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SANTI DELLA GRANDE GRECIA - PROSPETTO STORICO

 

Archimandrita Antonio Scordino




 

PROSPETTO STORICO

 Si chiama oggi Italia meridionale l’antico Regno delle due Sicilie, erede di quel che lo storico J.J. Norwich felicemente chiamò “il Regno nel Sole”, ovvero lo Stato formato dai Normanni nel 1130 con l’ultimo territorio occidentale dell’Impero romano. Questo vasto territorio (circa 120mila km2) è distinto oggi nelle regioni chiamate Sicilia (la più grande isola del Mediterraneo), Calabria, Puglia, Campania, e Basilicata[1]. E’ questo quindi, grosso modo, lo stesso territorio che gli antichi Latini chiamavano “Magna Græcia”, una Grecia grande per estensione territoriale ma soprattutto ricchezze naturali[2]. In questa terra infatti fiorì la splendida civiltà dei Greci d’Occidente, a partire dall’VIII secolo a.C.[3]

Dal II secolo a.C. Sicilia e Grande Grecia furono conquistate da Roma, che tuttavia fu a sua volta conquistata dalla superiore civiltà greca[4]: al punto che - per secoli - nelle strade dell’antica Roma non si parlava altro che greco[5].

Sicilia e Grande Grecia si presentarono all’alba dell’Era cristiana nelle migliori condizioni per ricevere il cristianesimo: popolazione di lingua greca con buona conoscenza del latino (e spesso anche del siro)[6], presenza di ricche sinagoghe anche nei centri più piccoli, Vie consolari quali l’Egnatia che - passando per la Puglia - univa Roma a Tessalonica e Bisanzio, frequentatissimi porti naturali. L’apostolo Paolo, nel 60 circa, fa scalo a Siracusa, Reggio Calabria, Pozzuoli (Atti 28, 11-14), dove incontra comunità cristiane. Una naturale apertura alla comprensione del messaggio cristiano fu certamente dovuta anche alla straordinaria diffusione in Italia meridionale del Pitagorismo[7] e soprattutto dell’Orfismo[8].

Secondo la tradizione, l’Italia meridionale ha ricevuto il cristianesimo molto presto, e per lo più grazie a predicatori provenienti da Antiochia: la Chiesa più antica dell’Occidente – Siracusa – fu fondata attorno al 41 dall’antiocheno san Marciano. Antiocheno era anche san Pancrazio, che all’incirca alla stessa epoca fondò la Chiesa di Taormina[9]. Ugualmente molto presto l’Italia meridionale ha conosciuto il monachesimo, portatovi dalla Palestina e dall’Egitto. Il primo monaco che si ricordi è sant’Ilarione il Grande: eremita in Palestina, Egitto e Libia, con un discepolo si stabilì in Sicilia - presso Siracusa - prima di addormentarsi in pace a Cipro, nel 371[10].

La fioritura del cristianesimo in Sicilia e Grande Grecia è testimoniata da una schiera di martiri: Gennaro vescovo di Benevento [21 aprile][11], Agata di Catania [5 febbraio], Lucia di Siracusa [13 dicembre], Filadelfo con Alfio e Quirino di Lentini [10 maggio], Nikon di Taormina  [23 marzo], Euplo di Catania  [11 agosto], ecc. Non meno interessante è segnalare la presenza al I Concilio Ecumenico del vescovo Marco di Calabria[12], che nel 345 l’imperatore Costantino si fece rappresentare al Concilio di Arles dal vescovo Cristo di Siracusa, e che nel 431 il IV Concilio Ecumenico fu presieduto dal vescovo Pascasino di Lilibeo[13].

Nel V e VI secolo l’Italia meridionale fu devastata e dominata dai Vandali[14] e dai Goti[15]: la popolazione romano-ortodossa fu decimata e ridotta quasi in schiavitù. Salito però al trono Giustiniano I (527) il grande generale Belisario fu inviato a liberare l’Africa e l’Italia Meridionale (533). Con alterne vicende, la “Guerra di liberazione” durò venti anni, ma proprio in quel periodo cominciarono a calare nella Penisola i Franchi[16], e nel 568 i Langobardi[17] giungono a stabilirsi fino in Campania e nel nord della Calabria e della Puglia. Dalla fine del VI secolo, gran parte della Penisola italiana è così continuamente devastata oppure stabilmente occupata dai barbari. Per meglio dire, la Penisola italiana è come tagliata in due: il Centro-nord è in balìa di Franchi e Longobardi, mentre il Centro-sud (ovvero Sicilia e il resto della Grande Grecia d’un tempo) è “territorio libero” sotto la diretta amministrazione di Costantinopoli.

