gli israeliti erano suoi parenti, ma piuttosto perché suoi parenti secondo la carne erano quegli israeliti, ai quali Dio aveva concesso sì grandi e tali benefici. poiché ad essi appartenevano l’adozione e la gloria, ad essi la legislazione e il culto, ad essi i patti e le promesse, ad essi i padri; poiché da essi è il Cristo secondo la carne (Rm 9,4-5). Per tutto ciò egli tiene in tanto conto la loro salvezza: non considera la parentela, bensì l’incarnazione del Signore per loro, lui che ha detto: Non sono stato mandato che per le pecore perdute della casa d’Israele (Mt 15,53).

 

DOMANDA 191: Chi è il mite?

RISPOSTA: Chi rimane immutabile nelle decisioni che ha prese nel suo zelo di piacere a Dio.

 

DOMANDA 192: Qual è la tristezza secondo Dio e quale quella del mondo?

RISPOSTA: È secondo Dio quando ci si rattrista per la trasgressione di un comandamento di Dio, come sta scritto: Lo scoraggiamento mi ha preso, a motivo dei peccatori che abbandonano la tua legge (Sal 118,53).

È invece tristezza del mondo quando ciò che rattrista sia qualcosa di umano e di degno del mondo.

 

DOMANDA 193: Qual è la gioia nel Signore? E di che cosa, se lo facciamo, dobbiamo rallegrarci?

RISPOSTA: È gioia nel Signore rallegrarsi per ciò che viene fatto secondo il suo comandamento. Quando dunque facciamo i comandi del Signore o soffriamo qualcosa per il suo nome, dobbiamo rallegrarci e congratularci a vicenda.

 

DOMANDA 194: Qual è il lutto che ci rende degni della beatitudine pronunciata dal Signore? (Mt 5,5)

RISPOSTA: Questa domanda è già contenuta in quella sulla tristezza secondo Dio (Regola breve 192): siamo resi degni della beatitudine quando facciamo lutto per i peccati, sia per l’oltraggio recato a Dio, perché chi trasgredisce la legge oltraggia Dio, sia per quelli che sono in pericolo di peccare. È detto infatti: L’anima che pecca, quella morrà (Ez 18,4). E dobbiamo imitare colui che ha detto: Farò lutto su molti che hanno peccato (2 Cor 12,21).

 

DOMANDA 195: In che modo è possibile fare tutto a gloria di Dio?

RISPOSTA: Quando facciamo tutto per amore di Dio, secondo il suo comandamento, e senza guardarci attorno in nulla per cercare le lodi che vengono dagli uomini. E inoltre, quando ci ricordiamo dovunque di ciò che ha detto il Signore: Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, in modo che vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli (Mt 5,16).

 

DOMANDA 196: In che modo si può mangiare e bere a gloria di Dio?

RISPOSTA: Ricordandoci del benefattore, e con quella disposizione dell’anima, che si manifesta nell’atteggiamento del corpo - per cui non si mangia come chi non si dà pensiero di nulla, ma come chi ha Dio che lo guarda. E inoltre se il fine per cui si prende cibo non è quello di uno schiavo del ventre, che mangia per il piacere, ma di un operaio di Dio, che mangia per avere vigore nelle opere che sono conformi al comandamento del Cristo.

 

DOMANDA 197: Come può la destra far qualcosa in modo che la sinistra non lo sappia?

RISPOSTA: Quando la mente, tutta protesa e non distratta nella sua brama di piacere a Dio, integra nel suo slancio, non vien meno al proprio dovere, lotta secondo le regole. Allora, di nulla, neppure di un altro membro, si dà pensiero, ma soltanto di quanto giova a ciò che ha fra mano: proprio come l’artigiano che, per ogni singola opera, guarda soltanto a quello strumento che è utile per compierla.

 

DOMANDA 198: Che cos’è l’umiltà e come possiamo conseguirla?

RISPOSTA: Umiltà è considerare tutti superiori a noi, secondo la regola data dall’Apostolo (Fil 2,3). La si consegue prima di tutto ricordando il comando del Signore: Imparate da me, poiché sono mite e umile di cuore (Mt 11,29) - e questo lo ha egli stesso mostrato e insegnato in molti luoghi e in vari modi -; e inoltre credendo alla sua promessa: Chi si umilia sarà innalzato (Lc 14,11).

Bisogna poi avere cura di esercitarsi nelle opere dell’umiltà in modo regolare e ininterrotto, in qualsiasi occasione. Soltanto con questa fatica si potrà ottenere, con un esercizio continuo, l’abito dell’umiltà: così avviene abitualmente anche per le arti. Uguale è il modo di conseguire ogni altra virtù che ci è comandata dal Signore nostro Gesù Cristo.

 

DOMANDA 199: In che modo è possibile avere l’animo pronto a esporci anche ai pericoli per il comandamento del Signore?

RISPOSTA: Prima di tutto ricordando che lo stesso Signore per noi ha ubbidito al Padre fino alla morte (Fil 2,8). In secondo luogo, bisogna essere pienamente certi della potenza del comando, poiché esso è vita eterna, come sta scritto (Gv 12,50). E bisogna poi credere al Signore che ha detto: Chi vuole salvare la sua anima la perderà; ma chi perderà la sua anima a causa mia e del vangelo, la salverà (Mc 8,35).

 

DOMANDA 200: Quelli che già in precedenza si sono affaticati nell’opera di Dio, in che modo possono essere utili a chi entra ora nella fraternità?

RISPOSTA: Se hanno forze fisiche, col mostrare una sollecitudine scevra da pigrizia e con l’offrire se stessi come modello di ogni opera buona. Se sono deboli, saranno utili con quell’atteggiamento che rivela sia nel volto come in ogni movimento la piena certezza di essere guardati da Dio e di avere il Signore presente. Saranno inoltre di aiuto se mostreranno in se stessi quelle proprietà dell’amore che l’Apostolo ha enumerate, dicendo: L’amore è longanime, è benigno, non invidia, non ama l’ostentazione, non si gonfia, non fa nulla di sconveniente, non cerca le cose proprie, non si irrita, non pensa il male, non si rallegra dell’ingiustizia, ma gode della verità; tutto soffre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. L’amore mai viene meno (1 Cor 13,4-8). Tutte queste cose possono compierle anche quelli che sono deboli nel corpo.

 

DOMANDA 201: Come è possibile non essere mai distratti nella preghiera?

RISPOSTA: Se si è pienamente certi di essere sotto gli occhi di Dio. Se infatti uno guarda un principe o un superiore e parla con lui, il suo occhio non è distratto: quanto più chi prega Dio avrà la mente intenta senza distrazioni in colui che scruta i cuori e i reni. E Così adempie ciò che sta scritto: Elevate mani pie, senza collera ne disputa (1 Tm 2,8).

 

DOMANDA 202: È possibile non essere mai distratti in nulla? E questo, come lo si può realizzare?

RISPOSTA: Che sia possibile lo ha mostrato colui che ha detto: Gli occhi miei, sempre verso il Signore (Sal 24,15): Tenevo sempre il Signore davanti a me — poiché è alla mia destra — per non vacillare (Sal 15,8). Come questo lo si possa realizzare, è già stato detto: se cioè, non viene dato all’anima nessuno spazio di tempo nel quale non pensi a Dio, alle opere di Dio e ai suoi doni, e per tutto celebri il Signore e renda grazie.

 

DOMANDA 203: È dato a tutti nella stessa misura di compiere opere buone conformi al comandamento, oppure a chi più e chi a meno?

RISPOSTA: Che non ci sia una stessa misura per tutti e che all’uno sia affidato di più e produca di più e l’altro meno, è evidente dalle parole del Signore: Colui che ha ricevuto il seme nella terra buona, questi è chi ascolta la parola e la comprende: costui porta molto frutto, e chi produce il cento, chi il sessanta, chi il trenta (Mt 13,23); questo avviene anche per coloro che avevano ricevuto le mine (Lc 19.16). E il Signore dice ancora: A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno (Mt 25,15).

 

DOMANDA 204: In che modo si ottiene di divenire partecipi dello Spirito Santo?

RISPOSTA: Il Signore nostro Gesù Cristo ha insegnato: Se mi amate, osservate i miei comandamenti. E io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore, perché rimanga con voi in eterno, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere (Gv 14,15-17).

Finché dunque non osserveremo tutti i comandamenti del Signore, e non saremo tali che il Signore possa attestare di noi: Voi non siete di questo mondo (Gv 15,19), non aspettiamoci neppure di essere resi degni dello Spirito Santo.

 

DOMANDA 205: Quali sono i poveri in spirito? (Mt 5,3)

RISPOSTA: II Signore dice: Le parole che io vi ho detto sono Spirito e sono vita (Gv 6,64); e ancora: Lo Spirito Santo vi insegnerà tutto e vi ricorderà ciò che io vi ho detto (Gv 14,26); e: Non parlerà da sé stesso, ma tutto ciò che ode da me, questo dirà (Gv 16,13). Questi sono perciò i poveri in spirito, quelli cioè che non sono divenuti poveri per altra causa che non sia l’insegnamento del Signore che ha detto: Va’, vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri (Mt 19,21). Se però uno accetta la povertà in cui venga a trovarsi per un motivo qualsiasi e la vive secondo la volontà di Dio come Lazzaro, neppure costui è estraneo a quella beatitudine.

 

DOMANDA 206: II Signore ci ha comandato di non preoccuparci di che mangeremo, di che berremo o di che ci vestiremo (Mt 6,31). Fin dove dobbiamo ritenere si estenda questo comandamento? E come compierlo?

RISPOSTA: Questo comandamento, come del resto ogni comandamento, si estende fino alla morte. Infatti il Signore ha ubbidito fino alla morte (Fil 2,8). E lo si compie mediante la fiducia in Dio. poiché il Signore, proibendoci la preoccupazione, aggiunge la promessa: Il vostro Padre celeste sa ciò di cui avete bisogno, prima che glielo chiediate (Mt 6,32). Tale era il sentire dell’Apostolo che dice: Abbiamo avuto la sentenza della morte, affinché non mettiamo la nostra fiducia in noi stessi, ma in Dio che risuscita i morti (2 Cor 1,9): ogni giorno in stato di morte, quanto alla sua volontà e disponibilità, custodito però dalla benevolenza di Dio. Perciò diceva con franchezza: Come moribondi, ed ecco che viviamo (2 Cor 6,9).

A vivere così, ci aiuta anche l’ardente sollecitudine per i comandamenti del Signore e la brama insaziabile di essi, poiché chi è preso da tale brama non ha neppure il tempo di distrarsi per le esigenze del corpo.

 

DOMANDA 207: Dunque, se non bisogna preoccuparsi delle necessità della vita e poiché c’è anche un’altra promessa del Signore che ha detto: Lavorate, non per il cibo che perisce (Gv 6,27), è superfluo lavorare?

RISPOSTA: II Signore stesso ha spiegato in entrambi i luoghi il suo precetto. Infatti, là dove proibisce di cercare ciò che è necessario alla vita, dicendo: Non cercate ciò che mangerete o ciò che berrete poiché sono le genti di questo mondo che cercano tutte queste cose, da un precetto dicendo: Cercate invece il Regno di Dio e la sua giustizia (Mt 6,31-33). E per mostrare come si debba cercarlo, indica le azioni adeguate. Quando poi ha proibito di lavorare per il cibo che perisce, ha insegnato a lavorare per il cibo che rimane per la vita eterna (Gv 6,27): e quale esso sia, lo ha manifestato in altro luogo dicendo: Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato, il Padre (Gv 4,34). Se poi è volontà di Dio dar da mangiare a chi ha fame, dar da bere a chi ha sete, vestire chi è ignudo, ecc. (Mt 25,35-36), allora è assolutamente necessario imitare l’Apostolo che dice: Vi ho mostrato in tutti i modi che è faticando così che bisogna venire in aiuto dei deboli (At 20,35). E dobbiamo ubbidire al suo insegnamento: Piuttosto si affatichi operando il bene con le sue mani, per avere da dare a chi ha bisogno (Ef 4,28). È dunque palese da quanto ci è stato trasmesso dal Signore mediante il Vangelo e l’Apostolo che essere preoccupati o lavorare per se stessi è assolutamente proibito, mentre invece, secondo il comandamento del Signore, bisogna essere particolarmente solleciti nel preoccuparsi e nel lavorare per le necessità del prossimo: soprattutto perché il Signore accoglie come rivolta a lui, la sollecitudine che si usa per chi è consacrato a lui, e per essa promette il Regno dei Cieli.

 

DOMANDA 208: È bene praticare sempre il silenzio?

RISPOSTA: L’utilità del silenzio dipende dal momento e dalle persone, come impariamo dalla Scrittura ispirata.

Dal momento, poiché dice: In quel tempo il prudente tacerà, poiché è un tempo cattivo (Am 5,13); e ancora: Ho posto una guardia alla mia bocca, mentre il peccatore stava davanti a me (Sal 38,2).

Dalle persone, poiché l’Apostolo scrive: Se qualcun altro che è seduto ha una rivelazione, il primo taccia (1 Cor 14,30); e ancora: Le vostre mogli nelle assemblee tacciano (1 Cor 14,34).

Ci sono poi di quelli che sono intemperanti nel parlare e che non sono capaci di osservare ciò che sta scritto: Non esca dalla vostra bocca nessuna parola viziosa, ma piuttosto ogni parola buona per l’edificazione della fede (Ef 4,29). A costoro è necessario il silenzio totale, finche con questo mezzo venga curata la passione della temerarietà del linguaggio ed essi possano avere agio di imparare quando, che cosa e come bisogna parlare, per dare grazia a chi ascolta (Ef 4,29), come sta scritto.

 

DOMANDA 209: In che modo possiamo avere timore dei giudizi di Dio?

RISPOSTA: Secondo la natura, l’attesa di qualsiasi male è generatrice di timore. Così, noi abbiamo timore delle belve e dei principi, quando ci aspettiamo di dover subire qualche male da parte loro. Se dunque qualcuno crede che le minacce del Signore sono veraci e si aspetta di farne la terribile e durissima esperienza, costui teme i giudizi di Dio.

 

DOMANDA 210: Che cos’è quella «tenuta decorosa» di cui parla l’Apostolo?

RISPOSTA: È l’uso dell’abito per il suo scopo proprio, un uso cioè dignitoso, adatto al momento, al luogo, alla persona, al bisogno. Infatti la ragione non sceglie gli stessi indumenti d’inverno e d’estate, né è identico l’abito di chi lavora e quello di chi riposa, di chi serve e di chi viene servito, del soldato e del civile, dell’uomo e della donna.

 

DOMANDA 211: Qual è la misura dell’amore verso Dio?

RISPOSTA: Protendere sempre la propria anima, al di là delle sue forze, nel compimento della volontà di Dio, nella ricerca e nella brama della sua gloria.

