Cerca

Newsletter

iscriviti alla newsletter

La tua mail*




LO SPIRITO DELLA COLLERA

 

di San Giovanni Cassiano




 

LE ISTITUZIONI CENOBITICHE

di GIOVANNI CASSIANO

LIBRO OTTAVO

LO SPIRITO DELLA COLLERA



CAPITOLO 1

 Il compito del quarto combattimento è di bandire dal fondo della nostra anima il veleno mortale della collera. Finché risiede nel nostro cuore, ed il nostro occhio interiore è accecato dalle sue colpevoli oscurità, non ci è possibile di acquisire il giudizio della retta discrezione, di usufruire della  contemplazione pura e bella, di possedere la maturità del consiglio, di partecipare alla vita o conservare la giustizia; impossibile anche di comunicarsi alla vera e spirituale luce, poiché è detto: “Il mio occhio è turbato dalla collera„ (Sal 30,10); di avere parte alla saggezza, quand’anche l’opinione stessa fosse unanime a proclamarci saggi, “perché la collera dimora in seno agli stolti„ (Qo 7,9); di ottenere la vita dell'immortalità, benché al giudizio degli uomini sembrassimo prudenti, poiché “la collera perde anche i prudenti„ (Pr 15,1; LXX) ; di tenere in mano il timone della giustizia grazie a un discernimento perspicace, per quanto ci si ritenga perfetti e santi, perché “l’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio„ (Gc 1,20) ; di conservare l’onesta dignità, familiare anche alla gente di questo mondo, per quanto il privilegio della nascita ci faccia contare per nobili ed illustri, perché “l'uomo collerico è spregevole„ (Pr 11,25; LXX); di ottenere la maturità del consiglio, anche se sembrassimo uomini autorevili e forniti di grandissima scienza, perché “l'uomo collerico agisce senza consiglio„ (Pr 14,17; LXX); né di rimanere calmi al riparo dalle passioni disastrose della passione, né essere liberi da peccato, anche se gli altri non ci dessero nessuno occasione di inquietudine, poiché “l'uomo collerico suscita litigi ed il violento stimola i peccati„ (Pr 15,18: 29,22; LXX).

 

CAPITOLO 2

 

Di quelli che sostengono che la collera non è cattiva, se ci adiriamo contro coloro che mancano in qualcosa, perché è detto che Dio stesso si irrita.

 

Noi ne abbiamo sentiti molti che tentavano di scusare questa malattia perniciosa dell’anima e, nel desiderio di dissimularla, si abbandonavano ad un'interpretazione ancora più odiosa delle Scritture. Non è male, dicevano, adirarsi contro i fratelli che commettono qualche errore: sostenendo che Dio si infuria ed entra in collera contro coloro che non vogliono conoscerlo, o che, conoscendolo, lo disprezzano. E citando questo passaggio: “L’ira del Signore si accese contro il suo popolo” (Sal 105,40), così come anche la preghiera del profeta: “Signore, non punirmi nella tua ira, non castigarmi nel tuo furore„ (Sal 6,2: 37,2). Questa gente non capisce che volendo rendere accettabile agli uomini questo vizio disastroso, fanno all'immensità divina ed alla fonte di ogni purezza l'ingiuria di associarle delle passioni carnali.

 

CAPITOLO 3

 

Come esponiamo le cose divine secondo il nostro modo di parlare umano.

 

