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Della risurrezione dei morti

 Trattato

di Sant'Atenagora di Atene




 

Della risurrezione dei morti
Trattato
 
CAPO I
Si dà ragione del procedimento seguito in quest’opera: prima, dissipare i pregiudizi e gli errori intorno alla risurrezione, e poi dimostrare questo dogma con argomenti positivi.
1. In ogni opinione e dottrina, accanto a quella verità ch’essa contiene, si vede nascere qualche parte di falso; la quale nasce non già sorgendo per legge di natura da un qualche principio obiettivo o dalla causa costitutiva e propria di ciascun essere, ma per opera di coloro che, preferendo la semente spuria nell’intento di soffocare la verità, deliberatamente coltivano l’errore.
2. Questo fatto si può riscontrare anzitutto in coloro che nel passato si occuparono di queste ricerche e nelle loro discrepanze sia coi precedenti sia coi contemporanei, ma anche, e non meno, nella stessa confusione di discordanti opinioni a cui noi assistiamo. Non c’è infatti verità a cui questi tali abbiano risparmiato i loro ingiusti attacchi: non l’essenza di Dio, non la sua scienza, non la sua attività, non le conseguenze che logicamente derivano da tali nozioni e costituiscono la norma della nostra vita religiosa. Alcuni disperano senz’altro di poter mai raggiungere la verità su questi argomenti; altri li travolgono secondo le loro opinioni soggettive; altri mettono deliberatamente in dubbio anche ciò che è evidente.
3. Perciò io penso che chi vuole occuparsi di tali materie debba proporsi una duplice trattazione: l’una per la verità, l’altra intorno alla verità . Quella per la verità gli è necessaria nel rivolgersi agli increduli e ai dubbiosi; quella intorno alla verità, con chi ha animo retto ed è ben disposto ad accogliere la verità. Per tal ragione conviene che chi vuole esaminare questi problemi osservi volta per volta la necessità che si presenta e ad essa commisuri i suoi ragionamenti, adattando al bisogno l’ordine della trattazione; e non deve, per far vedere che si attiene costantemente al metodo con cui ha incominciato, trascurare quel che conviene e il luogo appropriato a ciascun argomento.
4. Ora, se si guarda all’esigenza della dimostrazione e del concatenamento logico, sempre i ragionamenti intorno alla verità precedono quelli per la verità; ma tenendo conto della maggior convenienza, questi ultimi, viceversa, precedono i primi. Un agricoltore non potrebbe utilmente affidare al suolo i semi senza aver prima dissodato il terreno incolto, togliendo tutto ciò che possa nuocere alla semente buona; né un medico potrebbe somministrare a un organismo bisognoso di cura un farmaco salutare senza prima averlo purgato dal male che vi allignava o senza aver arrestato quello che lo minacciava. Così chi voglia insegnare la verità non potrebbe, parlando della verità, persuadere alcuno finché nella mente degli uditori rimanga latente qualche erronea opinione che si opponga ai suoi ragionamenti.
5. Perciò anche noi, avendo di mira quel che è più utile, premettiamo talvolta la trattazione per la verità a quella intorno alla verità: e appunto ora, nel discorrere della risurrezione, non sembra fuor di posto fare a questo modo, chi guardi alla necessità che si presenta. Poiché anche su questo punto troviamo chi è affatto incredulo, altri che dubita, e anche fra quelli che ammettono le verità fondamentali alcuni sono incerti al pari dì coloro che ne dubitano; e, ciò che costituisce il colmo d’ogni assurdità, sono in questa disposizione d’animo senza avere dalla cosa in sé alcun motivo d’incredulità, né sanno allegare una ragione plausibile perché sono increduli o incerti.
CAPO II
Chi nega la risurrezione, se ammette Dio come causa dell’universo, deve provare che Dio non può o non vuole attuarla. Se non può, é perché non ne ha o la conoscenza o la forza necessaria. Ma certo Iddio, che prima di creare l’uomo conosceva gli elementi del suo corpo, conosce la natura dei corpi che hanno da risorgere.
1. Ragioniamo a questo modo. L’incredulità non deve mai ingenerarsi nell’animo temerariamente e per un’opinione inconsiderata, ma solo per un motivo forte e con
sicurezza di essere nel vero; essa è ragionevole solo quando la cosa a cui non si crede appare incredibile; il non credere a ciò che non è incredibile è da uomini che non giudicano con sano criterio della verità.
2. Quindi coloro che negano fede alla risurrezione o ne dubitano non devono esprimere il loro giudizio su di essa secondo che pare a loro di primo acchito o secondo che aggrada al capriccio altrui; ma bisogna che o non riconoscano alcuna causa dell’origine dell’uomo (ciò che si può confutare con tutta facilità), oppure, se riferiscono a Dio la causa degli esseri, che, prendendo questo dogma particolare come soggetto di discussione, partendo da esso dimostrino non esservi della risurrezione alcun argomento valido.
3. E ciò faranno se potranno dimostrare che Dio o non può o non vuole di nuovo riunire e mettere insieme, in modo da costituire i medesimi uomini, i corpi morti o anche già andati in completo sfacelo. Che se a ciò non riescono, cessino da codesta empia incredulità, desistano dal bestemmiare ciò che non è lecito bestemmiare. E che non dicano il vero affermando che ciò Dio non possa o non voglia, apparirà manifesto da quello che sto per dire.
4. Quanto all’essere impossibile, una cosa si presenta tale veramente, o perché non si conosce ciò che sarebbe da fare, o perché, pur conoscendolo, non si ha forza abbastanza per farlo a dovere. Poiché chi non conosce una cosa che è da fare non potrà assolutamente né tentare né eseguire ciò che non conosce; chi poi conosce bene ciò che è da fare, e con quale mezzo, e in qual modo si può fare, ma non ha punto forza per fare quello che conosce, o non l’ha sufficiente, costui, se ha fior di senno e se pone mente alle sue forze, non si accingerà all’opera; e se vi si fosse accinto avventatamente, non potrà portare a compimento il suo proposito.
5. Ora non è possibile che Dio ignori né la natura dei corpi che hanno da risorgere sia quanto alle membra intere sia quanto alle loro parti, né dove vada ciascun corpo quando si discioglie e qual parte degli elementi accolga il corpo che s’è disciolto per raggiungere quello che gli è affine, anche se una sostanza, riunita di nuovo col tutto secondo la tendenza della sua natura, sembra agli uomini affatto indistinta. Colui infatti al quale, prima che ciascun essere fosse in sé costituito, non era ignota né la natura degli elementi futuri da cui risultano i corpi degli uomini, né le parti degli elementi stessi da cui avrebbe preso a suo beneplacito ciò che doveva costituire il corpo umano, è ben chiaro che anche dopo il dissolvimento del corpo intero non ignorerà dove sono andate le singole parti ch’egli ha prese per costituire completamente ciascun corpo.
6. Giacché, nell’ordine delle cose che si osserva fra noi uomini e per quanto si può giudicare dal resto, è cosa di maggior rilievo prevedere ciò che non è ancor avvenuto; ma per quanto riguarda la maestà e la sapienza di Dio, entrambe le cose sono a lui connaturali, e gli è ugualmente facile conoscere una cosa andata in dissoluzione come prevedere ciò che ancor non è avvenuto.
CAPO III
La potenza di risuscitare il corpo umano, qualunque teoria si segua intorno alla sua costituzione, non manca a Dio che da principio l’ha creato.
1. Quanto alla potenza, che essa basti per la risurrezione dei corpi lo dimostra l’origine dei medesimi. Infatti se nel primo atto creativo Dio fece dal nulla i corpi degli uomini coi loro principi costitutivi, una volta disciolti, non importa in qual modo, li risusciterà con pari facilità; ché anche questo gli è ugualmente possibile.
2. E questo ragionamento non riceve alcun pregiudizio, sia che i primi principi si riconoscano dalla materia , sia che i corpi degli uomini si facciano derivare dagli elementi, come primi , o da semi . Quella potenza che è in grado di dare una forma alla materia, come quelli pensano, informe , disporla in molte, differenti e ornate figure quand’era senza figura e senza ornamento, radunare insieme le parti degli elementi, moltiplicare e distinguere quel seme che era uno e semplice, sviluppare un organismo da un’incomposta congerie, dar la vita all’essere non vivente, quella medesima potenza sarà in grado anche di riunire ciò ch’era disciolto, rialzare ciò che giaceva, vivificare di nuovo ciò ch’era morto e ciò ch’era corrotto rendere incorruttibile .
3. Sarà opera del medesimo Iddio e della medesima potenza e sapienza anche il separare quello che è stato dilaniato e diviso fra una moltitudine di animali d’ogni specie, quanti sono soliti a gettarsi su questi corpi e saziarsene, e il riunirli di nuovo alle proprie membra e parti , anche se quel corpo umano fosse andato a finire in’ uno di quegli animali, anche se in molti, anche se dai primi in altri, anche se insieme con essi disfatto fosse ritornato ai primi principi dissolvendosi naturalmente in essi. E questa appunto parve essere la causa di maggior turbamento per alcuni, anche fra quelli ammirati per sapienza, i quali, non so come, giudicarono forti i dubbi diffusi fra il volgo.
CAPO IV
Si espone un’obiezione: Quando un cadavere, insepolto, vien divorato da animali, come potrà esserne separato per risorgere? La difficoltà si fa più grave quando questi animali diventano a loro volta nutrimento degli uomini; lo stesso avviene nei casi di antropofagia.
1. Dicono dunque costoro: Molti uomini sono periti miseramente nei naufragi e nei fiumi e il loro corpo è divenuto cibo dei pesci; altri molti sono caduti in battaglia o per qualche altra causa violenta o per calamità di vario genere, rimanendo privi di sepoltura, esposti a essere divorati dalla prima bestia che capita.
2. Ora, quando un cadavere viene così distrutto e le membra e le parti di cui risultava sono dilaniate e disperse da una gran moltitudine di animali e per via della nutrizione vengono a costituire una cosa sola coi corpi che se ne nutrono, allora anzitutto diventa impossibile separarli; c’è poi un’altra difficoltà, secondo loro, ancor più insormontabile.
3 Vi sono molti ammali che servono di nutrimento agli uomini. Ora quando essi si sono cibati di corpi umani, questi passano per lo stomaco dell’uomo e fanno una cosa sola col corpo di chi li mangia; in tal caso tutte quelle membra degli uomini che furono già nutrimento degli animali che le mangiarono, necessariamente debbono trasmigrare in altri corpi di uomini, poiché gli animali che frattanto se ne sono nutriti trasferiscono quel nutrimento che hanno ricevuto in quegli uomini di cui san divenuti nutrimento.
4. Di più portano sulla scena i tragici casi di figli che i genitori osarono divorare per fame o per pazzia, e di altri figli che furono mangiati dai genitori per insidia di nemici, e quella famosa tavola dei Medi e le tragiche cene di Tieste e vi aggiungono tutta una serie di simili fatti sciagurati e strani perpetrati fra i Greci e fra i barbari. Con questo apparato essi pensano di dimostrare l’impossibilità della risurrezione, in quanto non potrebbero le medesime membra risuscitare con corpi diversi; ma o non potrebbero più sussistere i corpi dei primi, per essere migrate in altri individui le membra che li costituivano, oppure, posto che queste membra vengano restituite ai primi possessori, i corpi degli ultimi ne resterebbero mutili e incompleti.
CAPO V
Si risponde: Iddio, che ha disposto per ogni animale il nutrimento adatto a lui, potrà ben separare i vari elementi coadunati; e non tutti i cibi che un animale ingerisce diventano suo nutrimento assimilandosi a lui.
1. Or sembra a me che chi ragiona in tal guisa prima di tutto ignori la potenza e la sapienza di Colui che ha creato e governa questo universo. Per ciascun animale egli, ha disposto il nutrimento confacente e proporzionato alla sua natura e alla sua specie, e non è suo disegno che un organismo di qualsiasi specie debba unirsi e mischiarsi con qualsiasi altro corpo; né egli si trova in difficoltà per separare gli elementi coadunati; ma piuttosto alla natura di ciascun essere creato egli permette di fare e patire ciò che ad essa è conforme, impedendole ciò che non è tale, e le concede tutto quello che vuole e per il fine che vuole, o ne la distoglie e rivolge altrove.
Mi pare, inoltre, che costoro non abbiano considerato il potere e la natura di ognuno degli esseri che nutriscono o si nutriscono.
2. In tal caso avrebbero certo compreso come non tutto quello che uno ingerisce cedendo alla necessità esteriore diventa nutrimento confacente all’animale: alcuni cibi, appena entrati nei meandri della cavità addominale, debbono corrompersi, venendo eliminati o per vomito o per escrezione o in altra guisa; sicché, lungi dall’assimilarsi col corpo che si nutre, non resistono nemmeno per breve tempo alla prima naturale digestione.
3 Così pure non tutti gli alimenti che sono stati digeriti e hanno subìto la prima trasformazione si assimilano senz’altro con le parti che si nutrono; poiché alcuni vengono a perdere la forza nutritiva quando sono nello stomaco, altri vengono secreti in forza della seconda trasformazione che ha luogo nel fegato e si tramutano in qualche altro elemento già spoglio della forza nutritiva. Infine, quella stessa trasformazione che avviene nel fegato non finisce tutta in nutrimento dell’uomo, ma qualche parte della sostanza così trasformata si elimina naturalmente negli umori superflui; e quello stesso nutrimento che ancor rimane, giunto alle membra e alle parti da nutrire, subisce talvolta qualche altra trasformazione, a cagione del prevalere di quell’elemento ridondante o predominante che suole corrompere e convertire in sé quello con cui viene a contatto.
 