 

DOMANDA 212: In che modo si ottiene l’amore verso Dio?

RISPOSTA: Se abbiamo consapevolezza dei suoi benefici e ne siamo riconoscenti: il che, peraltro, si verifica anche fra gli animali senza ragione. Vediamo, infatti, come i cani amino soltanto chi da loro del pane; questo anzi lo impariamo anche dalle accuse che Dio rivolge mediante il profeta Isaia: Ho generato dei figli e li ho esaltati ma essi mi hanno disprezzato. Il bue ha conosciuto il suo padrone e l’asino la greppia del suo signore. Ma Israele non ha conosciuto me e il popolo mio non ha compreso (Is 1,2-3).

Come infatti nel bue e nell’asino nasce spontaneamente l’amore per chi li nutre a motivo del beneficio che da lui ricevono, Così anche noi, se riceviamo i benefici con consapevolezza e gratitudine, come potremo non amare quel Dio che è autore di tali e tanto grandi benefici, quando secondo la natura, per così dire, e senza che nessuno lo insegni tale affetto nasce nell’anima sana?

 

DOMANDA 213: Quali sono i segni distintivi dell’amore verso Dio?

RISPOSTA: II Signore stesso ce lo ha insegnato, dicendo: Se mi amate, osservate i miei comandamenti (Gv 14,15).

 

DOMANDA 214: Che differenza c’è fra la benignità e la bontà?

RISPOSTA: Davide ha detto: Benigno è il Signore con tutti (Sal 144,9), e Benigno è l’uomo che ha compassione e presta (Sal 11,5), ma anche: Fai del bene, Signore, ai buoni (Sal 124,4). E Geremia ha detto: Buono è il Signore con chi lo aspetta (Lam 3,25). Ritengo pertanto che la benignità abbia un’estensione più vasta e benefichi chiunque abbia bisogno di essere beneficato; invece la bontà è cosa più ristretta e che usa, nel beneficare, i criteri della giustizia

 

DOMANDA 215: Chi è il facitore (Mt 5,9) di pace che dal Signore e dichiarato beato?

RISPOSTA: È colui che collabora col Signore, secondo quanto ha detto l’Apostolo: Noi siamo ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo per Cristo: riconciliatevi con Dio (2 Cor 5,20); e ancora: Giustificati dalla fede, abbiamo pace con Dio (Rm 5,1). Quella pace invece che si presenta in modo diverso viene rinnegata dal Signore che ha detto: Vi do la mia pace: ve la do non come il mondo la dà (Gv 14,27).

 

DOMANDA 216 In che senso dobbiamo convertirci e diventare come i bambini? (Mt 18,3)

RISPOSTA: La stessa pericope evangelica ce lo insegna dichiarando il motivo per cui questo viene detto: e cioè, affinché noi non cerchiamo alcuna superiorità, ma invece riconosciamo l’uguaglianza della natura e amiamo questa uguaglianza in coloro che in qualche cosa sembrano essere inferiori. Tali sono, infatti, i bambini fra di loro, almeno quelli che ancora non si sono abituati alla malizia di coloro con cui vivono.

 

DOMANDA 217: In che modo possiamo accogliere il Regno di Dio come un bambino?

RISPOSTA: Se nei confronti dell’insegnamento del Signore noi siamo come è il fanciullo nei suoi studi: non contraddice né contende con i maestri, ma accoglie ciò che viene insegnato con fede e docilità.

 

DOMANDA 218: Qual è l’intelligenza che dobbiamo chiedere a Dio, e come possiamo ottenerla?

RISPOSTA: Quale sia questa intelligenza lo impariamo da Dio stesso mediante il profeta che dice: Non si glori il sapiente nella sua sapienza, non si glori il forte nella sua forza, e non si glori il ricco nella sua ricchezza, ma in questo si glori chi si gloria: nel comprendere e nel conoscere il Signore (Ger 9,23-24). E ancora lo impariamo mediante l’Apostolo che dice: Comprendete quale sia la volontà del Signore (Ef 5,17).

Possiamo poi ottenere tale intelligenza se faremo ciò che sta scritto: Cessate e sappiate che io sono Dio (Sal 45,11), e se crederemo che ogni parola di Dio è verace: Se non crederete — è detto — neppure comprenderete (Is 7,9b).

 

DOMANDA 219: Se veniamo beneficati da qualcuno, in che modo potremo dare al Signore il rendimento di grazie che gli è dovuto, puro e integro, e allo stesso tempo dare al benefattore ciò che è giusto senza restare al disotto, ma senza neppure superare la misura?

RISPOSTA: Se saremo pienamente certi che Dio è l’autore e perfezionatore di ogni bene; e se riconosceremo colui che ci procura qualcosa come un ministro del beneficio di Dio.

 

DOMANDA 220: Conviene permettere a chiunque lo voglia di incontrarsi con le sorelle? Oppure, a chi si può permettere di avere un colloquio con le sorelle? E quando e come?

RISPOSTA: Si è già detto nelle «ampie» (Regole Ampie 33 e 45) che neppure con un uomo può chiunque, di sua iniziativa, avere un colloquio così semplicemente e come capita, ma solo chi sia stato esaminato e si sappia che può essere di giovamento e trarre egli stesso vantaggio dall’incontro. Tanto più questo varrà per un colloquio con una donna. Se poi ci si ricorda che il Signore ha detto: Gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio di ogni parola oziosa che avranno detto (Mt 12,36), in ogni occasione si temerà un tale giudizio e si ubbidirà all’Apostolo che ha detto: Sia che mangiate, sia che beviate, o qualsiasi cosa facciate, tutto fate a gloria di Dio (1 Cor 10,31), e altrove: Che tutto avvenga in modo da edificare (1 Cor 14,26). In tal modo non si sopporta di far nulla oziosamente e senza utilità.

Quanto al «chi, quando e come», si deve ben considerare sia il momento che il luogo e la persona perché non vi sia neppure il sospetto di qualcosa di cattivo: ci si guardi dal creare motivo di scandalo ad alcuno, e l’incontro sia per l’edificazione della fede. Ma neppure un incontro a quattr’occhi e opportuno permettere. È detto infatti: Buoni sono due più che uno (Qo 4,9). E anzi insieme danno più fiducia. Guai al solo, poiché se cade non c’è chi lo rialzi (Qo 4,10).

 

DOMANDA 221: Poiché il Signore ci insegna a pregare per non entrare in tentazione, si deve pregare anche per non cadere nei dolori del corpo? E se poi uno ci cade, come li dovrà superare?

RISPOSTA: II Signore non ha fatto distinzione fra le tentazioni, ma ha detto in generale: Pregate per non entrare in tentazione (Lc 22,40).

Chi poi vi sia già entrato, deve chiedere al Signore che con la tentazione gli venga dato il mezzo per poterla sopportare perché si compia per noi la parola: Chi avrà sopportato sino alla fine, costui sarà salvo (Mt 24,13).

 

DOMANDA 222: Chi è l’avversario (Mt 5,25) di ciascuno di noi? e in che modo dobbiamo metterci d’accordo con lui?

RISPOSTA: Il Signore in questo luogo chiama di proposito «avversario» colui che cerca di portar via qualcosa che serve a noi. Ci possiamo mettere d’accordo con lui se osserveremo il precetto del Signore che ha detto: A chi vuole farti un processo e prendere la tua tunica, lasciagli anche il tuo mantello (Mt 5,40): e così per ogni altra cosa.

 

DOMANDA 223: II Signore ha detto: Tu, quando digiuni, profumati la testa e lavati la faccia perché non appaia agli uomini che tu digiuni (Mt 6,17). Se dunque qualcuno, per un motivo gradito a Dio, vuole digiunare — come si sa che anche i santi spesso hanno fatto — ma, pur non volendo, viene visto, che fare?

RISPOSTA: Questo precetto è per quelli che si studiano di compiere il comandamento del Signore per essere visti dagli uomini, e serve a curare la loro passione di piacere agli uomini.

Che poi il comandamento del Signore, se è eseguito per la gloria di Dio, per natura sua difficilmente possa essere tenuto nascosto da quelli che amano Dio, lo ha mostrato il Signore dicendo: Una città che sia posta sulla cima di un monte non può essere nascosta. E neppure si accende una lampada e la si mette sotto il moggio (Mt 5,14-15).

 

DOMANDA 224: Anche adesso ci sono di quelli che lavorano fin dalla prima ora, e di quelli che lavorano dall’undicesima? (Mt 20,2) E chi sono?

RISPOSTA: Questo penso sia molto chiaro a tutti da ciò che viene narrato nella Scrittura ispirata: come cioè, secondo la testimonianza dell’Apostolo, ci siano molti che fin dall’infanzia hanno imparato le sacre lettere (2 Tm 3,15); molti anche che, come Cornelio, usano in modo sano dei moti naturali (At 10,2), ma giungono tardi alla perfezione secondo scienza, causa la mancanza di chi insegni. E come crederanno — dice — se non udranno? (Rm 10,14)

Se dunque accade vi sia qualcuno che, al modo di Cornelio, non sta occupato in nulla di cattivo, ma anzi per brama della perfezione, dà prova di tutto il bene che gli è possibile e che può giungere a conoscere, a costui Dio concede in grazia ciò che ha dato anche a Cornelio e non gli imputa a colpa il tempo d’inerzia trascorso, poiché, come ho detto, ciò non è accaduto per causa sua. Si accontenta invece del desiderio che mostrano col loro zelo quando se ne dà l’occasione e che si sforzano di attuare sino in fondo.

 

DOMANDA 225: Il Signore ha detto: Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono là in mezzo a loro (Mt 18,20): come dunque possiamo essere fatti degni di ciò?

RISPOSTA: Coloro che si sono riuniti nel nome di qualcuno devono assolutamente conoscere lo scopo che si propone chi li ha riuniti e a questo conformarsi per avere la grazia di piacergli e non soggiacere al giudizio di malizia o noncuranza. Come, infatti, quelli che vengono chiamati da qualcuno, se lo scopo di chi li ha chiamati e di fare la mietitura si preparano a questo, se lo scopo è di fare una costruzione si tengono pronti per la costruzione, allo stesso modo quelli che sono chiamati dal Signore devono ricordarsi dell’Apostolo che dice: Vi esorto io, prigioniero nel Signore, a condurre una vita degna della chiamata che avete ricevuto: in tutta umiltà, mitezza e longanimità, ubbidendovi a vicenda nell’amore; abbiate cura di conservare l’unità dello Spirito con il vincolo della pace. Un solo corpo e un solo Spirito, come siete stati anche chiamati a una sola speranza della vostra chiamata (Ef 4,1-4). II Signore poi ci presenta il tutto in modo particolarmente chiaro con la promessa che fa a ciascuno singolarmente: Se qualcuno mi ama custodirà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui (Gv 18,20). Come dunque presso costui tale dimora deriva dall’osservanza dei comandamenti, Così egli è pure in mezzo a due o tre (Mt 18,20), se si saranno conformati alla sua volontà. Se invece non si sono riuniti in modo degno della chiamata ne conformemente alla volontà di Dio, anche se pensano di essersi riuniti nel nome del Signore, si sentiranno dire: Perche mi chiamate: Signore, Signore! e non fate ciò che dico? (Lc 6,46)

 

DOMANDA 226: Poiché l’Apostolo ha detto: Insultati, benediciamo; calunniati, consoliamo (1 Cor 4,12), in che modo chi è insultato deve benedire o chi è calunniato, consolare?

RISPOSTA: In genere ritengo che qui l’Apostolo ci insegni, con il suo esempio, a usare tolleranza verso tutti e a ricambiare con beni quelli che ci fanno del male. poiché questo lo dobbiamo fare non solo per chi ci insulta, ma anzi nei confronti di chiunque ci faccia del male noi dobbiamo compiere ciò che e stato detto: Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene (Rm 12,21).

Quanto al «consolare», la Scrittura lo intende non secondo l’uso comune ma nel senso di indurre il cuore alla piena certezza della verità, come quando dice: Consolate il mio popolo, dice il Signore (Is 40,1). E l’Apostolo poi dice: Ho desiderio ardente di vedervi al fine di comunicarvi qualche dono spirituale per confermarvi, o piuttosto per essere insieme confortato fra di voi, mediante la comune fede, vostra e mia (Rm 1,11-12). E altrove: Il Dio che consola gli umili ci ha consolati con la venuta di Tito (2 Cor 7,6).

 

DOMANDA 227: È necessario che ciascuno sottoponga anche ad altri ciò che sente, oppure, nella piena certezza che ciò che fa è gradito a Dio, deve tenere la cosa per sé?

RISPOSTA: Memori di quella sentenza di Dio, che mediante il profeta ha detto: Guai a coloro che sono assennati ai propri occhi e di fronte a sé sapienti (Is 5,21), e dell’Apostolo che dice: Ho desiderio ardente di vedervi al fine di comunicarvi qualche dono spirituale per confermarvi, o piuttosto per essere insieme confortato fra di voi, mediante la comune fede, vostra e mia (Rm 1,11-12).

E memori di tutto ciò, riteniamo sia necessario che noi comunichiamo le nostre cose a chi è di una stessa anima con noi e ha dato prova di fede e di prudenza, affinché se qualcosa e errato sia corretto, se esatto sia confermato e Così noi possiamo sfuggire il giudizio — di cui abbiamo detto sopra — di coloro che sono assennati ai loro occhi.

 

DOMANDA 228: Bisogna compiere in ogni cosa la volontà di quelli che si scandalizzano, oppure c’è qualcosa per cui non si deve dissimulate, anche se alcuni si scandalizzano?

RISPOSTA: Abbiamo trattato chiaramente dei diversi casi al luogo proprio poiché eravamo stati interrogati, e abbiamo usato la massima precisione che ci era possibile (vedere Regole Brevi 64).

 

DOMANDA 229: Bisogna confessare senza vergogna a tutti le azioni proibite che si sono commesse oppure solo ad alcuni? E chi devono essere questi?

RISPOSTA: La confessione dei peccati ha la stessa motivazione che ha la manifestazione delle malattie del corpo. Come dunque gli uomini non svelano a tutti le malattie del corpo, né a chi capita, ma a chi è esperto nel curarli, Così anche la confessione dei peccati deve essere fatta a coloro che sono in grado di curare, come sta scritto: Voi che siete forti, portate le infermità dei deboli (Rm 15,1); portatele, cioè prendetene voi il peso con la vostra sollecitudine.