Se, quando si parla così di Dio, bisogna intendere queste parole alla lettera, si dovrà credere anche che Dio dorma, perché è detto “Svegliati! perché dormi, Signore? „ (Sal 43,24) Lui di cui è scritto: “Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d’Israele„? (Sal 120,4); così si dovrà credere che stia in piedi o seduto, perché Egli stesso dichiara: “Il cielo è il mio trono, la terra lo sgabello dei miei piedi„ (Is 66,1), mentre “misura con il cavo della mano le acque del mare e calcola l’estensione dei cieli con il palmo„? (Is 40,12). Si dovrà anche credere che si ubriachi di vino, a causa di queste parole: “il Signore si destò come da un sonno, come un eroe assopito dal vino,„ (Sal 77,65), lui “il solo che possiede l'immortalità, ed abita una luce inaccessibile„? (1 Tim 6,16). Tralascio l'ignoranza e la dimenticanza, che gli vediamo spesso attribuite nelle sacre Scritture; tralascio anche le suoi membra, che ci sono descritte, come se si trattasse di un uomo, dotato di figura e formato in modo complesso, con capelli, una testa ed un naso, degli occhi ed un viso, delle mani ed un braccio, delle dita, un ventre e dei piedi. Se vogliamo prendere tutte queste parole secondo il senso letterale ed ordinario, occorrerà dunque pensare che Dio abbia delle membra ed una forma corporale! Ma è un crimine il solo pronunciare tali parole, e piaccia al cielo che questo sentimento rimanga lontano da noi!

 

CAPITOLO 4

 

Come occorre interpretare i passi della Scrittura che riferiscono al Dio immutabile ed immateriale le passioni e le membra dell'uomo.

 

Così come queste espressioni non possono, senza commettere un sacrilegio abominevole, intendersi alla lettera come riferite a Colui che l'autorità delle sacre Scritture ci dichiara invisibile, ineffabile, incomprensibile, inestimabile, semplice e senza composizione, così pure sarebbe un’enorme bestemmia il riferire a questa natura immutabile il disordine del furore e della collera. Quando ci viene detto delle membra di Dio, noi dobbiamo cogliere l'attività divina e l'immensità delle sue opere, che non ci potrebbero essere comunicate se non per mezzo di questi termini correnti riferiti alle membra fisiche. Ad esempio, la bocca di Dio deve significare per noi la parola intima che la sua clemenza fa penetrare nel più profondo della nostra anima, o che ha parlato precedentemente nei patriarchi e nei profeti; i suoi occhi, la sua scienza infinita, che percorre e penetra tutto, e che nulla Gli sfugge di ciò che facciamo, faremo o pensiamo. Le sue mani hanno lo scopo di farci intendere la sua provvidenza e la sua operatività, in virtù delle quali crea e conserva tutte le cose. Il suo braccio è il segno della sua potenza e del suo potere, che sostiene, regola e governa il mondo. Per tacere del resto, cosa significa la canizie del suo capo, se non la durata e l’eternità della sua divinità, che non ha inizio e che ha preceduto tutti i tempi e tutte le creature?

Del pari, quando si parla della collera o del furore di Dio, non lo dobbiamo intendere in modo “antropomorfico”, cioè secondo la bassezza delle passioni umane, ma in modo degno di Dio, che è inaccessibile ad un qualunque disordine. Tali parole sono destinate a farcelo riconoscere come il giudice ed il vendicatore di tutte le iniquità che si commettono nel mondo e, ispirandoci il timore di un rimuneratore così terribile delle nostre azioni, ad aver paura di nulla intraprendere contro la sua volontà. Gli uomini temono per natura coloro che si indignano con facilità e stanno attenti a non offenderli. E così noi vediamo coloro che sono presi dal rimorso di qualche colpa, temere la collera vendicatrice dei giudici più equi. Non perché il disordine risiede nel cuore dei giudici giusti, ma poiché coloro che li temono, si rappresentano in tal modo il sentimento che li anima a fare eseguire le leggi, ad esaminare ed a soppesare tutto secondo la giustizia. Per quanto la sentenza sia applicata con mansuetudine e dolcezza, i colpevoli che si preparano a ricevere la condanna dovuta alle loro malefatte, non vi vedono che un pesante furore e una collera molto crudele. Ma sarebbe troppo lungo, e comunque non è oggetto del presente lavoro, spiegare tutte le metafore che le Scritture prendono in prestito dall'uomo, per parlare di Dio. Ci basti avere soddisfatto al bisogno del momento, ricordando a cosa si va incontro col vizio della collera, affinché nessuno trovi, per ignoranza, un'occasione di peccato e di morte eterna, prorio là dove ciascuno potrà cercare la santità, l'immortalità ed i rimedi della salvezza.