CAPO VI
Le sostanze non confacenti all’animale che le ingerisce, anziché assimilarsi, si eliminano. o si corrompono, come dimostra il dolore, la malattia o la morte provocata da cibi velenosi.
1. Pertanto, essendovi una grande varietà di natura fra tutti gli animali, e trasformandosi il medesimo nutrimento naturale secondo le varie specie di animali e il corpo che se ne nutre; distinguendosi poi nella nutrizione di ciascun animale un triplice processo di purificazione e di secrezione, ne consegue necessariamente che qualsiasi cibo non appropriato alla nutrizione di un dato animale, non potendo essere da questo assimilato, si corrompe e se ne va per la sua via naturale o si trasforma in qualche altro elemento. Quindi anche ci dev’essere una corrispondenza naturale fra il valore d’alimento del corpo che nutre e le facoltà dell’animale che viene nutrito, cosicché il primo, passando per suoi filtri appropriati e sottoposto a quel rigoroso processo naturale di purificazione, possa apportare alla sostanza dell’animale un accrescimento perfettamente omogeneo.
2. E questa sola chi voglia dare alle cose il loro vero nome chiamerà nutrizione, in quanto elimina tutto ciò che è estraneo e nocivo alla costituzione dell’animale da nutrire e lo libera di quel gran peso di cui fu caricato solo per rimpinzare lo stomaco e soddisfare l’appetito.
3. Questo alimento nessuno dubita che si assimili al corpo nutrito, conglutinandosi e impastandosi con tutte le sue membra e parti; al contrario, quello che si comporta diversamente e contro la natura, si corrompe ben presto, se s’incontra con una forza più robusta; e quella cui riesce a vincere facilmente corrompe, convertendosi in succhi maligni e in qualità velenose, perché non porta al corpo da nutrire alcun elemento affine o amico.
4. Una prova decisiva di quest’affermazione è nel fatto che in molti animali, quando, nel nutrirsi, cedendo a una fame violenta, ingoiano qualche sostanza velenosa e contraria alla loro natura, ne consegue spasimò o pericolo o anche la morte; ciò appunto non può non essere rovinoso per l’organismo che si nutre, se è vero che esso vien nutrito dai cibi che gli sono propri e conformi a natura e rovinato da quelli contrari.
5. Adunque il nutrimento naturale si distingue secondo la differenza degli animali per natura differenti; di più, anche nell’ambito dei cibi naturali, non ogni sostanza che l’animale ha ingerito si assimila, o in tutto o in qualsiasi sua parte, al corpo da nutrire, ma solo ciò che è stato filtrato attraverso tutto il processo della digestione e trasformato e liberato da ogni scoria così da potersi assimilare con quel dato corpo, ed è in armonia con le membra che, deve nutrire. Di qui è chiaro come nessun cibo di natura diversa si assimilerà mai con quegli organismi per i quali non è nutrimento conveniente e proporzionato; ma o senza essere digerito viene espulso alterato dall’intestino, prima di produrre un qualche altro succo, oppure, se vi si ferma più a lungo, provoca sofferenza o infermità di difficile guarigione, corrompendo insieme anche il nutrimento confacente alla natura, o persino la stessa carne che di nutrimento abbisogna.
6. Ma se anche capita che venga scacciato per mezzo di medicamenti o d’una dieta migliore o sconfitto dalle risorse naturali dell’organismo, non se ne va senza notevole danno, giacché nulla esso porta di amichevole agli elementi conformi a natura, per la sua inettitudine ad amalgamarsi con la natura.
CAPO VII
Quand’anche tali cibi venissero digeriti, trasformandosi in quelle varie sostanze che nutrono l’organismo, non avrebbero perció a risorgere, poiché non costituirebbero delle parti vere e proprie del corpo; e quand’anche diventassero carne, questa potrebbe, come spesso avviene, abbandonare, a causa di varie alterazioni, l’organismo a cui s’è unita; tanto più quando questo si nutre di alimenti eterogenei.
1. E se anche si volesse ammettere che un nutrimento (chiamiamolo pur così, come si usa) di tal fatta, una volta ingerito, pur essendo contrario alla natura, venga digerito e si cambi in qualcuna delle varie sostanze umide o secche, calde o fredde, essi non avrebbero da tale concessione alcun vantaggio. Difatti, i corpi che risorgeranno saranno nuovamente composti delle loro parti vere e proprie, mentre nessuna delle dette sostanze é parte del corpo, e non ha proprietà o funzione di parte; anzi neppure rimane sempre nelle parti del corpo che se ne nutrono, né risorgerà con quelle che risorgeranno; ché allora non recheranno più nessun contributo alla vita né il sangue né la bile né il fiato. Allora i corpi non abbisogneranno più di ciò di cui abbisognavano una volta per nutrirsi, perché insieme col bisogno e con la corruzione degli organismi che nutrivano scomparirà anche l’utilità delle cose di cui si nutrivano.
2. Ancora: se pure si volesse ammettere che un tal nutrimento nel processo di trasformazione giungesse sino a divenire carne, nemmeno in tal caso avverrà necessariamente che la carne divenuta recentemente tale per la mutazione d’un nutrimento siffatto, quando venga in contatto col corpo d’un altro uomo, si faccia parte integrante del medesimo. E ciò perché né la carne che si è assimilata altra carne conserva sempre quella che ha assimilata, né quella che le è stata unita ha tale stabilità da rimanere con quella a cui s’è congiunta. Invece essa subisce profonde trasformazioni, e in due sensi: talvolta sono le fatiche e le preoccupazioni che la fanno deperire, tal’altra le afflizioni, gli strapazzi e le malattie la consumano; e ancora per il sopravvenire delle alterazioni causate da riscaldamento o da raffreddamento, quando quelle parti, che ricevono il nutrimento rimanendo quali sono, non si mutano insieme con la carne e con l’adipe.
3. Che se tali vicende subisce già ordinariamente la carne, si puó ben pensare che molto più ancora ci vada soggetta quando si nutre di alimenti eterogenei. Ora impingua fino a scoppiare, convertendo in adipe tutto quello che mangia, ora invece in un modo o nell’altro se ne libera e quindi si assottiglia per una o più delle cause già dette prima; e solo quel cibo che è stato prescelto dalla natura e che si conglutina con quelle membra con cui conduce una vita conforme a natura sostenendone insieme i travagli, rimane congiunto a quelle parti, che è naturalmente destinato a collegare, proteggere e riscaldare.
4. Ma poiché non si può dimostrare, né dall’attento esame delle questioni ora studiate, né accettando in via di concessione le ragioni recate da coloro e), la verità del loro asserto, rimane assodato che i corpi degli uomini non vengono mai a confondersi con altri della medesima natura, quand’anche accada che o per ignoranza gustino d’un tal corpo, vittime d’un tranello teso da qualcun altro ai loro sensi, o che da sé, spinti da necessità o da pazzia, si contaminino toccando il corpo d’un loro simile: sebbene non ignoriamo che vi sono belve in figura d’uomini o con natura composta d’uomini e di belve, secondo la rappresentazione che ne sogliono fare i poeti più audaci.
CAPO VIII
Se neppure gli animali si mangiano l’un l’altro, molto meno la carne umana sarà cibo naturale dell’uomo; quindi non potrà assimilarsi con gli organismi umani che se ne cibassero; ma se anche vi si unisse temporaneamente, ne verrebbe poi separata dalla potenza e sapienza di Dio.
1. Ma occorre proprio dire che il corpo umano non ò destinato a divenir nutrimento d’alcun animale e che la sua sorte é solamente d’essere seppellito nella terra a onore della natura, dal momento che neppure degli altri viventi nessuno il Creatore destinò a nutrimento dei suoi simili, sebbene il nutrirsi di altri animali di specie diversa sia cosa naturale?
2. Se dunque riescono a dimostrare che la carne umana é destinata ad esser pasto di uomini, niente impedirà che il divorarsi a vicenda sia cosa naturale, al pari delle altre cose da natura permesse; e chi osa affermare cose simili potrà mangiarsi come cibo prelibato e il più confacente per lui il corpo dei suoi più cari amici, o anche imbandirne ai suoi più intimi.
3. Ma se questa è un’empietà anche solo a enunciarla, se per l’uomo il toccare carne umana è atroce scelleratezza, più esecranda d’ogni cibo od azione criminale e contro natura; se ciò che è contro natura non si farà mai nutrimento per le membra e le parti’ che ne hanno bisogno; se ciò che non si fa nutrimento non si assimila alle parti che non può nutrire; nemmeno i corpi umani s’immedesimeranno coi corpi simili ai quali portano un nutrimento contro natura, anche se, per un’atroce sciagura, dovessero passare attraverso il loro stomaco.
4. In tal caso, queste carni, private della loro forza nutritiva e disperse di nuovo fra quegli elementi dai quali ebbero il primo loro essere, si uniscono a questi ciascuna per un tempo determinato, ma poi, nuovamente separate dalla sapienza e potenza di colui che ogni natura di animale collegò con i principi a lei convenienti, si uniscono l’una all’altra in maniera naturale, anche se incenerite dal fuoco o marcite nell’acqua o divorate dalle fiere o da qualsiasi animale, anche se una parte, staccata dal corpo intero, si fosse decomposta prima delle altre; e, una volta riunite fra loro, occupano il medesimo luogo; così si ha l’armonica composizione di quell’identico corpo, e quel corpo, ch’era morto o anche andato tutto in sfacelo, risorge e vive .
5. Ma dilungarci oltre su quest’argomento non sarebbe opportuno; ché su questo sono tutti d’accordo, quanti almeno non sono più bestie che uomini.
CAPO IX
Altra obiezione: Come l’uomo non può rifare le opere delle sue mani quando sono rovinate, così Dio non vuole né può risuscitare un corpo morto e decomposto. Obiezione ridicola, perché abbassa la potenza di Dio al livello dell’uomo. È dunque dimostrato che la risurrezione non è impossibile a Dio.
1. Ora poi, dacché vi sono molti altri argomenti di maggior utilità per la nostra questione, non intendo occuparmi di coloro che ricorrono alle opere umane e agli uomini loro artefici, i quali, una volta che le loro opere sono andate in pezzi o sono logorate dal tempo o in altro modo rovinate, sono incapaci di rifarle nuove; poi tentano di dimostrare, sull’analogia dei vasai e degli altri artefici, che Iddio né vuole né, volendo, potrebbe risuscitare un corpo morto e già decomposto. Essi non riflettono che con queste asserzioni fanno a Dio ingiuria gravissima, mettendo a pari la potenza di esseri infinitamente distanti, o, meglio, gli esseri stessi che la possiedono, e uguagliando i prodotti dell’arte a quelli della natura.
2. Il prendere sul serio tali obiezioni non andrebbe esente da biasimo, ché sarebbe vera stoltezza confutare delle affermazioni superficiali e sciocche. È molto più sensata e corrisponde pienamente al vero quella spiegazione: Ciò che agli uomini è impossibile, è possibile a Dio. Che se appunto da questi stessi argomenti, che hanno buon fondamento, e da tutta l’indagine fatta poco sopra la ragione dimostra che la cosa è possibile, evidentemente non è impossibile. Ma neanche è aliena dalla volontà di Dio.
CAPO X
Si dirà che Dio non vuole la risurrezione? Ciò sarebbe perché essa é cosa ingiusta o ,indegna di lui. Ma ingiusta non é, né rispetto agli esseri diversi dall’uomo, siano essi intelligenti o no, né rispetto all’uomo che ha da risorgere, sia guardando al corpo sia guardando all’anima di lui. Né é cosa indegna di Dio risuscitare all’incorruzione quel corpo ch’egli ha creato corruttibile.
1. Infatti, quel che Dio non vuole, non lo vuole o perché è cosa ingiusta o perché è cosa indegna di lui. L’ingiustizia poi potrebbe ravvisarsi o riguardo a colui stesso che ha da risorgere o riguardo a qualcun altro fuori di lui. Ora, che nessuna delle cose esteriori all’uomo, quante se ne annoverano fra gli esseri, ne soffra ingiustizia, è evidente.
2. La risurrezione degli uomini non può far torto né alle nature intelligenti , poiché essa non è per nulla d’impedimento alla loro esistenza, né di danno, né d’ingiuria; e neppure alle nature degli esseri privi di ragione e di anima, poiché essi non esisteranno più dopo la risurrezione; e a quello che non esiste non si fa ingiustizia.
3. Ma, supposto pure che dovessero esistere per sempre, le creature non riceverebbero alcun torto dal rinnovarsi dei corpi umani. Se infatti ora, mentre servono alla natura dell’uomo e alle sue necessità, avendone egli bisogno, e van curve sotto il giogo e sotto ogni forma di servitù, non ne ricevono torto, a più forte ragione, una volta divenuti gli uomini incorruttibili ed esenti da necessità, in modo da non aver più bisogno dei loro servigi, esse, liberate da ogni servitù, non ne riceveranno alcun torto.
4. E neppure, se avessero la parola, accuserebbero il Creatore d’averle ingiustamente messe al di sotto degli uomini, per non aver parte con loro alla medesima risurrezione. Infatti, agli esseri che non hanno natura uguale colui che è giusto non assegna un fine uguale. A parte ciò, chi non ha alcun discernimento del giusto non può neanche biasimare l’ingiustizia.
5. Nemmeno si può dire che si ravvisi una qualche ingiustizia verso l’uomo che ha da risorgere. Egli è composto d’anima e di corpo: ora con la risurrezione non gli si fa torto né nell’anima né nel corpo. Che si faccia torto all’anima non dirà chiunque abbia senno, perché in tal caso verrebbe ad escludere, senza accorgersi, insieme con la risurrezione anche la vita presente. Poiché se ora, dimorando in un corpo passibile e corruttibile, non ne riceve alcun torto, molto meno ne riceverà unita a un corpo incorruttibile e impassibile. Ma nemmeno al corpo si fa ingiustizia: poiché se ora, corruttibile congiunto con un’anima incorruttibile, non patisce ingiustizia, non la patirà quando, incorruttibile, sarà congiunto con un’anima incorruttibile .
6. E neppure si potrà dire che sia cosa indegna di Dio risuscitare e ricomporre il corpo andato in sfacelo. Infatti, se non è indegno il peggio, fare cioè il corpo corruttibile e passibile, a più forte ragione non sarà indegno il meglio, ossia farlo incorruttibile e impassibile.
 
