Cerca

Newsletter

iscriviti alla newsletter

La tua mail*




IL TYPIKON DELLA CATTEDRALE DI BOVA

 

Archimandrita Antonio Scordino




 

IL TYPIKON DELLA CATTEDRALE DI BOVA

 

Nel 1552 fu portata a termine a Messina la confezione di un libro, commissionato dal vescovo di Bova Achille Brancia per l’uso del clero della sua cattedrale. Si può in realtà dubitare fortemente che il Brancia si sia preoccupato più di tanto del clero di Bova, impegnato com’era non solo nei lavori del Concilio di Trento (con i suoi decreti così micidialmente ostili al mondo greco-ortodosso) ma anche nel litigare di brutto con il conte di Bova, che poi niente altri era che il suo stesso metropolita, l’arcivescovo di Reggio. Si può piuttosto essere del tutto certi che il Brancia si sia limitato a dare un formale placet ai veri committenti – i chierici bovesi – o che essi abbiano fatto il suo nome per comprensibile piaggeria.

Già dal solo esame esterno dello stato di conservazione, possiamo invece essere abbastanza certi che il libro, una volta arrivato a Bova, sia stato effettivamente usato: tra l’altro, non mancano macchie di cera proprio lì dove ci si aspetta di trovarle, per esempio su quelle stesse pagine che - ancor oggi - un chierico ha davanti mentre tiene in mano una candelina accesa mentre contemporaneamente armeggia con l’incensiere e, cantando, cerca in fretta un qualche altro testo.

Si tratta infatti di un Typikon, il libro che – come dice il nome – descrive, giorno per giorno, il tipo di celebrazione: quale e a quale ora; con quali paramenti e di quale colore; con quali letture e quali canti; ecc. Corrisponde - in qualche modo – sia al Codex Rubricarum sia all’Ordo Divini Officii usato nelle chiese di tradizione latina, con la differenza che entrambi sono pressoché uniformi in tutto in tutto il mondo cattolico, mentre nel mondo ortodosso i Typika possono essere piuttosto diversi tra loro. Per intenderci, spesso in un grande monastero il Vespro si celebra con un rituale anche molto diverso che in un eremo, e quello celebrato in una cattedrale da quello celebrato in un monastero così come da quello celebrato in una chiesa parrocchiale.

Nei giorni nostri, come riferimento un po’ tutti hanno il Typikon della Grande Chiesa (di Costantinopoli), ma fatte salve usanze locali: anche un osservatore superficiale, anche del tutto estraneo al mondo ortodosso, si accorge che ad Atene si usano paramenti di foggia molto diversa di quelli che si usano a San Pietroburgo, o che, in una stessa Milano, nella chiesa ortodossa di tradizione “greca” si usa il calendario moderno (gregoriano), mentre quella di tradizione “russa” usa il calendario antico (giuliano).

Se dunque, in pieno XVI secolo, il clero bovese sentiva l’esigenza di ordinare la copiatura a mano (con i costi dell’epoca) di un proprio Typikon (e, all’epoca, andava sino a Messina per cercare un bravo copista), vuol dire che il cosiddetto “rito greco” a Bova non era poi così decadente come si vuol far credere, per avanzare una meschina giustificazione alla violenta soppressione della Chiesa ortodossa in Sicilia e Grande Grecia (soppressione che è all’origine - principale causa - del declino e della scomparsa della lingua greca in Italia meridionale).

Per di più, il Typikon di Bova è testimone di quanto sia falsa l’affermazione che il “rito greco” fosse “latinizzato” (cioè corrotto), tanto da giustificarne la sua abolizione: non solo esso è pienamente ortodosso, in ogni suo apice e iota, ma dimostra quanto il clero bovese si sentisse distinto e distante dai Latini. Mette infatti in appendice un “Calendario secondo i Latini” che riporta le principali feste, appunto, dei Latini: né più né meno come la “Guida Liturgica” stampata ogni anno dal Patriarcato di Costantinopoli segnala - in appendice – le principali feste della turca Istanbul, senza che per questo nessuno osi dire che il Patriarcato di Costantinopoli sia “corrotto” o addirittura “turchizzato”.