 

CAPITOLO 5

 

Fino a che punto deve essere mite il monaco.

 

Il monaco che tende alla perfezione, e desidera combattere secondo le regole il combattimento spirituale, deve restare estraneo ad ogni vizio di collera e di furore. Ascolti ciò che gli suggerisce l'Apostolo, il vaso d'elezione: “Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità!„ (Ef 4,31). Dicendo: “Scompaia da voi ogni ira!„ non ne esclude nessuna, per quanto ci possa sembrare necessaria ed utile.

Se dunque qualche fratello cade in colpa, è necessario correggerlo in fretta ma in modo che, volendo applicare il rimedio al paziente che soffre forse per una febbre leggera, non si cada, a causa della collera, nella malattia più temibile della cecità. Chi vuole rimediare alle ferite di un altro deve essere libero e sano da qualsiasi malattia, affinché non si senta dire la parola del Vangelo: “Medico, cura te stesso„ (Lc 4,23). Stia attento, nel vedere una pagliuzza nell’occhio di suo fratello, di non vedere la trave che è nel suo. Ed anche, come potrà togliere la pagliuzza dall'occhio di suo fratello colui che porta nel suo occhio la trave della collera? (Lc 6,41-42; Mt 7,3-5)

 

CAPITOLO 6

 

Il disordine della collera, motivata sia in modo ingiusto che giusto.

 

Indipendentemente dalla causa del fermento della collera, essa acceca gli occhi del cuore: malattia terribile che oppone come un’esiziale trave all’acutezza dello sguardo e non permette più di contemplare il sole di giustizia. Per quanto si applichino sugli occhi lamine d'oro, di piombo o di qualche altra materia, il risultato è lo stesso; la preziosità del metallo non fa differenze nella cecità.

(Capitolo 7 secondo alcuni codici. Ndt)

 

In modo ragionevole ci è stato affidato dalla collera un compito molto opportuno e, in questo caso soltanto, ci è utile e salutare darle accoglienza. È quando fremiamo d'indignazione contro i movimenti dissoluti del nostro cuore e proviamo una sensazione d'indignazione e di ribellione, nel vedere muoversi nelle pieghe nascoste del nostro cuore, delle cose che arrossiremmo di fare o di dire in presenza di uomini. Allora tremiamo per il timore della presenza degli angeli e di Dio stesso, che penetra in tutto ed ovunque, con quello sguardo al quale non possono sfuggire i segreti della nostra coscienza.

 

 

CAPITOLO 7

 

 In cosa può essere necessaria la collera. Il beato Davide ci dà più volte l'esempio di una collera salubre.

 

Lo stesso dicasi quando reagiamo alla nostra stessa collera che è entrata dentro di noi nei confronti di un fratello ed allora ne cacciamo le istigazioni mortali, senza lasciarle il purché minimo riparo nel segreto del nostro cuore.

Anche il profeta Davide ci insegna ad adirarci in tal modo, lui che aveva bene escluso la collera dal suo cuore, così tanto che non volle applicare la legge del taglione ai suoi nemici, quando Dio stesso glieli consegnava: “Adiratevi, ma guardatevi dal peccare„ (Sal 4,5; Vulg.).

Tuttavia, un giorno che aveva desiderato dell'acqua della cisterna di Betlemme, degli uomini di cuore gliene portarono, passando attraverso i battaglioni ostili. Ed egli la versò immediatamente sul suolo. Così, nella sua collera, estinse la sua cupidigia voluttuosa e ne fece una libagione al Signore, rifiutando di soddisfare il desiderio della passione: “Non sia mai, Signore, che io faccia una cosa simile! È il sangue di questi uomini, che sono andati là a rischio della loro vita!„ (2 Re Vulg. = 2 Sam 23,17). Un'altra volta, è Simei che lancia pietre e parole di maledizione contro il re Davide, che era in ascolto ed in presenza di tutto il suo seguito. Abisài, figlio di Seruià e principe della milizia, voleva punire l'ingiuria fatta al re, decapitando il colpevole. Allora, il beato Davide si commosse con pia indignazione contro questa proposta crudele, e, incrollabile nella sua dolcezza, conservò esattamente l'umiltà e la pazienza: “Che ho io in comune con voi, figli di Seruià? Se maledice, è perché il Signore gli ha detto: “Maledici Davide!”. E chi potrà dire: “Perché fai così?” .... «Ecco, il figlio uscito dalle mie viscere cerca di togliermi la vita: e allora, questo Beniaminita, lasciatelo maledire, poiché glielo ha ordinato il Signore. Forse il Signore guarderà la mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi„. (2 Re Vulg. = 2 Sam 16,10-12).

