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Mi disse il patriarca: «Gennadios, tu sarai ponte con la Chiesa cattolica»

data: 01-01-2013 - Intervista di Sua Em.nza il Metropolita

A cura di Oreste Paliotti



In un angolo appartato di Venezia, lontano dall’animazione della pur vicina piazza San Marco, sul canale San Lorenzo prospetta l’alta e slanciata facciata cinquecentesca di San Giorgio dei Greci. Tale è la profusione di chiese dell’antica repubblica marinara, veri tesori d’arte, che questa rischierebbe quasi di passare inosservata se lo sguardo non venisse attratto dal suo campanile curiosamente pendente verso il canale, quasi a volersi specchiare in esso: ne è causa un cedimento del terreno avvenuto già in fase costruttiva. San Giorgio dei Greci però merita senz’altro una visita. Una volta entrato, mi sento trasportato in un altro tempo e in un altro mondo: sono nell’Oriente bizantino. Lo dicono, appartenenti a quella scuola, i mosaici, il Cristo Pantocratore che mi sovrasta dalla grande cupola, le icone e la ricca iconostasi decorata con figure marmoree e pittoriche. Adiacente alla chiesa è la sede dell’arcidiocesi ortodossa d’Italia e di Malta, dove in nome di un’antica amicizia ricevo calorosa accoglienza da parte dell’arcivescovo metropolita Gennadios Zervos. L’intervista ha luogo in una sala piena di ritratti di ecclesiastici con il kamilavkion, il caratteristico copricapo del clero ortodosso, con o senza velo. Tra essi riconosco la venerabile figura del patriarca di Costantinopoli Bartholomeos I, che l’arcivescovo Gennadios qui rappresenta.

Eminenza, desidererei conoscere qualcosa dell’ambiente dove è vissuto e della sua famiglia.

«Sono nato nel 1937 a Rodi, la maggiore delle isole del Dodecaneso, situata a circa 18 chilometri dalle coste della Turchia. Isola che ha dato molto all’umanità, se si pensa che nell’antichità classica la città di Rodi era un centro marittimo, commerciale e culturale di grande importanza: le sue scuole di filosofia, scienza, letteratura e retorica rivaleggiavano con quelle di Alessandria. Il popolo rodio è ospitale, aperto. Mia madre, Stamatìa, desiderando un figlio che tardava ad arrivare, ha fatto un voto alla beata Vergine di Tsambìca (che vuol dire: coronata di fiamma, di luce) e ha percorso in ginocchio per seicento metri la strada di montagna che saliva fino al monastero dove è la cappella che custodisce l’icona di questa Madonna, a cui la tradizione vuole che si rivolgano le donne per ottenere la grazia di un nascituro. Per le sue preghiere sono nato io, ricevendo il nome di Tsampìcos. Dopo di me sono nati una sorella, Maria, e un fratello, Dimitrios, vissuto solo pochi mesi.
«Mio padre, Michaìl, è morto a 33 anni, lasciandoci in una condizione di grande povertà. Mia madre, una donna veramente eroica, ha lottato per farci crescere: andava a mietere nei campi, a fare lavori agricoli sotto padrone. Durante i tempi difficili dell’ultima guerra, per sfamarci ha venduto tutto quello che aveva: anche la mia catenina di battesimo, che per noi è molto importante. Frequentavo le prime classi elementari e a volte tornavo a casa piangendo perché i miei compagni avevano la catenina ed io no, e ricordo ciò che mi disse con solennità: “Tu avrai grandi croci nella vita”».


E come ha avvertito la chiamata al sacerdozio?