CAPO XI
Adunque, la risurrezione é possibile a Dio e da Dio voluta. Ora, con richiamo al duplice procedimento indicato da principio, si rileva che la dimostrazione positiva della verità primeggia, per natura, per ordine, per utilità, sulla confutazione dell’errore, con la quale é intimamente connessa, mirando a un unico scopo; tuttavia quest’ultima ha spesso praticamente maggior importanza. Si passerà ora alla dimostrazione, considerando il fine dell’uomo, la sua natura, il suo giudizio.
1. Ora, se dai primi principi naturali e dalle loro conseguenze sono stati dimostrati i singoli punti della nostra indagine, risulta evidente che la risurrezione dei corpi’ disfatti è opera possibile al Creatore, voluta da lui, degna di lui: quanto fu detto ha dimostrato come sia falsa l’opinione contraria e l’assurdo ragionamento degl’increduli.
2. È forse necessario rilevare che tali argomenti sono fra loro convertibili e intimamente connessi l’uno con l’altro? Se pure si può parlare di connessione, come se fossero separati da qualche differenza e non si dovesse dire piuttosto che quanto è possibile si può volere e che quanto Iddio può volere gli è senz’altro possibile e degno di chi lo vuole.
3. Precedentemente si è parlato a sufficienza della duplice trattazione, l’una intorno alla verità, l’altra per la verità, dicendo anche qual differenza vi sia fra le due e quando e con chi convenga adoperarle. Ma nulla vieta, io penso, che, per procedere insieme con maggior sicurezza e tenendo conto della connessione delle cose dette con quelle che restano a dire, ci rifacciamo da capo a quei medesimi principi e alle conseguenze che ne derivano. Ora, di questi due metodi, all’uno spetta per sua natura il primato, all’altro tocca servire al primo, preparargli la strada, e rimuovere qualsiasi impedimento od ostacolo.
4. Infatti la trattazione intorno alla verità, essendo necessaria a tutti gli uomini per la sicurezza e la salute, primeggia e per natura e per ordine e per utilità. Per natura, in quanto procura la conoscenza delle cose quali sono; per ordine, in quanto s’accompagna con gli argomenti che espone e vi si addentra; per utilità, in quanto con la conoscenza procaccia sicurezza e salute.
5. La trattazione per la verità, invece, è inferiore sia per natura che per efficacia, essendo minor cosa confutare il falso che dimostrare il vero; anche per ordine viene dopo, perché esplica la sua forza contro chi é nel falso; ora la falsa opinione é germoglio d’una semenza sovrapposta e corrotta. Ma, pure stando così le cose, spesse volte quest’ultima via di dimostrazione passa al primo posto e diviene talora più utile, come quella che toglie di mezzo la difficoltà che certuni hanno a credere e sgombra in chi é appena ai primi passi il dubbio e l’errore.
6. L’una e l’altra si riferiscono a un unico scopo, ché tanto chi confuta il falso quanto chi dimostra il vero ha in mira la vera pietà; tuttavia non fanno senz’altro una cosa sola, essendo l’una necessaria, come ho detto, a tutti quelli che credono e hanno a cuore la sicurezza e salute propria, l’altra, invece, più utile a certuni e contro certuni.
7. Questo sia detto per sommi capi, a mo’ di proemio, per ricordare le cose già esposte. Ora occorre venire al nostro assunto e dimostrare la verità della dottrina sulla risurrezione, sia considerando quella causa secondo cui e per cui fu fatto il primo uomo e quelli che vennero dopo (sebbene non siano stati fatti nella medesima maniera), sia riflettendo alla comune natura di tutti gli uomini, in quanto uomini, e infine ancora al giudizio che il Creatore farà di essi per tutto il tempo della vita di ciascuno secondo la condotta da lui tenuta; giudizio della cui giustizia nessuno vorrà dubitare.
CAPO XII
Quanto alfine, si osservi la condotta degli uomini: essi non agiscono senza uno scopo, ma o per l’utile proprio, o per qualcuno che sta loro a cuore, o per l’essere stesso che viene prodotto. Così Iddio non poté creare l’uomo senza uno scopo, né per l’utilità propria, né per il vantaggio di altri esseri, siano immateriali siano irragionevoli. Dunque lo fece avendo in mira l’essere dell’uomo stesso, composto d’anima e di corpo; e poiché il suo essere, fine della sua creazione, non potrebbe durare senza la risurrezione, l’uomo dovrà risorgere.
1. L’argomento desunto dalla causa consiste nel considerare se l’uomo sia venuto al mondo a caso e senza uno scopo, oppure per qualche scopo; e, in questo caso, se per vivere, una volta creato, e sussistere secondo la natura in cui fu creato, o se per l’utilità di qualcun altro. Se in vista di tale utilità, o s’intende quella del Creatore stesso o di qualche altro essere a lui vicino e che gli sta a cuore più dell’uomo.
 