Ed è così che le Chiese dell’Italia meridionale – “greche” di lingua e tradizioni – cominciano a ritenere come loro patriarca il vescovo di Nuova Roma, e non più il vescovo di Roma Antica, seguendo naturalmente i princìpi del IV Concilio Ecumenico[18]. Non va dimenticato che le relazioni militari, culturali e commerciali tra l’Italia meridionale e la parte orientale dell’Impero romano restarono sempre intense e agevoli, mentre i rapporti tra la stessa e Roma Antica diventarono sempre più difficili (e non solo a causa dei barbari), per non dire impossibili[19].

Dopo il VI secolo, mentre il Centro-nord della Penisola si avvia a un sempre più rapido imbarbarimento, anzi precipita in quel che gli stessi storici occidentali chiamano “cupo” Medioevo, l’Italia meridionale inizia un suo lunghissimo Secolo d’oro, caratterizzato da una intensa attività agricola e industriale (soprattutto grano, vino, miele, seta e porpora), culturale (l’Italia meridionale è uno dei più importanti centri scrittori dell’Impero romano) e spirituale, con la nascita di migliaia di monasteri e una straordinaria fioritura di santi.

Con la secessione dallo Stato romano compiuta a Natale dell’800 dal papa Leone III[20], il solco che già separa l’Italia meridionale da Roma Antica diventa più profondo: Sicilia e Grande Grecia - anche se da tempo ormai subiscono continue incursioni da parte dei Berberi e dei Saraceni – conservano l’ortodossa tradizione (e fede) dei Padri, Roma Antica (e le Chiese a essa più vicine) son sempre più franchizzate. Il typicon e il canto dei Franchi prendono il posto dell’antico typicon e del canto romano, comincia a diffondersi il Filioque e l’uso degli azzimi, e non solo. Mentre sino al 996 tutti i vescovi di Roma Antica erano stati romani[21], in tale anno diventa papa un giovane ventenne (Gregorio V), nato in Austria e appartenente alla famiglia del germanico Otto I, “imperatore romano d’Occidente”. La stessa famiglia che, sul finire del X secolo, per ben tre volte tenta di conquistare l’Italia Meridionale, sempre respinta dai cristiani ortodossi, ogni volta sorprendentemente alleati ai Musulmani.

Nel 1016 però una catastrofe si abbatte sull’Italia meridionale: l’invasione dei Normanni, inizialmente dediti al brigantaggio[22]. Il 23 agosto 1059 il capo dei Normanni – Robert - firma uno sciagurato patto con Gèrard de Chevronne (papa Nicola II): il papa nominava il Normanno Delegato dell’apostolo Pietro (!) e Re di tutti i territori che avrebbe potuto conquistare, mentre i Normanni si impegnavano a sottomettere all’autorità pontificia tutte le Chiese ortodosse. In realtà, la conquista di Reggio o di Palermo era solo il primo passo per la conquista di Atene, Tessalonica, Costantinopoli, e di tutto l’Impero romano.

Intere città furono rase al suolo. Altre, uccisi tutti gli abitanti, furono ripopolate con coloni fatti venire dalla Normandia. I monasteri ortodossi furono distrutti oppure sottoposti (come “proprietà privata”) all’autorità di vescovi e abati anch’essi fatti venire apposta dalla Francia, dalla Germania, dall’Inghilterra. Migliaia di famiglie furono deportate da un capo all’altro del nuovo Regno normanno. Quasi tutte le famiglie ortodosse furono costrette a evacuare le principali città. In particolare furono colpiti i vescovi (uccisi, o costretti alle dimissioni oppure sostituiti da vescovi Latini o Uniati) e i monaci (non pochi i casi di condanna al rogo)[23].