«Kremastì, il mio paese natale, ha dato numerose vocazioni sacerdotali. Fin da piccolino amavo molto frequentare la chiesa ed aiutare i preti durante la messa e le funzioni. Già verso i sei-sette anni conoscevo approfonditamente la liturgia e tutti gli inni, ancor più di oggi che sono vescovo metropolita con tante responsabilità. Più tardi rimanevo affascinato dall’insegnamento dei miei maestri sul Vangelo e sui Padri greci della Cappadocia: san Basilio di Cesarea, san Gregorio di Nazianzo, san Gregorio di Nissa; particolarmente san Giovanni Crisostomo e altri. La loro dottrina ha segnato tutta la mia esistenza, come pure quella dell’apostolo Paolo nella sua lettera agli efesini: “non c’è più né greco né giudeo, né uomo né donna ma tutti siamo una cosa sola in Gesù Cristo”. La formazione ricevuta ha fatto crescere in me l’amore per Dio e il desiderio di mettermi al servizio dell’uomo come sacerdote. A dire il vero, da giovane avrei voluto diventare anche un grande atleta…».

Le piaceva dunque lo sport?

«Molto! Ma la chiamata di Dio è stata più forte. Ricordo che dai quindici-sedici anni in poi non sono andato più a bagnarmi in mare perché non mi sembrava compatibile con la dignità sacerdotale mostrarmi in costume. Altri tempi! Dopo le elementari, poiché, come ho detto, eravamo poveri, ho potuto proseguire gli studi presso la scuola ecclesiastica di Patmos solo a patto di risultare sempre fra i primi cinque, esonerati dal pagare le tasse. Dopo sette anni ho frequentato la famosa Facoltà teologica di Chalki-Costantinopoli, ormai chiusa da quarant’anni. Speriamo che i nostri fratelli turchi ci consentano di riaprirla: sarebbe un bene per tutti! Lì infatti sono stati formati sacerdoti e vescovi che sono diventati veri uomini del dialogo e della pace.
Mi ricordo che per essere ammesso alla Facoltà teologica era necessario superare gli esami con ottimi voti. Io sono stato l’ultimo studente a farli perché non avevo neanche i soldi per il viaggio fino a Istanbul e solo all’ultimo momento, provvidenzialmente, ho ricevuto un assegno da una mia zia che viveva in Australia e non sapeva niente dei miei progetti: la cifra copriva largamente ciò di cui avevo bisogno. A Chalki, questa madre che ci ha nutrito col suo latte spirituale, ero nella stessa classe del futuro patriarca Bartholomeos, che allora si chiamava Dimitrios, allo stesso banco di studio (lui poi è andato a studiare a Roma presso l’Istituto Orientale dell’Università Gregoriana). Il patriarcato all’epoca era molto in croce, anche la mia vita proseguiva fra tante difficoltà, in modo precario. Però, anche con quel poco che avevo, mai ho avvertito il peso della povertà, mi sentivo anzi ricco: Dio non mi faceva mancare la pace dell’anima, il gusto della preghiera. E la Madonna mi era vicina come protettrice e guida. Mi sono laureato in teologia ortodossa nel 1961. L’anno precedente ero diventato diacono col nome di Gennadios», che significa “Nuova Generazione”, “Generoso”, “Nato da Dio”.

All’epoca era patriarca Athenagoras?

«Sì, e al termine degli studi era tradizione ricevere la sua benedizione. Io però durante l’ultimo esame m’ero ammalato seriamente e  per circa un mese ero rimasto in ospedale. Sono stato quindi l’ultimo a riceverla. Prima di allora avevo incontrato il Patriarca alla vigilia della mia ordinazione diaconale (Sabato Santo, 15 Aprile 1960) per ricevere la sua benedizione; ho incontrato questa grande anima, il grande Patriarca Atenagora per seconda volta: sa, ero un tipo piuttosto timido, che non voleva disturbare e non cercava questi incontri. Appena giunto alla presenza del patriarca, lui mi ha guardato e, quasi intravedendo un disegno su di me, ha detto a sorpresa: “Tu andrai in Italia, abbiamo bisogno di nuovi sacerdoti per i tempi che vengono, tempi di riconciliazione e di dialogo con la Chiesa cattolica”».

