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Supplica intorno ai cristiani

 Apologia

di Sant'Atenagora di Atene




 

Supplica intorno ai cristiani

Apologia


CAPO I.
Tutti i popoli dell’Impero praticano liberamente i loro culti; solo noi, unicamente a causa del nostro nome di cristiani, siamo fatti segno a ogni vessazione e ad accuse infondate.
Agli imperatori Marco Aurelio Antonino e Lucio Aurelio Commodo Armeniaci Sarmatici, e soprattutto Filosofi.
1. Nel vostro Impero, o grandi fra i re, vi sono vari popoli che si reggono con vari costumi e varie leggi, e nessuno di loro o da legge o da timore di giustizia è impedito di osservare i patri usi, anche se sono ridicoli; ma il Troiano dice che Ettore è un dio, e riconoscendo Elena per Adrasteia l’adora; il Lacedèmone venera Agamennone per Zeus e Filònoe, figlia di Tìndaro, come Enòdia; l’Ateniese fa sacrifici a Posidone Eretteo e cerimonie e misteri celebrano gli Ateniesi ad Agraulo e a Pàndroso, le quali si riputò oprassero empiamente per aver aperto il cofano; in una parola, gli uomini delle varie nazioni e popoli celebrano quei sacrifici e misteri che vogliono. Gli Egiziani poi credono dei, gatti e coccodrilli e serpenti e aspidi e cani.
2. E a tutti costoro e voi e le leggi lo permettete, perché insomma da. una parte stimate empio e non santo il non credere affatto in Dio, e dall’altra giudicate necessario che ognuno veneri per dei quelli che vuole, affinché per timore della divinità si astengano gli uomini dal commettere ingiustizia. [A noi invece - e non crucciatevi come il volgo nel solo udirlo - portate odio per il nome (1). Poiché non già i nomi sono degni di odio, ma il delitto merita pena e supplizio . E però ammirando la vostra mitezza e la mansuetudine e quell’animo pacato e benefico che mostrate verso tutti, i privati vivono in uguaglianza di diritti, e le città a proporzione del merito sono partecipi di uguale onore, e tutto quanto l’Impero per la vostra saggezza gode di pace profonda.
3. A noi invece, che siamo detti cristiani, non avete provveduto come agli altri, ma, al contrario, mentre non facciamo torto a nessuno, anzi, come sarà dimostrato nel séguito del discorso, abbiamo verso la divinità e verso il vostro Impero sentimenti di pietà e di giustizia come nessun altro, permettete che siamo vessati e spogliati, mentre solo a causa del nome il volgo ci combatte. Per questo abbiamo preso l’ardire di esporvi cose nostre (e imparerete da quanto dirò che ingiustamente e contro ogni legge e ragione siamo così trattati) e vi supplichiamo di provvedere un po’ anche per noi, affinché cessiamo una volta di venire scannati dai delatori.
 
4. Infatti il danno che ci viene dai persecutori non ha di mira solo le nostre sostanze, né l’onta ci colpisce solamente nei diritti civili, né il nocumento si riferisce a qualche altra cosa pur di rilievo (questo noi lo disprezziamo, benché ai più sembrino cose di gran conto, poiché abbiamo appreso non solo a non renderle a chi ci percuote, anzi a non litigare con chi ci deruba e ci spoglia, ma quand’anche ci oltraggiassero percuotendoci in una guancia, a porgere, perché la colpiscano, anche l’altra parte della faccia e, se ci portassero via la tunica, a dare inoltre anche il mantello) ma ci attentano, quando abbiamo finito di poter pagare, nel corpo e nella vita, diffondendo un cumulo d’accuse che nemmeno per sospetto ci toccano, mentre riguardano proprio questi ciarloni e la gente della loro risma.
CAPO II.
Chiediamo anche per noi il trattamento equo che si usa per tutti gli altri, fondato non sul nome ma sulle nostre azioni, e determinato da un regalare giudizio.
1. Che se si ha modo di convincerci di qualche ingiustizia, o piccola o grande, noi non ricusiamo di venire puniti, vogliamo anzi sottostare al più acerbo e crudele castigo; ma se l’accusa non va oltre al nome e, almeno fino ad oggi, quanto si va blaterando di noi non è che il volgare e inconsulto rumore della gente, e nessun cristiano è stato convinto di operare contro giustizia, or tocca a voi, o grandissimi e umanissimi e dottissimi imperatori, togliere di mezzo con una legge le violenze che ci vengono fatte, affinché, come tutta la terra è partecipe della vostra beneficenza, tanto i privati quanto le città, anche noi vi siamo grati gloriandoci che siano cessate le calunnie contro di noi.
2. Non è infatti degno della vostra equità che, mentre gli altri accusati di delitti non vengono puniti se prima non ne sono convinti, contro di noi invece il nome abbia maggior valore delle prove in giudizio; ché non ricercano i giudici se l’imputato abbia qualche colpa, ma si scagliano contro il nome come se si trattasse di un delitto. Ora un nome in sé e per sé non si reputa né cattivo né buono, ma è ritenuto o cattivo o buono a seconda delle azioni o cattive o buone che gli sottostanno.
3. E questo voi lo sapete più chiaramente degli altri, in quanto che siete versati nella filosofia e forniti d’ogni dottrina. E però quelli che si presentano al vostro tribunale, sebbene accusati di gravissime colpe, pure sono pieni di fiducia, e ben sapendo che esaminerete la loro vita e non darete peso né ai nomi, ove siano vuoti nomi, né alle imputazioni degli accusatori, ove siano false, sono ugualmente disposti ad accogliere la sentenza che li condanna come quella che li assolve.
 
4. Pertanto anche noi imploriamo lo stesso trattamento che si usa per tutti, e cioè di non essere odiati e puniti perché siamo detti cristiani (come può infatti il nome renderci malvagi?) ma di venire giudicati su ciò per cui si è chiamati in tribunale, e, o di esser mandati assolti, se ci purgheremo delle accuse, o di essere puniti se convinti di colpe, e non per il nome (ché nessun cristiano è malvagio, a meno che non simuli questa dottrina), ma per il fallo commesso.
5. Così appunto vediamo giudicati i filosofi. Nessuno di essi, prima della sentenza, viene ritenuto dal giudice per buono o per cattivo a motivo della sua scienza o arte, ma, ove appaia colpevole, viene punito senza attirare biasimo alcuno alla filosofia, poiché malvagio è chi non coltiva la filosofia come si deve, ma la scienza non ne ha colpa; che se poi riesce a purgarsi dalla calunnia, è rimandato assolto. Ebbene, anche con noi si faccia lo stesso! Si esamini la vita di chi è citato in giudizio, ma il nome sia esente da qualunque colpa.
6. E ora che sto per cominciare la difesa della nostra dottrina, mi è necessario pregarvi, o massimi imperatori, di volerci equanimemente ascoltare, e di non lasciarvi fuorviare e prevenire dalla volgare e inconsulta opinione, ma di concedere anche alla nostra dottrina quell’amore che avete per il sapere e per la verità. E così né voi errerete per non conoscere, e noi, liberatici dalle inconsulte dicerie del volgo, cesseremo di essere combattuti.
CAPO III.
Se le tre accuse che ci muovono, ateismo, cene tiestee e accoppiamenti edipodei, sono vere, ci si punisca come meritiamo; se sono chiacchiere infondate, tocca a voi investigare sulla realtà della nostra condotta.
1. Tre delitti ci vanno imputando: ateismo, cene tiestee e accoppiamenti edipodèi. Ora, se queste accuse sono vere, non la risparmiate a nessun genere di persone, levatevi anzi a vendetta di questi delitti, e con le mogli e i figli uccideteci ed estirpateci fin dalle radici, se pur v’è tra gli uomini chi viva alla maniera delle bestie: benché neppur le bestie assaltano i loro congeneri, e secondo la legge di natura e nel solo tempo della procreazione e non già sfrenatamente si accoppiano, e riconoscono chi fa loro del bene. Se dunque v’ha un uomo ancor più feroce delle belve, a qual pena per siffatti delitti dovrà costui sottostare, perché si giudichi punito secondo il merito ?
2. Che se poi queste le sono ciance e accuse infondate, ché per una ragion naturale il vizio si oppone alla virtù, e per legge divina le cose contrarie si combattono a vicenda, e che noi non commettiamo nulla di tutto questo voi stessi siete testimoni, in quanto non volete che confessiamo, è dunque ufficio vostro ormai inquisire sul modo di vivere, sulle dottrine, sullo zelo e sull’obbedienza che abbiamo per la casa vostra e per l’Impero, e tosi concedere una volta a noi nulla più che ai nostri persecutori. Poiché noi li vinceremo, noi che per la verità siamo pronti a dare anche la vita .
CAPO IV.
E’ infondata la prima accusa, di ateismo. Ateo era Diagora, non noi, che distinguiamo fra Dio e la materia, riconoscendo un Dio unico, creatore di tutto.
1. Pertanto, che noi non siamo atei (risponderò alle singole accuse) ho paura che non sia persino ridicolo confutare chi lo afferma! Giustamente infatti gli Ateniesi incolparono Diagora di ateismo, non solo perché metteva in piazza il culto orfico e propalava i misteri di Eleusi e quelli dei Cabiri, e perché spaccò la statua d’Eracle per cuocersi le rape, ma perché senz’altro a chiara voce affermava che Dio non c’è affatto. A noi invece, che distinguiamo Dio dalla materia e mostriamo che altro è materia e altro è Dio e che v’è una gran differenza tra loro poiché la divinità è increata ed eterna, e soltanto con la mente e con la ragione si può contemplare, mentre la materia è creata e corruttibile - a noi, dico, non è irragionevole che si affibbi la taccia di ateismo ?
2. Ché, se la pensassimo come Diagora, mentre abbiamo tanti pegni che ci obbligano a venerare Dio, e cioè il bell’ordine, la perfetta armonia, la grandezza, il colore, la figura e la disposizione del mondo, meritatamente ci verrebbe apposta la taccia di non essere pii, e ci sarebbe motivo di essere perseguitati. Ma poiché la nostra dottrina ammette per unico Dio il fattore di quest’universo, il quale non è stato fatto (poiché quello che è non si fa, bensì quello che non è), ma tutte le cose ha fatto per mezzo del Verbo che procede da lui, due cose ci capitano entrambe irragionevoli, di essere cioè diffamati e perseguitati.
CAPO V.
Poeti e filosofi (e si citano qui versi di Euripide e di Sofocle) non furono considerati per atei; eppure essi. respinsero la concezione volgare degli dei parlando di un Dio unico.
1.. E poeti e filosofi non furono tenuti per atei, perché investigavano su Dio.
Euripide, incerto su quelli che secondo il comune pregiudizio per ignoranza sono nominati dei, diceva:

Non doveva Zeus, se pur in cielo esiste,il medesimo ridurre a triste sorte;

quando poi sentenziava su quello che é concepibile per mezzo della scienza, così egli:
Vedi tu questo eccelso etra infinito
che nell’umide braccia il mondo accoglie?
Zeus riconosci in lui, lui Dio tu stima.
2. Di quelli infatti non vedeva né che sussistessero le essenze alle quali accade che si dia il nome:
Ché Zeus,
chiunque sia Zeus, non so se non per detto,
né che i nomi fossero predicati di realtà sussistenti (che hanno infatti di più dei nomi le cose di cui non sussistono le essenze ?); ma Dio lo intuiva dalle opere, considerando i fenomeni dell’acqua, dell’etere e della terra come manifestazione delle cose occulte.
3. Quegli pertanto di cui sono le cose create, e dal cui spirito sono guidate, questi comprendeva essere Dio, concordando con lui anche Sofocle quando cantava:
Unico in verità, unico é Dio
che il ciel costrusse e l’ampia terra
insegnando così, a proposito della natura piena della bellezza di lui, queste due cose: e dove dev’essere Dio e che dev’essere uno.
CAPO VI
Come i poeti, così hanno professato l’unità di Dio, in diversi modi, i filosofi: i Pitagorici, con la dottrina dei numeri; Platone, che parla d’un Fattore dell’universo e poi di altri dei generati; Aristotele e gli Stoici, con la teoria circa l’anima del mondo.
1. E anche Filolao (3), col dire che Dio come da un posto di guardia abbraccia tutte le cose, dimostra che egli è uno e al di sopra della materia. Liside poi e Opsimo, l’uno definisce Dio come numero ineffabile, l’altro come l’eccedenza del massimo dei numeri su quello che gli è più vicino. E se numero massimo, secondo i Pitagorici, è il dieci, che è la quaderna e che contiene tutte le progressioni aritmetiche e armoniche, e se vicino a questo sta il nove, Dio è la monade, cioè l’uno, poiché di uno il numero massimo supera quello che gli è più vicino, che gli viene subito dopo per grandezza.
2. Platone poi e Aristotele (e non già con la pretesa di esporre per filo e per segno i placiti dei filosofi io passo così in rassegna le cose che hanno detto di Dio, poiché io so che quanto per intelligenza e per potenza d’impero superate tutti, altrettanto tutti vincete anche per il pieno possesso d’ogni disciplina, mentre in ogni ramo dello scibile riportate tal vanto quale non riporta neppure chi si è dato tutto a una sola parte di esso. Ma poiché non mi è possibile, senza allineare dei nomi, dimostrare che noi non siamo i soli a ridurre Dio all’unità, così mi sono rivolto alle sentenze). Dice dunque Platone: "Il fattore pertanto ed il padre di questo universo è difficile saperlo trovare, e chi lo abbia trovato è impossibile che lo indichi a tutti", poiché, egli pensa, uno è il Dio non genito ed eterno. Che se ne ammette anche altri, come il sole e la luna e gli astri , però li ammette come generati: "Dei figli di dei, dei quali io sono creatore e padre di opere che sono indissolubili senza la mia volontà; tutto ciò invero che è legato pub sciogliersi". Se dunque non è ateo Platone, che concepisce come unico e ingenito Dio il fattore dell’universo, neppur noi siamo atei, noi che riconosciamo e teniamo per Dio colui dal quale, per mezzo del Verbo, l’universo fu fatto e per mezzo dello Spirito suo viene conservato.
3. Aristotele poi e i suoi seguaci, affermando un solo Dio simile a un animale composto, dicono Dio risultante di anima e di corpo, ritenendo corpo di lui quello etereo e i pianeti e la sfera delle stelle fisse, le quali cose tutte si muovono circolarmente, e anima la ragione che presiede al movimento del corpo, e questa non già mossa, ma causa del movimento del corpo.
4. E gli Stoici, benché con le denominazioni secondo le mutazioni della materia (attraverso la quale, dicono, penetra lo spirito di Dio) moltiplichino la divinità quanto ai nomi, nel fatto poi concepiscono un Dio unico. Che se Dio è fuoco artista che procede con metodo alla generazione del mondo contenendo in sé tutte quante le ragioni seminali, per cui ogni cosa è prodotta secondo il fato, e se, d’altra parte, lo spirito di lui pervade tutto il mondo, uno solo è Dio, secondo essi, che è nominato Zeus a motivo della parte fervida della materia, Era a motivo dell’aria, ed è chiamato con altri nomi secondo ciascuna parte della materia che esso pervade.
CAPO VII.
Se i vostri scrittori hanno potuto dire intorno a Dio tutto ciò che loro pareva, convenendo tutti nell’ammettere un Dio unico, perché una legge é sancita contro di noi che professiamo una tal fede, e non, come i vostri poeti e filosofi, congetturando ciascuno a suo talento, ma seguendo i profeti divinamente ispirati?
1. Quando dunque tutti, arrivando ai principi di tutte le cose, s’accordano in massima a dire, anche se non lo vogliono, che una sola è la divinità, e noi dal canto nostro sosteniamo che chi ha sì bellamente ordinato questo universo, questi è Dio, per qual ragione sarà lecito a costoro e dire e scrivere impunemente ciò che vogliono di Dio, mentre invece è in vigore una legge contro di noi, i quali ciò che pensiamo e rettamente teniamo per fede, esservi un unico Dio, ben lo possiamo dimostrare con motivi di fatto e con ragioni?
2. Poeti e filosofi, infatti, in questo come negli altri campi, non fecero che congetturare, mosso ciascuno dalla propria anima per una certa conformità dell’ispirazione divina a ricercare se mai fosse possibile trovare e intendere la verità, ma riuscirono soltanto a girarvi attorno, non già a trovare la realtà, non avendo voluto apprendere da Dio ciò che riguarda Dio, ma ciascuno da se stesso. 3. Noi invece di ciò che pensiamo e teniamo per fede abbiamo a testimoni i profeti, i quali con lo spirito pieno di Dio alto hanno parlato e di Dio e delle cose di Dio. Ora potreste dire anche voi, che per intelligenza e per pietà verso la divinità vera superate gli altri, come sia irragionevole trascurare di credere allo spirito di Dio, che ha mosso, come strumento, la bocca dei profeti, per badare alle opinioni umane.
CAPO VIII
Si dimostra razionalmente l’unità di Dio. Se vi fossero più dei, dovrebbero o costituire una certa unità o esistere separatamente: nel primo caso, dovrebbero essere del tutto simili, mentre l’increato non ha simile, oppure essere parti integranti d’un tutto, e questo sarebbe fatto, corruttibile, composto, divisibile, mentre Dio é tutto l’opposto. Se poi esistessero separatamente, dato che il creatore del mondo sta intorno al mondo, intorno al mondo o nel mondo essi non avrebbero più posto; se poi stessero fuori di questo mondo, sarebbero circoscritti e la loro provvidenza non si estenderebbe a noi.
1.. Che pertanto uno solo fin da principio sia il Dio creatore di questo universo, considerate a questo modo, affinché abbiate anche là dimostrazione della nostra fede. Se da principio due o più dei vi fossero stati, o sarebbero esistiti in una certa unità e identità o separatamente ciascuno da sé.
2. Ora, essere in tale unità e identità non potevano; infatti, se sono dei, non sono simili, e non sono simili perché appunto increati; ché gli esseri creati sono simili agli esemplari, mentre gl’increati non hanno simile, non essendo fatti da alcuno né ad immagine di alcuno.
3. Se poi si dicesse che Dio è uno a quel modo che mano e occhio e piede riguardo a un medesimo corpo ne sono parti integranti, in quanto fra tutti fanno uno solo completo, bisognerebbe osservare: veramente sì Socrate, in quanto è fatto e corruttibile, è composto e divisibile in parti, ma Dio è increato e impassibile e indivisibile; dunque non consta di parti.
4. Se poi ciascuno di essi sta da sé, mentre quello che ha creato il mondo se ne sta al di sopra delle cose create e al di là di ciò che fece e dispose in ordine, deve starà l’altro o gli altri? Ché se il mondo, formato a mo’ di sfera, è racchiuso dai cerchi del cielo, e il fattore del mondo è al di sopra delle cose create e lo governa con la provvidenza che ha di esse cose, qual sarà mai il luogo dell’altro o degli altri dei ? Poiché non è nel mondo, che è di un altro, né intorno al mondo, ché al di sopra di esso c’è il Dio creatore del mondo.
5. E se non è nel mondo né intorno al mondo (poiché tutto ciò che è intorno ad esso è occupato da quello) dove è egli? Al di sopra del mondo e di Dio, dentro e intorno a un altro mondo? Ma se è dentro e intorno a un altro mondo, non è più intorno a noi, poiché più non signoreggia in questo mondo, né per potenza è grande, poiché si trova in un luogo circoscritto.
6. Se poi non è né in un altro mondo (ché tutto è riempito da questo), né intorno a un altro (ché tutto da questo è contenuto), neppur esiste, non essendovi luogo nel quale egli sia.
Oppure che cosa fa egli, essendovi un altro dov’è il mondo ed essendo egli ai di sopra del fattore del mondo, senza essere poi né nel mondo né intorno al mondo?
7. Ma vi è una qualche altra cosa dove in qualche modo possa stare.
Ma sopra di lui vi è Dio e le cose di Dio. E qual sarà il luogo, se questi riempie ciò che vi è al di sopra del mondo?
8. Di più, è egli provvido? No, che non è provvido, se non l’ha fatto. Ma se non fa, né è provvido, né v’ha altro luogo in cui stia, quell’unico che è da principio e solo facitore del mondo egli è Dio.
CAPO IX.
Oltre che dimostrata dalla ragione, l’unità di Dio é attestata dai profeti; e si citano passi di Mosè e d’Isaia.
1. Per altro, se noi ci accontentassimo di siffatte considerazioni, potrebbe alcuno pensare che sia umana la nostra dottrina; ma poiché le voci dei profeti danno fede ai nostri ragionamenti, (e io penso che anche voi, amantissimi come siete del sapere e dottissimi, non siate ignari né di quelle di Mosè, né di quelle d’Isaia e di Geremia e degli altri profeti, i quali nell’estasi dei loro pensieri, quando lo Spirito divino li muoveva, proclamarono ciò che dentro li eccitava, di loro servendosi lo Spirito come un flautista soffierebbe nel flauto) che dunque dissero costoro?
2. Il Signore Iddio nostro; nessun altro sarà paragonato a lui . E di nuovo: Io Dio primo e ultimo, e all’infuori di me non v’è Dio . Similmente: Prima di me non vi fu altro Dio e non sarà dopo di me; io sono Dio, e fuori di me non ve n’è altro. E intorno alla sua grandezza: Il cielo é mio trono, e la terra sgabello de’ miei piedi. Quale casa mi edificherete voi, o quale sarà il luogo del mio riposo?
E lascio a voi di esaminare, applicandovi a questi stessi libri, le loro profezie, affinché con retto giudizio diate fine ai soprusi che ci fanno.
CAPO X
Non siamo atei, perché affermiamo un Dio unico e perfetto. Inoltre noi riconosciamo il Figlio di Dio, il suo Verbo, per cui il Padre ha fatto ogni cosa, e lo Spirito Santo, emanazione di Dio. Ammettiamo ancora una moltitudine di angeli e ministri di Dio.
1. Che pertanto noi non siamo atei, ammettendo come unico Dio colui che è increato ed eterno e invisibile e impassibile e incomprensibile e immenso, intelligibile soltanto dalla mente e dalla ragione, circonfuso di luce, di bellezza e di spirito e di potenza inenarrabile, dal quale tutto l’universo, per mezzo del Verbo suo, è stato creato e ordinato ed è conservato, io ve l’ho fatto veder a sufficienza.
2. Si, noi pensiamo anche a un Figlio di Dio. E non mi si reputi cosa ridicola che Dio abbia un Figliolo. Poiché, non come favoleggiano i poeti, che mostrano gli dei per nulla migliori degli uomini, noi la pensiamo sia intorno a Dio Padre, sia intorno al Figlio: invece, il Figlio di Dio è il Verbo del Padre in idea e atto; ché ad immagine di lui e per mezzo di lui tutto fu fatto, essendo il Padre e il Figliolo una cosa sola. Ed essendo il Figlio nel Padre e il Padre nel Figlio per unità e potenza di spirito, Mente e Verbo del Padre è il Figlio di Dio.
3. Che se voi, per la vostra eccelsa intelligenza, amate indagare che voglia dire "il Figlio", ve lo dirò in brevi parole: egli è la prima progenie del Padre, non già come prodotto (ché fin da principio Iddio, mente eterna, aveva in se stesso il Verbo, o ragione, essendo egli eternamente razionale), ma nel senso che, quando tutte quante le cose materiali giacevano a guisa di materia informe e di terra inerte, mescolate le più spesse con le più leggere, egli procedette per essere riguardo ad esse modello e atto.
E concorda con questo concetto anche lo Spirito profetico: Il Signore (dice infatti) mi creò fin dal principio delle sue vie per le opere sue . Veramente anche lo stesso Santo Spirito che operava nei profeti noi lo diciamo effluvio di Dio, che emana e ritorna come raggio di sole.
5. Chi dunque non rimarrebbe attonito nell’udire che vengono detti atei quelli che riconoscono Dio Padre e Dio Figlio e lo Spirito Santo, che ne dimostrano e la potenza nell’unità e la distinzione nell’ordine? Né a ciò si ferma la nostra dottrina teologica, ma ammettiamo anche un gran numero di angeli e di ministri, che Dio, fattore e creatore del mondo, per opera del suo Verbo, distribuì e ordinò a sovrintendere agli elementi e ai cieli e al mondo e a ciò che v’è in esso, e al buon ordine loro.
 