 

CAPITOLO 8

 

La collera che occorre suscitare contro noi stessi.

 

Dunque ci viene ordinato di adirarci, ma di una collera salutare, contro noi stessi e contro le perverse suggestioni che ci assalgono; ed inoltre ci viene ordinato di non peccare, affinchè queste non producano ovviamente il loro dannoso effetto. Lo stesso pensiero si esprime più chiaramente nel versetto seguente: “Pentitevi nei vostri letti delle cose che andate dicendo nei vostri cuori„ (Sal 4,5 Vulg.) cioè: Tutto ciò che si agita in fondo al vostro cuore, quando, improvvise ed impercettibili, le cattive istigazioni vi fanno irruzione, emendatele, correggetele con una salubre compunzione, come se riposaste sul vostro letto, cioè, dopo avere evitato con i consigli della moderazione ogni strepito e ogni collerica confusione. Infine, il beato Apostolo, dopo avere citato come testimonianza questo versetto: “Adiratevi, ma non peccate„ aggiunge “non tramonti il sole sopra la vostra ira, e non date spazio al diavolo „ (Ef 4,26). Ma, se è un male che il sole di giustizia tramonti sulla nostra collera, e se, irritandoci, diamo immediatamente accesso al diavolo nel nostro cuore, come ha potuto dapprima ordinare di incollerirci con queste parole: “Adiratevi, ma non peccate?„ Non è ovvio che vuole dire: Irritatevi contro i vostri vizi e contro la vostra collera, per paura che a causa della vostra complicità al male o della vostra collera, Cristo, sole di giustizia, inizi a scomparire all'orizzonte delle vostre anime ottenebrate, e che, una volta partito, voi non diate accesso al diavolo nei vostri cuori?

 

CAPITOLO 9

 

Di quale sole si dice che non deve tramontare sulla nostra collera.

 

È di questo sole che ovviamente Dio fa memoria tramite il ministero del profeta, quando dice: “Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia „ (Mal 4,2 LXX = Mal 3,20 CEI 2008). Si dice ancora, in un altro posto, che tramonta in pieno giorno per i peccatori, i falsi profeti e coloro che entrano in collera: “Farò tramontare il sole a mezzogiorno, dichiara il profeta„ (Am 8,9). Che se si passa al senso figurato, la mente, in greco νοῦς, cioè la ragione, merita il nome di sole, per il fatto che illumina col suo sguardo tutti i pensieri e tutti i giudizi del nostro cuore. Guardiamoci dall’oscurarla con il vizio della collera. Se venisse a oscurarsi, le tenebre della passione guadagnerebbero, con il diavolo come loro autore, tutta quanta l'intelligenza, e, sepelliti in queste tenebre dell’ira, non sapremmo quale condotta tenere, come uomini persi in una notte cieca. Tale è il senso di questo passo dell'Apostolo riguardo all'insegnamento degli anziani. Lo ho esposto un po' lungamente, ma era necessario fare conoscere ciò che essi pensano della collera. Non permettono che penetri un solo istante nel nostro cuore, ed osservano in ogni modo la parola del Vangelo: “Chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio„ (Mt 5,22). D’altra parte, se fosse lecito irritarsi fino al tramonto del sole, la rabbia e le collere vendicatrici avrebbero tutto la possibilità di arrivare al termine della loro violenza, prima che il sole raggiunga il luogo del suo tramonto.