I riti descritti dal Typikon di Bova sembrano in effetti un po’ diversi dagli usi attuali delle chiese ortodosse (soprattutto di tradizione greca) ma, incredibilmente, perché son questi e non quelli a essere – in un certo senso – “corrotti”. Per naturale evoluzione, ma soprattutto a causa della Francocrazia conseguente alle Crociate e a causa della caduta dell’Impero romano, il cosiddetto “rito greco”, specie nelle chiese non monastiche, ha subito alcune modifiche che ovviamente non conosce il Typikon di Bova.

Gli usi liturgici della Chiesa ortodossa hanno conosciuto infatti tre grandi “riforme”. Una prima, per opera di san Fozio, il grande arcivescovo di Costantinopoli (858\67 e 877\886), davvero pari agli apostoli e per molti versi legato all’Italia Meridionale: una “riforma”[1] che consacrava soprattutto la riflessione teologica sull’Incarnazione, frutto del dogma proclamato dal VII Concilio Ecumenico (787) e nell’843 esaltato dal siracusano san Metodio, arcivescovo di Costantinopoli. Questa “riforma”, per esempio, fissa il canone pittorico degli edifici di culto e accoglie in modo massiccio l’innografia (prodotta principalmente dal siracusano san Giuseppe, 816\86), persino a scapito della tradizionale modulazione dei salmi e inni scritturistici. Il canto di salmi e inni scritturistici è abbastanza attestato nel Typikon bovese, mentre nell’uso attuale è ridotto all’esecuzione di soli alcuni versetti, quasi antifone ai testi poetici.[2]

Una seconda “riforma”, nei secoli XI \ XII, è più che altro una reazione a recenti mode propagandate nella cristianità occidentale dai chierici franco-germanici, quali l’uso degli azzimi al posto del pane fermentato o la dottrina agostiniana a proposito del Peccato originale (e poi la dottrina relativa al Purgatorio).

Una terza “riforma” è conseguenza della tragedia del 1204: la conquista di Costantinopoli da parte dei Crociati e l’asservimento dei romano-ortodossi alla Francocrazia. In quegli anni di schiavitù, furono indispensabili degli adattamenti, degli arrangiamenti cui si fece stabilmente ricorso dopo la caduta dell’Impero romano (1453).

Non si può dire, tuttavia, che tali “riforme” non fossero conosciute e praticate dal clero bovese: ancor oggi, per esempio, molti libri liturgici a stampa non indicano, al Grande Venerdì, il suggestivo rito dell’Epitaffio, trionfale nelle parrocchie ma che – sia pure più sobriamente - non manca nei monasteri. Allo stesso modo, il Typikon di Bova non indica la Festa dell’Ortodossia (istituita dal siracusano san Metodio nell’anno 843): il rito però che oggi si compie in (quasi) tutte le chiese ortodosse ogni prima domenica della Grande Quaresima non è segnalato dai libri liturgici, mentre – al contrario – nelle stesse si omette o si riduce a una sintesi di poche frasi la lunga lettura del Synodikon (per così dire, gli Atti conciliari) indicata per quello stesso giorno.

In una parola, non c’è libro liturgico ortodosso che non sia estremamente conservatore, restio ad accettare “novità” che hanno solo quattro o cinque secoli di vita, ma nello stesso tempo aperto ad adattamenti davvero locali: in un particolare giorno, per esempio, in una chiesa di Atene potrà usarsi un’anafora e nella chiesa accanto un’altra.[3]

Per questo, ancor oggi, qualsiasi chiesa ortodossa possiede, oltre ai libri liturgici più o meno ufficiali, centinaia di fascicoli, appendici e supplementi: una miriade, e senza tener conto dell’ancor più doviziosa tradizione orale. Se infatti qualcosa si fa nel Peloponneso non vuol dire che lo stesso si fa in tutto il Peloponneso, né tantomeno in una chiesa ortodossa di New York, o di Singapore o di Bologna.