 

DOMANDA 230: Che cose il culto e che cos’è il culto razionale? (Rm 12,1: Vulgata)

RISPOSTA: Penso che il culto sia il servizio assiduo, continuo e senza distrazione reso a colui che si serve. La differenza fra il culto razionale e quello che non lo e, ce la presenta l’Apostolo, che da un lato, ha detto: Voi sapete che, quando eravate pagani, venivate trascinati irresistibilmente verso gli idoli muti (1 Cor 12,2), e dall’altro: Offrite i vostri corpi vittima vivente, santa, gradita a Dio: questo è il vostro culto razionale (“spirituale” secondo Bibbia CEI) (Rm 12,1: Vulgata). Chi infatti è trascinato irresistibilmente, presta un culto irrazionale, in quanto non è guidato dalla ragione, mosso dal proprio slancio e determinazione, ma portato, ad arbitrio di chi lo guida, contro sua volontà, da qualunque parte sia condotto. Chi invece, con sana ragione e buon consiglio unito a grande premura, ha di mira e realizza sempre e dovunque ciò che e gradito a Dio, questi adempie il comandamento del culto razionale, come colui che ha detto: Lampada ai miei piedi la tua legge, e luce ai miei sentieri (Sal 118,105), e ancora: E il mio consiglio sono i tuoi decreti (Sal 118,24).

 

DOMANDA 231: Se è un fratello che si comporta in modo cattivo nei miei confronti e mi è nemico, o magari anche un sacerdote, mi e lecito osservare anche verso di lui i comandi che mi sono stati dati per un nemico?

RISPOSTA: Il Signore, nei comandi concernenti i nemici, non ha fatto alcuna allusione a diversità di nemici e di inimicizia. Ha indicato piuttosto come più grave il peccato di coloro che sono superiori per dignità e ha detto nei loro confronti: Che hai tu da guardare la pagliuzza che e nell’occhio di tuo fratello? E la trave che è nel tuo occhio, quella non la noti? (Mt 7,3) Soprattutto dunque con costoro e con le persone più ragguardevoli c’è bisogno di sollecitudine e di attenzione: Così che anche di loro ci prendiamo la debita cura, esortando e rimproverando con la conveniente longanimità, In tal modo, dopo aver osservato nei loro confronti tutto il resto, secondo il comando del Signore, ci custodiremo anche in questo senso intemerati.

 

DOMANDA 232: Se qualcuno che riceve ingiuria da un altro, non lo riferisce a nessuno, per amore della longanimità e della sopportazione, pensando però di lasciare a Dio il giudizio, agisce secondo il Signore?

RISPOSTA: Il Signore ha detto: Perdonate, se avete qualcosa contro qualcuno (Mc 11,25), e: Se tuo fratello pecca contro di te, va’ e riprendilo fra te e lui solo. Se ascolta, avrai guadagnato tuo fratello; se non ti ascolta, prendi con te uno o due altri, affinché ogni questione sia stabilita sulla parola di due o tre testimoni. E se rifiuta di ascoltarli, dillo alla Chiesa; se poi non vuole ascoltare neppure la Chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano (Mt 18,15-17).

Bisogna manifestare il frutto della longanimità offrendo a Dio con sincerità d’animo la preghiera per chi ha fatto ingiuria, dicendo: Signore, non imputare loro questo peccato (At 7,59), per non divenire rei del giudizio, come chi va in collera con il suo fratello.

Nella stessa linea, è anche necessario ammonire e rimproverare chi ha fatto ingiuria, allo scopo di liberarlo dall’ira che viene sui figli della disubbidienza. Se poi uno non se ne dà cura e a motivo della sua longanimità passa la cosa sotto silenzio, commette un duplice peccato. da un lato, perché trasgredisce da parte sua il comando: Devi in ogni modo rimproverare il tuo prossimo e non devi assumerti per lui un peccato (Lv 19,17) e si mette in comunione con il peccatore a motivo del suo silenzio; dall’altro, perché lascia che perisca nel suo male chi forse poteva essere guadagnato per mezzo dei rimproveri, come il Signore ha comandato (Mt 18,15).

 

DOMANDA 233: Se fra tutte le buone opere a qualcuno ne manca una sola, può accadere che a motivo di ciò non si salvi

RISPOSTA: Poiché sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento sono molte le cose che possono trasmetterci piena certezza su questo punto, riteniamo sufficiente per chi crede anche soltanto il giudizio che viene dato a proposito di Pietro che, dopo tali e tanto grandi azioni e le beatitudini e le lodi che per esse vengono da parte del Signore, là dove in un’unica cosa sembra disubbidire — e ciò non per pigrizia né per disprezzo, ma per riverenza e per l’onore del Signore — solo per questo si sente dire: Se non ti lavo, non hai parte con me (Gv 13,8).

 

DOMANDA 234: In che modo si annuncia la morte del Signore.

RISPOSTA: Come il Signore ha insegnato dicendo: Se qualcuno viene a me, rinneghi sé stesso e prenda la sua croce (Mt 16,24). Anche l’Apostolo lo ha mostrato dichiarando: A me il mondo è crocifisso e io al mondo (Gal 6,14). Cosa che abbiamo già pattuito nel battesimo stesso: Quanti infatti - dice - siamo stati battezzati nel Cristo Gesù, e nella sua morte che siamo stati battezzati (Rm 6,3), e aggiunge, per spiegare cosa significhi essere battezzati nella morte del Signore: II nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse reso inoperante il corpo del peccato, affinché noi non serviamo più al peccato (Rm 6,3), ma piuttosto purificati da ogni attaccamento alla vita, diventiamo degni della testimonianza dell’Apostolo che ha detto: Voi siete morti e la vostra vita e nascosta col Cristo in Dio (Col 3,3). In tal modo potremo avere il coraggio di dire con franchezza: Viene il principe di questo mondo, ma in me non ha nessuna presa (Gv 14,30).

 

DOMANDA 235: Giova imparare molto della Scrittura?

RISPOSTA: Si possono distinguere in genere due ordini di persone, coloro cioè ai quali e stato affidato un ufficio di presidenza e coloro ai quali e richiesta la docilità e l’ubbidienza, secondo carismi diversi. Penso dunque che chi ha avuto l’incarico di presiedere e di occuparsi degli altri, deve sapere e imparare ciò che riguarda tutti, per insegnare a tutti i voleri di Dio e mostrare a ciascuno singolarmente ciò che in particolare lo concerne.

Quanto agli altri, ciascuno, ricordi la parola dell’Apostolo: Non abbiate un sentire più alto di quel che si debba, ma un sentire sobrio: ciascuno come Dio gli ha dispensato (Rm 12,3). Ognuno impari dunque diligentemente ciò che lo riguarda e questo faccia senza preoccuparsi d’altro, per divenire degno della parola del Signore: Vieni, servo buono: nel poco sei stato fedele, ti costituirò su molto (Mt 25,21).

 

DOMANDA 236: Coloro che hanno avuto il dono di imparare a memoria i quattro Vangeli, come devono accogliere questa grazia?

RISPOSTA: poiché il Signore ha dichiarato: A chi è stato affidato molto sarà richiesto di più (Lc 12,48), essi devono maggiormente temere ed essere pieni di sollecitudine, come l’Apostolo ha insegnato dicendo: Quali cooperatori, noi vi esortiamo a non ricevere invano la grazia di Dio (2 Cor 6,1). E ciò avviene quando noi ubbidiamo al Signore che dice: Sapendo queste cose, sarete beati se le farete (Gv 13,17).

 

DOMANDA 237: Qual è quell’anima che si orienta rettamente secondo la volontà di Dio?

RISPOSTA: Quella che ha accolto la proposta del Signore: Se qualcuno viene a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua (Mt 16,24). Poiché se uno non comincia prima di tutto col rinnegare sé stesso e prendere la croce, procedendo vedrà nascere da dentro a se gli ostacoli alla sequela del Signore.

 

DOMANDA 238: È possibile salmeggiare senza interruzione, o leggere, o trattare di cose serie concernenti le parole di Dio, senza che vi sia alcun intervallo per quelli a cui succeda di dover soddisfare ai bisogni più vili del corpo?

RISPOSTA: Riguardo a ciò l’Apostolo ci ha dato una regola dicendo: Tutto avvenga con decoro e ordine (1 Cor 14,40). Perciò bisogna piuttosto preoccuparsi del decoro e del buon ordine, e tener conto del momento e del luogo.

 

DOMANDA 230: Che cosa sono il tesoro buono e quello cattivo?

RISPOSTA: Il tesoro buono e questo: la comprensione di ogni virtù che nel Cristo possiamo compiere a gloria di Dio. II tesoro cattivo invece e l’intelligenza malvagia delle cose proibite dal Signore (Mt 12,35). È da questi due tesori che, secondo la parola del Signore, ciascuno estrae sia le cose buone che le cose cattive nelle proprie opere e parole.

 

DOMANDA 240: In che senso è detta larga la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione? (Mt 7,13)

RISPOSTA: Il Signore, nel suo grande amore per gli uomini, si è servito di nomi e parole propri alle cose note per presentare i dogmi della verità. Come dunque chi sulla terra devia dalla strada diritta si trova al largo, così si dice che chi esce dalla strada che conduce al Regno dei Cieli si trova in grande larghezza di errore. Ritengo sia questo il senso delle parole «larga» e «spaziosa». Infatti, anche per gli esperti nelle scienze profane «spazioso» equivale a «largo». Lo spazio, dunque, - cioè il luogo dell’errore - è largo e il suo termine è la perdizione.

 

DOMANDA 241: In che modo è stretta la porta e angusta la via che conduce alla vita? E in che modo entrare per essa? (Mt 7,14)

RISPOSTA: Anche qui «stretta» e «angusta» non stanno ad indicare due cose diverse, ma «angusto» rafforza l’idea di «stretto»; poiché la strada e talmente angusta da premere, cioè da stringere da ciascun lato il viaggiatore, in modo che è pericolosa qualsiasi deviazione sia a destra che a sinistra. È come su di un ponte dove chi devia da una qualsiasi parte, è preso dal fiume che scorre sotto. Perciò Davide dice: Lungo il cammino mi hanno posto insidie (Sal 139,6). Bisogna dunque che chi si è proposto di entrare nella vita per la via stretta e angusta, custodisca sé stesso da qualsiasi trasgressione e deviazione rispetto ai comandi del Signore e compia così quanto sta scritto: Non deviate né a destra né a sinistra (Dt 17,11).

 

DOMANDA 242: Che cosa vuol dire: Amatevi teneramente di amore fraterno? (Rm 12,10)

RISPOSTA: Tenero amore è l’intensità della dilezione, nel desiderio e nell’ardore di chi ama verso l’amato. Appunto perché la dilezione fraterna non sia superficiale, ma insita nell’animo e ardente, è detto: Amatevi teneramente di amore fraterno.

 

DOMANDA 243: Che cosa intende l’Apostolo dicendo: Adiratevi, ma non peccate: il sole non tramonti sulla vostra ira (Ef 4,26), mentre altrove aveva detto: Ogni amarezza, animosità e collera deve essere tolta da voi? (Ef 4,31)

RISPOSTA: Penso che qui l’Apostolo dica queste parole come fa talora il Signore. Come infatti il Signore nel Vangelo prima dice: È stato detto agli antichi questo, poi aggiunge: Ma io vi dico così (Mt 5,21-22), allo stesso modo, anche l’Apostolo qui prima ricorda il precetto antico che era stato dato a quelli che vivevano allora: Adiratevi, ma non peccate (Sal 4,5), e subito sotto aggiunge ciò che egli stesso indica come conveniente a noi, cioè: Ogni amarezza, animosità e collera deve essere tolta da voi (Ef 4,31).

 

DOMANDA 244: Che cosa vuol dire: Lasciate agire l’ira? (Rm 12,19)

RISPOSTA: Vuole dire che non dobbiamo opporre resistenza al malvagio, come sta scritto, ma anzi porgere a chi ci percuote sulla destra anche l’altra guancia (Mt 5,39), oppure anche: Se vi perseguitano in una città, fuggite nell’altra (Mt 10,23).

 

DOMANDA 245: Chi è prudente come il serpente e semplice come la colomba? (Mt 10,16)

RISPOSTA: È prudente come il serpente chi amministra l’insegnamento con attenta riflessione e considerazione di ciò che potrà facilmente indurre alla docilità gli ascoltatori. Ed è semplice come colomba chi neppure pensa a difendesi da chi lo insidia, ma permane nel suo retto agire, secondo il comando dell’Apostolo: Voi, fratelli non stancatevi di fare il bene (2 Ts 3,13). Il Signore ha infatti ordinato queste cose ai suoi discepoli nell’inviarli ad annunciare, poiché per questo avevano bisogno e di sapienza per persuadere e di capacità di sopportare quelli che tendevano insidie.

Così che, là dove il serpente seppe accostarsi con aspetto quanto mai blando e usare persuasive parole per distogliere da Dio e indurre al peccato (Gn 3,1-2), anche noi sappiamo scegliere e l’aspetto e il modo e il momento e in tutte le maniere sappiamo amministrare le nostre parole con criterio (Sal 111,5) per distogliere dal peccato e ricondurre a Dio; e sappiamo inoltre mettere in opera sino alla fine la pazienza nelle tentazioni, come sta scritto (Mt 24,13).

 

DOMANDA 246: Che cosa significa: L’amore non fa nulla di sconveniente? (1 Cor 13,5)

RISPOSTA: È lo stesso come se dicesse che l’amore non vien meno al suo proprio modo di essere. Quanto a questo modo di essere dell’amore, esso consiste nelle proprietà enumerate dall’Apostolo nello stesso luogo.

 

DOMANDA 247: La Scrittura dice: Non vantatevi e non dite cose alte (1 Sam 2,3), e anche l’Apostolo dichiara: ciò che dico, non lo dico secondo il Signore, ma come in un accesso di follia, in questa faccenda del vantarsi (2 Cor 11,17), e ancora: Eccomi diventato folle col vantarmi (2 Cor 12,11). Ma poi permette di vantarsi dicendo: Chi si vanta, nel Signore si vanti (2 Cor 10,17). Qual è dunque il vanto nel Signore e quale il vanto che viene proibito?

RISPOSTA: È manifesto come l’Apostolo deve in ogni caso far guerra alle passioni. poiché non dice queste cose per raccomandare sé stesso, ma per abbattere la sfrontata arroganza di alcuni e la loro alterigia.

Quanto al vantarsi nel Signore, ciò avviene quando qualcuno non attribuisce a sé stesso le sue buone opere, bensì al Signore e dice: Tutto posso nel Cristo che mi da forza (Fil 4,13).

Quanto al gloriarsi che è proibito, ci potrebbe essere una duplice spiegazione, e cioè sia secondo la parola: Loda sé stesso il peccatore nelle brame dell’anima sua (Sal 10,3), e: A che ti vanti o potente nella malizia? (Sal 51,3), sia secondo la parola: Fanno le loro opere per essere visti dagli uomini (Mt 6,5). Quelli infatti che vogliono essere lodati per ciò che fanno sono come quelli che si vantano delle proprie opere. Questi tali potremmo anche definirli sacrileghi, perché si appropriano del dono di Dio e ghermiscono per sé quella gloria che e dovuta a Dio.