2. Certo, considerando anche più in generale la cosa, troviamo che chiunque abbia senno e s’accinga a un’azione con ragionevole discernimento, nulla di ciò che opera per deliberato consiglio fa senza uno scopo: egli agisce o in vista dell’utile proprio, o per vantaggio di qualcun altro che gli sta a cuore, o per l’essere stesso che viene fatto, mosso a produrlo da una naturale inclinazione ed affetto. Così, per usare un’immagine che renda chiaro il nostro concetto, l’uomo costruisce una casa per l’utilità propria; costruisce pure per i buoi e i cammelli e gli altri animali di cui ha bisogno un ricovero adatto per ciascuno; e ciò, all’apparenza, non per l’utilità propria; ma, se si guarda al fine, proprio per questo, e se si guarda all’oggetto immediato, per la cura delle cose che gli stanno a cuore. Egli procrea anche dei figli, non per l’utilità propria né di qualche altra cosa che lo riguardi, ma perché quelli ch’egli genera esistano e perdurino quanto più lungamente è possibile, per consolarsi con la successione dei figli e dei nipoti della sua morte e pensando con essa di rendere immortale quel ch’è mortale.
3. Così fanno gli uomini. Quanto poi a Dio, egli non creò gli uomini senza uno scopo, perché è sapiente, e nessuna opera di sapienza è vana; né per l’utilità propria, perché egli non ha bisogno di nulla, e a uno che di nulla assolutamente abbisogna nessuna delle cose da lui fatte potrà giovare alla propria utilità. Ma neppure creò l’uomo in vista di qualcuna delle opere da lui prodotte. Infatti nessuna fra le creature dotate di ragione e di discernimento, siano maggiori siano inferiori, non fu né è fatta per l’utilità d’altri esseri, ma per la vita e la perpetuità propria di essa creatura.
4. La ragione invero non trova alcuna utilità che possa esser causa dell’origine dell’uomo: se si guarda agli esseri immortali, sono esenti da necessità e per la loro esistenza non abbisognano assolutamente di alcun apporto da parte degli uomini; se agli esseri irragionevoli, sono per loro natura soggetti e contribuiscono ciascuno secondo la sua naturale destinazione all’utilità degli uomini, non già che essi debbano servirsi degli uomini. Poiché non poteva e non può essere giusto far servire l’essere che comanda e presiede all’utilità degli esseri inferiori né sottomettere l’essere ragionevole agli irragionevoli, i quali sono incapaci di comandare.
5. Pertanto, se l’uomo non fu fatto senza causa e senza scopo (ché nessuna delle cose fatte da Dio è senza scopo, almeno secondo l’intenzione del Creatore), né per l’utilità del Creatore stesso o di qualche altra creatura di Dio, è evidente che, guardando alla ragione prima e più generale, Dio fece l’uomo per se stesso, per quella bontà e sapienza che si ravvisa in tutta la creazione; guardando poi più da vicino alle creature, per la vita degli stessi uomini creati, e non perché s’accendesse per breve tempo, destinata poi a spegnersi del tutto.
6. Tale é, io penso, la vita assegnata da Dio ai rettili, ai volatili, ai pesci, e, per parlar più generalmente, a tutti gli esseri irragionevoli; ma quelli che portano in se stessi l’immagine del Creatore, che sono dotati d’intelligenza e godono del giudizio di ragione colui che li creò li destinò a durare per sempre, affinché, conoscendo il loro Creatore e la sua potenza e sapienza, seguendo la legge e la giustizia, conservino in eterno, esenti da ogni travaglio, quei doni con cui seppero dominare la vita antecedente , pur essendo in corpi corruttibili e terreni.
7. Tutti gli esseri che furono fatti in grazia di qualche altro, ove cessino di esistere quelli per cui furono fatti, anch’essi cesseranno di esistere, e non dureranno invano (ché nulla d’inutile trova posto fra le cose fatte da Dio); ma quanto a quelli che furono fatti precisamente per esistere e per condurre la vita loro connaturale, essendo là loro causa collegata con la loro stessa natura e ravvisandosi essa precisamente nella sola esistenza, non vi sarà mai alcuna causa che possa distruggere completamente la loro esistenza.
8. E poiché la loro causa tutta si esaurisce nel loro esistere, necessariamente l’animale creato deve durare agendo e patendo quanto conviene alla sua natura; e ciascuna delle due parti di cui risulta deve contribuire per ciò che le spetta: l’anima esisterà e durerà sempre uguale nella natura in cui fu fatta e compirà l’ufficio a lei connaturale, che consiste nel governare gl’impulsi del corpo e giudicare e misurare, con giudizio e misura conveniente, quanto le capita; il corpo si muoverà secondo natura verso ciò che lo riguarda e sarà suscettibile dei cambiamenti a cui è destinato, cioè, fra gli altri, relativi all’età, all’aspetto, alla statura, anche della risurrezione. q. La risurrezione è appunto una specie di cambiamento, l’ultimo di tutti: il cambiamento in meglio di tutto ciò che in quel tempo rimarrà ancora.
CAPO XIII
Il disegno del Creatore nel formare l’uomo ci dà la confortante e sicura speranza della risurrezione, poiché l’uomo fu fatto perché durasse per sempre.
1. Fiduciosi e certi di questi eventi futuri non meno che di quelli già accaduti, e considerando la nostra natura noi amiamo la vita soggetta al bisogno e alla corruzione, come conveniente all’esistenza presente, e fermamente speriamo quella che durerà nell’incorruzione. Non è una fisima che abbiamo appresa dagli uomini, pascendoci di speranze fallaci; noi prestiamo fede a un mallevadore infallibile, cioè al disegno del Creatore. Egli fece l’uomo composto d’anima immortale e di corpo, lo dotò d’intelligenza, gli scolpi nel cuore una legge perché fossero custoditi e salvi i suoi doni, convenienti a un’esistenza saggia e a una vita ragionevole. Ora noi ben sappiamo che Dio non avrebbe formato l’uomo qual è né l’avrebbe fornito di tutte le doti ordinate a un’esistenza perenne, se non avesse voluto la perpetuità della sua creatura.
2. Se pertanto il Creatore di quest’universo fece l’uomo perché fosse partecipe d’una vita ragionevole e, divenuto contemplatore della magnificenza di lui e della sua sapienza, che in ogni cosa risplende, ne facesse oggetto d’una contemplazione senza fine, secondo il consiglio di lui, in conformità alla natura che ebbe in sorte, ne viene che la causa del nascere è argomento della perpetua durata, e la durata della risurrezione, senza la quale non potrebbe l’uomo durare. Da quanto s’è detto è evidente come dalla causa della nostra origine e dal disegno del Creatore si dimostra chiaramente la risurrezione.
3. Ora, se tale è la causa per cui l’uomo è venuto in questo mondo, segue che consideriamo ora quegli argomenti che di loro natura o per nesso logico succedono a quelli esposti. In questa indagine, studiata la causa dell’origine degli uomini, è da ricercare la loro natura; dopo la natura, il giusto giudizio che il Creatore pronuncerà sugli uomini da lui formati; e, dopo tutti questi argomenti, il termine della vita. E poiché abbiamo studiato le questioni precedenti , dobbiamo considerare, procedendo con ordine, la natura degli uomini.
CAPO XIV
Si richiama l’ordine degli argomenti, suggerito dalle esigenze della dimostrazione: prima il fine dell’uomo, poi, in intima connessione, la sua natura, infine la provvidenza di Dio quale si manifesta nel giudizio dell’uomo; errano dunque coloro che si fondano sul solo giudizio per dimostrare la risurrezione.
1. Per giungere a una dimostrazione dei dogmi della verità o di qualsiasi argomento proposto alla nostra investigazione, che provi con indubbia certezza ciò che si dice, bisogna partire non da princìpi estranei alla materia, che si tratta né dalle opinioni che taluno ha o ebbe, ma dai dati del senso comune e naturale o dalla concatenazione di quel che segue con quel che precede.
2. Infatti, o si tratta dei primi principi, e allora basta un richiamo che metta in esercizio la naturale capacità di pensare; o delle conseguenze derivanti naturalmente dai primi principi e della loro naturale successione, e allora bisogna seguire l’ordine proprio di questi argomenti, facendo vedere quali sono le conseguenze che scaturiscono obiettivamente dai primi princìpi o dalle premesse stabilite, al fine di non trascurare la verità e la sua sicura dimostrazione, né confondere gli argomenti che per natura sono ordinati e distinti, né spezzare la naturale concatenazione.
3. Perciò, io penso, chi si applichi a studiare con giusto metodo la questione proposta e voglia giudicare da uomo prudente se vi sia o no la risurrezione dei corpi umani, deve anzitutto rendersi ben conto della forza degli argomenti che concorrono alla dimostrazione di questo asserto e qual posto spetti a ciascuno, quale di essi sia il primo, il secondo, il terzo, quale infine l’ultimo.
4. Nello stabilire quest’ordine bisogna mettere al primo posto la causa dell’origine dell’uomo, cioè il disegno secondo cui il Creatore fece l’uomo, per collegarvi in stretta relazione la natura dell’uomo fatto. Non che quest’argomento venga, secondo nell’ordine, ma per l’impossibilità di esaminarli tutt’e due insieme, sebbene in realtà essi siano intimamente connessi fra loro ed entrambi di uguale importanza per il nostro assunto.
5. Una volta dimostrata la risurrezione con questi argomenti, che sono i primi e ripetono il loro principio dall’opera creatrice, tale verità si può non meno validamente confermare con ragioni che si riferiscono alla provvidenza di Dio: voglio dire argomentando sul premio o sulla pena che spetta a ciascun uomo secondo il giusto giudizio e sul fine proprio della vita umana.
6. Molti, veramente, prendendo a trattare della risurrezione, si appoggiano solo sul terzo argomento come sulla causa totale, pensando che la risurrezione avvenga solo in grazia del giudizio. Ora questo si dimostra manifestamente falso da ciò, che tutti gli uomini che muoiono risorgono, ma non tutti quelli che risorgono sono giudicati. Infatti, se solamente la giustizia da esercitarsi nel giudizio fosse causa della risurrezione, evidentemente coloro che non hanno fatto alcun male né alcun bene, come i teneri infanti, non dovrebbero risorgere . Ma poiché essi pure ammettono che tutti risorgeranno, anche quelli che morirono nella prima età come tutti gli altri, la risurrezione non avviene in vista del giudizio come prima ragione, ma per il disegno del Creatore e la natura degli esseri creati.
CAPO XV
Anche dalla natura dell’uomo si argomenta la risurrezione. L’uomo infatti é un vivente unico, composto di anima e di corpo cospiranti in perfetta armonia; e non potrebbe sussistere nella sua reale identità se le sue parti, separate dalla morte, non si riunissero nuovamente. Anche le facoltà spirituali hanno per soggetto non l’anima separata, ma il composto.
1. Basterebbe considerare anche solo la causa che presiede alla generazione dell’uomo per dimostrare, con rigore logico, che allo sfacelo del corpo tiene dietro la risurrezione; tuttavia é giusto, io penso, che non si trascuri alcuno degli argomenti proposti e che, in conformità a quanto fu detto, si faccia vedere a chi non può rendersene conto da sé qual sia il valore di ciascuna delle ragioni che seguono; e, prima di tutto, si studi la natura degli uomini creati, che conduce alla medesima considerazione e conferma la risurrezione in modo altrettanto efficace.
2. Infatti, se la natura umana universalmente considerata é in tutti costituita da un’anima immortale e da un corpo che fu congiunto a lei nell’origine, se Iddio stabili tale origine e la vita e tutto il corso dell’esistenza non per la natura dell’anima da sé sola né per la natura del corpo separato, ma per gli uomini quali risultano dall’uno e dall’altra, affinché essi, trascorsa la loro vita con quegli elementi da cui hanno origine e vivono, pervengano a un fine unico e comune; ne consegue necessariamente che, unico essendo il vivente composto delle due parti che é soggetto di tutte le passioni dell’anima. e di tutte quelle del corpo, che opera e compie tutte le azioni che sono dovute al giudizio così dei sensi come della ragione, tutta la concatenazione di questi fenomeni si riferisce a un fine unico: così tutto in tutto cospira ad un unico e armonico consenso: l’origine dell’uomo, la natura dell’uomo, la vita dell’uomo, le azioni e le passioni, le vicende dell’esistenza e il fine proporzionato alla natura.
3. Che se nell’intero vivente domina un tale armonico consenso e di ciò che proviene dall’anima e di ciò che si compie mediante il corpo, unico dev’essere anche il fine a cui tutti questi elementi cospirano; e il fine sarà unico veramente, se il vivente, di cui questo fine é proprio, rimarrà il medesimo nella sua propria costituzione; e il vivente sarà veramente il medesimo se tutti gli elementi di cui il vivente consta, come di parti, saranno i medesimi; e questi saranno i medesimi secondo l’unione loro propria, se le parti che sono state separate di nuovo si riuniranno a costituire il vivente.
4. Ebbene, questo ricostituirsi dei medesimi uomini dimostra come necessariamente debba seguire la risurrezione dei corpi caduti nello sfacelo della morte; senza di essa, infatti, non si riunirebbero fra loro le membra secondo natura né si ricostituirebbe la natura dei medesimi uomini.
5. Ancora: se all’uomo fu data la mente e la ragione per poter discernere le cose intelligibili, non le sostanze solamente, ma anche la bontà, la sapienza e la giustizia del Datore, necessariamente, perdurando gli oggetti per i quali fu dato il discernimento della ragione, dovrà perdurare anche quello stesso potere di discernimento che fu dato in vista dei medesimi. Or questo non potrebbe perdurare se non perdurasse quella. natura che ricevette tale potere e quelle facoltà in cui esso risiede.
6. Orbene, chi ha ricevuto la mente e la ragione é l’uomo, non l’anima per sé stante. Bisogna dunque che l’uomo composto di entrambi gli elementi duri per sempre.
7. Ma è impossibile ch’egli duri se non risorge: ché, non avvenendo la risurrezione, non durerebbe la natura dell’uomo in quanto uomo; e se la natura dell’uomo non dura, inutilmente l’anima è associata all’indigenza e ai patimenti del corpo; inutilmente il corpo, imbrigliato e tenuto a freno dall’anima, smania per non poter soddisfare i suoi istinti; inutile è la mente, inutile la prudenza, l’osservanza della giustizia e di qualsiasi virtù, inutile stabilire ‘un corpo di leggi; in una parola, tutto ciò che vi ha di bello fra gli uomini e per gli uomini, anzi la stessa creazione e natura degli uomini, non ha più uno scopo.
8. Ma se in tutte le opere di Dio e in tutti i doni da lui concessi non può esservi mai nulla d’inutile, bisogna assolutamente che alla perennità dell’anima corrisponda anche il perdurare per sempre del corpo secondo la propria natura.
 