La sistematica distruzione di chiese e monasteri – accompagnata dal meticoloso sequestro di libri[24] - aveva come principale scopo (o, comunque, ebbe come risultato) la cancellazione della lingua greca: tra l’ortodossa Calabria e l’Athos, tra la Sicilia ortodossa e Tessalonica fu così innalzato il Muro dell’incomunicabilità.

Le continue rivolte della popolazione ortodossa dell’Italia meridionale nel 1282 sfociarono nella Guerra del Vespro[25]: sostenuta economicamente dall’imperatore Michele VIII Paleologo e poi dal suo figlio Andronico II, durata – a secondo delle città – dai venti a cento anni, finì con la totale sconfitta degli insorti e persino dello stesso territorio.

Da quella Guerra, infatti, l’Italia meridionale non si sollevò più socialmente, moralmente, culturalmente, economicamente: nonostante le ricchezze – anche demografiche – di cui dispone[26], essa è ancor oggi il “fanalino di coda” della Repubblica Italiana e una delle “aree depresse” della Comunità Europea.

Non si sollevò più la Chiesa di Sicilia e Grande Grecia, privata d’ogni contatto con Costantinopoli e le altre Chiese ortodosse[27]. Nel XVII secolo può considerarsi ormai cancellata – salvo qualche traccia – ogni presenza greco-ortodossa: forse la Turcocrazia in Grecia fu più lieve che la Francocrazia nella Grande Grecia.  

 

SANTI DELLA GRANDE GRECIA

Il calendario della Chiesa ortodossa elenca alcuni santi dei quali è universalmente nota la loro appartenenza all’Italia meridionale: Agata di Catania [5 febbraio], Gregorio vescovo di Agrigento [24 novembre], Gennaro, vescovo di Benevento [21 aprile][28], Teoktist [4 gennaio], Leone vescovo di Catania [20 febbraio], Lucia di Siracusa [13 dicembre], Marciano vescovo di Siracusa [30 ottobre], Pancrazio vescovo di Taormina [9 febbraio, 9 luglio], ecc.

Sinassari e Minei riportano anche alcuni santi (come san Nicola il Siciliano, venerato in Eubea), dei quali però è meno nota la loro appartenenza geografica: pochi sanno, per esempio, che san Giuseppe l’Innografo è nato a Siracusa nell’816 e che egli in Sicilia conobbe san Gregorio il Decapolita[29], di cui fa discepolo. Pochi sanno che di Siracusa era anche san Metodio (il patriarca di Costantinopoli che istituì la Festa dell’Ortodossia), il quale sin da giovane era diventato amico di sant’Eutimio vescovo di Sardi[30]. Pochi sanno che sant’Eufrosina, fondatrice del Monastero della Trinità a Costantinopoli, nacque nel Peloponneso ma da bambina e sino alla maturità visse in Calabria[31].

A titolo di esempio, vogliamo proporre alcune brevissime “schede”, rimandando – per quanto imprecise storicamente – alle notizie solitamente riportate nei Minei.

Agrippina [23 giugno]. Martire a Roma Antica, forse al tempo di Valeriano. Nel 7° secolo sarebbero state trasportate in Sicilia e deposte a Menai, presso Siracusa.

Atanasio vescovo di Methoni [31 gennaio]. Nato a Catania, fu vescovo di Methoni alla fine dell’VIII secolo.

Andrea [martedì del Rinnovamento]. Nato a Messina di Sicilia, fu igumeno della Laura di Raithò, dipendente dal Monastero di Santa Caterina al Sinai[32]. Di lui ebbe grande stima san Simeone lo Stilita [† 592].

Gregorio, Teodoro e Leone [24 agosto]. Siciliani, per non aver parte con l’eresia monotelita dell’imperatore Costante II[33] abbandonarono l’Esercito e si nascosero dapprima a Cefalonia e poi a Samos, dove vissero santamente. I loro corpi furono ritrovati incorrotti da un facoltoso abitante dell’isola, un certo Achille, che li depose in una chiesa costruita in loro memoria. Depredate dai Crociati, le reliquie sono ora a Venezia, nella chiesa di San Zaccaria.

Leone [12 maggio]. Asceta calabrese, morì mentre era in viaggio per Gerusalemme: i marinai fecero scalo a Methoni, nel Peloponneso, e lo seppellirono in località Ròson Choma. I miracoli fioriti sulla tomba indussero il vescovo Nicola – sembra nel 12° secolo – a traslare le reliquie in un tempio, costruito in onore del santo, poco fuori della città.