 

DOMANDA 248: Se è il Signore che dà la sapienza ed è dal suo cospetto che procedono scienza e intelligenza (Pr 2,6), e se è mediante lo Spirito che all’uno è data una parola di sapienza e all’altro una parola di scienza (1 Cor 12,8), come mai il Signore accusa i discepoli dicendo: Anche voi siete ancora senza intelligenza? (Mt 15,16)E come mai l’Apostolo incolpa certuni di essere privi d’intelligenza? (Rm 1,31)

RISPOSTA: Se uno conosce la bontà di Dio, che vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità (1 Tm 2,4) e se ha riconosciuto la sollecitudine dello Spirito Santo nella distribuzione e nella operazione dei carismi di Dio, costui sa che la lentezza dell’intelligenza non dipende dalla pigrizia del benefattore, bensì dall’incredulità dei beneficati. E ben giustamente viene accusato chi manca di intelligenza, poiché egli è come chi chiude gli occhi al sorgere del sole per continuare a vivere nelle tenebre, anziché sollevarli in alto per essere illuminato.

 

DOMANDA 249: Che cosa è degno e che cosa giusto?

RISPOSTA: Ritengo che «degno» sia ciò che conviene ed è dovuto da parte degli inferiori a chi è superiore, a motivo appunto della sua preminenza. «Giusto», invece, e ciò che e reso a ciascuno secondo il merito delle opere. Inoltre, quanto a ciò che è degno, solo al bene si riferiscono riconoscenza e retribuzione, mentre quanto a ciò che è giusto, vi è valutazione e conseguente retribuzione anche per le opere cattive.

 

DOMANDA 250: In che modo avviene che si dia ciò che e santo ai cani o che si gettino le perle ai porci? E in che modo si verifica quello che vien detto subito dopo, cioè: Perché non le calpestino con i loro piedi e poi si voltino contro di voi per sbranarvi? (Mt 7,6)

RISPOSTA: L’Apostolo ce lo spiega chiaramente quando, parlando contro i giudei, aggiunge: Tu che ti glori nella legge, trasgredendo la legge, insulti Dio (Rm 2,23). Qui dunque il Signore ha proibito l’oltraggio che facciamo alle parole sante di Dio con la trasgressione della legge. Da questa trasgressione proviene anche che coloro che sono estranei alla fede, da un lato considerino degni di dispregio gli insegnamenti del Signore e dall’altro, basandosi su questi stessi insegnamenti, insorgano contro di noi con ancor più audacia e, per Così dire, «sbranino» chi ha commesso la trasgressione con i loro insulti e con le loro accuse.

 

DOMANDA 251: Come mai il Signore in un certo punto proibisce di portare borsa e bisaccia per la via (Lc 10,4), mentre poi dice: Ma ora, chi ha una borsa la prenda, come pure una bisaccia, e chi non l’ha, venda il suo mantello e compri una spada? (Lc 22.36)

RISPOSTA: Questo lo spiega il Signore stesso dicendo: Bisogna che si compia in me anche questa parola (Lc 22,37): E con gli iniqui e stato computato (Is 53,12). Infatti, appena compiuta la profezia riguardante la spada, dice a Pietro: Rimetti la tua spada al suo posto: poiché tutti coloro che prendono la spada, moriranno per mezzo della spada (Mt 26,52).

Così la parola Ma ora, chi ha una borsa la prenda (Lc 22,36) (oppure: la prenderà, poiché Così riportano anche molti manoscritti) viene a essere non un comando, bensì una profezia del Signore che predice come gli apostoli, dimentichi dei doni e della legge del Signore, avrebbero avuto persino l’ardire di prendere spade. Che poi la Scrittura spesso usi l’imperativo per esprimere la profezia, è evidente in molti luoghi, per esempio nei seguenti: Divengano i figli loro orfani (Sal 108,9) e Il diavolo stia alla sua destra (Sal 108,6), e tutti gli altri casi simili a questi.

 

DOMANDA 252: Qual è il pane quotidiano per il quale ci è stato insegnato di pregare ogni giorno affinché ci venga dato?

RISPOSTA: Chi lavora deve ricordarsi che il Signore ha detto: Non m preoccupate per la vostra vita, per ciò che mangerete o ciò che berrete (Mt 6,25), e che l’Apostolo ordina di lavorare per avere di che dare a chi ha bisogno (Ef 4,28). Ricordando questo non lavorerà per il suo bisogno personale, ma a motivo del comando del Signore - poiché l’operaio merita il suo nutrimento (Mt 10,10). Solo allora egli non attribuisce a sé stesso il pane quotidiano - cioè quel pane che è necessario alla nostra natura per la vita di tutti i giorni - ma supplica Dio per esso; e, mostrando a lui la sua indigenza, in tale intima disposizione mangia ciò che gli viene dato da colui che, dopo essere stato esaminato, ha ricevuto l’ufficio di fare ogni giorno quanto sta scritto: Si distribuiva a ciascuno secondo il suo bisogno (At 4,35).

 

DOMANDA 253: Che cos’è il talento, e come fare per moltiplicarlo? (Mt 25,15)

RISPOSTA: Penso che questa parabola sia stata detta per qualsiasi dono di Dio, affinché chiunque sia stato fatto degno di avere una grazia da Dio, la moltiplichi col volgerla a beneficio e vantaggio di tutti. Nessuno infatti può essere escluso dalla bontà di Dio.

 

DOMANDA 254: Qual è quella banca alla quale il Signore dice che si sarebbe dovuto mettere il denaro? (Mt 25,27)

RISPOSTA: Le parabole non esauriscono nell’immagine i concetti che propongono, ma piuttosto guidano la mente verso ciò di cui si tratta.

Come dunque c’è l’uso di dare ai banchieri il denaro per trarne guadagno - ci sono infatti, come ho saputo ad Alessandria, di quelli che ricevono il denaro e fanno questo mestiere - Così è necessario che chi ha ricevuto una qualsiasi grazia, la trasmetta a chi ne ha bisogno o compia ciò che viene detto dall’Apostolo a proposito della dottrina: Affida queste cose a uomini fedeli che siano capaci di insegnarle anche ad altri (2 Tm 2,2). poiché questa non è cosa che debba essere fatta solamente per la dottrina, ma per qualunque altra cosa: vi e infatti chi ha la ricchezza e vi è chi ha ricevuto la capacita di amministrarla.

 

DOMANDA 255: Dove deve andare colui al quale e comandato: Prendi il tuo e vattene? (Mt 20,14)

RISPOSTA: Forse nello stesso luogo in cui ricevono l’ordine di andare quelli che stanno alla sinistra, perché accusati di mancanza di buone opere (Mt 25,41).

Però, chi invidia il fratello è peggiore di chi non fa nulla: infatti, la Scrittura è solita accostare in molti luoghi l’invidia all’omicidio (Rm 1,29; Gal 5,21).

 

DOMANDA 256: Qual è quella mercede che costoro ricevono allo stesso modo degli ultimi (Mt 20,9-10)?

RISPOSTA: Questi tali all’inizio avevano ubbidito; e forse nessuno di quelli che ubbidiscono viene poi accusato per ciò che, in un modo o nell’altro, ha fatto di bene. II ricevere la corona, invece, e proprio di chi ha combattuto la buona battaglia secondo le regole, ha compiuto la corsa e ha conservato la fede, nell’amore del Cristo Gesù Signore nostro.

La mercede pattuita può però essere anche quel centuplo che il Signore ha promesso per questo tempo a coloro che, per il suo comandamento, avrebbero lasciato tutte le cose presenti; per cui quel: Prendi il tuo, potrebbe essere detto di questo: cioè, quelli che pensavano di essersi affaticati anzi tempo, per la loro invidia nei confronti di coloro che avevano ricevuto la stessa mercede, non potrebbero più ereditare anche la vita eterna, ma, dopo aver ricevuto soltanto il centuplo adesso, sarebbero condannati per la loro invidia nel secolo futuro e udrebbero la parola: Vattene (Mt 20,14).

 

DOMANDA 257: Chi rappresenta quella paglia che viene bruciata con fuoco inestinguibile? (Mt 3,12)

RISPOSTA: Rappresenta quelli che si rendono utili a chi è degno del Regno dei Cieli, come la paglia è utile al frumento, e che tuttavia non fanno ciò con interna disposizione d’amore verso Dio e verso il prossimo, né per i doni di ordine spirituale, né per i benefici corporali; e così lasciano sé stessi imperfetti.

 

DOMANDA 258: Chi è colui che viene condannato dall’Apostolo con le parole: Colui che si compiace in umili pratiche e culto (Col 2,18), e il seguito?

RISPOSTA: Penso che l’argomento di cui si tratta qui venga spiegato da ciò che segue. Andando avanti, infatti, cita il duro trattamento del corpo (Col 2,23): come avviene presso i Manichei e quelli che loro somigliano.

 

DOMANDA 259: Chi può essere detto fervente in spirito? (Rm 12,11)

RISPOSTA: Colui che con ardente prontezza, con brama insaziabile e sollecitudine scevra da ogni pigrizia compie la volontà di Dio nell’amore del Cristo Gesù Signore nostro, conforme a quanto sta scritto: Nei suoi comandi porrà grande amore (Sal 111,1).

 

DOMANDA 260: L’Apostolo dice: Non siate stolti (Ef 5,17), e non vogliate essere saggi ai vostri occhi (Rm 12,16). Come dunque e possibile che chi stolto non e, non sia poi saggio ai propri occhi?

RISPOSTA: Ciascun precetto ha la propria determinazione. Infatti, alla parola: Non siate stolti, segue: Ma comprendete quale sia la volontà del Signore, e alla parola: Non essere saggio ai tuoi propri occhi, segue: Ma temi il Signore e distogliti da tutto ciò che e male (Pr 3,7). Perciò, è stolto chi non comprende la volontà del Signore, ed è saggio ai propri occhi chi si avvale dei suoi ragionamenti anziché attenersi alle parole del Signore, conforme alla fede. Se dunque uno non vuole essere né stolto né saggio ai propri occhi, deve comprendere la volontà del Signore mediante la fede in lui e, nel timore di Dio, deve imitare l’Apostolo che dice: Distruggiamo i pensieri e ogni altezza che si innalza contro la conoscenza di Dio, e riduciamo in prigionia ogni intelletto perché ubbidisca a Cristo (2 Cor 10,4-5).

 

DOMANDA 261: Il Signore ha promesso : Tutto ciò che domanderete nella preghiera credendo, l’otterrete (Mt 21,22), e ancora: Se due di voi sulla terra si accordano per domandare qualsiasi cosa, la otterranno (Mt 18,19). Come mai allora gli stessi santi non hanno ottenuto certe cose che avevano chiesto? Come anche l’Apostolo che ha detto: A questo proposito, per tre volte ho pregato il Signore perché si allontanasse da me (2 Cor 12,8), e non ha ricevuto ciò che chiedeva; e così pure il profeta Geremia e lo stesso Mosè.

RISPOSTA: II Signore nostro Gesù Cristo, pregando, ha detto: Padre, se è possibile, passi da me questo calice, ma ha poi soggiunto: Però, non la mia volontà sia fatta, ma la tua (Mt 26,39).

Noi dobbiamo dunque prima di tutto sapere che non ci è stato permesso di chiedere qualsiasi cosa vogliamo e neppure sappiamo in alcun modo chiedere ciò che giova. Noi, infatti, non sappiamo che cosa domandare per pregare come si deve cosicché, noi dobbiamo presentare le nostre richieste con molta ponderazione, secondo la volontà di Dio.

Se poi non veniamo esauditi, dobbiamo sapere che occorre perseveranza, o anche forte tenacia, secondo la parabola del Signore, che ci insegna come si debba pregare sempre senza stancarsi, e secondo quanto e detto in altro luogo: A causa della sua impudenza si alzerà e gliene darà quanti gliene occorreranno (Lc 11,8). Oppure può essere che da parte nostra ci sia bisogno di correggerci e di usare diligenza, secondo quanto è detto da Dio a certuni mediante il profeta: Quando tenderete a me le vostre mani, distoglierò da voi il mio volto; e se moltiplicherete le vostre suppliche, non vi esaudirò, poiché le vostre mani sono piene di sangue. Lavatevi, siate puri (Is 1,15-16), e il seguito. Che poi anche ora le mani di molti divengano e siano piene di sangue, non può metterlo in dubbio nessuno di quelli che credono al giudizio che Dio ha pronunciato contro colui che avendo ricevuto l’ordine di dare un annuncio al popolo, avrà invece taciuto, come cioè il sangue di colui che ha peccato sarà ricercato dalle mani della sentinella (Ez 3,18). E che questo giudizio di Dio sia vero e inviolabile, lo diceva con piena convinzione l’Apostolo: Sono puro d’ora in poi del sangue di tutti. Infatti non mi sono sottratto al compito di annunciarvi tutto il disegno di Dio (At 20,26-27). E se chi tace, con questo solo si rende reo del sangue del peccatore, che dire di coloro che scandalizzano altri con ciò che fanno o ciò che dicono?

È anche possibile che ciò che si chiede non trovi esaudimento a motivo dell’indegnità di chi chiede, come avvenne a Davide che pregava perché gli fosse concesso di costruire una casa a Dio, e ne fu impedito; egli certo era ben gradito a Dio, e tuttavia di quello non fu giudicato degno.

Quanto a Geremia, è manifesto che non è stato ascoltato a motivo della malvagità di coloro per i quali pregava. Spesso avviene anche che trascuriamo per negligenza il momento in cui si sarebbe dovuta fare la richiesta e ci troviamo poi a chiedere fuor di tempo e inutilmente.

Quanto al passo: A questo proposito per tre volte ho pregato il Signore perché si allontanasse da me (2 Cor 12,8), noi dobbiamo sapere che sono molte e diverse le ragioni delle difficoltà sia esterne che corporali in cui possiamo trovarci, poiché Dio le suscita o le permette per una qualche sua provvidenza che ci reca maggior vantaggio che non la liberazione dalle medesime. Se qualcuno si trova a sapere che è stato stabilito che la fine dell’avversità in cui è caduto deve avvenire mediante la preghiera e la supplica, certo è esaudito nella sua preghiera: come i due ciechi del Vangelo, i dieci lebbrosi e molti altri. Se invece uno non sa il motivo della prova in cui è caduto (spesso, infatti, il fine per cui la prova è inflitta si deve conseguire esercitando la pazienza) avviene che chieda di esserne liberato, mentre occorrerebbe sopportare fino alla fine. E in tal caso non è esaudito perché non si conforma allo scopo che si prefigge l’amore di Dio per lui.

