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Dalle Omelie sulla Lettera ai Romani (9,2-3)

 

di San Giovanni Crisostomo




 

Dalle Omelie sulla Lettera ai Romani (9,2-3)

 

1. In quella città [Antiochia] per la prima volta i seguaci di Gesù di Nazareth vennero chiamati “cristiani” sin dal primo decennio dell’era cristiana. Quattro secoli dopo, Antiochia è ancora uno dei centri più importanti della Chiesa d’Oriente. In particolare da quando un giovane sacerdote aveva cominciato a predicare. Il suo nome è Giovanni e i secoli successivi lo chiameranno “Crisostomo”, ovvero “bocca d’oro” per la semplicità ed insieme la profondità e bellezza della sua predicazione. Siamo nel 392 e Giovanni - vista la situazione della sua comunità particolarmente in crisi - sceglie come tema del suo annuncio la speranza. E lo fa attraverso la testimonianza del suo autore prediletto: Paolo e la sua Lettera ai Romani. Tutti si aspettano una lettura inevitabilmente teologica, visto il contenuto della lettera paolina. Al contrario, il Crisostomo parte dalla vita concreta e - alla luce del testo sacro - ne illumina la sfida: «Se sei scettico sulle realtà future, devi invece crederci in base a quelle presenti che già hai ricevuto». Infatti «la nostra speranza è certa e inamovibile perché Colui che ce l’ha annunciata vive per sempre». Questo genera la fiducia e la pazienza, vero antidoto alla disperazione.

 

 

«Per mezzo di Cristo abbiamo anche avuto accesso, mediante la fede, a questa grazia nella quale rimaniamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio» (Rm 5,2).

 

2. Nota come Paolo precisa sempre tutti e due gli aspetti, ciò che viene da Cristo e ciò che viene da noi. Solo che da Cristo ci vengono molte e svariate cose: è morto per noi, ci ha riconciliati, ci ha dato accesso e ci ha comunicato un'ineffabile grazia; per parte nostra invece ci mettiamo solo la fede.

Per questo dice: «...mediante la fede, a questa grazia nella quale rimaniamo». Dimmi: quale grazia? Quella di essere resi degni di conoscere Dio, quella di essere liberati dall'errore, di conoscere la verità, di conseguire tutti i beni mediante il Battesimo. Per questo, infatti, ci ha dato accesso alla grazia, perché ottenessimo questi doni; non solo, dunque, per avere la remissione e la liberazione dai peccati, ma per godere di infiniti pregi. E non si ferma qui, perché annuncia anche altri beni, quelli indicibili che superano la mente e la ragione.

Infatti, parlando di «grazia» si riferisce alle realtà presenti che abbiamo conseguite, ma quando dice: «E ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio», rivela tutte le realtà future.

E giustamente dice: «Nella quale rimaniamo», perché così è la grazia di Dio: non ha fine né limiti ma si espande sempre più, cosa che per gli uomini non si verifica. Facciamo un esempio: uno può prendere il comando, la gloria, il potere, ma non «rimane» stabilmente in essi, perché ben presto ne decade: se anche non lo spodesta un altro, sopraggiungerà la morte a spazzarlo via. Per le cose di Dio non è così: non c'è uomo o tempo o circostanza e neppure lo stesso diavolo o la morte che possa venire a cacciarcene. Anzi, quando moriremo le possiederemo più pienamente e cresceremo sempre più nel loro godimento.

Pertanto, se sei scettico sulle realtà future, devi invece crederci in base a quelle presenti che già hai ricevuto. Per questo dice: «E ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio», perché impari quale disposizione d'animo deve avere l'uomo di fede. Questi deve ostentare certezza non solo delle cose che gli sono state date, ma anche di quelle future come se gli fossero già state date. Infatti uno si vanta di ciò che ha già ottenuto. Ora, poiché la speranza delle cose future è sicura e certa quanto le cose già date, noi - dice Paolo - ci vantiamo a pari titolo anche di quelle, e per questo le chiama «gloria». Se infatti concorrono alla gloria di Dio, è certo che accadranno, se non per noi, per Lui.

Ma cosa vado dicendo - obietterai - che i beni futuri sono degni di vanto? Quelli presenti sono già di per sé così pieni di mali che possiamo proprio andarne fieri! Ecco allora che Paolo aggiunge: «E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni» (Rm 5,3). Pensa quanto grandi debbono essere le realtà future se andiamo orgogliosi di quelle che sembrano piene di dolore ! Tanto grande è il dono di Dio e nulla vi è in esso di sgradevole.

Nelle realtà esteriori i combattimenti comportano fatiche, dolori e tribolazioni, che le corone e i premi convertono in soddisfazione. Nel nostro caso non è così, perché la lotta ci procura non minore soddisfazione del premio.