In italia a Napoli, dove io l’ho conosciuta alla fine degli anni Sessanta…

«Proprio così. Sono ormai 51 anni da quando mi trovo qui in Italia, di cui 35 circa trascorsi a Napoli, dove sono stato ordinato sacerdote nel 1963,  nel 1967 nominato archimandrita e  nel 1970 vescovo di Cratea: il primo vescovo ortodosso residente sul suolo italiano dopo diversi secoli e il primo vescovo Ortodosso ordinato in questo meraviglioso Paese davanti alle Autorità Ecclesiastiche e Politiche. A Napoli ho studiato sociologia e psicologia presso l’Università Federico II, mentre a Posillipo ho avuto come insegnanti di teologia dei gesuiti universitari che sono stati veri padri per me. Ho conseguito la laurea e il dottorato in teologia presso la Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale con una tesi di laurea dal titolo “Il contributo del patriarcato ecumenico per l’unità dei cristiani”».  

Lei risiedeva all’epoca presso la storica chiesa dei Santi Pietro e Paolo della Confraternita dei greci ortodossi. Ricordo di aver conosciuto lì anche sua madre. Era venuta a stare con lei fin dall’inizio?

«Mi ha raggiunto il primo gennaio 1962, tre mesi dopo il mio arrivo a Napoli. Lei che era sempre vissuta in un piccolo paese agricolo e non sapeva com’era la vita in una grande città, per amore materno al suo figlio si è sacrificata; ha cambiato totalmente abitudini venendo ad abitare in un palazzo al nono piano, dove fino alla morte, avvenuta a 84 anni, ha fatto tutto da sola senza nessun aiuto. Io penso che Dio avrà premiato i suoi sacrifici».

Sempre a Napoli ha conosciuto i Focolari.

«Sì, e sono molto grato ai focolarini e alle focolarine per l’aiuto ricevuto da loro in quei miei primi passi in Italia. Avevo infatti solo 21 anni quando mi sono trasferito in Italia. Tramite i fratelli e le sorelle del Focolare, quello che sapevo in teoria dal punto di vista teologico l’ho applicato nella vita concreta. Ho imparato ad accettare il dolore, a perseverare nel bene con l’aiuto di Dio, a conoscere e amare l’uomo. Io sono profondamente riconoscente per aver potuto studiare a Chalki, però tutto ciò che ho appreso come esperienza personale sull’uomo e sul mondo, l’ho appreso a Napoli. Napoli per me è stata una sorta di università».


In quali elementi della spiritualità dei Focolari trova maggiore consonanza con la spiritualità ortodossa?

«Trovo che questa spiritualità sia molto, molto vicina a quella dei Padri orientali: ad esempio, in riferimento all’amore del prossimo, mi viene in mente san Giovanni Crisostomo là dove dice che l’uomo dev’essere un porto che accoglie ogni tipo di nave, in qualsiasi condizione si trovi; ho presenti certi testi di Gregorio  Nazianzeno su Gesù in mezzo ai suoi; e a proposito dell’unità, ricordo quanto si prodigò san Basilio perché i vescovi d’Oriente si mantenessero uniti. E ancora devo citare lui, san Basilio, a proposito della comunione dei beni, altro punto fondamentale dei Focolari, ricordando il suo operato per creare orfanotrofi e ospizi per i vecchi e i bisognosi. Tutte queste realtà  si ritrovano puntualmente nella spiritualità del  movimento, per cui a ragione posso affermare che essa è una spiritualità ortodossa. Ho sempre in mente una conversazione di Chiara Lubich sulla spiritualità dell’amore nei Padri in uno dei suoi ultimi incontri ecumenici a Castelgandolfo. Mentre illustrava la dottrina di alcuni grandi campioni della Chiesa d’Oriente appariva felice, radiosa».

Quando ha conosciuto la fondatrice dei Focolari  per la prima volta?