Per tutti questi motivi, il fatto che il Typikon di Bova somigli al Typikon del messinese Monastero del Salvatore, non vuol dire che ne è la copia: vuol dire che appartiene a una “famiglia”, a una tradizione che ha (che aveva) molti punti in comune.

A noi oggi sono pervenuti solo pochi Typika manoscritti che appartengano a una stessa tradizione meridionale: il Turin. gr. 216 (datato 1174, Càsole - LE); il Barb. gr. 350 (datato 1205, Càsole - LE); il Mess. gr. 159 (datato 1211, Gala - ME); il Vat. gr. 1877 (datato 1292, Mili - ME); il Nessel 127 (XIII secolo, Calabria o Sicilia?); il Vallicell. D. 61 (XIII secolo, Càsole - LE); il Mess. gr. 115 (XIII secolo[4], Messina); il Vat. gr. 1609 (XIV secolo, Sicilia o Calabria?); il Barb. gr. 178 (datato 1552, Bova - RC) e infine il Barb. gr. 383 (datato 1583, Soleto – LE).

Irrimediabilmente perduti i tanti Typika che il vescovo Annibale d’Afflitto trovò nelle sue numerose ispezioni alle chiese del reggino, l’ultimo testimone della tradizione greco-ortodossa di Calabria e Sicilia è dunque il Typikon della cattedrale di Bova. In un certo senso, però, anche esso è “perduto”: in una data sconosciuta (ma certamente durante l’episcopato di Giulio Stavriano) fu spedito a Roma perché – insieme ad altri libri liturgici ortodossi – fosse “corretto” secondo le esigenze dogmatiche dell’Assise tridentina. E, come gli altri libri liturgici ortodossi, non fu più restituito (neppure corretto).

Il Typikon bovese non è del genere “monastico” ma “di cattedrale” o parrocchiale: i confini però tra i due generi sono pressoché impercettibili, anche se interessanti. Là dove, per esempio, un Typikon monastico indica: il coro canta…, il Bovese dice: il popolo canta…, noi cantiamo…. E’ ovvio che in un monastero si indichi il proestòs (il “priore”) e in una cattedrale, invece, il protopapàs (il “protopapa”, primo prete).

Oltre all’interesse intrinseco già sottolineato (la vitalità della tradizione ortodossa ancora nella seconda metà del XVI secolo), vanno segnalate alcune particolarità, quali quella – che ci sembra un’esclusiva bovese – della memoria al 24 dicembre della Apografì tis Theotòku, cioè della Iscrizione (all’anagrafe) della Madre di Dio. Non escludendo un riferimento al culto della “Madonna del grafèo” (cioè dell’iscrizione, poi inteso come della Lettera?), noto tanto a Messina quanto a Polsi, è chiara l’ispirazione all’inno che nelle chiese ortodosse si canta proprio in tale giorno, tanto da caratterizzarlo (ne è infatti l’apolitìkion[5]): Fu iscritta Maria a Betlemme, insieme a Giuseppe, poiché seme di David, mentre era incinta per una concezione senza seme; sopraggiunse il tempo del parto ma non vi era posto nell’albergo, ma quale piacevole palazzo si mostrava la grotta alla Vergine. Nasce Cristo per far risorgere la sua immagine un tempo caduta.

Il Typikon bovese attesta poi il culto di una santa pressoché sconosciuta, Ierusalìm - culto presente in varie località dell’Italia Meridionale – che, a mio avviso, è da identificare con la santa Rusalìa \ Rosalia il cui culto fu (ri)scoperto a Palermo nel XVII secolo.[6] Presente anche il ricordo di santa Dominata, martire a Bivona con i figli Cassiodoro, Senatore e Viatore.[7]

Interessante anche la menzione di una particolare ufficiatura della Tritoektis, una solenne celebrazione d’origine costantinopolitana[8], il cui nome è troppo simile a quello d’un celebre santuario del bovese (Tritektis = Tridetti) per non esservi in qualche modo collegato.

