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Commento alla frase "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, dice Gesù, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20)

 

di San Giovanni Crisostomo




 

Commento di San Giovanni Crisostomo alla frase "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, dice Gesù, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20).

 (Omelie 8, sulla lettera ai Romani, 8)

 

       Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, dice Gesù, io sono in mezzo a loro (Mt 18,20).                   

       Mantenere uniti coloro che si amano è frutto di una grande e forte amicizia. Mi chiederete: «Vi sono persone cosi miserabili da non desiderare Cristo in mezzo a loro?». Si, noi stessi, noi che siamo in lotta gli uni contro gli altri. Qualcuno forse replicherà in modo ironico: «Che cosa dici? Non vedi che siamo tutti sotto lo stesso tetto, dentro la stessa chiesa, concordi nello stesso ovile, senza il minimo dissenso, gridando all'unisono sotto la guida dello stesso pastore, ascoltando insieme quello che dice, e pregando in comune; e tu parli di lotte e di discordie!».

           Si, parlo di lotte e non sono pazzo e nemmeno m'inganno. Vedo ciò che è evidente e so che siamo tutti nel medesimo ovile e sotto lo stesso pastore. Per questo ritengo tanto più deplorevole che, nonostante tutti i nostri segni di unione, siamo divisi. «Ma - mi direte - quale divisione vedi tra noi?». Qui nessuna, ma quando la nostra assemblea è terminata, l'uno critica I'altro; questo ingiuria pubblicamente il fratello; il tale è roso dall'invidia, dall'avarizia o dalla cupidigia; il tal altro si abbandona alla violenza; un altro ancora alla sensualità, all’impostura o alla frode. Se le nostre anime potessero essere messe a nudo, vedreste allora l'esattezza di tutto questo, e riconoscereste che non sono pazzo... Diffidando gli uni degli altri, ci temiamo a vicenda, parliamo all'orecchio del vicino e se vediamo avvicinarsi un terzo ripiombiamo nel silenzio e cambiamo discorso. Questo non è certo un segno di fiducia, ma piuttosto di una diffidenza estrema».

          «Non facciamo questo per nuocere agli altri - direte - ma per proteggerci». E proprio quello che mi addolora: vivendo tra fratelli, sentiamo il bisogno di stare in guardia per non ricevere dei torti, e riteniamo necessario prendere tante precauzioni. La causa di tutto questo è la frequenza della menzogna e dell'inganno, la grande diminuzione della carità, le querele senza tregua. Cosi troverete molta gente che ha più fiducia nei pagani che nei cristiani. Ecco un motivo di confusione, di lacrime e di gemiti...

          Rispettate, rispettate dunque questa mensa a cui tutti ci comunichiamo; rispettate il Cristo immolato per noi; rispettate il sacrificio che viene offerto... Dopo aver partecipato a una simile tavola ed esservi comunicati con un simile alimento, dovremmo forse prendere le armi gli uni contro gli altri? Dovremmo invece armarci tutti insieme contro il demonio! Ecco che cosa ci rende cosi deboli. Invece di riunire i nostri scudi in un solo fronte contro di lui, ci uniamo a lui per combattere i nostri fratelli; ci poniamo ai suoi ordini invece di combattere soltanto lui. Ripetiamolo; e contro i fratelli che dirigiamo i nostri colpi.

          «Quali colpi?» direte. Quelli lanciati dalla lingua e dalle labbra. Non ci sono soltanto le frecce e le lance che feriscono: certe parole causano ferite ben più profonde. Come porre fine a questa guerra? Pensando che una parola pronunciata contro il tuo fratello è un veleno versato dalla tua bocca, e le tue calunnie raggiungono un membro di Cristo.

«Ma - dirai - io sono stato oltraggiato». Se il tuo prossimo ti ha ingiuriato, prega Dio di usargli misericordia. E’tuo fratello, un membro del corpo; egli è invitato alla stessa tavola, come te”.

 


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