«Nel 1966, ed ero già sacerdote. Poi l’ho incontrata tante volte da vescovo ausiliare e come vescovo amico del Movimento; più volte siamo stati insieme in udienza dal papa. Chi è Chiara per me? È amore, pace, unità, gioia. Una figura veramente degna di tanta venerazione».

L’ultima volta in cui l’ha incontrata?

«In occasione dell’ultimo suo ricovero al Policlinico Gemelli a Roma. Accompagnavo il patriarca Bartholomeos in visita da lei. Non saprei esprimere le sensazioni suscitate in me dalle sue parole, da quegli occhi così luminosi e pieni di gioia. Era una figura angelica. Nessuno di noi poteva pensare che ci avrebbe lasciati, tanto esprimeva vita».

Lei ha assistito a qualche incontro di Chiara col patriarca Athenagoras nella sua sede del Fanar?

«Sono stato presente in diverse occasioni. Ero a Istanbul nel 1967 quando questo grande patriarca l’ha chiamata Tecla, nome della prima discepola di san Paolo, appunto perché considerava Chiara una diletta figlia del papa Paolo VI, che lui chiamava Paolo II. Ricordo che una volta il patriarca mi ha detto: “Gennadios, tu sarai il ponte tra il patriarcato e il Movimento dei focolari”. Era presente anche il Metropolita di Mira Crisostomos Constantinidis. In effetti sono stato anche uno dei primi ortodossi a partecipare agli incontri ecumenici promossi dal Movimento».


Un suo incontro particolare con il patriarca?

«Quello del 10 aprile del 1972, poco prima della sua morte avvenuta in luglio. Lui soggiornava a Semering, vicino Vienna, convalescente da una malattia. Andavo a ricevere la sua benedizione. Mi aveva mandato a chiamare tramite il suo diacono, ed io che sempre provavo un senso di timidezza di fronte a quella indimenticabile e ricchissima spiritualmente figura ieratica, mi chiedevo. “Che cosa mi vorrà dire?”. Sono rimasto 45 minuti con lui. Gli altri aspettavano fuori un po’ in ansia, perché nessuno s’era intrattenuto così a lungo con lui. Tutti dopo volevano sapere cosa mi aveva detto, pensavano ad una promozione… I primi sette minuti il patriarca mi ha  parlato della Chiesa cattolica, tredici minuti li ha dedicati all’incontro avuto con Paolo VI  a Gerusalemme, e gli altri 25 a parlarmi di Chiara e del contributo dei Focolari alla causa dell’ecumenismo: “Chiara – diceva – è nostra figlia, con la sua spiritualità molto simile alla nostra, porta il vangelo, porta Cristo”. Mi ha parlato del Movimento come una benedizione per tutti i cristiani perché irradiava l’amore fra tutti. In verità Athenagoras, quest’uomo dalla fede intrepida, aveva potuto vincere ogni sorta di distinzioni e viveva il dialogo della carità. Non solo l’ortodossia, ma tutta la cristianità deve essergli riconoscente.

Tuttavia non è stato sempre capito in vita, proprio a motivo di questa sua apertura…

«È vero, da alcuni è stato considerato perfino un traditore. Ma l’importante è che grazie lui e a Paolo VI, grazie al loro scambio di visite, per cui dopo undici secoli si sono ritirate anche le rispettive scomuniche del 1054, grazie anche al Concilio Vaticano II con la sua apertura verso il mondo ortodosso e verso le altre Chiese».

Sono passati quarant’anni dalla morte del patriarca Athenagoras. Con l’impazienza dei giovani, egli avrebbe voluto che si arrivasse presto all’unico calice. A quando la sua canonizzazione?

«Per procedere ad una canonizzazione – decisione che spetta al santo sinodo del patriarcato –, è tradizione nella Chiesa ortodossa che debbano passare, non sempre, cento anni dalla morte. Però ci sono eccezioni: abbiamo esempi di cristiani canonizzati prima di cento anni; e il popolo che venera e riceve la grazi e vede i miracoli, chiede la canonizzazione tramite il Santo Sinodo».