 

CAPITOLO 10

 

A proposito di coloro che non pongono fine alla collera neanche al tramonto del sole.

 

Cosa dire ora — in verità io non ne posso parlare senza una mia confusione — di coloro alla cui implacabilità non mette fine neanche il tramonto del sole? Costoro la fanno durare per lunghi giorni e conservano rancore in fondo al loro cuore verso coloro contro i quali si sono eccitati. La loro bocca nega che siano adirati, ma la loro condotta prova che sono arrabbiati in modo violento. Non si rivolgono più ai loro fratelli con un liguaggio adatto; non parlano loro con la solita affabilità. Tuttavia essi pensano di non peccare affatto perché non cercano di vendicarsi; ma in realtà è poiché non osano o non possono manifestare né esercitare il loro spirito di vendetta. Ritorcendo allora contro essi stessi il virus della collera, la maturano nel loro cuore senza dire parola, e la consumano silenziosamente dentro di sé. Anziché bandire l'amarezza della tristezza con un atto di coraggio, lasciano ai giorni che passano la cura di assimirarla e finiscono per alleviarla in qualche modo col passare del tempo.

 

CAPITOLO 11

 

Coloro che dissimulano o celano la propria collera peccano come se la mostrassero.

 

Ci si comporta così come se il fine della vendetta non consistesse nel soddisfare abbondantemente le istigazioni della collera e, così facendo, non si desse soddisfazione alla propria furia o alla propria tristezza. Ma tale è ovviamente il caso di coloro che contengono la loro emozione, non per amore della pace, ma per l’impotenza di vendicarsi. Non possono fare nulla di più contro coloro che li hanno contrariati, se non rifiutare di parlare loro con l'abituale affabilità. Come se bastasse moderare la collera nei suoi effetti e non occorresse piuttosto strapparla del fondo del nostro cuore. E ciò affinchè le sue tenebre non lascino più posto dentro di noi alla luce del consiglio e della scienza e, posseduti dallo spirito della collera, non possiamo più essere il tempio dello Spirito Santo. Infatti il furore che dimora nel nostro cuore non ferisce le persone presenti, ma ci priva egualmente degli ineffabili chiarori dello Spirito Santo, come se si manifestasse fuori di noi.

 

CAPITOLO 12

 

Non bisogna serbare la collera neanche un momento.

 

Come può il Signore consentire che conserviamo anche per un solo momento la collera, Lui che non consente che noi offriamo i sacrifici spirituali delle nostre preghiere, se sappiamo che un altro ha qualche rancore contro noi? Dice, infatti: “Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono„ (Mt 5,23-24). Come ci sarà allora permesso di conservare del malumore contro un fratello, non dico durante molti giorni, ma soltanto fino al tramonto del sole, se ci è rifiutata la facoltà stessa di offrire a Dio le nostre preghiere, quando questo fratello ha qualcosa contro noi? E l'Apostolo ci fa quest'ordine: “Pregate ininterrottamente„; (1 Ts 5,17) ed ancora “Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche „? (1 Tm 2,8). Dunque non ci resta che di non pregare mai finché abbiamo il veleno nei nostri cuori e, nello stesso tempo, di peccare contro il precetto dell'Apostolo e del Vangelo, che ci ordina di pregare incessantemente ed ovunque; oppure inganniamo noi stessi, al punto di osare diffondere le nostre preghiere, nonostante il divieto che ci è fatto: ma allora sappiamo che non è una preghiera che offriamo al Signore, ma è un’offerta d'orgoglio, ispirata dallo spirito di ribellione.

 

CAPITOLO 13

 

Della riconciliazione fraterna.

 

Sovente succede che dopo avere ferito e afflitto i nostri fratelli, noi li disprezziamo; oppure sosteniamo con disdegno che non è per causa nostra che si sono offesi. Ma il Signore, che è il medico dei cuori e vede i sentimenti nascosti, ha voluto estirpare fino alle radici del nostro cuore le occasioni della collera. Ed ecco perché non ci prescrive soltanto di perdonare e di riconciliarci con i nostri fratelli, quando siamo noi che siamo stati offesi, senza conservare il minimo ricordo delle loro ingiurie e delle loro offese; ma, se veniamo a sapere che hanno qualcosa contro di noi, a torto o a ragione, Egli comanda inoltre di lasciare lì la nostra offerta, ci ordina cioè che di arrestare la nostra preghiera e di correre innanzitutto a riconciliarci con loro: una volta riconciliati col nostro fratello, offriremo il sacrificio senza macchia delle nostre preghiere.