CAPO XI
La sublimità della dottrina morale del cristianesimo, che noi pratichiamo (mentre tutti gli artifizi della dialettica non riuscirono a rendere migliori gli uomini) e che anche gl’indotti dimostrano con la loro vita, é un’altra prova che noi non siamo atei.
1. Che se io così accuratamente vi espongo la nostra dottrina, non ve ne meravigliate; ne parlo accuratamente, perché non vi lasciate anche voi trascinare dalla comune e stolta opinione, e abbiate da conoscere il vero. Infatti anche per mezzo dei precetti stessi che noi osserviamo, e che non sono già stabiliti dagli uomini, ma emanati da Dio e da Dio insegnati, noi vi possiamo persuadere di non tenerci per atei.
2. Quali sono, adunque, i precetti in cui noi siamo allevati? Io vi dico: Amate i vostri nemici, benedite quelli che vi maledicono, pregate per chi vi perseguita, affinché siate figli del Padre che é nei cieli, il quale fa sorgere il suo sole su cattivi e su buoni, e piove su giusti e su ingiusti.
3. E qui, poiché la nostra dottrina è stata accolta con molto clamore, permettetemi che io prosegua con piena libertà di parola, giacché faccio la nostra difesa davanti a imperatori filosofi. Chi mai, infatti, di coloro che spiegano i sillogismi e sciolgono le anfibologie ed espongono le etimologie o insegnano che cosa siano le omonimie e le sinonimie e i predicati e i giudizi e che cosa sia il soggetto e che cosa sia il predicato, i quali si promettono di rendere con questi e altrettali discorsi del tutto felici chi li frequenta, chi mai, dico, è così puro d’animo da amare i nemici invece di odiarli, e invece (ciò che sarebbe la cosa più moderata) di dir male di chi fu primo a coprirli di contumelie, dirne bene, e pregare per chi attenta alla loro vita? Costoro, al contrario, sempre continuano con malo animo a ricercare nel proprio interesse questi segreti e a desiderare sempre di far male, stimando il loro mestiere un’arte di parole e non una dimostrazione di fatti.
4. Presso di noi invece trovereste degli ignoranti e degli operai e delle vecchierelle che se sono incapaci di spiegare a parole l’utilità della loro dottrina, col fatto ben dimostrano l’utilità dei loro principi. Non parole vanno essi recitando a memoria, ma opere buone mettono in mostra; se battuti ecco che non ribattono, se derubati non muovono lite, danno a chi chiede e amano il prossimo come se stessi.
CAPO XII.
Si argomenta della precedente esposizione della dottrina e della vita dei cristiani che essi non sono atei: solo la fede in Dio giudice spiega la loro condotta così intemerata. Sono lontani dal vero culto di Dio i pagani solo avidi di godimenti sensuali, non i cristiani che aspirano unicamente a conoscere Iddio e amano anche i loro nemici.
1. Or dunque, se non credessimo che Dio presiede al genere umano, vivremmo noi così puri? No certamente; ma poiché siamo persuasi che avremo da rendere conto di tutta la nostra vita di quaggiù a quel Dio che ha creato e noi e il mondo, ci scegliamo quella vita moderata e caritatevole e facilmente oggetto di disprezzo, giudicando che non soffriremo quaggiù nessun danno tanto grande, se anche ci si privasse della vita, quanto è la mercede che là riceveremo da parte del gran giudice in premio di una vita mansueta e benigna e modesta.
 
2. Platone aveva detto che Minosse e Radamante giudicheranno e puniranno i malvagi; ma noi (ammesso pure che ci sia un Minosse e un Radamante é anche il padre loro) diciamo che nemmeno costoro potranno sfuggire al giudizio di Dio.
 