CAPO XVI
L’uomo adunque perdura nella sua vita, ma in modo diverso dagli esseri incorruttibili e corrispondente alla propria natura, nonostante l’interruzione causata dalla morte, come perdura la vita del senso nonostante la sospensione del sonno.
1. Nessuno faccia le meraviglie se quella vita che viene interrotta dalla morte e dalla corruzione noi chiamiamo un perdurare; si rifletta che non è uno solo il significato di questo termine, non uno solo è il modo della durata, perché anche la natura delle cose che perdurano non è una sola.
2. Infatti, se ognuno degli esseri che perdurano ha il suo perdurare secondo la propria natura, non si troverà il medesimo perdurare negli esseri pienamente incorruttibili e immortali, perché non si possono mettere sullo stesso piano le sostanze superiori e quelle che ne differiscono per l’inferiorità; né sarà giusto ricercare presso gli uomini quel perdurare sempre uguale e immutabile Quelle furono fatte fin da principio immortali per la sola volontà del Creatore e destinate a durare senza fine; gli uomini, invece, quanto all’anima hanno fin dall’origine una durata immutabile, ma quanto al corpo conseguono l’immortalità attraverso la mutazione.
3. Questo appunto è il concetto della risurrezione: alla quale mirando, noi ci aspettiamo la dissoluzione del corpo come quella che segue alla vita soggetta all’indigenza e alla corruzione; e, dopo questa, speriamo in una perennità esente da corruzione. Cosi non facciamo la nostra fine uguale a quella degli esseri irragionevoli, né il perdurare degli uomini uguale a quello degli esseri immortali, per non cadere nell’errore di porre la natura e la vita degli uomini allo stesso livello con esseri ben diversi.
4. Non è adunque il caso di adombrarsi se nel perdurare degli uomini si scorga qualche disuguaglianza; né per il fatto che la separazione dell’anima dal corpo e la dissoluzione delle membra e parti del medesimo inter rompe la continuità della vita è da negate la risurrezione.
5. Nella. vita sensitiva, sopravvengono naturalmente nel sonno delle sospensioni dei sensi e delle facoltà naturali, perché gli uomini dormono per certi regolari intervalli di tempo e poi ritornano in certo modo a vivere: eppure quella non ricusiamo di chiamarla vita. Per questo motivo, io penso, c’è chi chiama il sonno fratello della morte, non per farli proprio discendere dai medesimi antenati e genitori, ma perché e i morti e i dormienti vengono a trovarsi in condizioni simili, quanto alla tranquillità e al non avvertire nulla di ciò che avviene intorno, fino anzi a non accorgersi del proprio essere e della propria vita.
6. Pertanto, se la vita dell’uomo, soggetta a tanti sbalzi dalla nascita fino alla dissoluzione e interrotta in tutti i modi che abbiamo detto, non ricusiamo di chiamarla vita, neppure dobbiamo rifiutare di ammettere la vita che succederà alla dissoluzione, vita che conduce con sé la risurrezione, anche se venga per qualche tempo interrotta per la separazione dell’anima dal corpo.
CAPO XVII
Le mutazioni che porta con sé la risurrezione non meravigliano più che le mutazioni e gli sviluppi propri della vita dell’uomo nelle varie età, che non si potrebbero prevedere all’inizio della sua vita.
1. Infatti la stessa natura dell’uomo, avendo sortita fin da principio e per volontà del Creatore l’ineguaglianza, ha ineguale la vita e la durata, per le interruzioni causate ora dal sonno, ora dalla morte, come anche per le mutazioni corrispondenti a ciascuna età; cosicché nella condizione presente non si manifesta chiaro ciò che sopravverrà più tardi.
2. Chi mai, non edotto dall’esperienza, crederebbe che in uno sperma omogeneo e informe fosse riposto il principio di facoltà così numerose e importanti, o tanta varietà di masse che poi si riuniscono e si saldano, voglio dire di ossa, di nervi e di cartilagini, e ancora di muscoli, di carni, di visceri e delle altre parti del corpo? Certo nulla di tutto ciò si può scorgere nell’umido sperma , come non appaiono nei bambini le proprietà che sopravverranno nei giovani maturi né in questa età quelle degli adulti né in questi le qualità dei vecchi.
3. Eppure, per quanto nei fenomeni di cui s’è detto la naturale successione degli eventi e le trasformazioni che sopravvengono alla natura dell’uomo non appaiano affatto o soltanto in confuso, tuttavia quanti non son ciechi, per cattiva volontà o per indolenza, nel giudicar di queste cose, sanno che prima deve avvenire l’immissione dello sperma, poi, articolandosi questo nelle varie membra e parti e uscendo alla luce il feto, sopravviene la crescita propria della prima età, crescendo si perviene all’età adulta, e dopo l’età adulta si ha il declino delle facoltà naturali fino alla vecchiaia, e in fine lo sfacelo del corpo ormai logoro.
4. In questi fatti adunque, sebbene non si possa leggere nello sperma la figura o la forma dell’uomo, né nella vita il dissolvimento e il ritorno ai primi principi, pure la concatenazione naturale degli eventi fa fede di ciò che non si potrebbe argomentare da quanto appare ; molto più la ragione, investigando la verità col naturale procedimento logico, conferma la risurrezione, avendo la ragione maggior sicurezza ed efficacia nel provare la, verità che non l’esperienza.
CAPO XVIII
Esposte le ragioni riferentisi all’origine e alla natura dell’uomo, si passa ora a quelle desunte dalla provvidenza di Dio, alla quale non si sottrae alcuna creatura, e in primo luogo all’argomento del giudizio. Il giudizio deve portarsi sull’uomo tutto intero, anima e corpo, cooperando le due parti a tutte le sue azioni. Poiché ciò non avviene in questa vita, né può avvenire nello stato di separazione dell’anima dal corpo, questo dovrà ricongiungersi a quella nella risurrezione.
1. Le ragioni fin qui proposte al nostro esame per provare la risurrezione sono tutte del medesimo genere e provenienti dal medesimo principio (e il principio da cui derivano è l’origine dei primi uomini per creazione); ma alcune di tali ragioni desumono la loro forza dallo stesso primo principio da cui derivano; altre, seguendo da vicino la natura e la vita dell’uomo, prendono valore probativo dalla provvidenza di Dio verso di noi. Infatti l’argomento della causa secondo cui e per cui furono fatti tutti gli uomini, connesso con la natura degli uomini, ha la sua forza dalla creazione; mentre l’argomento della giustizia, che cioè Dio giudica gli uomini che hanno vissuto bene o male, desume l’efficacia dal fine dell’uomo. Tali ragioni hanno di là la loro origine, ma dipendono soprattutto dalla provvidenza.
2. Ora che abbiamo messo in evidenza, come ci fu possibile, le prime ragioni, sarà opportuno che anche dalle rimanenti dimostriamo il nostro assunto: voglio dire dal premio o dal castigo, che spetta secondo giusto giudizio a ciascun uomo, e dal fine proprio della vita umana; e fra queste considerazioni dobbiamo mandare innanzi quella che per sua natura primeggia, e studiare anzitutto l’argomento che si riferisce al giudizio. Un’osservazione soltanto desidero premettere, per chiarire il punto di partenza e l’ordine conveniente alla materia che si tratta. Chi ammette Dio come creatore di questo universo deve, se vuol esser coerente ai suoi propri principi, attribuire alla sua sapienza e giustizia la custodia e la provvidenza di tutte quante le creature; e, in questa retta persuasione, deve ritenere che nulla né sulla terra né nel cielo sfugge a tale governo e provvidenza, e riconoscere che a tutte le cose, le occulte così come le palesi, le piccole come le grandi, arriva la cura del Creatore.
3. Infatti tutte le creature hanno bisogno della cura del Creatore e ciascuna a suo modo secondo la propria natura e il proprio fine. Ma credo sarebbe inutile pedanteria distinguere ora le varie specie o elencare quel che conviene a ciascuna natura.
4. Per quanto riguarda l’uomo, del quale ora s’ha a parlare, egli, come bisognoso, abbisogna di nutrimento; come mortale, di successione; come ragionevole, di giudizio. Che se ciascuna delle cose dette è per l’uomo conforme a natura, ed egli abbisogna del nutrimento per la vita, abbisogna della successione per il durare della stirpe, abbisogna di giudizio per la legge che deve regolare il nutrimento e la successione, evidentemente è necessario che, riferendosi il nutrimento e la successione a tutto il composto, a questo si riferisca anche il giudizio (intendo per composto l’uomo fatto d’anima e di corpo); e che l’uomo cosi inteso renda conto di tutte le sue azioni e ne riceva il premio o il castigo.
5. Per il composto adunque il giusto giudizio stabilisce la ricompensa delle azioni, e la mercede delle azioni compiute insieme col corpo non spetta né all’anima sola (ché essa per sé non sente l’attrattiva per i peccati che si commettono coi piaceri, i cibi e le cure usate al corpo), né al corpo solo (ché questo per sé non ha discernimento di legge e di giustizia), ma è l’uomo, composto di queste due parti, che subisce il giudizio per ciascuna delle sue azioni. D’altra parte la ragione trova che ciò non avviene né in questa vita (difatti nella vita presente non si avvera un trattamento corrispondente al merito, poiché molti empi, sempre intenti all’iniquità e al male, durano sino alla fine al riparo da ogni sventura, e, al contrario, coloro che menano una vita sotto ogni rispetto virtuosa ed esemplare vivono nei travagli, esposti a insulti, a calunnie, a tormenti e a calamità d’ogni sorta), né dopo morte (poiché non esiste più il composto, essendo l’anima separata dal corpo, e il corpo stesso disperso di nuovo in quegli elementi da cui era stato messo insieme, senza più nulla conservare della figura e forma primitiva, e tanto meno la memoria delle sue azioni). È evidente a ognuno la conseguenza: che, deve rivestirsi d’incorruttibilità affinché, vivificato per la risurrezione quel ch’era morto e riunite di nuovo le parti separate o anche del tutto disciolte, ciascuno riporti la giusta mercede di ciò che ha fatto mediante il corpo sia di bene sia di male
CAPO XIX
A chi poi dubita della provvidenza di Dio, e quindi del giudizio, si osserva che se questo non vi fosse la condizione degli uomini sarebbe peggiore che quella delle bestie; e se giudizio c’è, non avviene nella vita presente, dove non c’è corrispondenza fra virtù e premio, e dove i più scellerati non potrebbero pagare il fio adeguato dei loro delitti.
1. Tali i ragionamenti che si possono fare e molti altri ancora, chi voglia ampliare ciò che s’è detto in compendio e di corsa con coloro che riconoscono la provvidenza e ammettono i medesimi princìpi che noi, e poi ripudiano, non so come, i presupposti che hanno accolto. 2. Ma con quelli che discutono sui problemi fondamentali sarà forse bene stabilire un altro principio ancor anteriore a quelli. Vogliamo cioè condividere i loro dubbi su ciò che forma oggetto delle loro opinioni e insieme con loro porre così la questione: Bisogna davvero ammettere che tutta la vita e l’esistenza degli uomini sia tenuta in nessun conto e che una densa caligine avvolga in certo modo tutta la terra, nascondendo nell’ignoranza e nel silenzio tanto gli uomini quanto le loro azioni? oppure non è molto più sicuro pensare che il Creatore presieda alle sue creature per sorvegliare tutte quante le cose che sono o divengono e giudicare così le opere come i pensieri?
3. Infatti, se non vi fosse giudizio di sorta per le azioni compiute dagli uomini, gli uomini non avrebbero nulla di più che gli esseri irragionevoli; anzi la loro condizione sarebbe ancor più misera, pur tenendo soggette le passioni e praticando pietà e giustizia e ogni altra virtù. Allora la vita migliore sarebbe quella dei giumenti e delle belve, la virtù una pazzia, la minaccia del giudizio cosa affatto ridicola, supremo dei beni darsi in braccio a ogni piacere, e massima comune di tutti quanti costoro e unica legge diverrebbe quel detto caro alla gente licenziosa e senza freno: Mangiamo e ché domani si muore ; poiché secondo alcuni il fine d’una vita siffatta non sarebbe neppure il piacere , ma l’assoluta insensibilità.
4. Se invece colui che ha creato gli uomini ha qualche pensiero delle proprie creature e in qualche luogo si avvera il giusto giudizio di chi visse bene e di chi visse male, ciò avviene o nella vita presente, mentre vivono tuttora coloro che seguirono la virtù o il vizio, oppure dopo morte, quando gli uomini sono in stato di separazione e dissoluzione.
5. Ma non è possibile trovare che si avveri il giusto giudizio né nell’un caso né nell’altro; ché né i buoni nella vita presente ricevono la ricompensa della virtù né i cattivi quella della malvagità.
6. Tralascio di dire che, mentre sussiste la natura in cui ora siamo, la natura mortale non è nemmeno in grado di subire il castigo corrispondente e proporzionato ai peccati più numerosi e più gravi.
7. L’assassino, il principe, il tiranno che ha ucciso ingiustamente migliaia e migliaia di persone, con una sola morte non ne sconterebbe la pena. Così poniamo uno che non ha pensato di Dio secondo verità ma. l’ha in ogni modo oltraggiato e bestemmiato, sprezzando le cose divine, calpestando le leggi, facendo violenza così a fanciulli come a donne, distruggendo città ingiustamente, bruciando case con gli abitatori, devastando regioni e insieme annientandone stirpi e popoli e anche tutta quanta una nazione: come potrà costui pagare il fio corrispondente a questi misfatti nel corpo corruttibile, la morte prevenendo questa espiazione meritata e non bastando la natura mortale nemmeno per uno di tali delitti? Non appare dunque il giudizio corrispondente ai meriti né nella vita presente né dopo morte.
CAPO XX
Né giudizio potrà avvenire, senza la risurrezione, dopo la morte, sia che l’anima si estingua col corpo sia che permanga da sola, perché un giudizio che cadesse solo sull’anima, mentre le azioni furono compiute da tutto l’uomo, sarebbe ingiusto.
1. Infatti, o la morte è estinzione totale della vita, dissolvendosi e corrompendosi insieme col corpo anche l’anima, o l’anima rimane in se stessa senza dissolversi né corrompersi, mentre si corrompe e dissolve il corpo, senza conservare più alcuna memoria né sentimento di quanto ha fatto o patito in forza dell’anima.
2. Ora, estinta totalmente la vita degli uomini, più non si vedrà alcuna provvidenza per gli uomini, che più non vivranno, né. alcun giudizio per chi ha vissuto nella virtù o nel vizio; riaffioreranno allora tutti gl’inconvenienti d’una vita senza legge e tutta la serie di assurdità che l’accompagnano e, colmo di questa perversità, l’empia negazione di Dio.
3. Se poi il corpo si corrompe e le parti disciolte ritornano ciascuna all’elemento affine e l’anima rimane da sé, in quanto incorruttibile, nemmeno in tal caso avrà luogo il giudizio sull’anima, perché esso mancherebbe di giustizia, e non è lecito supporre che da Dio o per ordine di Dio sia fatto un giudizio che manchi di giustizia: ciò che avverrebbe nel caso nostro, non durando colui che ha praticato la giustizia o l’ingiustizia. Invero chi ha compiuto le varie azioni della vita a cui si riferisce il giudizio è l’uomo, non l’anima da sola. Per dir tutto in breve, un procedimento di tal fatta non sarebbe in alcun modo conforme al giusto.
 