Luca [6 novembre]. Nato a Taormina, quando giunse ai diciotto anni si trovò di fronte all’alternativa che all’epoca si poneva a ogni giovane di buona famiglia: sposarsi o andare all’Università (e quindi essere costretto a studiare le aborrite dottrine di Platone). Luca preferì abbandonare la casa paterna e si ritirò a vita eremitica sull’Etna. Dopo molti anni – forse a causa delle incursioni dei Saraceni - Luca si spostò a Costantinopoli, poi a Patrasso e infine si stabilì a Corinto, dove si addormentò nel Signore.

Nikita [6 ottobre]. Confessore della fede ortodossa durante l’iconoclasmo, nacque verso il 763 in Paflagonia, e fu Prefetto della Sicilia. Nicola [15 maggio]. Calabrese o siciliano forse da parte del padre, nipote di san Fozio (e quindi pronipote di san Tarasio), senatore, nell’893 fu nominato mystikòs (segretario generale) del patriarca sant’Antonio Cauleas e in seguito egli stesso fu patriarca di Costantinopoli negli anni  901\7 e 912\25. San Nicola investì ingenti somme per riscattare infelici abitanti dell’Italia Meridionale fatti schiavi dai Saraceni e - tramite l’arcivescovo della Chiesa autocefala d’Otranto – si occupò instancabilmente dei problemi religiosi della Langobardia, i territori dell’Italia Meridionale sottoposti all’autorità di principi Langobardi.

Niceforo Exakionite[34]. Nato a Luliopoli in Galazia, studiò a Costantinopoli dove diventò amico di Niceforo Focà. Sacerdote militare, nel 964 fu nominato Màghistros, cioè plenipotenziario, di Sicilia e Italia e stabilì la sua sede a Rossano, in Calabria. In seguito vescovo di Mileto, dopo venti anni lasciò la cattedra vescovile e si ritirò a vita eremitica a Platanè (presso Anea) e a Xero Chorafio, una località vicina. Morì infine in Bitinia, nel Monastero di San Paolo.

Nìkon [23 marzo]. Nato a Neapoli di Campania, militare, disertò e si nascose a Chios, dove fu battezzato e in seguito consacrato vescovo. Attorno al 230 si recò in Sicilia, dove subì il martirio.

Paolo vescovo di Corinto  [27 marzo]. Siciliano, fratello di san Paolo vescovo di Argo (vedi), fu vescovo di Corinto nel IX secolo.

Pietro, vescovo di Argo [3 maggio]. Siciliano, fratello di san Pietro vescovo di Corinto (vedi), fu vescovo di Argo nel IX secolo. Di lui ci rimane una omelia pronunciata alle esequie di sant’Atanasio, vescovo di Methoni (vedi).

Pietro [23 settembre]. Nato a Siracusa, nell’78 fu fatto schiavo insieme al fratello Antonio, il padre Andrea e il nonno Giovanni. Portati ad Al-Qayrawân [presso Sfax, in Tunisia], Pietro e Antonio entrarono nelle grazie dell’emiro Ibrahîm ibn Ahmâd, che nominò Ministro delle Finanze il primo e Governatore della Banca Nazionale il secondo. Quando però l’Emiro scoprì che i quattro in segreto erano rimasti cristiani, li uccise con le sue stesse mani dopo tremende torture.

Simeone il Poliglotta  [1 giugno]. Nato a Siracusa, dopo gli studi a Costantinopoli fu eremita lungo le rive del fiume Giordano. Diacono e poi sacerdote nel Monastero della Theotokos di Betlemme, trascorse lunghi anni al Monastero di Santa Caterina, allontanandosi solo per brevi periodi durante i quali amava ritirarsi nell’eremo sulla cima del Sinai. In seguito, pare per raccogliere offerte, Simeone fu ad Antiochia, Belgrado, Roma Antica, Rouen, Verdun e Trier. Conosciuto il vescovo di questa città, Poppo von Babenberg, gli fece da guida ai Luoghi Santi e con lui ritornò a Trier. Da qui non si mosse più, anzi sino alla morte [1035?] visse recluso in una torre presso le mura della città.