3. Ma che? A quelli che fanno consistere questa vita in questo: Mangiamo e beviamo, ché domani siamo morti , e la morte suppongono un sonno profondo e un oblio ("sonno e morte gemelli"), si dà credito d’esser pii; e noi, uomini che della vita di quaggiù facciamo pochissimo conto, e ci lasciamo condurre dal solo desiderio di conoscere il vero Dio ed il suo Verbo, qual sia l’unione del Figlio col Padre, quale la comunicazione del Padre col Figlio, che sia lo Spirito, quale l’unione e la distinzione di questi così grandi in uno congiunti, dello Spirito, del Figlio e del Padre; noi, i quali sappiamo che la vita che ci attende è di gran lunga superiore a ogni espressione, se vi arriveremo puri da ogni misfatto; noi, che siamo pieni di carità a tal segno da amare non solo gli amici (poiché se amerete, dice, chi vi ama, e darete a prestito a chi presta a voi, qual mercede avrete? Noi, tali essendo e tal vita vivendo per sfuggire la condanna del giudizio, non saremo creduti pii?
4. Questo dunque abbiamo detto, piccola cosa fra le grandi e poco fra il molto che si potrebbe dire, per non tediarvi di soverchio. Chi assaggia il miele o il latte rappreso, da una piccola particella giudica se il tutto è buono.
CAPO XIII
Ci rimproverano di non offrire sacrifici e di non riconoscere gli dei ammessi dalle varie città. Alla prima di queste accuse rispondiamo che Iddio non ha bisogno di sangue né dell’odore delle vittime arrostite né di profumi; il miglior sacrificio é riconoscerlo come creatore dell’universo e levare a lui sante le mani.
1. Ma poiché la maggior parte di quelli che ci accusano di ateismo (mentre non sanno neppur per sogno chi sia Dio, ignoranti e senza cognizione alcuna delle dottrine naturali e divine, e misurano la pietà dall’uso dei sacrifici) ci incolpano di non offrire sacrifici e di non tenere per dei quelli che anche le città riconoscono, vogliate considerare, o imperatori, e l’una e l’altra cosa a questo modo: e prima di tutto quella del non fare sacrifici.
z. Il creatore e padre di questo universo non ha bisogno né di sangue, né di odore di carni rosolate, né della fragranza dei fiori e degli aromi, mentre egli è la perfetta fragranza che di nulla necessita in sé né fuori di sé; ma il più grande sacrificio che gli si renda è di conoscere chi distese a mo’ di sfera i cieli e stabilì la terra come centro, chi radunò le acque nei mari e divise la luce dalle tenebre, chi ornò l’etere di astri, e fece si che la terra producesse ogni semenza, chi fece gli animali e plasmò l’uomo.
3. Quando noi pertanto, riconoscendo Dio creatore, che conserva e governa con scienza e arte per cui regge tutte le cose, leviamo a lui sante le mani , di qual ecatombe ha egli ancor bisogno?
4. E coloro con vittime e amabili voti e libami e profumi di carni libando li placa il mortale, se trasgredì giustizia e in fallo una volta è caduto. Ma che ho io a fare con olocausti di cui non abbisogna Dio? Sebbene è pur necessario offrire un sacrificio incruento e cioè prestare il culto razionale.
CAPO XIV
Non meno infondata l’accusa di ateismo quando prende a pretesto il nostro rifiuto di riconoscere gli dei nazionali. Per tale motivo tutte le città e popoli sarebbero atei, poiché gli uni non ammettono le divinità degli altri; particolarmente ridicole le credenze religiose degli Egiziani, che piangono gli dei come morti e frattanto li onorano.
1. E quel parlar ch’essi fanno, che noi non c’inchiniamo e non ammettiamo per dei quei medesimi che le città ammettono, è affatto sciocco. Ma nemmeno quei che c’incolpano di ateismo perché non riconosciamo gli del in cui essi credono, s’accordano fra di loro sulle divinità. Gli Ateniesi collocano fra gli dei Cèleo e Metanira , i Lacedèmoni Menelao e gli fanno sacrifici e feste, quei d’Ilio, che non ne vogliono udire neppure il nome, celebrano Ettore, quelli di Ceo Aristeo, che reputano lo stesso che Zeus e Apollo, quelli di Taso Teagene, che commise persino un omicidio nelle gare Olimpiche, quelli di Samo Lisandro, dopo tante stragi e tanti mali da lui perpetrati [Alcmane ed Esiodo], Medea o Niobe i Cilici, i Siciliani Filippo figliolo di Butacide, Onesilao quei di Amatunte , Amilcare i Cartaginesi: e non mi basterebbe il giorno se facessi il catalogo di tanta moltitudine!
2. Se dunque fra di loro non s’accordano sui propri dei, perché ci accusano se non andiamo d’accordo con loro? Quello poi che avviene fra gli Egiziani, non è anche una cosa ridicola? Nei loro templi si battono il petto durante le sacre adunanze come si fa per i morti e offrono sacrifici come si fa per gli dei. Né ciò reca meraviglia, almeno per costoro, che credono dei persino le bestie, e si radono quando muoiono e le seppelliscono nei templi e intimano pubblico lutto!
3. Pertanto, se noi siamo empi, perché non onoriamo la divinità allo stesso modo che loro, empie sono tutte le città e tutte le nazioni, ché non venerano tutte gli stessi dei.
CAPO XV
Anche se i pagani venerassero gli stessi dei, il loro culto sarebbe egualmente falso, perché reso a immagini materiali della divinità, mentre fra Dio e la materia la distanza è infinita, e Dio solo, che la materia plasmò, merita lode, come si loda il vasaio e non l’argilla da lui lavorata.
1. Ma ammettiamo che venerino gli stessi dei. E che per ciò? Perché, il volgo, non capace di distinguere che sia materia e che sia Dio, e quanta distanza v’è tra essi, s’inchina agli idoli fatti di materia, dovremo anche noi, per fargli piacere, rivolgerci alle statue e adorarle, noi che distinguiamo e separiamo l’increato dal creato, l’ente dal non ente, l’intelligibile dal sensibile, e diamo a ognuno il nome che gli conviene?
2. Che se Dio e materia sono la stessa cosa, cioè due nomi d’una stessa realtà, noi che non riconosciamo come dei la pietra e il legno, l’oro e l’argento, siamo empi; ma se immensamente si distanziano l’uno dall’altra, e tanto quanto l’artefice e il materiale dell’arte sua, di che ci si fa colpa? A quel modo che il vasaio e la creta (materia è la creta e artefice il vasaio) tosi Dio è il demiurgo , e la materia è quella che a lui obbedisce a seconda dell’arte. Ma come la creta è incapace di per se stessa di divenire vaso senza l’arte, tosi anche la materia di tutto ricettiva senza Dio artefice non avrebbe preso né distinzione né forma né ornamento.
3. E in quella guisa che noi non riteniamo la creta più pregevole di chi l’ha lavorata, né le fiale e il vasellame d’oro di chi l’ha fabbricato, ma, se vi scorgiamo un qualche pregio artistico, lodiamo l’artefice ed è costui che raccoglie lode per i suoi vasi, così anche quando si tratta della materia e di Dio, non la materia ha diritto alla gloria e all’onore della disposizione e del bell’ordinamento delle cose, ma il suo artefice, Dio.
4. Sicché se ritenessimo per dei le figure della materia, sembreremmo di non aver nessun sentimento del vero Dio, uguagliando all’eterno ciò che è soggetto a dissolversi e a corrompersi.
CAPO XVI
Bello è il mondo, ma non esso é da adorare, bensì il suo artefice, come i vostri sudditi ammirano la vostra reggia ma solo a voi dànno gloria, come si onora non lo strumento ma l’artista che lo suona. Comunque i filosofi definiscano il mondo, non si debbono adorare la materia e gli elementi, opere di Dio; così tanto meno le statue degli dei, opere degli uomini.
1. Sì, bello è il mondo ed eccellente per la sua grandezza e per la disposizione così dello zodiaco come del settentrione e per la sua figura sferica; ma non esso, bensì il suo artefice è da adorarsi.
2. Ché neppur i sudditi che vengono alla vostra presenza, tralasciando di mostrarsi ossequiosi a voi, principi e padroni da cui potrebbero ottenere ciò che loro abbisogna, ricorrono alla magnificenza della vostra dimora; essi, se s’imbattono nel palazzo imperiale, ne ammirano sì di passaggio la sontuosità, ma a voi soprattutto ogni onore tributano.
3. E voi, o imperatori, per voi stessi ornate la sede imperiale; mentre il mondo non fu fatto quasi che Dio ne avesse bisogno, poiché Dio è tutto a se stesso, luce inaccessibile, mondo perfetto, spirito, potenza, ragione. Se pertanto il mondo è uno strumento ben intonato che ritmicamente viene mosso, non lo strumento io adoro, ma chi lo armonizzò, e ne trae le note, e canta su di esso la concorde melodia (né, infatti, nelle gare, i giudici trascurando i citaredi incoronano le loro cetre); o sia esso mondo, come dice Platone, arte di Dio, io ammirandone la bellezza saluto il suo artefice; o sia sostanza e corpo come vogliono i Peripatetici trascurando di adorare la causa del movimento di questo corpo, non scendiamo a prostrarci ai meschini e deboli elementi , adorando per l’aria, secondo essi, impassibile, la passibile materia; o sia che si reputino potenze di Dio le parti del mondo, non queste potenze, ma il loro fattore e signore noi c’inchiniamo a venerare.
4. Io non chiedo alla materia ciò che non ha, né, trascurando Dio, venero gli elementi, cui non è dato di fare nulla più di quanto fu loro prescritto; ché, sebbene siano belli a vedersi per l’arte del demiurgo, pur sono soggetti a dissolversi per la natura stessa della materia. E fa testimonianza a questo discorso anche Platone: "Quello che infatti, dice egli, abbiamo denominato cielo e mondo fu reso partecipe dal padre di molta felicità, ma pure partecipò anche del corpo; donde è impossibile che non sia soggetto a mutazione".
5. Se io dunque ammirando il cielo e gli elementi dell’arte non li adoro come dei, poiché ne riconosco la legge della dissoluzione che è loro imposta, come mai potrò chiamar dei queste cose che io so essere opere d’uomini?
CAPO XVII
I nomi degli dei sono recenti; tosi le immagini, conoscendosi gl’inventori delle varie arti e gli artefici delle singole divinità, che, appunto perché fatte dall’uomo, non sono tali.
1. E vogliate brevemente considerare questo (ché mi è necessario, mentre difendo la mia causa, di far vedere con maggior accuratezza che i loro nomi sono molto recenti, e che le loro immagini sono state fatte, per modo di dire, ieri o ieri l’altro. E ciò voi lo sapete ancor meglio, perché in tutti i campi e più di tutto conoscete gli scrittori antichi. Dico dunque ché Orfeo e Omero ed Esiodo sono quelli che con le genealogie diedero i nomi a coloro che essi chiamano dei.
2. E anche Erodoto ne fa testimonianza: "Poiché io credo che Esiodo e Omero siano più vecchi di me di quattrocento anni e non più: e costoro fecero la teogonia per i Greci e diedero i nomi agli dei e ne distinsero gli onori e le arti e ne indicarono le figure".
3. Le immagini poi, fino a che non furono inventate la plastica, la pittura e la statuaria, neppur si conoscevano. Ma, sopravvenuti Sauria di Samo e Cratone di Sicione e Cleante di Corinto e quella fanciulla, pure di Corinto, l’arte del disegnare a contorni fu trovata da Sauria quando disegnò l’ombra d’un cavallo nel sole, 1a pittura fu inventata da Cratone che dipinse in una tavola imbiancata le ombre di un uomo e di una donna (e da quella fanciulla fu trovata l’arte di modellare figurine in terracotta: ché essendo costei innamorata di un tale, ne segnò nel muro i contorni dell’ombra mentre dormiva, poi il padre, che era vasaio, piaciutagli la somiglianza perfetta della figura, intagliò il contorno e lo colmò di creta: e ancora oggi si conserva a Corinto questa forma); dopo costoro vennero Dedalo, Teodoro e Smilide, i quali inoltre inventarono la statuaria e la plastica.
4. Ora l’età delle immagini e della lavorazione dei simulacri è tanto recente, che possiamo nominare l’artefice di ciascun dio. Il simulacro infatti di Artemide in Efeso e quello di Atena, (o piuttosto di Atela, perché Atele veniva detta la statua antica di legno d’olivo da coloro che usavano un linguaggio più misterioso) e la Atena seduta furono fatti da Endeo scolaro di Dedalo, e l’Apollo Pitio è opera di Teodoro e di Telecle , e l’Apollo di Delo e l’Artemide sono lavori di Tecteo e di Angelione , e l’Era di Samo e quella di Argo sono opera delle mani di Smilide, e l’Afrodite di Cnido è altra fattura di Prassitele, e 1’Asclepio di Epidauro opera di Fidia; e di Fidia sono altri simulacri.
5. Per dirla in una parola, non ce n’è uno di questi simulacri che non sia stato fatto dalla mano dell’uomo. Se dunque sono dei, perché non esistettero fin da principio? e perché sono più recenti dei loro artefici? che bisogno avevano di uomini e dell’arte dell’uomo per esistere? Terra sono essi, e pietra, e materia e inutile artificio.
CAPO XVIII
Si dirà che il culto reso agli idoli si riferisce agli dei ch’essi rappresentano e che la virtù operativa di alcuni idoli lo giustifica. Ma proprio degli dei Omero e Orfeo raccontano che ebbero origine.
1. Per altro, poiché si dice da taluno che veramente queste sono immagini, e che invece sono dei quelli a cui le immagini sono dedicate, e che le processioni, che ad esse si fanno, e i sacrifici, agli dei si riferiscono e per essi si celebrano, e che non v’ha altra maniera all’infuori di questa per accostarsi ad essi,
ché non facili sono gli dei a lasciarsi vedere,
e che sia così adducono in prova la virtù operativa di alcuni idoli, esaminiamo dunque il valore dei loro nomi. 2. Ma prima d’incominciare questa trattazione io vi pregherò di perdonarmi, o massimi imperatori, se io vi parlo la verità: non ho infatti il proposito di biasimare gli idoli , ma, dileguando le calunnie, voglio dar la ragione dei nostri principi. E da voi stesi potreste trarne argomento a ragionare del regno celeste. Poiché come a voi, padre e figlio, tutte le cose sono state date in mano, avendo ricevuto l’impero dall’alto (ché l’anima del re è nelle mani di Dio, dice lo spirito profetico), così al Dio unico e al suo Verbo, concepito da noi come Figlio inseparabile, tutto l’universo è soggetto.
3. Considerate adunque, prima d’ogni altra cosa, que-sto. Non fin da principio, come dicono, vi furono gli dei, ma ciascuno di essi nacque come nasciamo noi; e in ciò tutti convengono. Omero dice:
Oceano dei numi l’origine, e Teti la madre;
e Orfeo (che per il primo ne trovò i nomi e ne descrisse i nascimenti e cantò le gesta di ciascuno di essi ed é creduto da loro il teologo più veritiero, cui anche Omero segui in molte altre parti e circa gli dei principalmente) anch’egli stabilisce la prima loro generazione dall’acqua: Oceano, il quale per tutti l’origine é stato.
4. Secondo lui infatti fu l’acqua il principio di ogni cosa, e dall’acqua sorse il limo e da ambedue nacque un animale, un drago che aveva attaccata una testa di leone e un’altra di toro, e in mezzo ad esse la faccia di un dio di nome Eracle e Crono.
5. Questo Eracle generò un uovo smisurato, che essendo pieno della forza del generante per attrito si spaccò in due. La parte superiore fu compiuta in modo da essere il Cielo, e la parte inferiore la Terra; e ne usci anche un dio bicorporeo.
6. Il Cielo poi unitosi alla Terra genera delle femmine: Cloto, Làchesi e Atropo , e dei maschi: i Centìmani Cotto, Gige, Briareo, e i Ciclopi Bronte e Stèrope e Arge, che poi incatenati precipitò nel Tartaro, perché seppe che i figli lo avrebbero sbalzato dall’impero. Però la Terra adiratasi generò i Titani:
La veneranda Terra l’Uranide stirpe produsse,
i quali appunto la gente suol anche nomare Titani,
per ciò che punirono Urano il gran cielo stellato.
CAPO XIX
Se gli dei hanno avuto principio, dovranno anche perire, come affermano pure Platone e gli Stoici.
1. Questo fu il principio della generazione di quelli che essi chiamano dei e dell’universo. Che significa dunque ciò?
Ognuna di quelle cose cui viene attribuita la divinità dev’essere corruttibile poiché ha principio . E per vero, se sono nati non esistendo prima, come dicono quelli che intorno ad essi teologizzano, non sono, essendoché una cosa o non è generata, ed è eterna, o è generata, ed è soggetta a perire.
2. E non è che io la pensi così, e in altra maniera i filosofi. "Che è ciò che sempre esiste e che non ha origine, o che è ciò che diventa e non è mai?". Platone, trattando dell’intelligibile e del sensibile, insegna che ciò che sempre è, l’intelligibile, non è generato, mentre ciò che non è, il sensibile, è generato ed ha principio e fine.
3. Per questa stessa ragione anche gli Stoici dicono che l’universo sarà preda del fuoco e di nuovo tornerà ad esistere, e il mondo avrà un altro principio. Che se è impossibile (benché secondo essi due siano le cause del mondo, una agente e iniziale, come è la provvidenza, l’altra paziente e mutabile, com’è la materia), se è impossibile che il mondo, che è generato, resti nello stesso stato, anche se governato dalla provvidenza, come mai può durare la costituzione di questi dei che non esistono per natura loro, ma furono fatti? e perché han da essere gli dei più della materia, se ricevono la sussistenza dall’acqua?
4. Ma, secondo loro, né l’acqua è il principio di tutte le cose, (perché da semplici e uniformi elementi qual cosa potrebbe costituirsi? E poi la materia ha bisogno di un artefice e l’artefice della materia; o come mai potrebbero esservi le forme senza la materia o l’artefice?) né vi è ragione per cui la materia sia più antica di Dio, poiché per necessità la causa efficiente ha da precedere le cose fatte.
CAPO XX
I pagani raffigurano gli dei in maniera assurda e raccontano di loro gesta disonorevoli.
1. Pertanto, se l’assurdità della loro teologia giungesse solamente all’affermazione che gli dei sono nati e che hanno la loro costituzione dall’acqua, io dopo aver dimostrato che nulla vi è di generato che anche non perisca, sarei passato alle rimanenti accuse.
2. Ma essi ci hanno ancor descritti i loro corpi, raffigurandoci Eracle come un dio-dragone avvolto a spire e questi altri come Centimani, e ci dicono che la figlia di Zeus, ch’egli generò dalla madre Rea, detta anche Demetra , avesse due occhi là dove vuole natura, e due altri sulla fronte e la faccia di animale sulla parte posteriore del collo, e che avesse anche corna , si che Rea stessa spaventatasi della figura mostruosa della figlia fuggisse via senza porgerle la mammella, (per il che misticamente essa viene detta Atela , ma comunemente Persefone o Core, la quale per altro è diversa da Atena cui è dato il nome di "Core").
3. D’altra parte poi hanno narrato con diligenza, come essi si pensano, le loro gesta: e che Crono recise i genitali del padre e lo rovesciò dal carro, e si fece reo di parricidio ingoiando i figli maschi; e che Zeus legò il padre e lo precipitò nel Tartaro, come aveva fatto Urano coi propri figli, e che guerreggiò coi Titani per l’impero, e che perseguitò la madre Rea, la quale non voleva esser sua moglie, ma, divenuta ella una dragonessa, anch’egli si tramutò in dragone e legatala col nodo che si dice erculeo si uni a lei, (della quale unione è simbolo la verga di Ermete). Poi narrano che si unì a Persefone ch’era sua figliola, dopo aver in forma di serpente sforzato anche costei, dalla quale ebbe il figlio Dioniso.
4. Era pur necessario che almeno questo io lo dicessi! Qual dignità o bontà vi è in un racconto di tal sorta, perché abbiamo da credere che siano dei Crono, Zeus, Core e gli altri? Le qualità dei loro corpi? E qual uomo di giudizio abituato a riflettere potrebbe credere che da un dio sia nata una vipera? - Orfeo:
Un’altra orrida prole dall’utero sacro Fanete
dié alla luce, l’Echidna terribile mostro a vedersi;
giù dal capo fluenti le chiome scendevano e bello
era il volto a vedersi, ma il resto dal sommo del collo
era di spaventoso dragone.
O potrebbe ammettere che questo Fanete, il quale è un dio primigenio (perché è lui che usci fuori dell’uovo), avesse o corpo o figura di serpente, o fosse ingoiato da Zeus, perché Zeus fosse incomprensibile?.
5. Se infatti per nulla differiscono dalle bestie più vili (mentre la divinità deve naturalmente distinguersi dalle cose terrene e da quelle che si ricavano dalla materia), essi non sono dei. E allora, perché c’inchiniamo ad essi, che vengono generati come il bestiame e hanno figura di bestia e sono di aspetto deforme?
CAPO XXI
Gli dei sono soggetti alle stesse passioni che gli uomini, vengono fatti dagli uomini e servono a loro.
1. Che se anche avessero detto soltanto che questi dei sono corporei e hanno e sangue e seme e le passioni dell’ira e della concupiscenza, anche in tal caso converrebbe ritenere siffatti racconti per sciocchezze e ridicolaggini, poiché in Dio non vi è né ira, né concupiscenza o appetito e neppur seme per la procreazione.
2. Ammettiamo dunque che siano di carne: ma siano almeno superiori alla passione ed all’ira, affinché non si veda Atena
Al padre Zeus irata, e selvaggio furor l’invadeva;
né si osservi Era così atteggiata:
Ma non capiva ad Era la rabbia nel petto, e diceva;
e siano anche superiori al dolore:
"Oh! un diletto guerriero d’intorno alle mura inseguito
con quest’occhi io veggo e per lui si rattrista il mio core".
Per me, quelli che cedono all’ira al dolore li dico uomini ignoranti e sciocchi; ma quando degli uomini il padre e degli dei lamenta il figlio suo:
"Ahimé, è fatal che Sarpèdone a me sovra tutti diletto
per la man di Patròclo figliolo di Menetio soggiaccia"
e non è capace col suo pianto a strapparlo al pericolo:
Figlio è Sarpèdone a Zeus, ma aiuto non recagli il dio
chi non darebbe biasimo d’ignoranza a costoro, che con si fatte favole vogliono passare per cultori degli dei, e ne sono piuttosto i distruttori?
3. Ammettiamo che siano di carne, ma né Afrodite venga ferita nel corpo da Diomede:
Mi ferì Diomede il superbo figliuol di Tideo
o nell’anima da Ares:
Me, perché zoppo sono, la figlia di Zeus Afrodite
sempre tien in dispregio, ed amor porta ad Ares funesto;
…ed a lui lacerò la bella cute.
Egli, il terribile nelle pugne, l’alleato di Zeus contro i Titani, appare meno forte di Diomede!
E infuriava com’Ares che squassa la lancia...
Taci, Omero, Dio non infuria! Tu invece mi descrivi un dio lordo di sangue ed omicida:
Ares, Ares, lordo di sangue e di strage...,
e ne vai narrando l’adulterio e le catene:
Ed ambidue saliti sul letto dormiro, e del destro
Éfesto le ritorte ingegnose s’espansero intorno
né modo alcun più v’era di mover le membra...
4. Non butteranno via questo cumulo di empie sciocchezze sul conto degli dei ? Urano viene evirato, Crono è legato e precipitato giù nel Tartaro, i Titani insorgono a rivolta, Stige muore in battaglia (omai li presentano anche soggetti alla morte!) fanno all’amore fra di loro, fanno all’amore con gli uomini:
Enea che ad Anchise produsse la diva Afrodite,
poi che nei boschi Idei dea con mortale si giacque.
Non fanno all’amore, no, non sono soggetti a passioni Infatti, se sono dei, la concupiscenza non li toccherà. E se Dio, per divina economia, prenderà umana carne, è già per questo schiavo della concupiscenza?
5. Non mai sì grande amore di dea o di donna diffuso
nel mio petto il cuore domò, né quando la moglie
io amai d’Issione o la bella figliuola d’Acrisio
Danae, o la fanciulla, dell’ampio famoso Fenice,
né Semele od Alcmena la in Tebe, o Demètra regina
di vaghe trecce adorna, né l’inclita Leto o te stessa.
Generato egli è, corruttibile, nulla avendo di Dio! Anzi questi dei servono persino gli uomini:
O dimora d’Admeto in cui sostenni
servil mensa approvar, ancor che dio,
e pascolano il bestiame:
A questa terra giunto, il gregge all’ospite
pasceva e gli salvai la casa.
Dunque Admeto era da più del dio.
6. O indovino e sapiente, profeta agli altri del futuro, non vaticinasti però la strage del tuo amasio, che anzi di tua mano uccidesti chi amavi:
Io pur di Febo la divina bocca
non bugiarda credeva, di profetica
arte fiorente;
così Eschilo biasima Apollo qual falso indovino:
Ma chi l’inno intonò, chi questo disse
nel genial convito, al figlio mio
egli stesso si fa di morte autore.
CAPO XXII
Né serve dare degli dei una spiegazione fisica. Se gli dei sono elementi, sono materiali, mutevoli e perituri come la materia.
1. Ma forse queste le sono aberrazioni poetiche; però viene anche data degli dei una certa, spiegazione fisica di questo genere:
Zeus lo splendente
come dice Empedocle
ed Era datrice di vita, con Ade
e Nesti che la mortale sorgente di lacrime irriga.
2. Se dunque Zeus è il fuoco ed Era la terra e l’Ade l’aria e Nesti l’acqua (e questi, cioè il fuoco, l’acqua, l’aria, sono elementi) nessuno di loro è Dio, né Zeus, né Era, né Ade; poiché hanno la consistenza e il nascimento dalla materia che venne distinta da Dio
E fuoco ed acqua e terra e la queta alta vetta dell’aria e con essi l’amore.
3. Questi elementi che, venendo confusi tra loro dalla discordia, non hanno la capacità di persistere senza l’amicizia, come dunque si potrebbe dire che sono dei? Principio dominante, secondo Empedocle, è l’amicizia, e le cose concrete costituiscono ciò che è dominato; ma è il principio dominante il padrone; così, che se noi ammettiamo che una sola e la stessa è la virtù del dominato e del dominante, senza accorgercene daremo alla materia, corruttibile, fluttuante e mutabile, lo stesso pregio e valore che a Dio, increato, eterno e sempre a se stesso conforme .
4. Zeus, secondo gli Stoici, è la sostanza fervida, Era è l’aria (e anche il suo nome viene pronunciato insieme con quello dell’aria, se esso si congiunge con se stesso) e Posidone la bevanda. Altri poi in altro modo danno la spiegazione fisica: e chi spiega Zeus maschio - femmina per l’aria biforme, e chi per la stagione che rimette a bello il tempo, anche perché egli solo riuscì a scampare da Crono.
5. Ma con gli Stoici si può ragionare così: se voi ritenete per non genito ed eterno l’unico Dio supremo e per i corpi composti di parti quelle forme in cui avviene la mutazione della materia, e dite che lo spirito di Dio, il quale la materia pervade, a seconda delle sue mutazioni assume ora un nome ora un altro, le forme della materia diventeranno il corpo di Dio, e quando periranno gli elementi per la conflagrazione universale, di necessità insieme con le forme periranno i nomi, solo restando lo spirito di Dio. Chi dunque vorrebbe credere dei questi corpi soggetti a perire per le mutazioni della materia?
6. A quelli poi che dicono che Crono è il tempo e Rea la terra, (e che questa concepisce da Crono e partorisce, onde è creduta anche la madre di tutte le cose, e che quegli genera e consuma) e che la recisione dei genitali significa l’accoppiamento del maschio con la femmina, il quale distacca e immette il seme nella matrice e genera l’uomo che ha in se stesso la concupiscenza, vale a dire Afrodite, e che la pazzia di Crono significa il cambiarsi della stagione onde periscono le cose animate e le inanimate, e che i legami e il Tartaro vogliono dire il tempo che viene mutato dalle stagioni e sparisce, a costoro dunque diciamo: Se Crono è il tempo, esso si volge, se è la stagione, esso si cambia, e se è l’oscurità, o il gelo, o la sostanza umida, nulla di tutto questo perdura: la divinità invece è immortale e immobile e immutabile. Dunque né Crono, né il suo idolo, è Dio.
7. Quanto a Zeus poi, se egli è l’aria nata da Crono (di cui la parte maschia è Zeus e la parte femminile è Era, che però gli è sorella e moglie) è soggetto a cambiamenti; se poi è la stagione, si muta: ma non muta e non cambia ciò che è divino.
8. Ma che bisogno c’è di tediare di più voi, i quali meglio sapete quel che fu detto da chiunque si attenne a una spiegazione fisica, col dire quel che gli scrittori pensarono della natura, o intorno ad Atena, che dicono essere il pensiero, o intorno a Iside, che affermano esser la natura del tempo, dalla quale tutti nacquero e per cui tutti esistono, o intorno a Osiride, le membra del quale, poiché fu scannato dal fratello suo Tifone, andò cercando per le pianure Iside con Oro suo figlio e ritrovatele compose nel sepolcro che fino ad ora viene chiamato il sepolcro d’Osiride?
9. Ché mentre si vanno tormentando l’animo circa la specie della materia, perdono di vista quel Dio che si contempla con la ragione, e divinizzano gli elementi e le loro parti , dando a ciascuno un nome diverso, alla semina del grano quello d’Osiride (onde dicono che, nei misteri, per il ritrovamento delle membra, e cioè dei frutti, si acclama ad Iside: "Abbiamo trovato, ci congratuliamo"), e al frutto della vite quello di Dioniso, alla vite stessa quello di Semele e quello di fulmine alla fiamma del sole.
10. E veramente tutt’altro fanno più tosto che ragionare di Dio quei che allegorizzano sui miti e divinizzano gli elementi, non avvertendo che quanto si vuol far servire a difesa degli dei conferma le ragioni che si arrecano contro di essi.
11. Che ha da fare Europa, il Toro, il Cigno e Leda con la terra e con l’aria, perché l’impuro accoppiamento di Zeus con queste donne abbia da significare l’unione dell’aria e della terra?
12. Ma avendo costoro perduto di vista la grandezza di Dio e non riuscendo con la ragione ad assurgere più alto (non sentono infatti aspirazione alcuna verso il luogo celeste), marciscono sulle specie della materia e caduti giù in basso divinizzano le mutazioni degli elementi, pari a chi tenesse la nave in cui naviga in luogo del pilota. Ma come la nave, anche se fornita di tutto, a nulla vale qualora manchi il pilota, così nessun vantaggio recano gli elementi, quantunque bellamente ordinati, se loro manchi la provvidenza di Dio. Poiché né la nave navigherà da sé, né gli elementi si muoveranno senza il demiurgo.
CAPO XXIII
Per spiegare le virtù operative di certi simulacri bisogna ricorrere ai demoni, che sono conosciuti anche dai filosofi, quali Talete e Platone.
1. Per altro, voi che in perspicacia sorpassate tutti potreste dire: Per qual ragione dunque certi simulacri possiedono un’efficacia operativa, se non sono dei quelli ai quali erigiamo le statue ? Non è infatti verosimile che le immagini, senz’anima e senza moto, abbiano possanza di per se stesse se non v’è chi le muova.
2. Certo, che in alcuni luoghi, città e nazioni si producano certi effetti in nome dei simulacri, neppur noi lo contestiamo; ma se alcuni ne abbiano ricevuto vantaggio, e altri, al contrario, nocumento, non per questo crediamo siano dei quelli che nell’uno o nell’altro caso operarono; che anzi, noi abbiamo diligentemente esaminato per qual motivo vi pensate che i simulacri abbiano potenza di operare e chi siano quelli che operano in loro, usurpandone i nomi.
3. Ma volendo dimostrare chi siano quei che operano nei simulacri e che essi non sono dei fa d’uopo valermi anche di alcune testimonianze tolte dai filosofi.
4. Primo Talete fa la distinzione (come ricordano quei che ben conoscono la sua dottrina) di Dio, dei demoni, degli eroi. Ora, Dio lo concepisce come la mente del mondo , i demoni come sostanze animali, e gli eroi come anime separate degli uomini, i buoni come le buone, i cattivi come le cattive.
5. Platone poi, sospendendo quanto al resto il suo giudizio, anche lui distingue un Dio increato e quelli che dall’Increato furono fatti per ornamento del cielo , cioè e le stelle erranti e le fisse, e i demoni. Quanto ai demoni, disdegnando egli parlarne, vuole che si ponga mente a coloro che ne trattarono: "Degli altri demoni poi dire e conoscere la generazione è impresa maggiore delle forze nostre, e bisogna fidarsi di quelli che ne hanno parlato prima, i quali erano discendenti degli dei, come affermavano, e certo ben li dovevano conoscere, si capisce, i loro progenitori. È impossibile pertanto non credere ai figli degli dei, sebbene parlino senza alcuna dimostra zione né sicura né probabile: ma poiché essi dicono che queste generazioni le riferiscono come cosa di famiglia, obbedendo alla legge, ci conviene crederle.
6. Pertanto sia pure la generazione di questi dei anche per noi come essi dicono, e come tale la si ripeta: dalla Terra e dal Cielo nacquero Oceano e Teti; e da questi Forco e Crono e Rea e quanti con loro, e da Crono e da Rea Zeus ed Era e tutti quegli altri che sappiamo esser detti fratelli loro, e poi ancora altri discendenti di questi" .
7. O dunque Platone che ragionò intorno all’eterno Iddio che con la mente e con la ragione si concepisce, e che dichiarò apertamente i suoi attributi, vale a dire il vero ente, l’unità di natura, il bene che da lui si effonde, cioè la verità, Platone che parlò della prima potenza dicendo: "tutte le cose sono intorno al re dell’universo e per lui sono tutte e di tutte egli è la causa", e del secondo e del terzo ("il secondo intorno alle seconde e il terzo intorno alle terze") credette egli che fosse superiore alle sue forze il conoscere la verità intorno alle cose che si dicono generate dalle sensibili, cioè dalla terra e dal cielo? No, certo, non lo si può dire.
8. Ma poiché riputò impossibile che gli dei generassero e venissero partoriti, dal momento che ciò che nasce deve di conseguenza avere una fine , e che ancor più difficile di questo è di far mutare opinione al volgo, il quale accetta senza prove siffatte favole, appunto per questo egli disse che era superiore alle sue forze conoscere e parlare della generazione degli altri demoni, non potendo né pensare né parlare di una nascita degli dei.
9. E quel suo detto "Zeus il gran duce nel cielo, che guida il carro alato, procede per primo l’universo ordinando e curando, e a lui tiene dietro l’esercito degli dei e dei demoni" , non si riferisce allo Zeus che si dice nato da Crono, ma con questo egli voleva indicare il nome del facitore dell’universo.
10. E lo fa capire anche Platone stesso il quale, non avendo modo di chiamarlo con altro vocabolo, si servì del nome popolare non già come proprio di Dio, ma per chiarezza, poiché non è possibile far intendere Dio da tutti, per quanto se ne possa dire, aggiungendo l’epiteto di "grande", affine di distinguere il celeste Zeus dal terreno, il non generato dal generato, più giovane del cielo e della terra e più giovane dei Cretesi stessi, i quali lo trafugarono perché non venisse ucciso dal padre.
CAPO XXIV
Noi cristiani, come conosciamo il vero Dio, così abbiamo il vero concetto dei demoni, angeli creati da Dio e ribellatisi a lui e anime di giganti nati dall’unione di quegli angeli con le vergini.
1. Ma che bisogno c’è che a voi, in tutto lo scibile versati, io stia a ricordare i poeti o a esaminare le dottrine altrui? Sol questo mi basti dire: se anche poeti e filosofi non avessero riconosciuto che Dio è uno, e poi, quanto a questi altri dei, non avessero pensato, alcuni, che fossero demoni; altri, materia; e altri, uomini che già furono, meriteremmo noi davvero di essere proscritti, poiché la nostra dottrina fa distinzione e di Dio e della materia e della loro essenza?
2. Come infatti, affermiamo esservi Dio e il Figlio, il Verbo di lui, e lo Spirito Santo, un essere solo per natura, il Padre, il Figlio e lo Spirito, perché Mente, Verbo e Sapienza del Padre è il Figlio, ed emanazione come luce da fuoco lo Spirito, tosi abbiamo compreso esservi anche altre nature che esplicano la loro attività sulla materia e per mezzo della materia. Di queste l’una è nemica a Dio, non già nel senso che un qualche essere possa contrapporsi a Dio, come la discordia all’amore secondo la teoria di Empedocle , o la notte al giorno secondo quel che appare (perché se qualche cosa si fosse opposta a Dio avrebbe cessato di esistere, andando distrutta la sua sussistenza dalla potenza e dalla forza di Dio) ma nel senso che questo spirito occupato circa la materia, creato da Dio, come furono creati da lui anche gli altri angeli, e al quale fu affidato il governo sulla materia e sulle specie della materia, contrasta alla bontà di Dio la quale è suo attributo e in lui coesiste come il colore al corpo, senza di cui non può essere (non perché sia quasi parte di lui, ma perché è quasi una conseguenza che necessariamente coesiste in lui, unita e incorporata come il colore fulvo col fuoco e l’azzurro con l’etere.
3. Poiché la costituzione di questi angeli fu fatta da Dio per provvedere alle cose da lui ordinate e disposte, affinché Dio avesse la provvidenza universale e generale di tutte le cose, e la particolare l’avessero gli angeli deputati alle .cose particolari.
4. E come fra gli uomini, i quali dotati di libero arbitrio nella scelta del bene e del male (ché voi né onorereste i buoni né punireste i cattivi se in loro potere non fosse il far male o il far bene) gli uni si dimostrano probi in quelle faccende che loro voi affidate, e gli altri infedeli, simile è anche la condizione degli angeli.
5. Una parte di essi (come dotati da Dio di libero arbitrio) rimasero fermi in quello per cui Dio li creò e li stabili; altri invece fecero grave oltraggio e alla essenza della loro natura e al loro principato, tanto questo principe della materia e delle sue specie quanto altri stabiliti a questo primo firmamento (e voi sapete che nulla noi diciamo senza testimonianze, ma che esponiamo quanto fu pronunciato dai profeti) . Quelli sono gli angeli che caddero nella concupiscenza di vergini e si lasciarono vincere dalla carne, e il primo è colui che trascurò e si mostrò malvagio nella sovraintendenza di quanto gli era stato affidato.
6. Pertanto da quelli che si unirono alle vergini nacquero i cosiddetti giganti; e se di costoro anche i poeti in parte fecero parola non meravigliatevi, ché tanto differisce la sapienza profetica dalla mondana quanto la verità dalla probabilità, e l’una è celeste e l’altra terrena e secondo il principe della materia:
Ben sappiam dire molte menzogne che han forma di vero .
CAPO XXV
Questi demoni e il principe della materia operano contrariamente alla bontà di Dio, sì da indurre taluni a dubitare della sua provvidenza; e gli uomini spesso liberamente si lasciano trascinare dietro di loro.
1. Questi angeli adunque, caduti dai cieli e aggirantisi intorno all’aria e alla terra, né capaci più di alzare lo sguardo alle cose sovracelesti , e le anime dei giganti, sono i demoni che vanno errando intorno al mondo, producendo movimenti conformi, gli uni, cioè i demoni, alle nature che presero, gli altri, cioè gli angeli, alle concupiscenze che ebbero. Il principe della materia poi, come é dato di vedere dai fatti stessi, dirige e amministra le cose contrariamente alla bontà di Dio:
A me spesso un pensiero ange i precordi,
se le vicende umane il caso regga
o. un demone, ché contro speme o contro
giustizia altri piombar dall’alto io vidi
ed altri sempre aver prospera sorte.
2. Se l’esser o no fortunato contro speranza o contro giustizia rese Euripide impotente a stabilire di chi sia questo governo delle cose terrene in cui potrebbe dire taluno:
E come, ciò mirando, esser dei numi
direm la schiatta, o seguirem le leggi?
ciò fece sì che anche Aristotele affermasse non essere governate da provvidenza le cose che sono sotto il cielo, benché la provvidenza eterna di Dio ugualmente perseveri su noi:
la terra a forza, voglia oppur non voglia,
produce l’erbe ad ingrassarmi il gregge;
mentre la provvidenza particolare si stende secondo verità, non a capriccio, sui degni, e tutto il resto è governato per legge di ragione secondo la comune costituzione della natura .
3. Ma poiché i movimenti e le operazioni demoniache che derivano dallo spirito avverso producono questi impeti disordinati (vediamo infatti che muovono anche gli uomini dall’interno e dall’esterno quali in un modo quali in un altro, o individualmente o per nazioni, partitamente o insieme a seconda della influenza della materia o dell’affinità col divino), per questo alcuni, pur di non poca dottrina, credettero che questo universo stia insieme non per un certo ordine, ma sia trascinato e messo a soqquadro da cieco caso, e non sanno che di quanto appartiene alla costituzione di tutto il mondo nulla v’ha di disordinato e di trascurato, ma ogni cosa fu fatta con ragione, sì che neanche trasgredisce l’ordine che le é stabilito.
4. L’uomo poi, per ciò che dipende da chi lo ha fatto, anch’egli conserva il buon ordine e quanto alla natura della generazione che mantiene una medesima e comune ragione di procedere, e quanto alla disposizione della forma del corpo che non trasgredisce la legge impostale, e quanto al fine della vita che resta uguale e comune a tutti; ma riguardo alla sua propria ragione e all’operazione del principe imperante e dei demoni che gli tengono dietro, gli uomini, chi in un modo e chi in un altro, sono trascinati e mossi, benché tutti abbiano in se stessi la medesima facoltà di ragione.
CAPO XXVI
I demoni son quelli che operano nei simulacri, come dimostrano le azioni contro natura che essi compiono, anche se i simulacri sono eretti a personaggi noti, come Nerillino, Alessandro e Proteo.
1. Quelli poi che li attirano intorno agli idoli sono i demoni anzidetti, i quali si attaccano al sangue delle vittime e vanno attorno lambendole; e quegli dei, che piacciono al volgo, coi nomi dei quali vengono chiamate le immagini, sono stati degli uomini, come si può sapere dalla loro storia. 2. Che poi siano i demoni quei che usurpano i nomi, ne fa fede l’attività di ciascuno di loro (z). Chi infatti recide i genitali, come quelli che assumono il nome di Rea, chi li taglia dentro o li cincischia, come quelli che si nominano da Artemide (e quella taurica scanna gli ospiti) tralasciando di dire di coloro che con coltelli o con flagelli di osso deturpano se stessi, e quante sono specie di demoni . Poiché non è proprio di Dio l’eccitare ad atti contro natura, ché
quando sciagure il demone apparecchia
all’uomo, la mente offende egli da prima
Dio, al contrario, che è perfettamente buono, è anche eternamente benefico.
3. Che altri pertanto siano quelli che operano nei simulacri, e altri quelli cui essi vengono eretti, sono massimo argomento la Troade e Pario: la Troade ha le immagini di Nerillino, nostro contemporaneo, e Pario quelle di Alessandro e di Proteo. Di Alessandro v’è ancora nel foro e il sepolcro e l’immagine. Pertanto, le altre statue di Nerillino sono un ornamento pubblico (se pure siffatte statue sono ornamento d’una città); una però ve ne ha che si crede renda oracoli e guarisca gli ammalati, motivo per cui quelli della Troade e gli fanno sacrifici e ne coprono d’oro la statua e la incoronano.
4. E delle statue di Alessandro e di Proteo (e voi non ignorate che nei dintorni di Olimpia costui si gettò nel fuoco), questa pure, si dice, da oracoli; e a quella di Alessandro
Paride sciagurato, bellissimo il volto, di donne seduttor
si fanno pubblici sacrifici e feste come a un dio che presta orecchio a chi chiede.
5. Sono dunque Nerillino e Proteo e Alessandro che così operano nelle statue o piuttosto è la natura della materia? Ma quella materia, è bronzo; or che cosa può il bronzo di per se stesso, il quale si può trasformare di nuovo in un’altra figura, come, presso Erodoto, fece Amasi col bacino da lavare i piedi? E Nerillino e Proteo e Alessandro che altro possono fare per gli ammalati? Poiché ciò che l’immagine si dice che operi al presente, l’operava anche quando Nerillino era vivo e quando era ammalato.
CAPO XXVII
I demoni si giovano dei movimenti irrazionali dell’anima per inondarla di strane idee come se fluissero dai simulacri.
1. Dunque? Che si ha da dire? Innanzi tutto i movimenti dell’anima non diretti dalla ragione, ma dalla fantasia, circa le opinioni, or questa or quell’altra immagine traggono dalla materia, o se le plasmano e concepiscono da se stessi. A ciò va soggetta l’anima specialmente quando accoglie lo spirito della materia e s’immedesima con esso, mirando non alle cose celesti e al loro fattore, ma giù in basso verso le terrene, per parlare in generale, quasi divenendo solamente carne e sangue e non più puro spirito.
2. Pertanto questi movimenti dell’anima non diretti dalla ragione, ma dalla fantasia, generano delle pazze immaginazioni per gli idoli: quando poi l’anima, tenera e facile a guidarsi, ignara e inesperta di sode dottrine, non avvezza a contemplare la verità, e incapace di considerare chi sia il padre e creatore dell’universo, resta dentro impressionata da false opinioni su se stessa, allora i demoni della materia, che sono ghiotti del fumo odoroso e del sangue delle vittime e che ingannano gli uomini, giovandosi di questi erronei movimenti dell’anima dei più, e ossessionandone i pensieri, inondano queste anime di strane idee come se fluissero dai simulacri e dalle statue; e quante volte l’anima di per se stessa, come che immortale, si muove guidata da ragione, o prevedendo il futuro, o rimediando al presente, di ciò raccolgono vanto i demoni.
 