CAPO XXI
Infatti sarebbe ingiusto che il corpo non condividesse con l’anima il premio del bene che ha operato con lei, e che l’anima sola dovesse subire il castigo delle colpe commesse per istigazione del corpo, mentre di questo son proprie le passioni che inducono l’uomo al male.
1. Nella ricompensa delle buone azioni il corpo subirà evidentemente un trattamento ingiusto, perché, mentre divide con l’anima i travagli per operare il bene, non condivide il premio del bene compiuto; mentre l’anima spesso ottiene il perdono di talune colpe in considerazione dell’indigenza e del bisogno del corpo, il corpo non ha alcuna parte nelle opere buone per le quali ha sostenuto insieme i travagli della vita.
2. Così pure nel giudizio dei peccati non è osservata la giustizia riguardo all’anima, se essa sola deve pagare il fio dei mancamenti commessi per istigazione del corpo che la trascina ai propri appetiti e movimenti, ora afferrandola di sorpresa, ora trascinandola con una specie di violenza, talvolta anche andando d’accordo con lei che vuol compiacere e accontentare il corpo nelle sue naturali tendenze.
3. O non sarà ingiusto che l’anima, sia giudicata da sola di quei vizi per i quali non ha, secondo la sua natura, alcuna tendenza o movimento o impulso, come la lussuria, la violenza, l’avarizia e delle ingiustizie che ne derivano?
4. Siffatti mali nascono per lo più dal non saper gli uomini frenare il tumultuare delle passioni, che a sua volta ha origine dall’imperfezione e dal bisogno del corpo e dalle cure sollecite che a questo si dedicano: per questo infatti ha luogo ogni acquisto e, più ancora, ogni uso; così pure le nozze e tutte quelle azioni della vita che in sé e nelle circostanze vengono considerate colpevoli o no. Sarà adunque giusto che là dove il primo a sentire è il corpo ed esso trascina l’anima a consentire e prendere parte a quelle azioni a cui è spinto, l’anima sola sia giudicata? che, mentre gli appetiti e i piaceri, come pure i timori e i dolori, di cui si deve rendere conto quando siano smoderati, hanno impulso dal corpo, i peccati che da essi provengono e le pene corrispondenti siano addossate soltanto all’anima, la quale non ha affatto tali bisogni o tendenze o timori, né è soggetta per se stessa a tali passioni naturali all’uomo?
5. Ma ammettiamo pure che le passioni appartengano non al corpo ma all’uomo, osservando giustamente che dai due elementi risulta una vita sola, quella dell’uomo: tuttavia non diremo che tali passioni convengano all’anima, solo che consideriamo obiettivamente la natura propria di essa. 6. Se l’anima non ha assolutamente bisogno d’alcun nutrimento, non si sentirà giammai attratta verso un oggetto di cui non abbisogna affatto per esistere, né portata verso qualche cosa di cui non può naturalmente usare in alcun modo, e neppure si rattristerà per la penuria di denaro o di possessioni che non la riguardano per nulla.
7. Se è inoltre superiore alla corruzione, nulla assolutamente teme che la possa corrompere: non paventa né fame né morte né mutilazione né lesione né fuoco né ferro, poiché da tutto ciò non può soffrire danno o dolore, dal momento che non la toccano affatto né i corpi né le facoltà corporee.
8. E se è assurdo attribuire le passioni all’anima come cosa propria, il riferire all’anima sola i peccati che dalle passioni scaturiscono e le pene relative è cosa supremamente ingiusta e indegna del giudizio di Dio.
CAPO XXII
La virtù e il vizio non si possono attribuire all’anima disgiunta dal corpo: così la fortezza e la costanza, la continenza e la temperanza, la prudenza, la giustizia.
1. Ancora: non è assurdo che, mentre la virtù e il vizio non si possono neppur pensare in relazione all’anima disgiuntamente dal corpo (poiché le virtù noi le riconosciamo come virtù dell’uomo, e così anche il vizio loro opposto, non dell’anima separata dal corpo e per sé esistente), il premio o la pena relativa venga assegnata all’anima sola?
 