Quanto alla parola: Se due di voi si accordano (Mt 18,19), è la pericope stessa a spiegarne il senso. Questa parola infatti è detta a proposito di colui che rimprovera chi ha peccato e di quello che viene rimproverato poiché, dato che Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (Ez 33,11), se chi è rimproverato si lascia prendere dalla compunzione e viene così ad accordarsi con lo scopo di chi gli aveva mosso rimprovero, per qualsiasi cosa - cioè per qualsiasi peccato - essi chiedano la remissione, questa sarà loro donata dal Dio amico degli uomini. Se invece chi viene ripreso non si accorda con chi lo riprende, non vi è più remissione, bensì «legame», secondo quanto viene aggiunto: Tutto ciò che legherete sulla terra, sarà legato nel cielo (Mt 18,18), e si compie quel giudizio: Se poi non vuole ascoltare neppure la Chiesa, quello cioè che viene rimproverato, sia per te come il pagano e il pubblicano (Mt 18,17).

 

DOMANDA 262: La Scrittura pone tra le cose degne di lode la povertà e la miseria. Per esempio nei passi seguenti: Beati i poveri (Mt 5,3), e: La brama dei miseri esaudì il Signore (Sal 9,17), e ancora: Il povero e il misero loderanno il tuo nome (Sal 73,21). Qual è dunque la differenza fra la povertà e la miseria? E che cosa afferma Davide quando dice: Io sono povero e misero? (Sal 39,18)

RISPOSTA: Ricordando che l’Apostolo dice: Essendo ricco, per noi si fece povero (2 Cor 8,9) ritengo sia povero chi da una situazione di ricchezza cade nell’indigenza, e misero chi fin dal principio è stato nell’indigenza e ha vissuto questa difficoltà in modo grato a Dio.

Davide dichiara di essere povero e misero, ma forse lo dice in persona del Signore, che è chiamato «povero» secondo quanto è detto: Essendo ricco, per noi si fece povero, ed è anche «misero» perché non fu chiamato figlio di un ricco, bensì di un falegname, secondo la carne (Mt 13,55). O forse anche perché, come Giobbe (Gb 1,21), sapeva non accumulare i suoi beni, e non essere attaccato alla ricchezza, ma amministrare tutto conforme alla volontà del Signore.

 

DOMANDA 263: Che cosa vuole insegnare il Signore con gli esempi che porta prima di soggiungere: Così dunque, chiunque fra di voi non rinuncia a tutto ciò che possiede, non può essere mio discepolo (Lc 14,33). Infatti, se uno che vuole costruire una torre o attaccar battaglia con un altro re, si deve preparare o alla costruzione o alla guerra, oppure ha la possibilità di non cominciare neppure a porre le fondamenta o di chiedere la pace, allora questo verrebbe a dire che chi vuole essere discepolo del Signore deve certamente lasciare tutto, ma se vede che ciò gli è difficile ha la possibilità di neppure cominciare ad essere discepolo del Signore!

RISPOSTA: ciò che il Signore si propone con questi esempi non e di lasciarci liberi di essere o meno suoi discepoli. Vuole invece mostrare come sia impossibile essere graditi a Dio in mezzo a distrazioni; fra di esse l’anima si trova in pericolo perché diviene facile preda delle insidie del diavolo, e le vien fatta vergogna come degna di scherno e di riso, a motivo dell’incompiutezza di ciò per cui aveva mostrato sollecitudine. È quanto il profeta scongiura che non gli avvenga di soffrire: Che non si rallegrino di me i miei nemici; e non alzino contro di me parole superbe, quando il mio piede vacilla (Sal 37,17).

 

DOMANDA 264: L’Apostolo ha detto : Affinché siate sinceri (Fil 1,10) e ancora: In tutta sincerità (2 Cor 2,17). Che vuol dunque dire essere sinceri?

RISPOSTA: Penso che l’essere sincero sia il non essere commisto con nient’altro, e anzi perfettamente purificato da qualsiasi cosa contraria, e invece concentrato e orientato verso la sola pietà; e non soltanto, ma anche verso tutto ciò che più precisamente è richiesto a questo scopo nei singoli momenti e nelle singole cose: in modo che, se qualcuno ha un determinato compito, non si distragga neppure per buone opere affini.

La seconda frase citata diventa chiara nel confronto con ciò che ad essa segue. Infatti alla parola In tutta sincerità, si aggiunge: e da parte di Dio, davanti a Dio in Cristo che noi parliamo.

Quanto alla prima citazione, si comprende dalla parola: Non abbiate un sentire più alto di quel che si debba, ma un sentire sobrio; ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dispensato (Rm 12,3). Anche ciò che si aggiunge a quest’ultima frase serve a chiarire.

 

DOMANDA 265: È stato detto: Se presenti la tua offerta all’altare e là ti ricordi che il tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia là la tua offerta davanti all’altare e va’, prima riconciliati con il tuo fratello, e poi vieni e presenta la tua offerta (Mt 5,23-24). Questa parola è stata detta per i soli sacerdoti oppure per tutti? E in che modo ciascuno di noi presenta I’offerta all’altare?

RISPOSTA: Sembrerebbe che ciò sia  riferito in modo speciale e primario ai sacerdoti, poiché sta scritto: Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri di Dio sarete detti (Is 61,6), e: Un sacrifico di lode mi glorificherà (Sal 49,23), e ancora: Sacrificio a Dio è uno spirito contrito (Sal 50,19). Anche l’Apostolo poi dice: Offrite i vostri corpi vittima vivente, santa gradita a Dio: questo è il vostro culto razionale (“spirituale” secondo Bibbia CEI) (Rm 12,1). Ma ciascuna di queste cose è comune a tutti noi: è pertanto necessario che ciascuno di noi adempia questo genere di offerta.

 

DOMANDA 266: Che cos’è il sale che il Signore ha ordinato di avere, dicendo: Abbiate sale in voi e siate in pace gli uni con gli altri? (Mc 9,50) E anche I’Apostolo dice: Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito con sale (Col 4,6).

RISPOSTA: Anche in questo caso il senso appare evidente da quanto è collegato a ciascuno dei passi citati. Con le parole del Signore, infatti, veniamo ammaestrati a non offrire nessun pretesto di rottura e di divisione fra di noi, ma piuttosto a custodirci sempre nell’unita dello Spirito con il vincolo della pace (Ef 4,3).

Dalle parole dell’Apostolo, se ci ricordiamo di colui che ha detto: Si mangerà forse pane senza sale? e c’è gusto in parole vuote? (Gb 6,6), noi impareremo ad amministrare le nostre parole in modo che esse valgano per l’edificazione della fede, per dare grazia a chi ascolta (Ef 4,29). E impareremo a farne uso a tempo opportuno, serbando un ordine decoroso, per meglio persuadere gli ascoltatori.

 

DOMANDA 267: Dato che sta scritto che ci sarà chi riceverà molte battiture e chi poche (Lc 12,47), come mai certuni dicono che il castigo non avrà termine?

RISPOSTA: Ciò che vi è  di ambiguo o che appare detto in modo oscuro in certi passi della Scrittura ispirata, viene spiegato da quanto e dichiarato in altri luoghi.

Il Signore, dunque, dice di questi che se ne andranno al castigo eterno (Mt 25,46), mentre altri li manda nel fuoco eterno preparato per il diavolo e i suoi angeli (Mt 25,41). In altro luogo fa menzione della geenna del fuoco e aggiunge: Dove il loro verme non muore e il fuoco non si spegnerà (Mc 9,45). E già un tempo di questi aveva predetto mediante il profeta: Il loro verme non morirà e il loro fuoco non si spegnerà (Is 66,24).

Poiché dunque queste cose ed altre simili si trovano in parecchi passi della Scrittura ispirata, anche questo è uno degli artifici del demonio, questo fare in modo, cioè, che molti uomini, come dimentichi di tante e tanto gravi parole e sentenze del Signore si figurino una fine del castigo, per divenire Così ancor più audaci nel peccare. Se infatti a un certo punto vi fosse una fine per il castigo eterno, allora anche la vita eterna avrebbe certamente una fine. Ma se non accettiamo che si possa intendere in questo modo riguardo alla vita eterna, quale motivo c’è per attribuire un termine al castigo eterno? L’aggettivo «eterno» si ha infatti allo stesso modo per entrambi. E detto: Se ne andranno questi al castigo eterno: i giusti invece alla vita eterna (Mt 25,46).

Se dunque riconosciamo che le cose stanno in questo modo, è da sapersi che la parola: Riceverà molte battiture, e: riceverà poche battiture, significa non la fine, bensì la differenza nel castigo.

 Dio infatti è giudice giusto, non solo con i buoni, ma anche con i cattivi e rende a ciascuno secondo il suo operato. Ci può essere dunque chi è degno del fuoco inestinguibile, ma questo a sua volta può essere più blando o più ardente; e c’è poi chi è degno del verme che non muore, ma anche questo a sua volta può essere più o meno doloroso secondo quello che ciascuno ha meritato. c’è poi chi merita la geenna, che a sua volta ha diverse forme di castigo; un altro e degno della tenebra esteriore, entro la quale c’è chi è soltanto nel pianto e chi anche nello stridore dei denti a motivo della veemenza delle pene. Perche questa tenebra esteriore indica certamente anche qualcosa di interiore. E quel nel profondo dell’inferno (Pr 9,18) che è detto nei Proverbi, dimostra che c’è chi è, si, nell’inferno, ma non nel profondo dell’inferno, e subisce quindi un castigo più lieve.

Questo lo si può mostrare anche ora vedendo i mali del corpo. C’è infatti chi ha la febbre con determinati sintomi e altri mali, chi ha soltanto la febbre, e l’uno in modo diverso dall’altro. C’è ancora chi non ha la febbre, ma soffre di un dolore in qualche membro: e anche in questo caso, c’è chi soffre di più e chi meno.

 Anche il Signore parla di molte o poche battiture secondo il modo con cui ci si esprime di consueto, come d’altronde fa in altri casi simili. poiché sappiamo che spesso questo modo di parlare e usato anche per qualcuno che sia afflitto da qualche male, come quando di uno che abbia solo la febbre o che abbia male agli occhi, diciamo stupiti: Quanto ha sofferto! oppure: Quali sofferenze ha subito! così, lo ripeto, la parola molte o poche battiture non si riferisce all’estensione o al finire di uno spazio di tempo, bensì alla diversità di castigo.

 

DOMANDA 268: In che senso alcuni vengon detti «figli della disubbidienza» (Ef 5,6), a figli dell’ira»? (Ef 2,3)

RISPOSTA: II Signore suole chiamare figli di qualcuno, che può essere buono o cattivo, quelli che di costui compiono la volontà. È detto: Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo (Gv 8,39) e ancora: Voi avete per padre il diavolo e sono i desideri del padre vostro che volete fare (Gv 8,44).

Cosicché chi opera ciò che è proprio della disubbidienza diviene anche figlio della disubbidienza. Forse però, così come il diavolo non viene soltanto chiamato peccatore, ma anche il peccato in sé - per il fatto, io penso, che è stato l’autore del peccato - allo stesso modo può essere che il diavolo venga chiamato anche la disubbidienza stessa, per il medesimo motivo.

Figlio d’ira uno lo è in quanto ha reso sé stesso degno dell’ira. Come, infatti, quelli che sono degni del Signore e che compiono le opere proprie della luce e del giorno, vengono chiamati dall’Apostolo figli della luce e figli del giorno (1 Ts 5,5), allo stesso modo va intesa l’espressione: Eravamo figli d’ira (Ef 2,3).

Va però tenuto presente che il figlio della disubbidienza e il figlio d’ira sono la stessa persona, poiché il Signore ha dichiarato: Chi non vuol ubbidire al Figlio non vedrà la vita: ma l’ira di Dio rimarrà su di lui (Gv 3,36).

 

DOMANDA 269: Sta scritto: Facevamo le volontà della carne e dei pensieri, ed eravamo per natura figli d’ira (Ef 2,3); questo vuol forse dire che una cosa sono le volontà della carne e un altra quelle dei pensieri? E quali sono?

RISPOSTA: L’Apostolo passa in rassegna una per una e chiamandole per nome le volontà della carne quando dice: Le opere della carne sono manifeste: adulterio, fornicazione, impurità, lascivia, idolatria, magia, inimicizie, contesa, gelosie, animosità, faziosità, discordie, divisioni, invidie, omicidi, ubriachezze, orge e cose simili (Gal 5,19-21. E altrove, più in generale, dice: Il sentire della carne è nemico di Dio: non si sottomette alla legge di Dio e neppure lo può (Rm 8,7).

Volontà dei pensieri, invece, possono essere detti quei ragionamenti che non sono convalidati dalla testimonianza della Scrittura, come sono quelli dei quali si dice: Distruggiamo i pensieri e ogni altezza che si innalza contro la conoscenza di Dio (2 Cor 10,4-5) come pure ogni concetto che non si lascia imprigionare per ubbidire al Cristo.

Pertanto ciò che è necessario e dà garanzia, è l’osservare sempre e dovunque quanto vien detto da Davide: Il mio consiglio sono i tuoi decreti (Sal 118,24).

 

DOMANDA 270: Che cosa vuol dire: Disorientati, ma non disperati? (2 Cor 4,8)

RISPOSTA: L’Apostolo vuol mostrare la piena certezza della sua fiducia in Dio contrapponendola al modo di sentire umano, e a questo scopo elenca le contrapposizioni che seguono. Infatti, per quanto riguarda il sentire umano, egli dice: In tutto afflitti, ma per quanto riguarda la fiducia in Dio aggiunge: ma non messi alle strette (2 Cor 4,8).

E ancora, per quanto riguarda il sentire umano: Disorientati, ma, per la fiducia in Dio, non disperati, e così di seguito. Nello stesso modo viene detto altrove: Moribondi, ed ecco viviamo; poveri, eppure arricchiamo molti; gente che non ha nulla, e tuttavia possediamo tutto (2 Cor 6,9-10).

 

DOMANDA 271: II Signore ha detto: Date piuttosto in elemosina ciò che avete, ed ecco tutto e puro per voi (Lc 11,41); ciò vuol dire che di tutti i peccati che uno può aver commesso, egli trova la purificazione per mezzo dell’elemosina?

RISPOSTA: Le dichiarazioni precedenti spiegano anche questa. Infatti prima dice: Voi purificate l’esterno del calice e del piatto, ma il vostro interno e pieno di rapina e di malvagità (Lc 11,41), e poi aggiunge: Date piuttosto in elemosina ciò che avete, ed ecco tutto è puro per voi: tutto ciò, evidentemente, in cui abbiamo peccato con la rapina e la frode.