CAPO XXVIII
I pretesi dei erano in realtà uomini, come dimostra la tradizione dei sacerdoti egiziani riferita specialmente da Erodoto.
1. Ma forse è necessario, per quanto si è detto precedentemente, far qualche parola sui nomi degli dei. Erodoto, pertanto, e Alessandro figliolo di Filippo nella lettera alla madre (e di ambidue si narra che in Eliopoli e a Menfi e a Tebe si abboccassero con quei sacerdoti) dicono che da essi impararono che gli dei sono stati degli uomini.
2. Erodoto scrive: "E pertanto mi dimostrarono che quelli di cui erano le immagini erano tali, ma di gran lunga diversi dagli dei. E mi narrarono che prima di questi uomini gli dei furono quelli che signoreggiarono l’Egitto, abitando con gli uomini, e che uno fra essi tenne sempre l’impero ma che per ultimo vi regnò Oro, figlio di Osiride, che i Greci chiamano Apollo. Costui, abbattuto Tifone, fu l’ultimo re dell’Egitto. Osiride poi in lingua greca è Dioniso".
3. Dunque e gli altri e l’ultimo furono re dell’Egitto; e da questi vennero ai Greci i nomi degli dei. Apollo è figlio di Dioniso e di Iside, come dice lo stesso Erodoto: "E raccontano che Apollo e Artemide siano figli di Dioniso e di Iside, e che Leto 1i abbia allevati e salvati".
4. Questi pertanto, che furono di origine celeste, essi li ebbero per primi re, e parte per ignoranza del vero culto verso la divinità, parte in grazia del loro imperio li credettero dei insieme con le loro mogli. "E tutti gli Egiziani sacrificano i buoi puri e i vitelli, però non è loro lecito sacrificare le femmine, ma sono sacre ad Iside; poiché la statua d’Iside che ha forma muliebre è fornita di corna bovine allo stesso modo che i Greci dipingono Io" .
5. E chi in tali racconti potrebbe meritare maggior fede di quelli che per la successione naturale di padre in figlio hanno ricevuto con l’ufficio di sacerdote anche la cognizione di queste storie? Non è infatti verosimile che ministri i quali venerano i simulacri mentiscano nel dire che furono uomini.
6. Se dunque Erodoto diceva che gli Egizi intendevano parlare degli dei come fossero uomini, non sarebbe da credere a Erodoto, come a mitologo, quando anche dice: "I divini racconti, quali io li udii, non sono disposto a narrarli, all’infuori dei soli nomi degli dei". Ma poiché Alessandro ed Ermete soprannominato Trismegisto , che congiunge la propria stirpe con la loro, e infiniti altri, per non enumerarli uno per uno, dicono la stessa cosa, più non resta ragione alcuna perché essi non vengano riputati dei per aver regnato.
7. Che poi fossero uomini, lo dichiarano anche i più colti degli Egizi, che dicendo dei l’etere la terra, il sole, la luna, tengono gli altri per uomini mortali, e per templi i loro sepolcri: e lo dichiara anche Apollodoro nel suo libro sugli dei.
8. Erodoto poi chiama anche misteri i loro casi: "E del modo con cui si celebra la festa d’Iside nella città di Busiride ho già detto più sopra. Tutti, uomini e donne, dopo il sacrificio fanno il corrotto, e sono molte miriadi di persone. Ma in che modo fanno il corrotto la religione mi vieta di dire". Or se sono dei, sono anche immortali; ma se si compiangono e se le passioni sono i loro misteri, sono uomini.
9. E ancora lo stesso Erodoto: "Nella città di Sai nel tempio di Atena, dietro la cella, addossato a tutto il muro del tempio v’è anche il sepolcro di colui che non credo religioso nominare in questa occasione. E trovasi li vicino uno stagno ornato in giro di un margine di pietra, d’ampiezza uguale, a quanto mi sembra, al così detto lago circolare in Delo. E in questo stagno gli Egizi hanno nottetempo le rappresentazioni dei casi di quel dio, le quali essi chiamano misteri".
10. E non solo si mostra il sepolcro di Osiride, ma anche la sua mummia: "Quando viene loro portato un cadavere mostrano ai portatori delle riproduzioni in legno di cadaveri dipinte al naturale, e dicono che la più perfetta sia di colui che non credo religioso di nominare in questo proposito".
CAPO XXIX
La stessa cosa affermano i poeti e gli storici greci riguardo ai loro dei.
1. Ma anche fra i Greci quelli che sono sapienti nella poesia e nella storia dicono di Eracle:
Né paventò, l’iniquo, de’ numi lo sguardo, né quella
mensa rispettò ch’egli innanzi gli porse, e l’uccise,
e cioè Ifito. Un individuo di tal fatta era naturale che desse in pazzie, era naturale che appiccasse il fuoco alla pira e vi si abbruciasse!
2. E di Asclepio cantò Esiodo:
degli uomini il padre e dei numi
pieno d’ira scagliò dall’Olimpo la folgore ardente
e l’uccise, di Febo Latoide lo sdegno eccitando;
e Pindaro:
Ahi che dal lucro anche saggezza avvincesi:
ed anche lui col generoso prezzo
l’oro sedusse, quando in man gli apparve;
ma con le man tra lor scagliando, l’alito
Zeus dai lor petti emunse,
e il fulmin rosso la morte piantò.
3. Dunque costoro o erano dei, e in tal caso non badavano all’oro:
Oro, ai mortali dono graditissimo;
diletto ugual non offrono né madre
né figli.
(ché la divinità non ha bisogno ed è superiore alla cupidigia), né potevano morire; o erano uomini, e allora furono malvagi per ignoranza e si lasciarono vincere dall’avidità delle ricchezze.
4. Che bisogno c’è che io più spenda parole ricordando o Castore o Polluce o Anfiarao , i quali ieri o ieri l’altro, per modo di dire, nati uomini da uomini, vengono tenuti per dei ? quando anche Ino stessa dopo quella sua pazzia e quanto le accadde in quello stato , pensano che sia diventata una divinità
quei ch’errano sul mar, e di Leucotea
la chiamano col nome,
come pure il figlio di lei che
divo Palèmone i nocchier diranno.
CAPO XXX
I pagani, che divinizzarono esseri detestabili, tanto più ritennero dei quelli che si distinsero per l’imperio, per la forza o per l’arte, attribuendo la divinità a esseri soggetti a nascere e a morire. È dunque dimostrato che i cristiani non sono atei.
1. Che se pur essendo tanto detestabili e odiosi a Dio ebbero fama di esser dei, e se la figlia di Derceto Semiramide, donna lasciva e sanguinaria, fu ritenuta qual dea sira, (e i Siri in grazia di Derceto venerano i pesci e in grazia di Semiramide le colombe, poiché, ed è cosa assurda, in colomba fu mutata quella donna, come vuole la favola che trovasi in Ctesia); qual meraviglia se alcuni per l’imperio o per la tirannide che esercitarono, siano stati chiamati dei dai loro contemporanei? Dice la Sibilla, ricordata anche da Platone:
Ed era allor la decima età della schiatta mortale
da che il diluvio de l’acque inondò le primissime genti,
e regnarono Crono e Titano e Giapeto, robusta
de la Terra progenie e del Cielo, che sì li chiamaro
gli uomini quando al Cielo e a la Terra imponevano il nome,
poi che costoro i primi comparver di tutti i mortali,
e se altri parimenti furono tenuti per tali o per la loro forza, come Eracle e Perseo, o per la loro arte, come Asclepio?
2. Costoro pertanto, ai quali o i sudditi o gli stessi principi tributarono onore, parte per timore, parte per rispetto, conseguirono il nome di dei (così anche Antinoo per la bontà e umanità dei vostri antenati verso i sudditi ottenne d’esser tenuto come un dio) quelli poi che vennero dopo di loro senz’altro esame li accettarono per tali.
Mendaci sempre i cretesi, la tomba t’eressero, o sire,
essi, i cretesi! Ma tu non se’ morto!…
Mentre, o Callimaco, presti fede alla nascita di Zeus, la neghi al suo sepolcro, e mentre ti pensi di gettare un’ombra sulla verità, anche a quei che ignorano tu bandisci che è morto; e se volgi gli occhi all’antro, richiami alla memoria il parto di Rea; se poi guardi alla tomba, di tenebre avvolgi la sua morte, e non sai che solo eterno è il non genito Iddio!
4. O sono falsi infatti i racconti del volgo e dei poeti su gli dei, e allora è inutile il loro culto (ché non esistono quelli di cui non può esser vera la storia), oppure sono vere le generazioni, gli amori, gli omicidi, i furti, le evirazioni, le folgori, e in tal caso più non esistono, avendo finito di essere, poiché ebbero anche nascimento mentre prima non erano.
5. E qual ragione v’è infatti di prestare fede ad alcuni di questi racconti e ad altri no, mentre i poeti narrando degli dei hanno cercato di mettere in luce ciò che è più rispettabile? Coloro per cui mezzo essi furono tenuti per dei, col renderne tanto imponente la storia, non avrebbero certo con l’inganno inventato i loro casi.
6. Che dunque noi non siamo atei, riconoscendo come Dio il creatore di questo universo, e il Verbo di lui, secondo le mie forze, sebbene non adeguatamente al merito, resta da me dimostrato.
 