Filadelfo, Alfio e Quirino [10 maggio]. Nati nella Hispania Tarraconense, furono esiliati a Leontini, presso Siracusa, dove subirono il martirio nel 249.

 

Sono questi soltanto alcuni delle centinaia di santi ortodossi – noti o meno noti – i quali appartengono in qualche modo all’Italia Meridionale. Vi è poi un gran numero di santi, il cui culto è stato dimenticato in Grecia[35] oppure non vi si diffuse perché rimasto sempre limitato al monastero che ne custodiva le reliquie o perché vissero dopo l’invasione dei Normanni in Italia meridionale.



[1] A queste bisogna però aggiungere, per vari motivi storici e socio-economici, anche le regioni Sardegna, Abruzzi e Marche: di solito, infatti, si parla giustamente di Italia Centro-meridionale.

[2] Gli antichi Greci chiamarono questa terra Enotria, per l’abbondanza di ottimo vino che vi si produce, e Pausania la diceva “divina nutrice di cavalli” di razza. La Grande Grecia era ricca di ossidiana, rame, zolfo, argento, miele, grano, porpora…  

[3] Ma già dal IV millennio a.C. popolazioni greche si spostarono in Italia meridionale per estrarre l’ossidiana (con la quale si facevano i coltelli e le punte delle frecce), e sin d’allora scoprirono la virtù curativa delle acque minerali che vi abbondano ovunque.

[4] Artes intulit agresti Latio, diceva Orazio: fu così che l’arte raggiunse il rozzo Lazio.

[5] Il latino come lingua ufficiale dell’Impero romano fu usato sino al tempo di Eraclio (610\41) ma come lingua parlata fu rapidamente ridotto a “dialetto”, trasformandosi così poi nelle varie lingue neo-latine. La Liturgia papale conserva ancora oggi una curiosa testimonianza storica: subito dopo la lettura ufficiale dell’Epistola e del Vangelo in latino, si legge la “traduzione” in greco, la lingua più facilmente compresa dal popolo nella Roma dei secoli I\VIII.

[6] Ma il celebre storico Diodoro, siciliano (I secolo a.C.), non parlava altro che greco.

[7] Pitagora - di Samo ma vissuto in Italia meridionale - nel VI secolo a.C insegnava l’immortalità dell’anima. I suoi seguaci praticavano la comunione dei beni ed esaltavano la superiorità del bios theoretikos sul bios practicos.

[8] Fondato dal mitico cantore tracio Orfeo, l’orfismo - che predicava la castità e l’astensione dalla carne – fu una delle poche religioni dell’antichità profondamente interessata al problema della vita ultraterrena.

[9] Antiocheno era anche sant’Apollinare, fondatore della Chiesa di Ravenna. Lo ricordiamo perché la storia del territorio di Ravenna (o, meglio, del Nord-Est d’Italia e del versante adriatico della Penisola), almeno sino all’VIII\IX secolo è strettamente intrecciata alla storia dell’Italia Meridionale: correttamente, infatti, si parla di una Italia Romea per indicare i territori che più a lungo conservarono le caratteristiche della Civiltà romea, ovvero greco-cristiana.

[10] Dalle testimonianze storiche su questo discepolo del grande Antonio, sembra però che il monachesimo non fosse del tutto sconosciuto nella Sicilia del IV secolo.

[11] Per comodità – nonostante le imprecisioni storiche – consigliamo di leggere le notizie riportate nei Minei alla data indicata (qui e negli altri casi) tra parentesi quadre.

[12] Nel IV secolo però il nome Calabria indicava il Salento, il sud della Puglia; il Centro-nord dell’attuale Calabria portava ancora il primitivo nome di Brettìa mentre il Sud della Calabria era considerato come Sicilia continentale.

[13] Oggi: Marsala, in provincia dell’antica Drèpanon (Trapani)

[14] Provenienti dalla Scandinavia, i Vandali si stabilirono in Pannonia (all’incirca l’Ungheria). Per sfuggire agli Unni venuti dalla Mongolia, i Vandali invasero la Gallia e la Penisola iberica e nel 428 conquistarono l’Africa, da dove poi passarono in Sicilia. Ariani, perseguitarono ferocemente gli ortodossi: in Africa costrinsero alla fuga o uccisero tutti i monaci e tutto il clero, nessun escluso, e massacrarono decine di migliaia di persone, cancellando in pochi anni la presenza romano-ortodossa in Africa.