Infatti il nostro comune Signore non può gradire i nostri omaggi se quello che guadagna dall’uno lo perde dall’altro a causa dello sdegno che lo tormenta. Infatti, qualunque sia la causa, è la stessa perdita per Lui che desidera ed attende la salvezza di tutti i suoi servi allo stesso modo. Se dunque nostro fratello ha qualcosa contro noi, la nostra preghiera resterà inefficace, come se fossimo noi che, col cuore gonfiato di collera, conserviamo dell'indignazione e dell'amarezza contro lui.

 

CAPITOLO 14

 

La stessa Legge antica bandisce la collera, non soltanto dagli atti, ma anche dal pensiero.

 

Ma perché attardarsi più a lungo sui precetti del Vangelo e dell'Apostolo, quando la stessa Legge antica, che ci appare meno rigorosa, ci previene delle stesse cose dicendo: “Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello„ (Lv 19,17); “non serberai rancore contro i figli del tuo popolo„ (Ibid., 18); “I sentieri di coloro che conservano la memoria del male che è stato fatto loro, conducono alla morte„ (Pr 12,28 - LXX).

Anche là, lo vedete, il male è eliminato non soltanto dalle azioni, ma persino dal segreto dei pensieri, poiché viene ordinato non solo di estirpare dal proprio cuore l’odio e la vendetta, ma il ricordo stesso dell'offesa fattaci.

 

CAPITOLO 15

 

Biasimo verso coloro riversano sugli altri le cause della loro impazienza.

 

Talvolta, sopraffatti dalla superbia e dall'impazienza, noi non vogliamo modificare la nostra condotta irregolare e disordinata. Allora cominciamo a gemere e, a volte, desideriamo di conquistare la solitudine. In essa nessuno ci prococherebbe ed immediatamente vi troveremmo la virtù della pazienza. In questo modo proviamo a scusare la nostra negligenza e, anziché attribuire le nostre collere alla nostra impazienza, sosteniamo che la loro causa risiede nelle colpe dei nostri fratelli. Ma, facendo ricadere sugli altri la responsabilità delle nostre mancanze, non giungeremo mai al traguardo della pazienza e della perfezione.

 

CAPITOLO 16

 

La pace del nostro cuore non deve dipendere dalla volontà degli altri, ma dalla nostra virtù.

 

Non bisogna fare dipendere il risultato del nostro cambiamento e della nostra pace interiore della volontà degli altri, che in questo modo non sarebbe sottoposto al nostro potere; ma piuttosto dipenda dalla nostra influenza. Il fatto di non adirarci, deve essere l'effetto della nostra virtù, non della perfezione di altri; e questa virtù non la si acquisisce affatto con la pazienza degli altri, ma con la nostra disponibilità.

 

CAPITOLO 17

 

Con quale interesse cerchiamo di raggiungere la solitudine.

 

