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Omelia durante la celebrazione del Santo Vespro presso la Cattedrale di San Giorgio dei Greci a Venezia

 in occasione della settimana di preghiera per l’unita’ dei cristiani 2017

Dottoressa Anna URBANI,

Segreteria del Consiglio Locale delle Chiese Cristiane di Venezia




 

Buonasera a tutte e a tutti voi che siete qui.

Il mio primo sentimento è di gratitudine al Signore che ci ha convocato insieme, cristiani delle diverse chiese presenti a Venezia, anche oggi nella preghiera della sera in questo luogo così suggestivo, carico di fede e di storia.

Il secondo è di gratitudine a padre Evangelos per aver voluto che stasera condividessi con voi alcuni pensieri sul testo della SPUC 2017.

Ci ritroviamo, come ogni anno. E’ una tradizione, ormai. Come per tutte le cose, la tradizione (le date, dal 18 al 25 gennaio, l’itinerario consueto nelle diverse chiese…) ci aiuta a tener viva una piccola  luce che è la chiamata e il dono dell’unità. Il pericolo è che sia solo una tradizione, cioè una ritualità senza senso, ripetitiva e sterile. Ecco perché è importante guardare dentro di noi e attorno a noi per vedere chi manca, perché è già accanto al Signore della Gloria, per incontrare delle facce nuove, per riconoscere i fratelli e le sorelle che da tempo condividono questa invocazione e soprattutto per cogliere nel nostro essere ancora qui un modo diverso di stare, rispetto all’anno scorso, a quello precedente e così via.

Quest’anno è il 2017, ricorre il 500enario dell’affissione delle tesi di Lutero, della nascita della Riforma, che ha comportato un’altra divisione della Chiesa.

Sono stati 500 anni di dolore e fatica, ma anche di fede e speranza: questo anniversario ha una caratteristica importante: sarà il primo ad essere celebrato in modo ecumenico.

Da molti anni, infatti, i nostri fratelli e le nostre sorelle luterani riflettevano sul significato della commemorazione di questa data, in particolare sul fatto che essa aveva segnato un importante momento di fede, ma anche di  divisione. Dopo più di un secolo di vissuto e di teologia ecumenica delle chiese, non si poteva non tenere conto di tutti questi aspetti.

Il testo biblico attorno al quale si riflette, ci si confronta e si prega durante la SPUC, viene ogni anno scelto e proposto dalle Chiese di una nazione. Quest’anno, non a caso, il tema viene proposto dalle chiese protestanti, ortodosse e cattolica di Germania.

Vi invito perciò a leggerlo e rileggerlo, in questi giorni, tenendo conto di chi lo ha scelto e ce l’ha proposto

Ricordo, tra le tante segnalazioni che si possono fare, due elementi importanti di questo giubileo: il documento cattolicoluterano “Dal conflitto alla comunione” e l’incontro di Lund, il 31 ottobre dell’anno scorso che ha dato inizio al giubileo, alla presenza del presidente e del segretario della FLM, del papa e di tutti gli esponenti delle chiese ortodosse.

E veniamo al nostro testo.

Infatti, l’amore di Cristo ci spinge, perché siamo sicuri che uno morì per tutti, e quindi che tutti partecipano alla sua morte. Cristo è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per lui che è morto e resuscitato per loro.

Perciò d’ora in avanti non possiamo più considerare nessuno con i criteri di questo mondo. E se talvolta abbiamo considerato così Cristo, da un punto di vista puramente umano, ora non lo valutiamo più in questo modo. Perché quando uno è unito a Cristo, è una creatura nuova: le cose vecchie sono passate; tutto è diventato nuovo.

E questo viene da Dio che ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo e ha dato a noi l’incarico di portare altri alla riconciliazione con lui. Così Dio ha riconciliato il mondo con sé per mezzo di Cristo: perdona agli uomini i loro peccati e ha affidato a noi l’annunzio della riconciliazione. Quindi, noi siamo ambasciatori inviati da Cristo, ed è come se Dio stesso esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo da parte di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.(2 Cor 5,14-20)

Paolo  scrive alla chiesa di Corinto, una chiesa divisa. Noi, oggi, viviamo in una chiesa divisa, a Roma, a Venezia, a Gerusalemme.

Le parole di Paolo sono rivolte a noi, oggi e proprio stasera:

in modo molto appassionato, ci scrive che le cose non sono più come prima, da quando Cristo morì per tutti. Non viviamo più per noi stessi. Non possiamo più considerare nessuno con i criteri di  questo mondo. Quando uno è unito a Cristo è una creatura nuova.

Cosa vuol dire “essere una creatura nuova”? A me viene in mente la domanda di Nicodemo nel vangelo di Giovanni che chiede a Gesù: “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare un’altra volta nel grembo di sua madre e rinascere?”

e  Gesù  che  gli risponde così: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è Spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo spirito”(Gv 3,1 e ss.).

Contemporaneamente penso a quello che  papa Francesco ha detto  nel discorso alla Curia del 22 dicembre dell’anno scorso, che ha intitolato “La riforma della Curia”: “Cari fratelli, non sono le rughe che nella Chiesa si devono temere, ma le macchie!

In questa prospettiva, occorre rilevare che la riforma sarà efficace solo e unicamente se si attua con uomini “rinnovati” e non semplicemente con “nuovi” uomini. Non basta accontentarsi di cambiare il personale, ma occorre portare i membri della Curia a rinnovarsi spiritualmente, umanamente e professionalmente. La riforma della Curia non si attua in nessun modo con il cambiamento delle persone – che senz’altro avviene e avverra’– ma con la conversione nelle persone. In realtà, non basta una formazione permanente, occorre anche e soprattutto una conversione e una purificazione permanente. Senza un mutamento di mentalità lo sforzo funzionale risulterebbe vano”.