CAPO XXXI
Le accuse di empi conviti e accoppiamenti non ci meravigliano: anche tra i filosofi i virtuosi furono sempre perseguitati. Ma basterebbe la nostra persuasione della presenza di Dio e della vita futura per confutarle.
1. Ma, ancora, vanno inventando a carico nostro certi pasti e accoppiamenti empi, e per poter credere di odiarci con ragione, e pensando, col farci paura, di allontanarci dal nostro tenore di vita, o di renderci i magistrati duri e inesorabili per l’enormezza delle colpe. Ma perdono il tempo con chi sa esser costume fin dall’antico, non solo alla nostra età, per una certa legge e ragione divina continuato a seguirsi, che la malvagità faccia guerra alla virtù.
2. Così anche Pitagora fu arso vivo insieme con trecento compagni , Eraclito e Democrito furono banditi l’uno da Efeso, l’altro da Abdera perché accusato di pazzia, e Socrate gli Ateniesi condannarono a morte. Ma come quelli perché il volgo ne avesse questa opinione non furono da meno nei rispetti della virtù, così neppure la nostra rettitudine di vita verrà offuscata per l’inconsulta maldicenza di alcuni, poiché noi siamo in onore presso Dio. Tuttavia anche queste accuse io voglio affrontare.
3. Io pertanto ben so che davanti a voi anche con quanto sono venuto dicendo ho scolpato me stesso. Voi infatti, che tutti superate per acutezza d’ingegno, sapete che coloro, la cui vita si regola, quasi a fil d’archipenzolo, su Dio, affinché ciascun di noi sia davanti a lui uomo scevro di colpe e irreprensibile, voi, dico, ben sapete che costoro mai accoglieranno in mente nemmeno l’idea del più lieve peccato.
 