Da questa succinta presentazione, si potrebbe pensare che ormai il Typikon bovese sia solo un reperto archeologico, che interessa – se interessa – i pochi appassionati di storia della Liturgia. Esso, invece, in questi ultimi anni ha richiamato l’attenzione d’un Gruppo di studio sulla Civiltà romana (o romea che dir si voglia) e sulla tradizione ortodossa della “Grande Grecia” d’un tempo, che ne sta curando la traduzione[9],



[1] Virgolettiamo, perché non si ebbero mai Riforme imposte dall’alto (per esempio, le riforme del Tridentino e poi del Vaticano II), ma soltanto un più o meno rapido diffondersi dal basso di particolari usi liturgici.

[2] Nelle moderne chiese parrocchiali di tradizione greca: in quelle monastiche e in quelle di tradizione slava, invece, è più diffusa l’esecuzione dei testi scritturistici.

[3] Per esempio, in alcuni giorni, in qualche chiesa si celebra la divina Liturgia detta di san Giacomo, dall’impianto rituale molto diverso da quella detta del Crisostomo usata nella stesso giorno in altre chiese.

[4] Ma erroneamente datato 1131 e attribuito a Luca, presunto primo igumeno del Salvatore di Messina: vedi Antonio monaco, Ombre della storia – Santi dell’Italia ortodossa, Asterios, Trieste, 2005, pp. 232\242.

[5] Canto di per sé conclusivo (come suggerisce il nome), è più volte ripetuto nel corso della giornata e d’una stessa celebrazione.

[6] Prive di qualsiasi fondamento sono però le elucubrazioni su questo personaggio, frutto di eruditi del XVII secolo (e forse anche scarsamente prive di autenticità le “reliquie” ritrovate (?) il 15 luglio 1624). Segnalo che nel Peloponneso e in Rumelia santa Ierusalìm è chiamata popolarmente Rusalia.

[7] Vedova, sarebbe andata a vivere a Cesarea (di Mauritania, oggi Cherchel d’Algeria) insieme ai figli militari. Forse dopo il 468 tutta la famiglia sarebbe fuggita dall’Africa, per riparare a Lipari e poi a Bivona dove però avrebbe subito il martirio per mano degli ariani.

[8] Celebrata, come suggerisce il nome, tra l’Ora Terza e l’Ora Sesta (circa le 9\12), era una sorta di “Liturgia della Parola” celebrata in alcuni giorni digiunali.

[9] Forse perché frettolosamente declassato a “copia”, il Typikon bovese era rimasto di fatto sconosciuto: la traduzione in italiano la si potrà trovare in http://ortodossiromani.blogspot.com.

 


Dona l'otto per mille

Santi di oggi

i santi di oggi 28-10-2020

La santa PROTEZIONE della nostra Sovrana, la Theotokos e Sempre Vergine Maria [In Grecia, dopo il 1960, è stata spostata dal 1 al 28 ottobre in memoria alla protezione accordata dalla Madre di Dio alle truppe greche che resistevano all’invasione nazista sul fronte albanese nel 1940].

i santi di domani 29-10-2020

Il 29 di questo mese memoria della santa martire Anastasia la romana. Lo stesso giorno memoria del santo padre nostro Abramio e Maria, sua cugina. Lo stesso giorno memoria di san Cirillo martire. Lo stesso giorno san Savvas lo stratilata moriva trapassato da parte a parte. Lo stesso giorno memoria della santa nostra madre Anna, soprannominata Eufimianòs. Lo stesso giorno memoria della santa martire Melitinì.

Condividi

Bookmark This

Follow Us

TOP