Accennava prima al santo sinodo…

«È l’organo permanente del patriarcato ecumenico, con dodici rappresentanti da tutte le giurisdizioni del patriarcato nel mondo. È un po’ come il collegio dei cardinali. Ci si riunisce una o più volte il mese, dipende dal patriarca: lui assegna i temi, si ascoltano i diversi rapporti, i vari problemi e poi si definisce il da fare. Essere membro del santo sinodo è una grave responsabilità e mi occupa molto».

Nell’agosto 1996 lei è stato eletto metropolita dell’arcidiocesi ortodossa d’Italia e Malta. Quali le sue finalità e attività?

«L’arcidiocesi esiste dal 1991 per iniziativa del patriarca Bartholomeos, e dal 16 luglio è stata riconosciuta come persona giuridica dallo Stato italiano, avendo così diritto a partecipare all’8 per mille: ho lavorato molto perché quest’intesa fosse stipulata. Sua principale attività è di provvedere alla cura spirituale degli ortodossi presenti in Italia che appartengono al patriarcato ecumenico e ad altre Chiese, creando parrocchie, chiese, monasteri, enti ed associazioni, scuole per l’educazione del clero e l’istruzione della gioventù ortodossa. Inoltre l’arcidiocesi promuove il dialogo con tutte le Chiese e confessioni cristiane presenti in Italia avendo come scopo la conoscenza, il rispetto e la riconciliazione tra tutti i cristiani».

In particolare, cosa la sta impegnando al presente?

«Ritengo importantissime le visite pastorali: non si tratta solo di celebrare delle liturgie, ma di stabilire un contatto affettivo, di vera unità, con i fedeli e con i sacerdoti. Nelle mie visite pastorali (a volte in un posto rimango quattro-cinque giorni) parlo con tutti, ascolto i loro problemi per cercare  di risolverli. Il vescovo che non abbia soltanto una funzione di governo ma voglia essere amato, venerato, deve essere molto vicino al popolo, deve costruire ponti con tutti, anzi lui stesso dev’essere un ponte stabile, di una stabilità fondata sulla fede in Dio, sul quale gli altri possano passare per arrivare fino alla patria celeste.
«Un altro grande compito è  la ricerca di chiese per i nostri fedeli, che sono migliaia. Sarebbe un vero peccato se, perché privi di un punto di riferimento, perdessero la loro identità. Quindi l’attività dell’arcidiocesi è di aiutare tutte le comunità ortodosse presenti in Italia, senza distinzione, con amore. Proprio il 20 ottobre scorso a Milano ho inaugurato l’antica chiesa di Santa Maria Podone, concessa all’arcidiocesi ortodossa dall’arcidiocesi ambrosiana. Anche ad Ancona ce ne è stata concessa una da S. E. mons. Menichelli, a Roma abbiamo quel tesoro che è la chiesa di San Teodoro alle pendici del Palatino. Anche S. E. mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti ha concesso una chiesa con abitazione per il nostro Parroco. E a Mestre il patriarca di Venezia, uomo molto generoso e comprensivo, attraverso il suo vicario episcopale si sta adoperando in modo analogo per i nostri fedeli ortodossi. Questa disponibilità della Chiesa sorella Cattolica Romana a offrirci chiese e anche alloggi per i nostri sacerdoti, come pure le riunioni comuni a cui partecipiamo dall’una e dall’altra parte, dicono il progresso fatto in questi anni e sono una grande testimonianza per tutto il popolo. I fedeli gioiscono per queste cose e si avvicinano».

So che lei si è adoperato molto anche per la restituzione di diverse reliquie di santi alla Chiesa ortodossa…

«Sì, tante. Per esempio nel 2003 l’arcivescovo di Rimini S. E. Mons. Nicolò ha donato parte della reliquia dell’omero sinistro di san Nicola nella diocesi greco-ortodossa di Demetriade, in Tessaglia e precedentemente molte reliquie, come quella di Santa Sofia alla Chiesa di Grecia, Atene, ricevuta dal suo Primate l’Arcivescovo Cristodulo».