4. Che se fossimo persuasi di dover vivere solo questa vita, allora ci sarebbe forse motivo di sospettare che noi traviassimo col renderci schiavi della carne e del sangue o col lasciarci vincere dall’utile o dalla passione. Noi invece sappiamo che Dio notte e giorno é presente ai pensieri e alle parole nostre, e che egli, che é tutto luce, vede anche nel cuor nostro; noi siamo persuasi che, liberatici di questa vita, un’altra vita vivremo migliore della, presente e tutta celestiale, non più terrena, se uniti a Dio e con l’aiuto di Dio persevereremo saldi e impassibili nell’anima, non già come corpi, pur avendo anche questo, ma come spirito celeste; oppure, se con gli altri precipiteremo a rovina, l’avremo questa vita in condizione peggiore e nel fuoco; Dio infatti non formò anche noi come pecore e giumenti, quasi opera accessoria e perché perissimo e vanissimo nel nulla. E però non é verosimile che noi vogliamo deliberatamente il male, né che ci diamo da noi stessi in mano del grande giudice per essere puniti.
CAPO XXXII
I pagani accusano noi dei delitti ch’essi stessi attribuiscono ai loro dei. Quanto a noi, ci é vietato da Dio anche il pensiero, anche lo sguardo impuro. Fra noi ci chiamiamo figli e faglie, fratelli e sorelle, padri e madri secondo l’età in perfetta purezza; anche il bacio é regolato ed é soprattutto un atto di reverenza.
1. Quanto a costoro, non fa dunque nessuna meraviglia se inventano sul conto nostro quel che essi dicono dei loro dei. Le loro passioni infatti le presentano come misteri; per altro se vogliono giudicare enorme scelleratezza l’accoppiamento licenzioso e senza restrizioni, sarebbe giusto che essi o aborrissero Zeus, che da Rea sua madre e dalla figlia Care procreò dei figli e che tolse in moglie la sua propria sorella, o aborrissero Orfeo il cantor di questi misfatti, perché rappresentò Zeus ancor più empio e scellerato di Tieste; ché costui almeno si congiunse alla figlia per un responso dell’oracolo, bramando di esser re e di vendicarsi .
2. Noi invece siamo tanto lontani dall’essere indifferenti , che non ci è neppur lecito di guardar con desiderio voluttuoso, perché è detto: "Chi guarda una donna per fine disonesto ha già commesso adulterio in cuor suo".
3. Costoro, adunque, cui non è permesso di mirare nulla più di quello per cui Dio formò gli occhi, cioè affinché ci fossero di lume, costoro cui il guardare con compiacenza è adulterio, ché per altro uso gli occhi furono fatti, costoro che verranno giudicati fin nei pensieri, come mai costoro non sarebbero creduti casti?
4. Noi non facciamo i conti con leggi umane, alle quali un malvagio potrebbe anche sottrarsi (e fin da principio, o imperatori, io vi affermava che la nostra dottrina è insegnata da Dio , (ma noi abbiamo una legge , che stabili come norma di giustizia noi stessi e il nostro prossimo . 5. E però a seconda dell’età consideriamo gli uni quali figli e figlie, gli altri quali fratelli e sorelle, e ai più vecchi di noi tributiamo l’onore di padri e di madri. Quelli pertanto che chiamiamo fratelli e sorelle e con gli altri nomi di parentela, abbiamo massima cura che rimangano senza oltraggio e inviolati nella persona, mentre la dottrina nostra ci dice ancora: "Se alcuno per questo una seconda volta darà il bacio perché n’ebbe piacere", e soggiunge: "e così dunque conviene moderare il bacio o, diciamo meglio, l’atto di reverenza", come quello che, se mai per poco venisse intorbidato dal pensiero, ci esclude dalla vita eterna.
 