D’altra parte sono i perfetti, coloro che sono puri da ogni vizio, che devono guadagnare il deserto. Vi occorre entrare soltanto dopo avere interamente corretto i nostri difetti nella comunità dei fratelli, non per cercare un rifugio alla propria pusillanimità, ma in previsione della contemplazione divina e con il desiderio di una visione più sublime, che sono il privilegio della solitudine e della perfezione. Se noi portiamo alcuni vizi nel deserto prima di averli guariti, sentiremo che sono nascosti in noi, ma non rimossi. Come la solitudine permette una contemplazione molto pura a quelli che hanno trasformato la loro vita e rivela loro la scienza dei misteri spirituali in una visione sublime, così pure essa conserva i vizi di coloro che non si sono corretti e li incrementa ancora di più. Un solitario si può credere paziente ed umile, finché non si mescola alla società degli uomini ma, alla prima occasione d'insoddisfazione, ritorna alla sua primitiva natura. Immediatamente si manifestano i vizi che si tenevano nascosti, simili a cavalli indomiti che, troppo nutriti in un lungo riposo, si lanciano fuori dai loro recinti con una veemenza ancor più selvaggia, con somma disgrazia per chi li conduce. Appena cessa la frequentazione degli uomini i nostri vizi, se non sono stati eliminati, diventano ancor più selvaggi. Ed anche quell’ombra di pazienza che sembravamo possedere quando eravamo mescolati fra i fratelli, per rispetto verso di loro e per timore dell'opinione, svanisce a causa dell'inerzia della sicurezza che ci trasmette la vita solitaria.

 

CAPITOLO 18

 

Spesso, impazienti ed iracondi lo sono anche coloro che non vengono provocati dagli uomini.

 

Tutte le razze di serpenti velenosi e di bestie selvagge rimangono inoffensive finché restano in solitudine nei loro covi, tuttavia non si può dire che siano inoffensive per il fatto che non fanno male a nessuno. Non è infatti per bontà naturale, ma perché lo comporta la necessità del loro isolamento. Non appena si presenta l’occasione di nuocere, immediatamente spargono il veleno nascosto dentro di loro e dimostrano la ferocità della loro natura. Allo stesso modo, non è sufficiente a chi cerca la perfezione di non irritarsi contro il suo simile. Ci ricordiamo che (vedere Collazione 19, cap. 6,10 e seguenti), al tempo in cui vivevamo nella solitudine, a volte ci irritavamo contro una penna da scrivere che si trovava, a nostro parere, o troppo grossa o troppo sottile; oppure contro un coltello il cui bordo affilato tagliava troppo lentamente; oppure ancora contro la selce la cui scintilla non scaturiva abbastanza in fretta per la mia premura di leggere: ed allora, sentivo montare in me dei moti d'indignazione così grandi che riuscivo a eliminare e dissipare il disordine del mio cuore soltanto emettendo maledizioni contro questi oggetti insensibili così come contro il demonio. È una prova che serve poco, per raggiungere la perfezione, il fatto di non avere nessuno contro cui incollerirsi poiché, se non abbiamo acquisito la pazienza prima, la nostra collera si scatenerà anche contro le cose inanimate. Ma, finché essa risiede nel nostro cuore, non possiamo possedere la pace né essere liberi dagli altri vizi. A meno che noi non consideriamo come un vantaggio ed un rimedio per la nostra irritazione, il fatto che gli esseri privati di vita e di parola non possano rispondere alle nostre maledizioni ed alle nostre collere, né possano provocare l'intemperanza del nostro cuore ad accendersi in trasporti di collera ancor più insensati.

 

CAPITOLO 19

 

Come il Vangelo ci invita a reprimere la collera.

 

Se dunque sentiamo il desiderio di conseguire interamente la divina ricompensa da Colui che ha detto: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio„ (Mt 5,8), non solo dobbiamo eliminare la collera dai nostri atti, ma dobbiamo estirparla radicalmente dell'intimo del nostro cuore. Infatti non serve a molto contenere il furore della collera delle parole e il non tradurla in atti, se Dio, a cui non si celano per niente i segreti dei cuori, scopre la sua presenza nel più profondo del nostro animo. Così pure sono le radici dei vizi, piuttosto che i loro frutti, che il Vangelo ci comanda di tagliare. È chiaro che non ci saranno più frutti, se si strappa la radice che li genera. Una volta banditi i vizi, non dico dall'attività e dalle opere, che sono soltanto vizi di superficie, ma dal nostro intimo dove si formano i pensieri, la mente potrà perseverare nella pazienza e nella santità. Per impedire di compiere l'omicidio, è la collera e l’odio che occorre soprimere, senza i quali l'omicidio è impossibile. “Chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio„ (Mt 5,22) e “Chiunque odia il proprio fratello è omicida„ (1 Gv 3,15). Ciò significa che, poiché desidera nel suo cuore la morte del suo fratello, sarà condannato dal Signore come omicida a causa della sua ira, anche se, davanti agli uomini, non ha versato il suo sangue né con le sue mani, né con un’arma; il Signore infatti ricompensa o punisce ciascuno non soltanto secondo gli atti, ma secondo il desiderio e l’aspirazione della volontà, come lo dichiara Egli stesso per mezzo del profeta: “Io vengo a radunare le loro opere e i loro propositi, in presenza di tutte le genti e tutte le lingue„ (Is 46,18). E l’Apostolo dice: “I loro ragionamenti si accusano vicendevolmente ed anche si difendono, nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini„ (Rom 2,15-16).