La motivazione che ha spinto il papa a indire l’Anno della fede è la minaccia di perdita della fede almeno nel nostro mondo occidentale, in Europa. Queste problematiche riguardano la Chiesa ortodossa?

«Anche la Chiesa ortodossa ha le sue difficoltà riguardo alla secolarizzazione, questo grande peccato che distrugge l’uomo nella sua persona sacra. Come arma per ottenere vittoria sulla secolarizzazione, abbiamo il nostro culto, la nostra spiritualità basata sull’umiltà, sulla pazienza, sulla comunione, sulla solidarietà, sulla fede e sull’amore. Fondamentale poi è l’aiuto che proviene dalla famiglia e dalla scuola: lo sostenevano anche i grandi Padri cappadoci del IV secolo: dicevano che se famiglia, scuola e chiesa sono quelle che devono essere, ogni difficoltà può essere superata. E questo vale anche oggi in epoca di secolarizzazione».

Parliamo dei giovani. Esistono nella sua arcidiocesi gruppi e movimenti giovanili?

«Nella ortodossia, tranne qualche eccezione, non esistono, in genere, movimenti, ma tutti i fedeli – giovani compresi – sono legati alla parrocchia. È più consono alla nostra tradizione orientale e al nostro sistema di governo, e lo ritengo più fruttuoso. Nei gruppi e movimenti spontanei, se non hanno ricevuto liberamente dalla Chiesa un’approvazione, infatti, a volte si possono creare problemi e conflitti con le autorità e tra di loro. Nella Chiesa Cattolica è diverso, anche se mi risulta che possano esistere, talvolta, difficoltà fra i movimenti o pressioni e possono  esserci vescovi che propendono più per un movimento che per un altro. L’antagonismo tra guide spirituali o tra vescovi protettori, in generale, danneggia la Chiesa. Tutti devono essere pienamente disponibili nei confronti della Chiesa, che è stata fondata col sangue di Cristo sulla Croce».

Certo, è un cammino quello che porta a conoscersi e ad apprezzarsi fra carismi diversi. Non sempre c’è quella autorità capace di accogliere tutti allo stesso modo…

«Questo è importante: accogliere tutti come ha fatto il nostro Salvatore e hanno continuato gli Apostoli e i Padri».


Cosa può dirmi sul dialogo teologico in atto tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa ortodossa?

«La divisione fra le Chiese è un grande problema, un grande ostacolo all’evangelizzazione. Anzi la considero il più grande peccato, che dovrebbe scuotere le nostre coscienze. Compito delle rispettive commissioni è di cercare la verità, che deve essere assoluta, ma nella carità. La teologia è importantissima per definire la verità, ma progredire nel cammino verso questa unità dipende dalle nostre opere, dalla nostra vita. A questo noi come pastori e guide spirituali dobbiamo preparare il nostro popolo, collaborando fraternamente. Come diceva il patriarca Athenagoras, dobbiamo andare avanti senza paura, senza dubbi, nella fiducia gli uni verso gli altri; e amarci di più. Quando c’è amore, quando c’è buona volontà, tutto si fa con l’aiuto di Dio e l’ispirazione dello Spirito Santo. Cristo non viene più a farsi crocifiggere, è venuto una volta per tutte per la nostra salvezza. Tocca a noi adesso prendere il posto di Cristo sulla croce e, crocifiggendo le nostre passioni, la nostra mondana mentalità, sacrificarci per realizzare la volontà di Dio “che tutti siano una cosa sola”.  Questa unità, che è la meta anche del Movimento dei Focolari, deve diventare vita per il popolo di Dio, per i nostri fedeli cattolici e ortodossi insieme».




 

Il Metropolita Gennadios
Arcivescovo Ortodosso d’Italia e Malta



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