CAPO XXXIII
Per la speranza della vita eterna noi cristiani disprezziamo i piaceri del senso; il matrimonio é monogamico e regolato dal suo fine, che é la procreazione; molti preferiscono astenersene per vivere più uniti a Dio. Anche le seconde nozze sono un adulterio mascherato.
1. Avendo pertanto la speranza della vita eterna, noi disprezziamo le cose di questo vivere presente, e fin anche i piaceri dell’anima, riputando ciascuno di noi per sua moglie quella che sposò secondo le leggi stabilite da voi e considerandola tale solo per la procreazione dei figli.
2. Poiché come l’agricoltore, una volta seminato il campo, aspetta la messe senza tornar più a seminare, così anche per noi la misura della concupiscenza è la procreazione della prole. Potresti anzi trovare molti dei nostri, uomini e donne, che sono invecchiati senza sposarsi, per la speranza di unirsi più strettamente con Dio!3. Che se il rimanere vergini e celibi più ci avvicina a Dio, e se, al contrario, il solo giungere al pensiero e alla concupiscenza ce ne allontana, molto più schiviamo quelle opere di cui già fuggiamo il pensiero.
 
4. Poiché non in esercizi di eloquio ma nella mostra e nell’insegnamento di opere sta la nostra norma di vita : o rimanersene quale uno si nacque, o appagarsi di un solo matrimonio, ché il secondo è un decoroso adulterio.
5. Dice infatti: Chi rimanderà la propria moglie e ne sposerà un’altra, commette adulterio, non permettendo con ciò né di rimandare via colei cui si tolse la verginità, né di prenderne un’altra.
 
6. E invero chi si priva della prima moglie, anche se è morta, è un adultero dissimulato che prevarica contro la mano di Dio (perché Dio da principio formò un solo uomo e una sola donna), e che dissolve la comunione di carne con carne che si esplica nell’unione per la mescolanza dei sangui.
CAPO XXXIV
Costoro, che fanno mercato del vizio, anche contro natura, e l’attribuiscono ai loro dei, accusano di tali infamie noi, osservanti della castità; essi, che sono crudeli come le bestie, perseguitano noi che non ci vendichiamo, tutto sopportando pazientemente.
1. E pure, tali essendo, (e perché debbo dire cose nefande? udiamo avverarsi il proverbio: "la bagascia alla pudica!"
2. Poiché quelli che hanno fatto mercato della fornicazione, che hanno eretto infami locande di ogni turpe piacere per la gioventù, che, non risparmiando nemmeno i maschi, commettono, maschi con maschi, orribili atti che oltraggiano in ogni maniera quanti hanno il corpo più degno di rispetto e più formoso, disonorando anche la bellezza, creatura di Dio (ché non da sé si è fatta la bellezza sulla terra, ma vi fu mandata dalla mano e dalla mente di Dio), sì, costoro brutalmente rinfacciano a noi quelle infamie di cui essi stessi sono consci e che dicono dei loro dei, gloriandosene come di nobili fatti e degni degli dei.
 
3. Essi, gli adulteri e i pederasti, vituperano quei che vivono castamente o che una sola volta sposarono, essi, che vivono come i pesci , ingoiando chi loro capita davanti, e il più forte perseguitando il più debole... (e questo si è fare strazio della carne umana, e cioè, mentre vi sono leggi che voi e i vostri antenati promulgaste, dopo averle ponderate a rigore di, giustizia, fare violenza a queste stesse leggi, così che neppur bastano ai processi i governatori delle nazioni mandati da voi), essi, dico, vituperano quelli cui non è neppur lecito di non offrirsi a chi li percuote, e di non benedire a chi ne dice male . Non basta infatti esser giusto (e giustizia è rendere pari per pari) ma ci è inoltre proposto di essere buoni e tolleranti.
CAPO XXXV
Ci si accusa di cannibalismo. Ma nessuno ha mai osato dire d’averci visti a fare quanto ci si rinfaccia, nemmeno i nostri servi; inoltre, noi che non vogliamo vedere l’uccisione, anche giusta, d’un uomo, che rifuggiamo dalle lotte dei gladiatori, che condanniamo l’aborto e l’esposizione dei neonati, non ci macchiamo di tale delitto.
1. Chi dunque, che abbia fior di senno, potrebbe dire che noi, tali essendo, siamo omicidi? Poiché non è possibile cibarsi di carni umane se prima non si uccida qualcuno.
2. Ebbene, pur mentendo nel primo caso, quanto al secondo, anche se alcuno li interroghi se han visto ciò che dicono, nessuno v’ha così spudorato che osi dire d’averlo visto.
3. Eppure anche noi, chi più chi meno, abbiamo dei servi, ai quali non è possibile restare celati: ma anche di costoro nessuno mai affermò tali menzogne sul conto nostro.
4. Chi infatti potrebbe accusare di omicidio e di cannibalismo coloro dei quali essi ben sanno che non tollerano nemmeno di vedere l’uccisione d’un uomo anche giustamente condannato? E chi di voi non fa gran conto delle gare dei gladiatori e delle lotte con le fiere, specialmente poi di quelle indette da voi?
5. Noi invece, stimando che lo stare a vedere l’uccisione d’un uomo è quasi lo stesso che ucciderlo, abbiamo rinunciato a siffatti spettacoli. Come mai, adunque, siamo capaci di sgozzare un uomo, noi che neppure assistiamo agli spettacoli per non contaminarci e macchiarci di grave delitto ?
6. E in qual modo saremo omicidi noi, che diciamo che quelle che usano di medicamenti abortivi commettono omicidio, e dell’aborto dovranno rendere conto a Dio ? Un uomo infatti non può nello stesso tempo pensare che anche un feto sia essere vivente, e che per questo motivo Dio ne abbia cura, e poi ucciderlo quando è venuto alla luce; né non esporre il neonato, perché chi lo espone si rende infanticida, e poi toglierlo di vita quando sia allevato. Noi invece siamo in tutto e per tutto uniformi e uguali, perché serviamo e non comandiamo alla ragione.
CAPO XXXVI
I cristiani non sono cannibali, perché credono nella risurrezione e sanno di dover rendere conto a Dio; é naturale, invece, che non abbiano alcun ritegno coloro che fanno morire l’anima nel corpo. Quanto alla risurrezione, che non é qui il luogo di dimostrare, essa é conforme alla dottrina di molti filosofi, particolarmente di Pitagora e di Platone.
1. E chi mai, credendo nella risurrezione, offrirebbe se stesso come sepolcro ai corpi che hanno un giorno da
risorgere? Non può il medesimo uomo aver fede nella risurrezione dei nostri corpi e mangiarli come se non avessero da risorgere; credere che la terra debba restituire i suoi morti e poi che uno non abbia a rendere conto di quelli che seppellì in se stesso.
2. Al contrario, è naturale, da una parte, che chi non crede né di dover rendere conto della vita, buona o cattiva, menata qui in terra, né che vi sia una risurrezione, ma si pensa invece che anche l’anima ha da morire col corpo e, per così dire, ha da estinguervisi dentro, non si tratterrà da alcun eccesso; per altra parte, non vi è nessuna ragione che chi è convinto che nulla si sottrarrà allo scrutinio di Dio, e che verrà coinvolto nel castigo anche il corpo che servi alle sregolate voglie e passioni dell’anima, abbia da commettere anche la più leggera colpa.
3. Che se parrà a taluno pura favola che il corpo andato in putrefazione e dissoluzione e svanito del tutto possa ricomporsi di bel nuovo, non certo di malvagità ma se mai di stoltezza dovremmo essere tacciati da chi non ci crede, perché con quelle dottrine con cui inganniamo noi stessi non facciamo torto a nessuno. Tuttavia, che i corpi non solo secondo la nostra dottrina, ma anche secondo molti filosofi, avranno da risorgere, è superfluo dimostrarlo ora, per non sembrare di aggiungere argomenti estranei al nostro proposito sia parlando dell’intelligibile e del sensibile e della costituzione loro, sia dimostrando che gli esseri incorporei sono prima dei corpi, e che le cose intelligibili precedono le sensibili, benché percepiamo prima le
sensibili (essendo che i corpi intelligibili hanno la loro consistenza dalle cose incorporee per aggregazione, e le cose sensibili dalle intelligibili . Niente infatti impedisce, secondo Pitagora e Platone, che avvenuta la dissoluzione dei corpi, questi abbiano poi di bel nuovo a ricomporsi da quegli stessi elementi di cui da principio constavano.
CAPO XXXVII
Riconoscete, o imperatori, il valore della mia apologia e accogliete la supplica: lo meritiamo noi cristiani, che preghiamo per la prosperità vostra e dell’Impero, la quale ridonderà anche a vantaggio nostro.
1. Ma il discorso sulla risurrezione si differisca ad altra occasione. Ed ora voi, che in tutto e fra tutti per natura ed educazione siete buoni e moderati e benigni e degni dell’imperio, col regale capo fatemi cenno d’acconsentimento, or che ho dileguate le accuse e dimostrato che noi siamo e pii e mansueti e d’animo castigato.
2. Chi infatti più di noi è in diritto di ottenere quanto chiede, di noi che preghiamo per il vostro imperio, affinché di padre in figlio, come è giustissimo, ne assumiate il dominio, e questo si amplifichi e si dilati per la sottomissione di tutte le genti?
3. E ciò ridonda anche a nostro vantaggio, onde possiamo condurre una vita quieta e tranquilla, e facciamo di buon animo quanto ci viene comandato.

 


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