2. Come si potrebbe riferire la fortezza e la costanza all’anima sola, che non ha timore né di morte né di ferita né di mutilazione né di danno né di maltrattamento né dei dolori e delle sofferenze che ne derivano.
3. Come la continenza e la temperanza, mentre nessuna concupiscenza trascina l’anima al nutrimento o all’unione sessuale o agli altri piaceri e voluttà, nulla la turba all’interno né la stimola dall’esterno?
4.. Come la. prudenza, mentre da lei non dipende ciò che è da farsi o non farsi, da scegliersi o fuggirsi, anzi non le è insito alcun movimento naturale a cosa alcuna da fare?
5. E come potrebbe la giustizia essere veramente connaturale alle anime, sia fra di loro, sia in rapporto con gli esseri della medesima o di altra specie? Esse non hanno né l’oggetto né il mezzo né il modo di dare ad ognuno equamente secondo il merito o la debita proporzione, eccettuato l’onore dovuto a Dio; non hanno, d’altra parte, impulso o movimento ad usare delle cose proprie o ad astenersi dalle altrui, giacché l’uso delle cose conformi a natura o l’astinenza. si ravvisa solo in chi è fatto in modo da poterne usare; ora l’anima non ha bisogno di nulla, non è naturalmente così fatta da poter usare di questa o di quella cosa, e perciò neppur si può trovare nell’anima così costituita l’attitudine a operare per proprio interesse.
CAPO XXIII
Molte leggi, come quelle che prescrivono d’onorare i genitori o vietano l’adulterio, il furto, il desiderio della roba altrui, sono fatte per tutto l’uomo; é assurdo che l’anima sola ne subisca la sanzione. Basti al nostro proposito ciò che s’è detto per sommi capi.
1. Ed ecco un’altra conseguenza, la più illogica di tutte: nel promulgare le leggi rivolgersi agli uomini, e applicare la sanzione di ciò che fu fatto secondo o contro le leggi soltanto alle anime.
2. Infatti, se è giusto che chi ricevette le leggi debba pur ricevere il castigo della loro violazione, e se le leggi le ricevette l’uomo, non l’anima per se stessa, l’uomo pure dovrà subire il castigo delle colpe, non l’anima per se stessa. Non per le anime legiferò Iddio dover astenersi da ciò che non le riguarda affatto, come l’adulterio l’omicidio, il furto, la rapina, l’irriverenza verso i genitori, e in generale da ogni concupiscenza che torni a ingiustizia e danno del prossimo.
3. Il comandamento: Onora tuo padre e tua madre , non si adatta alle anime sole, alle quali non convengono tali nomi, poiché la denominazione di padre e madre non può appropriarsi alle anime, quasi generassero altre anime, ma agli uomini, in quanto generano uomini.
4. Così pure il comandamento: Non commettere adulterio , non si potrebbe convenientemente dire o pensare riferito alle anime, non essendovi in esse differenza di maschio e di femmina, né alcuna attitudine o tendenza all’accoppiamento. E non essendovi tale tendenza, non è possibile che l’accoppiamento avvenga. E dove non c’è accoppiamento affatto, non c’è neppure un accoppiamento legittimo, qual è il matrimonio. E dove non c’è accoppiamento conforme alla legge, non è neppur possibile la tendenza o l’accoppiamento contrario alla legge, cioè con la donna altrui, nel che appunto consiste l’adulterio.
5. Nemmeno il divieto del furto o di desiderare la roba del prossimo è fatto per le anime: ché esse non abbisognano di quello che per naturale bisognò o vantaggio si suole rubare o predare, come l’oro, l’argento, gli animali o altra cosa utile per il nutrimento, il vestito o l’uso. È inutile per l’anima immortale tutto quanto é oggetto di appetito, in quanto, utile, da parte di chi ne ha bisogno.
6. Ma una trattazione più completa di quest’argomento lasciamola a chi vuole spingere la sua ricerca a tutti i particolari, o prende gusto nel combattere con gli avversari. A noi bastano le considerazioni ora svolte e quelle che in armonia con queste confermano la risurrezione; l’indugiare più a lungo sugli stessi argomenti sarebbe ormai intempestivo. Non ci siamo già proposti di non tralasciare nulla di quanto si potrebbe dire, ma di far vedere per sommi capi ai convenuti che cosa bisogna pensare della risurrezione, adattando alla capacità dei presenti le prove che adducono a questa verità.
CAPO XXIV
Resta da esaminare l’argomento desunto dal fine. Come ogni essere, anche l’uomo deve avere un fine corrispondente alla sua natura, che non può essere né l’esenzione dal dolore né il godimento corporeo.
1. Esaminati come che sia gli argomenti proposti, resterebbe a studiare quello che si desume dal fine. Veramente esso già appare dalle cose dette, ma occorrerà prenderlo in esame aggiungendo solo quanto é necessario perché non sembri che abbiam trascurato di ricordare qualche punto di quelli enumerati poco innanzi, con pregiudizio della materia presa a trattare o della divisione posta da principio.
 
