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I manoscritti dell’Area dello Stretto

 

Archimandrita Antonio Scordino




 

Tra 8° e 13° secolo, l’Area dello Stretto è stata – con Costantinopoli e l’Athos – il maggiore centro librario dell’Europa orientale, noto in particolare per l’esecuzione di manoscritti pregiati.

L’esportazione di manoscritti confezionati in tale area sino al cuore dell’Europa occidentale (attuale Francia \ Germania) ha influenzato grandemente l’arte miniaturistica occidentale, la legatoria e le varie tecniche per la creazione di copertine di lusso.

L’esportazione verso Oriente, invece, ha influenzato la cultura di popoli ai margini dell’Impero: per esempio, in Georgia \ Armenia giunse il Romanzo di Tauro, ambientato tra le provincie di Reggio e Messina, e tra i popoli slavi furono diffusi i Typikà dell’Italia Meridionale. In direzione opposta, tramite i manoscritti dell’Area dello Stretto fu fatto conoscere in Occidente, per esempio, il Romanzo di Barlaam e Giosafat, cioè la Vita di Budda.

 

Tale attività “editoriale”, continuata – anzi, intensificata – durante gli anni bui delle incursioni saracene e anche sotto il dominio franco-germanico sull’Italia meridionale, è proseguita ancora nel 16° secolo, anche quando già si diffondevano ampiamente i libri a stampa a caratteri mobili (caratteri, peraltro, spesso copiati da quegli stessi manoscritti e altrettanto di frequente impiegati per editare proprio quegli stessi testi nelle prime tipografie d’Europa).

 

Tale attività, oggi poco o affatto conosciuta, è stata all’epoca la più consistente, diffusa e redditizia “impresa” dell’area suddetta, se solo si bada alle centinaia e centinaia di persone direttamente impegnate nella dettatura e scrittura dei testi, nella decorazione e nella legatura dei manoscritti, nonché allo “indotto” che vedeva impegnato uno sterminato stuolo di allevatori di bestiame e conciatori di pelli: si pensi che una pecora ci dà non più di 4 “fogli” del nostro formato A4, per cui la confezione di un solo piccolo libro richiede l’allevamento di un numeroso gregge.

In tale “impresa” erano impiegati, per esempio, persino raccoglitrici di fiori e pescatori di mitili (per ricavare colori e inchiostri), mentre neppure possiamo immaginare il ruolo svolto dai mercanti di quei “beni di lusso” dell’antichità.

 

Il numero dei manoscritti prodotti a Reggio e nell’Area suddetta è incalcolabile, anche se essi sono abbastanza facilmente identificabili grazie all’uso di tipici caratteri – detti appunto dello Stretto – e di particolari tecniche impiegate per la decorazione dei testi e la loro legatura.

 

Per vari motivi storici, però, in Sicilia sono rimasti appena 150\200 manoscritti, mentre nessun manoscritto prodotto nella città di Reggio e nei suoi centri scrittori è rimasto a Reggio o almeno in Calabria. Per paradosso, anzi, l’unico manoscritto oggi conservato in Calabria (il Purpureo di Rossano) non è stato prodotto in Calabria.

Molti manoscritti, purtroppo, sono andati perduti del tutto, mentre per conoscere e studiare gli altri si è costretti a raggiungere non solo Roma o Venezia, ma anche Madrid, Lipsia, Parigi, Atene, Mosca…

I manoscritti sono conservati in biblioteche difficilmente accessibili persino a laureandi, e comunque – per la loro fragile preziosità – essi non sono mai comunemente fruibili; solo di rado qualche manoscritto si può vedere in mostre o esposizioni.

E’ raro poi che qualche foglio dei suddetti manoscritti sia stato riprodotto nel 20° secolo: forse non più di una ventina di “esemplari”. Si tratta sempre di riproduzioni alquanto scadenti (fatte in genere più di 60\70 anni fa), per lo più in bianco\nero, e pubblicate come “foto” o “tavole” in testi riservati a specialisti (quindi irreperibili nelle comuni biblioteche pubbliche)

 

A parte il loro intrinseco valore (a differenza dei libri a stampa con caratteri mobili, ogni manoscritto è un unicum) diversi fattori storici contribuiscono a dare una straordinaria importanza a ogni singolo “pezzo”. Di seguito, alcuni esempi:

  1. Il Barb.gr. 336 è un testo “di lusso”, databile agli inizi del 9° secolo, scritto probabilmente a Reggio. E’ il più antico testimone delle tradizioni liturgiche orientali; a detta degli studiosi, anzi, testimonia “uno dei capitoli più drammatici della storia dei popoli mediterranei in età medievale”, tanto che nel 1995 la sua riscoperta fu segnalata anche dai rotocalchi italiani.
  2. Il Patmiacus 33, portato a termine a Reggio nell’anno 941, è stato acquistato poco dopo dal Monastero del Teologo in Patmos. Vuol dire che un Monastero imperiale, vicino a Costantinopoli, prestigioso quanto ricco, si rivolgeva a Reggio per “prodotti di lusso” quale in effetti è il manoscritto in questione.
  3. Il Synaiticus 522, scritto a Reggio nel 1250 circa, è l’unica copia esistente della Vita di un santo reggino del 12° secolo, Cipriano di Calamizzi. Straordinario anche il fatto che un tale manoscritto, tutto sommato modesto, sia arrivato nella lontanissima penisola del Sinai, e conservato in un Monastero ancor oggi difficilmente raggiungibile.
  4. Il Mosqu. Gr. 478, scritto a Salonicco nell’11° secolo, è l’unica copia esistente della Vita di un santo calabrese dell’epoca, Fantino il Nuovo, copia giunta chissà come e chissà quando sin nel cuore della Russia.
  5. Il Vat.gr. 1070, ultimato nel 1291 per una comunità di San Benedetto Ullano (CS), è un salterio su due colonne affiancate, la prima in lingua greca (e scrittura minuscola greca), la seconda in lingua latina (e scrittura gotica). Testimonia quindi l’uso da parte contemporaneamente della locale etnia greca e dei sopravvenuti franco-germanici, come attesta la loro pacifica convivenza (nonostante l’Italia meridionale in quegli anni fosse dilaniata dalla Guerra del Vespro).
  6. Il Barb. gr. 178, datato 1552, fu copiato su richiesta della cittadinanza di Bova da un manoscritto più antico. E’ testimone quindi della sopravvivenza degli “usi greci” nel reggino in una epoca così tarda. Ulteriore interesse è dato dal fatto che sono riportati usi anteriori al 12°\13° secolo: ovviamente i libri a stampa con caratteri mobili – che si diffondevano all’epoca – non li riportavano più, per cui si richiedeva un testo corrispondente alla vetusta tradizione locale.

 

Da questi soli esempi si evince quanto sia interessante la conoscenza in sé della produzione libraria locale, persino a prescindere dal contenuto, quanto mai vario, dei singoli manoscritti. Se infatti – come è ovvio – la maggior parte di essi è di genere “religioso”, non mancano opere di carattere “profano”. Ad esempio

  1. il Fayum I e l’Ossirinco VII (2° secolo) hanno parte del noto Romanzo erotico dei due giovani siracusani Cherea e Calliroe;
  2. nel Parisinus gr. 3032, è conservata l’unica copia di una “Lettera” in cui un certo Teodosio, testimone oculare, descrive la caduta di Siracusa in mano ai Saraceni nell’878;
  3. nel Vat.gr. 1673, miniato, proveniente da Pellaro di Reggio, è ricordata la caduta di Taormina;
  4. il Vat.gr. 300, del secolo 10°, è un trattato di medicina, con ricette del medico Filippo Xeros di Reggio;

 

 

Nel 2010, interamente finanziata da un gruppo di benefattori greci, è stata costruita a Reggio una stupenda chiesa ortodossa (dedicata al ricordo dell’arrivo dell’apostolo Paolo nella città dello Stretto) con annessi locali per attività culturali collegabili alla tradizione culturale “greco-bizantina” della Calabria.

E’ in questi locali che si avrebbe intenzione di collocare una Raccolta di riproduzioni (microfilm, cd, ecc.) dei manoscritti in questione, ampliabile man mano che saranno individuati nelle varie biblioteche dove oggi sono dispersi (dopo averne ottenuto, quando possibile, l’integrale riproduzione), Raccolta corredata degli strumenti necessari per la lettura dei supporti.

Insieme, si potrebbe così realizzare una Mostra permanente, con la riproduzione, man mano acquisita, almeno di uno o più fogli di ogni singolo manoscritto.

Dopo la descrizione del progetto, è superfluo indicare il valore didattico che ogni singola riproduzione potrà assumere.

 


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