 Anche Zaccheo lo dimostra quando dice: Ecco, la metà dei miei beni la do ai poveri: e se ho defraudato qualcuno, gli rendo il quadruplo (Lc 11,39). Pertanto, per peccati di questo genere, che appunto si possono riparare e per i quali bisogna restituire molto di più, ci si purifica in questo modo. Dico «in questo modo», non certo perché esso basti, per se a purificare poiché prima di tutto, c’è invece bisogno della misericordia di Dio e del sangue di Cristo: in esso anche di tutti gli altri peccati abbiamo la redenzione (Lc 19,8), se per ciascuno facciamo frutti degni della penitenza (Ef 1,7).

 

DOMANDA 272: Poiché è un comando del Signore quello di non preoccuparsi per il domani (Lc 3,8), qual è il retto modo  d’intenderlo? Constatiamo infatti che noi poniamo grande sollecitudine nel preparare ciò che è necessario, in modo da mettere da parte anche quello che può bastare per un lungo spazio di tempo.

RISPOSTA: Chi ha ricevuto l’insegnamento del Signore: Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, ed e pienamente certo della verità della sua promessa: Tutte queste cose vi saranno date in sovrappiù (Mt 6,33), non rende improduttivo il terreno della sua anima con le preoccupazioni della vita che soffocano la parola e impediscono che dia frutto.

Al contrario, impegnandosi nella buona battaglia del compiacimento di Dio, crede al Signore che ha detto: L’operaio merita il suo nutrimento (Mt 10,10), e non si affatica invano col preoccuparsene, ma lavora ed è sollecito, non per sé stesso, bensì a motivo del comandamento del Cristo, come ha mostrato e insegnato l’Apostolo dicendo: Vi ho mostrato in tutti i modi che e faticando così che bisogna venire in aiuto dei deboli (At 20,35). Se infatti ci si preoccupa per se stessi, ciò viene imputato ad amor proprio; se invece ci si preoccupa e si lavora per il comandamento, ciò riceve la lode dovuta a chi opera con intima disposizione d’amore per il Cristo e per il fratello.

 

DOMANDA 273: In che modo può avvenire che uno bestemmi contro lo Spirito Santo? (Mc 3,29)

RISPOSTA: In base alla bestemmia che allora pronunciarono i farisei, contro i quali appunto è stato emesso questo giudizio, è chiaro che anche adesso bestemmia contro lo Spirito Santo chi attribuisce all’Avversario le operazioni e i frutti dello Spirito Santo.

Questo accade a molti che, sconsideratamente, spesso chiamano vanaglorioso l’uomo zelante e falsamente accusano di collera chi mostra zelo buono, ed altre cose di questo genere le chiamano con nomi falsi a motivo dei loro cattivi sospetti.

 

DOMANDA 274: In che modo si è stolti in questo secolo? (1 Cor 3,18)

RISPOSTA: Se si teme il giudizio di Dio che dice: Guai a coloro che sono assennati ai propri occhi e di fronte a se sapienti (Is 5,21) e si imita colui che ha detto: Un giumento ero presso di te (Sal 72,22). E ancora se, rigettato ogni pensiero di intelligenza, non si ammette come buono alcunché di proveniente dai propri pensieri, e anzi neppure si comincia a pensare qualcosa se prima non si sia stati abituati dal comandamento del Signore a ricercare ciò che e gradito a Dio in opera, parola e pensiero, poiché l’Apostolo ha detto: Abbiamo dunque tale fiducia in Dio mediante il Cristo; non che siamo capaci da noi stessi di pensare qualcosa come provenisse da noi, ma la nostra capacità viene da Dio (2 Cor 3,4-5), che insegna all’uomo la conoscenza (Sal 93,10) come sta scritto.

 

DOMANDA 275: Può il Satana impedire il proposito di un santo, dato che sta scritto: Ci eravamo proposti di venire da voi, almeno io, Paolo, una, due volte, e il Satana ci ha impediti? (Ts 2,18)

RISPOSTA: Fra le opere buone che si compiono nel Signore, alcune si realizzano col proposito e il giudizio dell’anima, altre si eseguono per mezzo del corpo, con la sollecitudine o con la pazienza. Quanto al proposito e al giudizio dell’anima, in nessun modo il Satana può mettervi ostacolo. Quanto invece alle opere buone che si compiono mediante il corpo, spesso Dio permette si verifichi qualche impedimento, per provare e rimproverare chi subisce tale impaccio. In caso sia venuto meno al buon proposito, verrà in tal modo rimproverato, come quelli che hanno ricevuto il seme sulla pietra: per breve tempo hanno accolto la parola con gioia, ma al prodursi dell’afflizione, subito si sono ritirati (Lc 8,13). Se invece ha perseverato nel bene, si manifesterà la sua sollecitudine per le opere buone, proprio come l’Apostolo che, essendosi più volte proposto di andare dai Romani ed essendone stato impedito, come egli stesso dichiara (Rm 1,13) non cessò tuttavia di volere, finché anche compi ciò che si era proposto.

L’ostacolo può anche sopravvenire perché si manifesti la pazienza, come avvenne a Giobbe che, subendo tanti mali da parte del diavolo che voleva costringerlo a pronunciare qualcosa di blasfemo o a essere ingrato verso Dio, tuttavia, fino nelle estreme sciagure, continuo a interpretare tutto secondo pietà e a pensare rettamente riguardo a Dio. Sta infatti scritto di lui: In tutte queste cose non peccò Giobbe con le sue labbra davanti a Dio e non attribuì a Dio stoltezza (Gb 1,22).

 

DOMANDA 276: Che cosa significa ciò che dice l’Apostolo: Possiate discernere quale è la volontà di Dio, ciò che è buono, ciò che gli piace, ciò che è perfetto? (Rm 12,2)

RISPOSTA: Molte sono le cose volute da Dio: le une, secondo longanimità e benignità, e queste sono e vengono dette «beni»; le altre, conformi all’ira per i nostri peccati, e queste vengono chiamate «mali». È detto: Sono io che faccio la pace e creo i mali (Is 45,7), Mali, però, mediante i quali noi non veniamo puniti, bensì corretti. E ciò che corregge, anche se conduce alla conversione attraverso l’afflizione, si trasforma in bene.

Ciò dunque che Dio vuole secondo longanimità e benignità, questo è necessario che anche noi lo vogliamo e lo imitiamo. È scritto: Siate misericordiosi, come anche il Padre vostro e misericordioso (Lc 6,36); e l’Apostolo dice: Siate imitatori di Dio come figli diletti e camminate nell’amore, a esempio del Cristo che ci ha amati (Ef 5,1-2).

Quanto invece egli ci infligge nella sua ira per i nostri peccati, e che noi chiamiamo mali, come ho detto, perché fanno soffrire, tutto questo a noi non e in alcun modo lecito imitarlo. poiché, il fatto che sia volontà di Dio che spesso gli uomini vengano distrutti dalla fame, dalla peste, dalla guerra o da altro di simile, non vuol dire che noi dobbiamo servire a questa volontà. Per tali cose, infatti, Dio usa anche cattivi servitori, come e detto: Mando contro di loro l’ira del suo furore, furore, ira e tribolazione, invio operato mediante cattivi messaggeri (Sal 77,49).

Pertanto, prima di tutto noi dobbiamo cercare quale sia la volontà buona di Dio. Poi, una volta conosciuto il bene, dobbiamo esaminare se questo bene sia anche gradito a Dio. Vi sono infatti cose che, per un loro motivo proprio, sono pure volontà di Dio, e sono volontà buona, ma quando sono fatte con la persona sbagliata o al momento sbagliato, non sono più gradite a Dio. Per esempio, era volontà di Dio, e volontà buona, che si offrisse incenso a Dio, ma non era a lui gradito che ciò fosse fatto da quelli che erano intorno a Datan e Abiràm (Nm 16,1). E ancora, è volontà di Dio, e volontà buona, che si faccia l’elemosina: ma farla per ricevere gloria dagli uomini, non è più cosa gradita a Dio (Mt 6,2). E di nuovo: era volontà di Dio, e volontà buona, che i discepoli annunciassero sui tetti ciò che avevano udito all’orecchio (Mt 10,27), ma che si dicesse qualcosa prima del tempo, non era più cosa gradita a Dio. È detto infatti: Non dite a nessuno di questa visione finche il Figlio dell’uomo non sia risuscitato dai morti (Mt 17,9).

In conclusione, ogni volontà di Dio è buona e a lui gradita quando in essa trovi compimento ciò che dice l’Apostolo: Tutto fate a gloria di Dio (1 Cor 10,31), e Tutto si faccia con decoro e ordine (1 Cor 14,40).

Ma, ancora, quando qualcosa è volontà di Dio, volontà buona e a lui gradita, neppure allora dobbiamo sentirci tranquilli, bensì lottare e preoccuparci perché ciò che facciamo sia anche perfetto e integro: nella misura sia dell’azione stessa, che sia conforme al precetto, sia della capacita di chi la compie. È detto infatti: Amerai il Signore Dio tuo con tutta la tua anima, con tutta la tua capacita, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso (Lc 10,27), come il Signore ha insegnato nel Vangelo secondo Giovanni. E così va compiuto ogni comando, come sta scritto Beato quel servo che il suo padrone, giungendo, troverà a fare così (Mt 24,46).

 

DOMANDA 277: Qual è la cella nella quale il Signore comanda che entri chi vuole pregare?

RISPOSTA: La consuetudine suole chiamare «cella» una camera vuota e separata nella quale riporre ciò che vogliamo tenere in serbo, oppure una camera nella quale sia possibile nascondersi, come ha detto il profeta: Va’, popolo mio, entra nella tua cella, nasconditi ( Is 26,20). II senso del comandamento è poi spiegato da ciò di cui si tratta: questo discorso infatti e rivolto a chi soffre della passione di piacere agli uomini. Pertanto, se qualcuno e tormentato da quella passione, fa bene a ritirarsi quando vuole pregare e a restare solo fino a che non abbia preso l’abitudine di non guardarsi intorno alia ricerca delle lodi degli uomini, e sappia invece guardare a Dio solo, come colui che ha detto: Ecco, come gli occhi dei servi alle mani dei loro signori, come gli occhi della serva alle mani della sua padrona, Così gli occhi nostri al Signore, Dio nostro (Sal 122,2).

Ma se qualcuno, per grazia di Dio, e puro da questa passione, non ha nessuna necessità di nascondere il bene. Questo lo dice il Signore stesso insegnando: Una città che sia posta sulla cima di un monte non può essere nascosta. E neppure si accende una lampada e la si mette sotto il moggio, bensì sul candelabro e risplende per tutti quelli che sono nella casa. così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, in modo che vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che e nei cieli (Mt 5,14-16).

E lo stesso pensiero vale per l’elemosina e per il digiuno, di cui pure si tratta nel medesimo passo, e in genere per qualsiasi azione relativa alla pietà.

 

DOMANDA 278: Come può avvenire che lo spirito di qualcuno preghi, ma la sua mente non ne tragga alcun frutto?

RISPOSTA: Questo viene detto per coloro che elevano preghiere in una lingua sconosciuta agli ascoltatori. È detto infatti: Se io prego in lingua, il mio spirito prega, ma la mia mente non ne trae alcun frutto (1 Cor 14,14).

Poiché quando le parole della preghiera sono ignote agli astanti, la mente di chi prega non ne trae alcun frutto, in quanto nessuno viene avvantaggiato dalla sua preghiera. Quando invece i presenti comprendono la preghiera capace di giovare a chi l’ascolta, allora chi prega ne ritrae, quale frutto, il progresso di quelli che vengono così avvantaggiati. E ciò vale allo stesso modo per qualsiasi proclamazione delle parole di Dio. Sta scritto: Sia piuttosto ogni parola buona per l’edificazione della fede (Ef 4,29).

 

DOMANDA 279: Che cosa significa: Salmeggiate con intelligenza? (Sal 48,8)

RISPOSTA: Come per i cibi vi è una percezione particolare a seconda della qualità di ciascun cibo, Così è per l’intelligenza riguardo alle parole della sacra Scrittura. È detto infatti: II palato gusta i cibi, e la mente discerne le parole (Gb 12,11). Se dunque uno accorda la propria anima al significato di ogni parola, così come accorda il gusto alla qualità di ciascun cibo, costui adempie il precetto che dice: Salmeggiate con intelligenza.

 

DOMANDA 280: Chi è puro di cuore?

RISPOSTA: Chi non si sorprende a disprezzare il comandamento di Dio, a ometterlo e a trascurarlo.

 

DOMANDA 281: Se una sorella non vuole salmeggiare, bisogna costringerla?

RISPOSTA: Se non viene alla salmodia tutta bramosa e non manifesta la disposizione d’animo di colui che disse: Come sono dolci al mio palato le tue parole, più del miele alla mia bocca (Sal 118,103), e se non ritiene grande danno l’ozio, o si corregge o venga espulsa, affinché un poco di lievito non faccia adulterare tutta la pasta (Gal 5,9).

 

DOMANDA 282: Chi sono quelli che dicono: Abbiamo mangiato e bevuto davanti a te, e che si sentono dire: Non vi conosco? (Lc 12,26-27)

RISPOSTA: Forse quelli che l’Apostolo descrisse parlando in prima persona come segue: Parlassi pure le lingue degli uomini e degli angeli… Avessi pure tutta la scienza e tutta la fede; distribuissi pure tutti i miei beni in elemosine e dessi pure il mio corpo ad essere bruciato, ma l’amore non ho, niente mi giova (1 Cor 13,1-3). Questo è quanto l’Apostolo ha imparato dal Signore stesso che riguardo a certuni ha detto: Tutte le loro opere le fanno per essere osservati dagli uomini. In verità, vi dico, hanno già avuto la loro ricompensa (Mt 6,2). Ciò che non si fa per amore di Dio, ma per la lode che viene dagli uomini, di qualsiasi cosa si tratti, non incontra la lode dovuta alla pietà bensì il giudizio cui soggiace la passione di piacere agli uomini, o l’autocompiacenza, la contesa, l’invidia o qualche altra colpa del genere. Perciò il Signore definisce una cosa simile anche «opera di iniquità», quando, a coloro che avevano detto: Abbiamo mangiato davanti a te, e il seguito, egli risponde: Via da me, voi tutti, artefici d’iniquità (Lc 13,26-27). E come potrebbero non essere artefici d’iniquità quelli che usano i doni di Dio per realizzare le loro voluttà? Proprio come quelli di cui l’Apostolo dice: Noi non siamo come quei tanti che adulterano la parola di Dio (2 Cor 2,17); e ancora: … di quelli che ritengono la pietà una fonte di guadagno (1 Tm 6,5), e molte altre cose di questo genere. Da tutto ciò lo stesso Apostolo ci ha dichiarato di essere puro, dicendo: …non per piacere agli uomini, ma a Dio che esamina i nostri cuori. poiché non siamo venuti a voi con parole di adulazione, come sapete, ne con pretesti di cupidigia, Dio ne e testimone; ne abbiamo cercato gloria dagli uomini, ne da voi ne da altri (1 Ts 2,4-6).