2. Per questa ragione dunque e per prevenire le altre obiezioni che si potrebbero fare, sarà bene aggiungere soltanto questa osservazione: che cioè e le cose risultanti da natura e quelle prodotte dall’arte debbono avere ciascuna un fine proprio. Ce l’insegna il senso comune di tutti, ce l’attesta quanto avviene sotto i nostri occhi.
3. Non vediamo infatti che altro è il fine che si propongono gli agricoltori, altro i medici; così pure, altro il fine dei viventi che nascono dalla terra, altro il fine degli animali che su di essa crescono e hanno origine per una serie naturale di generazioni ?
4. Che se ciò è evidente, e se alle forze della natura o dell’arte e alle rispettive operazioni deve di necessità corrispondere il fine ad esse connaturale, ne consegue assolutamente che anche il fine degli uomini, in quanto fine d’una natura propria e singolare, deve distinguersi dal fine comune degli altri esseri. Certo non sarebbe giusto assegnare il medesimo fine agli esseri privi del giudizio di ragione e a quelli che operano secondo una legge e una ragione innata in loro e son capaci di prudenza e di giustizia.
5. Fine proprio dell’uomo non può dunque essere l’esenzione dal dolore, ché questa gli sarebbe comune anche con gli esseri privi affatto di senso; e neppure il godimento di ciò che alimenta o diletta il corpo e l’abbondanza dei piaceri; se così fosse, alla vita delle bestie spetterebbe necessariamente il primato e la vita virtuosa non raggiungerebbe il suo fine. Questo è fine proprio, io penso, di greggi e di armenti, non di uomini dotati d’anima immortale e di discernimento ragionevole.
CAPO XXV
Nemmeno può essere fine ne dell’uomo la felicità dell’anima separata dal corpo, dovendo il fine riguardare tutto l’uomo. Il che esige la risurrezione, senza la quale non può ricostituirsi l’unità del composto umano interrotta dalla morte; solo tosi l’uomo può raggiungere il proprio fine, che è godere per sempre della contemplazione di Dio e dei suoi decreti.
1. Neppur è fine dell’uomo la felicità dell’anima separata dal corpo: ché, come si diceva, noi consideriamo la vita o il fine della vita non nell’una o nell’altra di queste parti di cui consta l’uomo, ma nel composto che risulta da entrambe; tale infatti è ogni uomo che ha sortito questa vita, e questa vita deve avere un fine suo proprio.
2. Che se il fine è del composto, e non pub aver luogo mentre le due parti dell’uomo vivono in questa vita, per le ragioni già dette più volte, né nella condizione dell’anima separata (poiché, quando il corpo sia disciolto o anche del tutto disperso, più non sussiste l’uomo come tale, sebbene l’anima continui ad esistere in se stessa), necessariamente il fine dell’uomo dovrà ravvisarsi in qualche altro stato del composto e del medesimo vivente.
3. Ammessa questa necessaria conseguenza, deve assolutamente esservi una resurrezione dei corpi morti o anche andati in pieno sfacelo e debbono ricomporsi i medesimi uomini; poiché il fine non è stabilito indeterminatamente né la legge di natura è fatta per gli uomini presi in astratto, ma proprio per quelli stessi che vissero nella vita precedente. Tl ricomporsi poi dei medesimi uomini è impossibile, se non vengono restituiti i medesimi corpi alle medesime anime; d’altra parte è impossibile che il medesimo corpo riceva di nuovo la medesima anima se non mediante la risurrezione; avvenuta questa, si raggiunge pure il fine corrispondente alla natura dell’uomo.
4. Fine poi d’una vita capace di prudenza e di discernimento razionale si potrà giustamente definire il rimanere in eterno indissolubilmente unito a ciò a cui la ragione naturale s’accorda come suo primo e supremo oggetto, l’esultare cioè incessantemente nella contemplazione del Datore e dei suoi decreti; sebbene i più degli uomini, per l’attaccamento troppo forte e passionale alle cose di quaggiù, non raggiungano questo fine.
5. Poiché non vale la moltitudine di coloro che falliscono il fine loro conveniente a rendere vano il destino comune: ciascun uomo sarà esaminato a questo riguardo e a ciascuno sarà commisurato il premio o la pena meritata con la vita buona o cattiva.

 


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i santi di oggi 20-02-2017

San Leone, vescovo di Catania; San Bessarione l'egiziano; San Agatone, papa di Roma; San Cindeo, vescovo di Pisidia; San Plotino; San Didimo di Cipro, martire.

i santi di domani 21-02-2017

San Timoteo dei Simbola; San Eustazio, vescovo di Antiochia; San Giovanni III, patriarca di Costantinopoli; San Zaccaria, patriarca di Gerusalemme; San Giorgio, vescovo di Amastris.

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