[15] Provenienti dall’attuale Polonia, di razza germanica, ariani come i Vandali. Nel 489\90 estesero il loro dominio su tutta la Penisola italiana, quindi anche sull’Italia meridionale che era stata invasa dai barbari sin dal 470.

[16] Di razza germanica, tra tutte le tribù barbare solo i Franchi ebbero la furbizia di aderire – almeno ufficialmente – al cristianesimo ortodosso, per poter così facilmente conquistare lo Stato romano “dal di dentro”.

[17] Anch’essi di razza germanica, i Langobardi formalmente professavano il cristianesimo (ariano o semi-ariano) ma in realtà ancora nel VI secolo erano per lo più idolatri.

[18] Ovvero, l’adattamento delle circoscrizioni ecclesiastiche alla realtà politico-amministrativa dello Stato romano. Una bizantinizzazione dell’Italia meridionale, che invece sarebbe avvenuta nell’VIII secolo a causa dell’Iconoclasmo, è invece soltanto un luogo comune della storiografia occidentale, priva di qualsiasi documentazione storica.

[19] La navigazione via mare, nel Tirreno, è ostacolata da “pirati” (dopo il 632 dai Maomettani). Via terra è ostacolata dai Longobardi e da una continua serie di terremoti, frane, straripamenti di fiumi e crolli di ponti che sin dal tempo del papa Gregorio I (590\604) separano di fatto l’Italia meridionale da Roma Antica.

[20] L’incoronazione a Re dei Romani del franco Carlomagno.

[21] Vale a dire nati nella stessa Roma, o in Grecia, o nella Grande Grecia.

[22] Di razza germanica, dalla Scandinavia passarono in Russia, in Inghilterra e nella regione della Francia che da loro si chiamò Normandia.

[23] All’inizio del XIII secolo fu istituita la “Santa Inquisizione”: così chi scampava allo sterminio dei soldati normanni finiva sul rogo dei Tribunali pontifici.

[24] Quelli che non sono stati distrutti, sono ora – a migliaia - nella Biblioteca Vaticana e nelle altre principali biblioteche d’Europa. In Italia meridionale – uno dei principali centri scrittori dell’antichità, come detto – sono rimasti forse meno di 150 manoscritti in tutto.

[25] Così detta perché scoppiò simultaneamente nelle principali città dell’Italia meridionale, al segnale convenuto del Vespro pasquale.

[26] L’Italia Meridionale ha persino giacimenti di metano e di petrolio.

[27] Ancora nel XV\XVI secolo, la “Polizia” dei Tribunali dell’Inquisizione pontificia era impegnata nella ricerca e cattura dei vescovi ortodossi che dalla Grecia ancora andavano in Italia Meridionale per compiere ordinazioni sacerdotali o portarvi il Myron mandato da Costantinopoli. 

[28] Qui e negli altri casi, vedi in qualsiasi Sinassario o Mineo alla data indicata tra parentesi quadra.

[29] Nato in Isauria, trascorse gran parte della sua vita a Otranto, Reggio e Siracusa, prima di morire a Tessalonica († 20 novembre 862)

[30] Martire degli iconoclasti († 26 dicembre 829), visse a lungo in Sicilia.

[31] Si addormentò in pace il 9 novembre 923). Il Bios è stato scritto dal patriarca di Costantinopoli san Callisto II († 1397), sulla base di un testo più antico.

[32] Il Monastero del Sinai aveva un grandissimo metochio a Messina e immense proprietà terriere in Sicilia, tutte usurpate dai vescovi latini dopo il XVI\XVII secolo.

[33] Morto a Siracusa nel 668.

[34] E’ stato venerato come santo nel suo monastero, ma si ignora a quale data.

[35] Oltre il calabrese san Fantino il Cavallaio [24 luglio, visse nel V\VI secolo], ricordo il siciliano san Filippo il Cacciaspiriti [12 maggio, visse nel V\VI secolo], il calabrese san Nilo il Nuovo [12 maggio, visse alla fine del X secolo] e san Fantino il Nuovo, anche egli calabrese ma morto a Tessalonica nell’XI secolo [30 agosto].

 


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