 

DOMANDA 283: Se uno fa la volontà di qualcun altro, è in comunione con lui?

RISPOSTA: II Signore ha detto: Chiunque fa il peccato è schiavo del peccato (Gv 8,34); e ancora: Voi avete per padre il diavolo e sono i desideri del padre vostro che volete fare (Gv 8,44); se dunque noi gli crediamo, sappiamo che questo tale non solo è in comunione con colui di cui fa la volontà, ma lo rende suo signore e suo padre, secondo quanto ha detto il Signore stesso. Questo lo attesta chiaramente anche l’Apostolo quando dice: Non sapete che offrendovi a qualcuno come schiavi per ubbidirgli, siete schiavi di colui al quale ubbidite, sia del peccato per la morte, sia è dell’ubbidienza per la giustizia? (Rm 6,16)

 

DOMANDA 284: Se una fraternità si impoverisce a motivo di qualche avversità o malattia, va da sé che si possa prendere da altri ciò che è necessario? E se sì, da chi si deve prendere?

RISPOSTA: Se qualcuno ricorda come il Signore abbia detto: Nella misura in cui I’avrete fatto a uno di questi più piccoli dei miei fratelli, lo avete fatto a me (Mt 25,40) userà grande cura, con particolare sollecitudine e premura, per essere degno di venire designato come uno di questi fratelli del Signore. Se dunque qualcuno è tale, non esiti a prendere, ma renda grazie.

Da chi poi si debba prendere, quando e come, lo deve valutare quello a cui è affidata la cura di tutti. Tuttavia egli si dovrà ricordare di quanto dice Davide: Non impingui la mia testa l’olio del peccatore (Sal 140,5), e ancora: Chi cammina in via immacolata, questi era colui che mi serviva (Sal 100,6).

 

DOMANDA 285: Una fraternità che commerci con un’altra, deve o no preoccuparsi molto per avere il giusto prezzo della merce?

RISPOSTA: Se la Parola permette che fra fratelli si compri e si venda, non ho niente da dire. Ci è stato però insegnato a mettere in comune quanto abbiamo a seconda del bisogno, come sta scritto: Il vostro superfluo provvede alla loro indigenza, affinché il loro superfluo provveda alla vostra indigenza, cosicché vi sia uguaglianza (2 Cor 8,14). Ma se accade che una simile necessità si verifichi, allora bisogna che, anziché chi vende, sia piuttosto chi compera ad essere molto attento per non dare un prezzo inferiore a quello giusto. Entrambi poi ricordino colui che ha detto: Non è bene danneggiare un uomo giusto (Pr 17,26).

 

DOMANDA 286: Bisogna portare all’ospizio uno che viva nella fraternità e che cada in qualche male del corpo?

RISPOSTA: Bisogna tener conto dei diversi luoghi e dello scopo che ci si prefigge, per il bene comune, a gloria di Dio.

 

DOMANDA 287: Quali sono i frutti degni della penitenza?

RISPOSTA: Le opere di giustizia contrarie al peccato e che devono essere prodotte da chi fa penitenza affinché compia ciò che è detto: Producendo frutti in ogni opera buona (Col 1,10).

 

DOMANDA 288: Chi vuole confessare i propri peccati deve confessarli a tutti e a chi capita, oppure a chi?

RISPOSTA: È manifesto ciò che l’amore di Dio per gli uomini si prefigge nei confronti dei peccatori, come sta scritto: Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva (Ez 33,11). Il modo della conversione però deve essere adattato al tipo di peccato commesso e c’è bisogno di frutti degni della penitenza, secondo ciò che sta scritto: Fate frutti degni della penitenza (Lc 3,8), affinché non ci accada quanto viene minacciato se mancano i frutti: Ogni albero che non fa buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco (Lc 3,9). È dunque necessario confessare i peccati a coloro cui è affidata l’amministrazione dei misteri di Dio (1 Cor 4,1). Così vediamo che hanno fatto con i santi anche quelli che si sono convertiti nei tempi antichi. Sta scritto infatti nel Vangelo che confessavano i loro peccati a Giovanni Battista (Mt 3,6), e negli Atti che li confessavano agli apostoli, dai quali venivano anche battezzati tutti (At 19,18).

 

DOMANDA 289: Che deve fare uno che abbia fatto penitenza per un peccato e di nuovo cada nello stesso peccato?

RISPOSTA: Uno che abbia fatto penitenza per qualcosa una volta e di nuovo faccia lo stesso peccato, dà prova di non essersi purificato della causa prima di quel peccato, dalla quale, come da una qualche radice, nascono necessariamente le stesse cose.

Infatti se qualcuno vuole tagliare i rami di un albero, ma lascia la radice, quella radice rimasta lì fa spuntare di nuovo: allo stesso modo, poiché il principio dei peccati non si ha nei peccati medesimi, ma nasce da altre cause, è necessario che chi vuole essere puro da essi tolga le cause prime di quei peccati. Per esempio, la contesa e l’invidia non hanno principio in sé stesse, ma spuntano dalla radice dell’amore per la gloria. Chi pretende di ricevere gloria dagli uomini, contende con chi riceve onori, oppure invidia chi lo supera in rinomanza. Se dunque qualcuno si è sorpreso una volta nell’invidia o nella contesa e poi di nuovo cade negli stessi peccati, sappia che egli nel profondo è malato di amore per la gloria. E bisogna curarlo dalla sua passione con ciò che è contrario al suo male, mediante l’esercizio dell’umiltà, ed è esercizio di umiltà l’occuparsi degli affari più vili. In tal modo giungerà ad un’interiore disposizione di umiltà e non cadrà più in quei frutti dell’amore per la gloria di cui abbiamo detto prima.

E così per ogni peccato di questo genere.

 

DOMANDA 290: Come si può abbondare sempre nell’opera del Signore? (1 Cor 15,58)

RISPOSTA: Ciò avviene quando moltiplichiamo il dono che ci è stato dato, mediante il vantaggio e il progresso di coloro che da esso ricevono beneficio. Oppure, quando mostriamo nell’opera del Signore maggior sollecitudine di quanta non ne usiamo per quelle opere umane che sogliono essere oggetto della nostra premura.

 

DOMANDA 291: Che cos’è la canna incrinata e il lucignolo fumigante? E in che modo non si spezza l’una e non si spegne l’altro? (Mt 12,20)

RISPOSTA: Penso sia una canna incrinata chi compie il comandamento di Dio, ma con una qualche passione cattiva. Non bisogna spezzarlo, ma piuttosto curarlo, come ha insegnato il Signore dicendo: Guardatevi dal fare la vostra elemosina davanti agli uomini per essere visti da loro (Mt 6,1). E l’Apostolo dà questo precetto: Fate tutto senza mormorazioni e discussioni (Fil 2,14), e altrove: Non fate nulla per contesa o per vanagloria (Fil 2,3).

Penso poi si possa parlare di lucignolo fumigante, quando uno anziché compiere il comandamento con brama ardente e perfetta sollecitudine, lo compie con troppa indolenza e languidezza: costui non lo si deve far smettere, ma piuttosto risvegliarlo col ricordargli i giudizi di Dio e le sue promesse.

 

DOMANDA 292: È il caso che nella fraternità ci sia un maestro per bambini che le famiglie vogliano fare educare?

RISPOSTA: L’Apostolo ha detto: Voi padri, non esasperate i vostri figli, ma allevateli nella disciplina e nella correzione del Signore (Ef 6,4); se dunque quelli che li portano, li portano con questo scopo e se quelli che li ricevono sono pienamente certi di poter allevare nella disciplina e nella correzione del Signore coloro che vengono ad essi condotti, allora si osservi il comando del Signore: Lasciate che i bambini vengano a me e non li impedite: il Regno dei Cieli infatti, e di coloro che sono tali (Mt 19,14).

Ma se non ci sono l’intenzione e la speranza suddette, penso che ciò non sia gradito a Dio e che per noi non sia ne conveniente ne utile.

 

DOMANDA 293: In che modo bisogna comportarsi con quelli che evitano i peccati più gravi, ma commettono con indifferenza i piccoli?

RISPOSTA: Prima di tutto bisogna sapere che nel Nuovo Testamento non ci viene insegnata questa distinzione. Vi si trova un’unica sentenza contro tutti i peccati, poiché il Signore ha detto: Chi fa il peccato è schiavo del peccato (Gv 8,34); e ancora: La parola che io ho detto, quella lo giudicherà nell’ultimo giorno (Gv 12,48). E Giovanni grida: Chi non ubbidisce al Figlio non vedrà la vita; ma l’ira di Dio rimarrà su di lui (Gv 3,36): e la minaccia rivolta alla disubbidienza non si basa su diversità di peccati, bensì sulla trasgressione in sé.

In una parola, se ci volessimo permettere di dire piccolo o grande un peccato, ne conseguirebbe indiscutibilmente questa affermazione: che è grande ciò da cui ciascuno è dominato e piccolo ciò che ciascuno riesce a dominare: come fra gli atleti chi vince è più forte e chi viene superato è più debole di chi lo vince, chiunque sia.

Per chiunque pecchi, dunque, con qualunque genere di peccato, bisogna osservare il giudizio del Signore che ha detto: Se tuo fratello pecca contro di te, va’ e riprendilo fra te e lui soli. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello; se non ti ascolta, prendi con te uno o due altri, affinché ogni questione sia stabilita sulla parola di due o tre testimoni . E se rifiuta di ascoltarli, dillo alla Chiesa; se poi non vuole ascoltare neppure la Chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano (Mt 18,15-17).

Per tutti costoro si osservi anche ciò che ha detto l’Apostolo: Perche non avete piuttosto fatto lutto affinché si togliesse di mezzo a voi l’autore di una simile azione ? (1 Cor 5,2) Conviene infatti unire longanimità e viscere di misericordia alla severità.

 

DOMANDA 294: Per quale motivo avviene che si venga meno alla memoria ininterrotta di Dio?

RISPOSTA: Se si diventa immemori dei benefici di Dio e ingrati nei confronti del benefattore.

 

DOMANDA 295: Da quali segni si riconosce chi è dissipato?

RISPOSTA: Quando trascura ciò che porta ad essere graditi a Dio. Il profeta infatti ha detto: Tenevo sempre il Signore davanti a me - poiché è alla mia destra - per non vacillare (Sal 15,8).

 

DOMANDA 296: In che modo l’anima può essere pienamente certa di essere pura dai peccati?

RISPOSTA: Se scorge in se la disposizione d’animo di Davide quando dice: Ho odiato l’iniquità e ne ho avuto orrore (Sal 118,163), oppure se vede che si è adempiuto in lei ciò che l’Apostolo ha comandato: Fate morire le vostre membra che sono sulla terra: fornicazione, impurità, passione, concupiscenza cattiva, e la cupidigia che è idolatria; per queste cose viene l’ira di Dio, quindi, estendendo questo giudizio contro ogni peccato, aggiunge: sui figli della disubbidienza (Col 3,5-6), affinché si possa dire: Non si è unito a me un cuore tortuoso: non conoscevo il Maligno che si discostava da me (Sal 100,3-4).

Uno poi si riconoscerà giunto a tale disposizione d’animo se anche verso i peccatori nutrirà la medesima, temibile compassione propria ai santi, come ha detto Davide: Vidi gli insensati e mi consumavo, perché non hanno custodito le tue parole (Sal 118,158); e anche l’Apostolo dice: chi è debole che io non sia debole? e chi è che subisce scandalo e io non bruci? (2 Cor 11,29)

Poiché è certo che l’anima è migliore del corpo, eppure noi vediamo che quanto al corpo proviamo disgusto per ogni sordidezza e ne abbiamo orrore, e la vista di qualsiasi lacerazione e qualsiasi danno produce afflizione e tristezza al cuore: di conseguenza, quanto più, a motivo dei peccatori, sentirà in se ciò che abbiamo detto sopra colui che ama il Cristo e i fratelli, poiché vede l’anima dei peccatori ferita e divorata come da belve, e vede in essa apparire marciume e putrefazione. Davide ha detto: Hanno oltrepassato la mia testa le mie iniquità: come fardello pesante si sono aggravate su di me. Putride e marce sono le mie lividure di fronte alla mia stoltezza: misero sono divenuto e incurvato fino all’estremo. Tutto il giorno me ne andavo cupo (Sal 37,5-7); e l’Apostolo dice: Pungolo della morte è il peccato (1 Cor 15,56).

Quando dunque qualcuno, sia per i propri peccati che per quelli altrui, come abbiamo detto in principio, scorge nella sua anima queste disposizioni, allora sia pure pienamente certo di essere puro dal peccato.

 

DOMANDA 297: In che modo bisogna convertirsi dai peccati?

RISPOSTA: Studiandosi di avere la disposizione d’animo di Davide quando, per prima cosa dice: Ho fatto conoscere la mia iniquità, e il mio peccato non ho nascosto. Dissi: Confesserò contro di me la mia iniquità al Signore (Sal 31,5), e poi quando, nel salmo sesto e in altri in varie forme, espone il modo della conversione.

Si dovrà anche imparare dall’Apostolo ciò che egli ha dichiarato ai Corinti a proposito del peccato di un altro, dicendo: La tristezza secondo Dio produce una conversione salutare di cui non ci si pente (2 Cor 7,10), e aggiungendo poi le proprietà di questa tristezza: Ecco infatti quale sollecitudine ha prodotto in voi proprio questa tristezza secondo Dio. Quali scuse, quale indignazione, quale timore, quale desiderio, quale punizione, quale zelo. In tutto avete mostrato di essere puri in questo affare (2 Cor 7,11).

Da ciò appare chiaro come non basti distogliersi dal peccato e nutrire questi sentimenti nei confronti dei peccatori, ma come ci si debba anche allontanare dai peccatori stessi. David ci ha manifestato anche questo dicendo: Allontanatevi da me voi tutti che operate l’iniquità (Sal 6,9); e l’Apostolo ordina che neppure si mangi insieme a tali persone (1 Cor 5,11).

 

DOMANDA 298: Permette la Parola di fare il bene a proprio piacere?

RISPOSTA: Ciò che piace a sé stessi piace all’uomo, dato che uomo è ognuno di noi.