Poiché infatti le prove erano numerose, mentre il regno restava affidato alla speranza; poiché sottomano c’erano realtà funeste, mentre quelle propizie restavano nell'aspettativa - e tutto questo prostrava i più deboli - ecco che dà loro il premio prima ancora della vittoria, dicendo che bisogna vantarsi anche nelle tribolazioni. E si noti che non dice: «Dovete vantarvi», ma: «Ci vantiamo», rivolgendo l'esortazione alla sua propria persona.

Quindi, poiché poteva sembrare strano ed assurdo affermare che uno se lotta con la fame, se è in catene o tra i tormenti, se è oltraggiato e schernito, deve vantarsi, si preoccupa di fondare il discorso e, quel che è più, giunge ad affermare che è giusto vantarsi non solo per le realtà future ma anche per quelle presenti. Cioè, le tribolazioni sono per se stesse cosa buona. Per quale motivo? Perché spingono alla pazienza. E infatti dopo aver detto: «Ci vantiamo nella speranza», continua adducendone il motivo: «Ben sapendo che la tribolazione produce pazienza» (Rm 5,3). Osserva ancora una volta la puntigliosità con cui Paolo capovolge la logica del discorso: dato che le tribolazioni provocavano assai spesso la rinuncia ai beni futuri e gettavano nella disperazione, afferma che proprio in forza delle tribolazioni bisogna essere fiduciosi e non disperare dei beni futuri. Dice infatti: «La tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude» (Rm 5,3-5).

Le tribolazioni, dunque, non solo non distruggono questa speranza, ma la costruiscono. Infatti, anche prima dell'avvento dei beni futuri, la tribolazione produce un frutto eccellente, la pazienza, e rende idoneo chi è sottoposto alla prova. Inoltre dà il suo contributo ai beni futuri, in quanto porta al culmine in noi il vigore della speranza. Niente infatti produce una valida speranza quanto una buona coscienza.

 

3. Ordunque, coloro che hanno vissuto rettamente non devono perdere la fede nelle realtà future, così come, invece, molti di coloro che di vivere rettamente non si sono curati - e sono quindi oppressi da cattiva coscienza - vorrebbero che non ci fosse né giudizio né remunerazione.

Che dire, dunque: i beni promessici sono affidati alla speranza? Certo, ma non alle speranze umane, che spesso vengono a cadere coprendo di vergogna chi vi si era affidato, perché colui da cui ci si aspettava sostegno o è morto o, se è ancora vivo, ha cambiato idea. Per i nostri beni non è così, perché la nostra speranza è certa e inamovibile. Colui che ce l'ha annunciata vive per sempre e noi, che siamo destinati a godere di essi, anche se moriamo risorgeremo, e non c'è niente e nessuno che possa svergognarci come se a caso ci fossimo stoltamente esaltati per fallaci speranze.

Dopo aver sgombrato ogni dubbio con queste parole, Paolo non si ferma alle realtà presenti ma chiama in causa di nuovo quelle future, ben sapendo che i più deboli e coloro che spasimano per il presente non si sarebbero accontentati di quanto detto. Egli dunque conferma la fede nei beni futuri in base a quelli già dati. Qualcuno infatti potrebbe dire: «E se Dio non volesse concederci la sua grazia?». Che ne abbia il potere e che duri in eterno e viva lo sappiamo tutti, ma da dove sappiamo che egli anche lo voglia? Da quanto si è già verificato. E cos'è che si è verificato? L'amore che ha mostrato per noi. In che modo? Donandoci lo Spirito Santo. Per questo, dopo aver detto che la speranza non delude, ne dà dimostrazione aggiungendo: «Perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori» (Rm 5,5). Non ha detto: «È stato dato», ma «È stato riversato nei nostri cuori», sottolineando la prodigalità. Infatti quello che ci ha fatto è stato il dono più sublime; non il cielo e la terra e il mare, ma un dono più prezioso di tutti questi, che da uomini ci ha fatti diventare angeli, figli di Dio e fratelli di Cristo. Qual è questo dono? Lo Spirito Santo!

Se dunque Dio non avesse voluto, dopo le nostre pene, incoronarci di una grande vittoria, non ci avrebbe elargito, prima di esse, dei doni così grandi. Ora invece quanto sia ardente il suo amore per noi si rivela in questo, che non ci ha dato una piccola e breve gratificazione, ma ha riversato l'intero flusso dei suoi doni, e questo prima che affrontassimo la lotta.

Così, anche se non sei affatto degno, non disperare, perché presso il giudice hai un grande avvocato: l'amore. Per questo, quando dice che la speranza non delude, intende riportare tutto non alle nostre opere ma all'amore di Dio.

 


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