Ciò che vale per gli uomini della Curia, non vale forse anche per noi?

Cosa ci rende cambiati, rinnovati, riformati, nuovi? E’ quell’esperienza che noi cristiani chiamiamo “conversione”, metanoia, che gli ebrei chiamano teshuvah e che considerano un concetto umano importante, prima ancora che ebraico.

Vi racconto, per spiegarmi meglio,  questo midrash così come lo racconta Martin Cunz:  “la teshuvah fa parte delle cose che Dio aveva creato prima della creazione del mondo. E’ infatti l’esperienza di base di tutti gli uomini che essi possano  vivere come il creatore ha  previsto per loro ma che non debbano vivere per forza secondo gli ordini di Dio. Noi siamo gli unici esseri del creato che possono scegliere un’altra strada. E questa esperienza di base contiene anche l’altra esperienza che in fondo fa parte della stessa cosa: la possibilità del ritorno. Ecco il miracolo della teshuvah! Lo chiamo il miracolo dell’incoerenza. O, in termini biblici ed ebraico-cristiani: si tratta del miracolo della misericordia”.

Questa misericordia di Dio, questo Dio di misericordia che Lutero cercava nel 1517, Paolo la spiega così ai Corinti: “Così Dio ha riconciliato il mondo con sé per mezzo di Cristo: perdona agli uomini i loro peccati e ha affidato a noi l’annunzio della riconciliazione” (v.18).

Mi pare di poter dire che ogni Chiesa ha individuato nei secoli ministri e ministeri, luoghi e servizi di riconciliazione. Oggi ci è richiesto un passo ulteriore, una teshuvah: “la vera conversione spirituale, con la quale ogni Chiesa diventa consapevole di aver bisogno anche dei doni delle altre (…) noi siamo in primo luogo  responsabili non nei confronti della nostra Chiesa per quanto sia importante, ma nei confronti del Vangelo”(Elisabeth Parmentier).

Allora vorrei proporvi questo pensiero: i Consigli Locali delle Chiese Cristiane possono essere i luoghi attuali di riconciliazione e di misericordia?

Attraverso un cammino a volte faticoso e difficile di riconoscimento del proprio peccato di divisione e di autosufficienza, di ricerca continua di conversione, di piccoli passi l’uno verso l’altro, mi sembra che le esperienze nate in Italia, a Venezia da quasi 25 anni, dei consigli delle chiese cristiane possano rappresentare un fragile ma grande segno di riconciliazione delle chiese per la riconciliazione del mondo.

Questo mondo di oggi, così diviso, così drammaticamente segnato da guerre, miseria, ingiustizie e odio che in qualche modo attraversano e riguardano anche noi cristiani, chiede, anzi esige donne e uomini capaci di cambiare e  diventare “nuovi” per annunciare e vivere la riconciliazione.  In questo senso, noi che ci occupiamo di ecumenismo, che ne sentiamo tutta l’urgenza e l’irrevocabilità, siamo aiutati perché è qualcosa che già viviamo, per Grazia di Dio.

Anche se veniamo spesso rimproverati di tradire o annacquare l’identità, sappiamo che “l’ecumenismo deve rimanere uno sprone per tutte le chiese, tale da renderle vigilanti contro l’autosufficienza e contro l’imprigionamento della verità. L’ecumenismo è parte integrante di una teologia equilibrata e interdisciplinare. E’ un’ispirazione per il dialogo interculturale e  interreligioso. Apre a un orizzonte di speranza” (E. Parmentier).

Sarebbe “Vangelo”, cioè una “buona notizia”, che facessimo sentire almeno l’eco e intravedere l’effetto delle parole di Paolo ai Corinti.

Ve le ripeto, in sintesi e proviamo a pensarle riferite ai rapporti tra di noi e tra le nostre chiese: Uno morì per tutti; vivere non più per se stessi; non considerare più nessuno con i criteri di questo mondo; le cose vecchie sono passate; tutto è diventato nuovo; Dio ha riconciliato il mondo con sé; noi siamo ambasciatori della riconciliazione; riconciliati con Dio.

Mi è tornata alla mente mentre preparavo queste riflessioni una preghiera che si usava tanti anni fa, forse me l’aveva insegnata un mio parroco o una mia catechista o l’avevo trovata in una rivista a casa. Si intitola “Cristo non ha mani”, credo sia abbastanza nota, anche se  di origine incerta.

Vorrei concludere la mia riflessione con questa preghiera affidando al Signore le nostre mani, i nostri piedi e le nostre labbra cattoliche romane, protestanti di tutte le denominazioni e ortodosse di tutti i patriarcati,  perché in Lui e da Lui ricevano la forza di essere solo e sempre strumenti di riconciliazione:

Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani per fare oggi il suo lavoro

Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi per guidare gli uomini sui suoi sentieri

Cristo non ha labbra, ha soltanto le nostre labbra per raccontare di sé agli uomini di oggi

Cristo non ha mezzi ha soltanto il nostro aiuto per condurre gli uomini a sé oggi

Noi siamo l’unica bibbia che i popoli leggono ancora siamo l’ultimo messaggio di Dio scritto in opere e parole

Amen

 

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Martin Cunz, Dopo Auschwitz durante Ayacucho percorsi per un dialogo ebraicocristiano, Aliberti compagnia editoriale, Reggio Emilia, 2015

Papa Francesco, Discorso alla Curia, 22 dicembre 2016

Elisabeth Parmentier, Giubileo della misericordia –giubileo della Riforma, una prossimità feconda? Per un giubileo alla riscoperta del Vangelo Convegno Facoltà Teologica del Triveneto, ISE San Bernardino, 10 novembre 2016, Padova

 


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