 

 

CAPITOLO 20

 

In questo testo del Vangelo: “Chiunque si adira con il proprio fratello…” occorre accettare l'aggiunta: “senza causa„.

 

Occorre sapere d'altra parte che in alcuni manoscritti si trova scritto: “Chiunque si adira con il proprio fratello senza causa dovrà essere sottoposto al giudizio„ le parole senza causa sono superflue e sono state aggiunti da coloro che non pensano affatto di dovere sopprimere la collera anche quando si hanno giuste ragioni. Poiché nessuno, per quanto si senta mimimamente toccato, dice di essersi adirato senza causa. E sembra bene con ciò che gli autori dell'aggiunta non abbiano osservato l'intenzione della Scrittura, che vuole tagliare assolutamente il focolare della collera e non consentire nessuna occasione per risentirsi, per paura che il consenso ad irritarsi quando c'è la causa, non dia pretesto di contrariarsi anche senza causa. Infatti il fine della pazienza non consiste nel mettersi in collera con giusto motivo, ma nel non mettersi in collera per niente. So che molti spiegano così questo senza causa: è chiaro che si adira senza causa colui al quale non è consentito, essendo in collera, di cercare di vendicarsi. Tuttavia, è meglio conservare la lezione che si trova in molti codici recenti ed in tutti quelli antichi.

 

CAPITOLO 21

 

Rimedi coi quali possiamo sradicare la collera dal nostro cuore.

 

Occorre dunque che l'atleta di Cristo che vuole combattere stando nelle regole, strappi fino alla radice la passione della collera. Ecco del resto il rimedio perfetto a questa malattia.

In primo luogo, crediamo che non ci sia permesso in alcun modo di entrare in collera, sia che le cause siano giuste o ingiuste: tenuto conto che perderemo immediatamente la luce della discrezione, la fermezza del retto consiglio, l'onestà stessa ed i criteri della giustizia, se la parte principale del nostro cuore è offuscata dalle oscurità di questo vizio: allora vedremo presto perturbarsi la purezza del nostro animo che non può essere il tempio dello Spirito Santo, finché lo spirito della collera rimane in noi. Infine, pensiamo che non ci è concesso di pregare né di effondere le nostre suppliche davanti a Dio quando siamo irritati. Prima di tutto abbiamo dinanzi agli occhi l'incertezza della condizione umana e crediamo ogni giorno che possiamo emigrare da questo corpo; persuasi del resto che la continenza della castità, la rinuncia a tutti i nostri beni, il dispetto delle ricchezze, le fatiche del digiuno e delle vigilie non ci sarebbero di alcun vantaggio, poiché il Giudice supremo promette i supplizi eterni anche solo per la collera e per l’odio.

 


Dona l'otto per mille

Santi di oggi

i santi di oggi 23-07-2019

San Focas di Sinope, martire; San Ezechiele, profeta; San Apollinare, vescovo di Ravenna, ieromartire; Santi Vitale e Valeria, martiri; I Santi sette martiri di Chaldia; San Apollonio di Roma, martire; I Martiri dei Bulgari al tempo di Niceforo I; Sant'Anna di Leucade; Santa Pelagia di Tinos; San Tirso, vescovo di Carpasia.

i santi di domani 24-07-2019

Condividi

Bookmark This

Follow Us

TOP