Ma sta scritto: Maledetto l’uomo che pone la speranza nell’uomo e rafforza la carne del suo braccio, il che manifesta la sua fiducia in sé stesso, e dal Signore si allontana l’anima sua  (Ger 7,5); Così pure chi piace ad altri o fa qualcosa a proprio piacere, viene meno alla pietà per cadere nella passione di chi vuol piacere agli uomini. Il Signore infatti dice: Fanno le loro opere per essere visti dagli uomini. Amen, io vi dico, hanno già ricevuto la loro ricompensa (Mt 6,5). E l’Apostolo dichiara: Se piacessi ancora agli uomini, non sarei servo del Cristo (Gal 1,10). Anzi, nella Scrittura ispirata si ritrova una minaccia ancor più grave che suona così: Dio disperde le ossa di coloro che piacciono agli uomini (Sal 52,6).

 

DOMANDA 299: In che modo l’anima potrà avere la piena certezza di essersi allontanata dalla ricerca della gloria?

RISPOSTA: Quando ubbidisce al Signore che dice: così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, in modo che vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli (Mt 5,16); e all’Apostolo che ordina: Sia che mangiate, sia che beviate, o qualsiasi cosa facciate, tutto fate a gloria di Dio (1 Cor 10,31). In questo modo l’uomo pio, senza pretendere né la gloria presente, né quella futura, antepone a tutto l’amore verso Dio, e potrà dire con franchezza: Né le cose presenti né le future potranno separarci dall’amore di Dio che è nel Cristo Gesù Signore nostro (Rm 8,38-39). Lo stesso Signore nostro Gesù Cristo ha detto infatti: Io non cerco la mia gloria (Gv 8,50), e: Chi parla da sé stesso cerca la propria gloria, ma chi cerca la gloria di colui che lo ha mandato, questi è verace (Gv 7,18).

 

DOMANDA 300: In che modo deve avvenire la conversione quando si tratti di una cosa che non appare agli sguardi?

RISPOSTA: Il modo della conversione appare chiaro in quella domanda in cui si tratta del come ci si debba convertire dai peccati (vedere domanda 297).

Quando poi si tratti di qualcosa che sfugge agli sguardi, ci ricorderemo che il Signore dice: Non vi è nulla di nascosto che non debba essere conosciuto (Mt 10,26), e: La bocca parla dalla sovrabbondanza del cuore (Lc 6,45).

 

DOMANDA 301: E se uno dice: «La mia coscienza non mi accusa»?

RISPOSTA: Ciò accade anche per i mali del corpo. Ci sono molti mali che non vengono percepiti dai malati: e tuttavia essi credono più all’esame dei medici di quanto non badino alla propria insensibilità. Allo stesso modo avviene per i mali dell’anima, cioè per i peccati: anche se uno non si accusa da se, perché non si accorge del peccato, deve tuttavia credere a quelli che possono vedere meglio di lui ciò che lo riguarda. E questo ce lo hanno mostrato i santi apostoli quando, pur essendo pienamente certi della propria sincera disposizione d’animo nei confronti del Signore, tuttavia, nel sentir dire: Uno di voi mi tradirà (Mt 26,21), credettero piuttosto alla parola del Signore e domandavano tutti: Sono forse io, Signore? (Mt 26,22) Più chiaramente ancora ci ammaestra il santo Pietro che, con ardente umiltà, ricusava il servizio che gli rendeva il Signore e Dio e maestro, ma, pienamente certo della verità delle parole del Signore, quando si sentì dire: Se non ti lavo, non hai parte con me, disse: Signore, non i piedi soltanto, ma anche le mani e la testa (Gv 13,8-9).

 

DOMANDA 302: Bisogna prelevare qualcosa dalla cassa per darlo ai bisognosi di quelli «di fuori»?

RISPOSTA: Il Signore ha detto: Non sono stato mandato che per le pecore perdute della casa d’Israele (Mt 15,24), e: Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini (Mt 15,26). Dunque, non è necessario prendere ciò che è stato preparato per coloro che sono consacrati a Dio e consumarlo per chiunque.

Se si dà però la possibilità che si realizzi la parola detta dalla donna lodata per la sua fede, cioè: Sì, Signore, e infatti i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro signori (Mt 15,27), allora la cosa è lasciata al giudizio dell’economo, col comune consenso di coloro che, dopo di lui, hanno un’autorità. Questo perche, dalla sua sovrabbondanza, il sole sorga sui cattivi e sui buoni, come sta scritto (Mt 5,45).

 

DOMANDA 303: Nella fraternità bisogna ubbidire a chiunque dice qualcosa?

RISPOSTA: È tutt’altro che facile rispondere a questa domanda. Prima di tutto, se tutti dicono qualcosa, ciò è manifestamente indice di indisciplina. L’Apostolo ha infatti detto: Quanto ai profeti, parlino due o tre e gli altri giudichino (1 Cor 14,29), e, nella distribuzione dei carismi, stabilisce l’ordine proprio di ciascuno di quelli che parlano, dicendo: Ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dispensato (Rm 12,3-5). E facendo l’esempio delle membra del corpo mostra chiaramente come sia peculiare il posto occupato da chi parla e lo distingue accuratamente dicendo: Chi insegna, insegni; chi esorta, esorti (Rm 12,7-8), e il seguito. Da ciò appare manifesto come non sia permesso a tutti dire tutto, e come invece ciascuno debba rimanere nella sua vocazione e compiere molto accuratamente ciò che gli è stato affidato dal Signore.

Bisogna pertanto che chi è a capo della comunità, ed è preposto a tutti, riceva questo incarico, dopo accurato esame, e vigili su ciascuno con cura adeguata e, con gradimento di Dio e acutezza nel rendersi conto delle capacita e forze di ciascuno, tutto disponga ed ordini per il bene comune.

Quanto a coloro che sono soggetti, essi devono restare al loro posto e attenersi alla condizione di chi deve ubbidire, ricordando ciò che dice il Signore: Le mie pecore ascoltano la mia voce: io le conosco ed esse mi seguono, ed io do loro la vita eterna (Gv 10,27-28); e poco sopra aveva detto: Ma non seguiranno un estraneo, anzi lo fuggiranno, perché non conoscono la voce degli estranei (Gv 10,5).

E l’Apostolo dice: Se qualcuno insegna una dottrina diversa e non si attiene alle sane parole del Signore nostro Gesù Cristo, e alla dottrina conforme alla pietà, è uno gonfio di orgoglio, che non sa nulla. E dopo aver elencato ciò che avviene in questi casi, soggiunge: Tienti lontano da questi tali (1 Tm 6,3-5); e di nuovo altrove dice: Non disprezzate le profezie. Ma esaminate tutto: ciò che è buono, ritenetelo; tenetevi lontani da ogni specie di male (1 Ts 5,20-22).

Cosi, se qualcosa viene detto in conformità al comandamento del Signore, oppure in vista del suo adempimento, allora, incombesse pure una minaccia di morte, bisogna ubbidire. Se invece qualcosa è contrario al comando, oppure gli arreca danno, anche se lo ordinasse un angelo dal cielo o qualcuno degli apostoli, anche vi fosse in esso promessa di vita o minaccia di morte, in nessun modo bisogna ubbidire, poiché l’Apostolo ha detto: Se anche noi, o un angelo del cielo vi evangelizzasse in modo contrario a come vi abbiamo evangelizzato sia anatema (Gal 1,8).

 

DOMANDA 304: Se i parenti di quelli che si sono consegnati ala fraternità, vogliono dare qualcosa, conviene accettare?

RISPOSTA: La cura e la valutazione di questo spettano al preposito. Soltanto, come mio parere, ritengo ci sia meno possibilità di scandalo per tutti e sia più profittevole per l’edificazione della fede respingere questi doni.

Spesso infatti, se si accettano doni, si attirano rimproveri contro la fraternità. Questo offre anche un pretesto di boria al parente di quelli che offrono. Oltre a ciò, secondo quanto ha detto l’Apostolo contro coloro che venivano nella comunità a mangiare e bere le cose proprie, si verifica la parola: Confondete quelli che non hanno (1 Cor 11,22), e molte altre parole del genere.

Dato che si verificano tali occasioni di peccato, è bene non accettare doni, ma è permesso al preposito valutare anche da chi eventualmente convenga riceverli e come si debbano amministrare.

 

DOMANDA 305: Va bene ricevere qualcosa da quelli di fuori, per motivi di amicizia o di parentela secondo la carne?

RISPOSTA: Questa domanda equivale alla precedente sull’accettare o meno qualcosa dai parenti.

 

DOMANDA 306: In che modo si giunge a non essere dissipati?

RISPOSTA: Se facciamo nostro il sentimento di Davide che dice: Tenevo sempre il Signore davanti a me - poiché è alla mia destra - per non vacillare (Sal 15,8); e: Gli occhi miei sempre verso il Signore, poiché egli trae dal laccio i miei piedi (Sal 24,15); e: Ecco, come gli occhi dei servi alle mani dei loro signori, come gli occhi della serva alle mani della sua padrona, così gli occhi nostri al Signore, Dio nostro (Sal 122,2).

E, per usare un esempio di ordine inferiore, che ci inciti a fare meglio nelle cose più grandi, ciascuno consideri come si comporta di fronte ai presenti, sebbene siano degli eguali: come cioè egli sia sollecito nell’essere irreprensibile, sia stando fermo che camminando, sia nel movimento di qualsiasi membro, o nel pronunciar parola.

Come dunque ci curiamo di fare attenzione ai nostri atti quando li compiamo davanti agli uomini, allo stesso modo e molto di più faremo così se siamo pienamente certi di avere come spettatore Dio che scruta i cuori e i reni (Sal 7,10), secondo quanto sta scritto, e il Figlio unigenito di Dio che adempie quella promessa: Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono la in mezzo a loro (Mt 18,20), e lo Spirito Santo che governa, distribuisce e opera i carismi (1 Cor 12,11), e gli angeli custodi di ciascuno, secondo quanto ha detto il Signore: Guardate di non disprezzare uno di questi piccoli: vi dico infatti che i loro angeli vedono sempre il volto del Padre mio che è nei cieli  (Mt 18,10). Se dunque avremo queste certezze, in molti modi e con grande forza noi lotteremo per realizzare quella pietà che è gradita a Dio, e così verrà a consolidarsi con forza e perfezione la nostra capacità di non essere dissipati.

Perverremo a questo se saremo anche solleciti nell’adempiere la parola: Benedirò il Signore in ogni tempo: sempre la sua  lode nella mia bocca (Sal 33,2), e l’altra: Nella sua legge mediterà giorno e notte (Sal 1,2). In modo che, con la stabile e continua meditazione e contemplazione dei voleri e dei decreti di Dio, la mente non trovi tempo per distrarsi.

 

DOMANDA 307: Conviene guidare a turno la salmodia o la preghiera?

RISPOSTA: In questo, se ci sono molti idonei a farlo, si osservi il giusto ordine, perché non si consideri la cosa poco importante o indifferente, e non accada che la scelta sempre uguale di una o due persone faccia sospettare in chi guida orgoglio e disprezzo per gli altri.

 

DOMANDA 308: Nella fraternità bisogna offrire una qualche remunerazione a chi dà qualcosa? E tale remunerazione deve essere direttamente corrispondente a ciò che viene dato?

RISPOSTA: Questa domanda è tutta umana. Ma se proprio è necessario dare una dimostrazione di gratitudine, spetta all’economo di valutare sia quanto all’accettare il dono, sia quanto al retribuire chi da.

 

DOMANDA 309: Se a qualcuno succedono incidenti consueti e che sono secondo la natura, può osare accostarsi alla santa comunione?

RISPOSTA: L’Apostolo ha mostrato come sia superiore alla natura e alla consuetudine chi è stato con-sepolto con Cristo nel battesimo (Rm 6,4). Infatti, là dove parla del battesimo dell’acqua, dopo altre premesse dice: Sappiamo che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse reso inoperante il corpo del peccato, affinché noi non serviamo più al peccato (Rm 6,6); e altrove ordina: Fate morire le vostre membra che sono sulla terra: fornicazione, impurità, passione, concupiscenza cattiva, e la cupidigia che è idolatria: per queste cose viene l’ira di Dio sui figli della disubbidienza (Col 3,5-6); ed espone una regola quando dice: Ora, quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le passioni e le concupiscenze (Gal 5,24).

Io so che queste cose sono state realizzate con la grazia di Cristo, sia fra uomini che fra donne, mediante la fede genuina nel Signore.

Quanto poi sia terribile il giudizio su colui che, essendo nell’impurità, si accosta alle cose sante, lo impariamo anche dall’Antico Testamento. E se qui c’è più del tempio (Mt 12,6) è naturale che l’Apostolo ci ammonisca a temere ancor più, dicendo: Chi mangia e beve indegnamente, mangia e beve la propria condanna (1 Cor 11,29).

 

DOMANDA 310: Va bene celebrare l’eucarestia in una casa qualunque?

RISPOSTA: Così come la Scrittura non permette sia portato alcun oggetto profano dentro al santuario, allo stesso modo neppure si possono celebrare i misteri santi in una casa qualunque, poiché è manifesto come l’Antico Testamento, per comando di Dio, non permetta si faccia nulla di simile. Il Signore poi dice: C’è qui qualcosa di più grande del tempio (Mt 12,6); e l’Apostolo: Non avete case per mangiare e per bere? Che devo dirvi? lodarvi? In questo non vi lodo. Io infatti vi ho trasmesso ciò che a mia volta ho ricevuto, e il seguito (1 Cor 11,22-23).

Da questo veniamo ammoniti a non mangiare né bere in chiesa la nostra cena ordinaria e a non svilire la Cena del Signore in una casa qualunque, a meno che uno, per necessità, non scelga un luogo o una casa molto puliti, in un momento conveniente.

 

DOMANDA 311: E’ bene andare a visitare qualcuno se ne veniamo richiesti?

RISPOSTA: L’andare a visitare è cosa gradita a Dio. Bisogna però che chi va a far visita sia intelligente nell’ascoltare e prudente nel rispondere, sia cioè uno che adempia la parola: Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito con sale, per sapere come bisogna rispondere a ciascuno (Col 4,6).

Quanto però al far visita per motivi di parentela o di amicizia, è cosa estranea a ciò che abbiamo professato.

 

DOMANDA 312: Conviene esortare alla preghiera i laici che vengono a visitarci?

RISPOSTA: Se sono amici di Dio è normale, dato che è a loro che l’Apostolo ha scritto: Pregate anche per me, affinché quando apro la bocca mi sia dato di parlare per far conoscere con franchezza il mistero di Dio (Ef 6,9).

 

DOMANDA 313: Bisogna continuare a lavorare quando qualcuno viene a farci visita?

RISPOSTA: Non bisogna interrompere nulla di ciò che si fa secondo il comandamento per le convenienze dell’amicizia umana verso chi viene. A meno che non si tratti di anteporre secondo il comandamento del Signore, la cura particolare di un’anima alla sollecitudine per le cose materiali. poiché i santi apostoli hanno detto negli Atti: Non è bene che noi abbandoniamo la parola di Dio per servire alle mense (At 6,2).

 

da: http://ora-et-labora.net

 


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