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PERVERSIONE DELL’ELEMOSINA SFIDE E TENTAZIONI DELLA CHIESA ORTODOSSA NEL MONDO CONTEMPORANEO

 

Prof. Pantelis Kalaitzidis




 

PERVERSIONE DELL’ELEMOSINA

SFIDE E TENTAZIONI DELLA CHIESA ORTODOSSA NEL MONDO CONTEMPORANEO

Prof. Pantelis Kalaitzidis

Da: http://kairosterzomillennio.blogspot.it

 

La radicalità della predicazione cristiana, in linea di principio, dovrebbe impedire ogni tentativo di installarsi nel e di identificarsi con il mondo e con lo spirito secolare, ogni sogno di società, di civiltà, di Stato o di impero cristiani. Come sappiamo dalla storia, è avvenuto giusto il contrario.

Malgrado l’antinomia e il paradosso perpetui determinati dalla dialettica biblica dell’essere «nel mondo ma non del mondo» e la tensione permanente tra storia ed escatologia, tra il «già» e il «non ancora», malgrado gli espliciti avvertimenti di Cristo riguardo al fatto che il suo Regno non è di questo mondo (cfr. Giovanni 18, 36), malgrado le persecuzioni e i martiri subiti nei primi secoli del cristianesimo, i cristiani, sia in oriente che in occidente, hanno cercato di associare la loro fede con uno Stato o un potere, e di imporre questa fede e la sua morale come legge dello Stato obbligatoria per tutti.

Oggi conosciamo gli effetti nefasti di tale associazione “contro natura”: la sacralizzazione del potere imperiale e la statalizzazione della Chiesa, la trasformazione in religione del messaggio cristiano e la sua istituzionalizzazione, il suo confinamento all’ambito oggettivamente misurabile della morale sessuale o in quello definito dall’osservanza stretta del rituale liturgico e del digiuno, il controllo della Chiesa sulla vita degli uomini e delle donne, come anche il suo zelo nel perseguire, con l’aiuto del potere secolare, gli eretici e gli infedeli. In poche parole, il capovolgimento dei termini che definivano l’identità del cristianesimo primitivo, l’oblio della sua vocazione di comunità escatologica ed eucaristica, e della sua azione sociale liberatrice, la riduzione del suo ethos di libertà a una morale conservatrice e di tipo casuistico.

È però opportuno notare che ci sono state non poche resistenze a questa identificazione del cristianesimo con il potere imperiale e a questo compromesso con lo “spirito del mondo”. La nascita del monachesimo in oriente e la critica dell’ingiustizia sociale portata avanti dai padri della Chiesa ne sono gli esempi più significativi, come ricorda il grande filosofo religioso della diaspora russa Nikolaj Berdjaev, facendo diretto riferimento all’insegnamento di Basilio e di Giovanni Crisostomo.

Gregorio di Nissa, il grande teologo cappadoce del IV secolo, per citare un solo esempio che è in rapporto con la nostra discussione, criticava la pratica dell’usura e lo sfruttamento dei poveri e dei bisognosi da parte dei ricchi dietro l’apparenza di carità.

Ciò che Gregorio di Nissa cerca di criticare è il camuffamento dell’ingiustizia sociale, e peggio ancora la perversione dell’elemosina che finisce per servire come alibi all’ingiustizia, soprattutto quando la persona che pratica l’elemosina è la stessa che è all’origine della povertà di molti e dell’ingiustizia sociale. Allo stesso modo, anche Giovanni Crisostomo, Simeone il Nuovo Teologo e altri padri della Chiesa non esitano a sostenere che il ricco che fa l’elemosina non solo non ha diritto di ricevere una ricompensa da parte di Dio, ma, al contrario, è colpevole delle ingiustizie che ha perpetrato accumulando la sua fortuna!

In questa stessa linea di pensiero, troviamo prescrizioni canoniche molto significative a questo riguardo. Seguendo infatti l’adagio biblico che afferma che «chiunque offre un sacrificio con il denaro dei poveri è come se sacrificasse un bambino davanti a suo padre» (Siracide 34, 20), le Costituzioni apostoliche (collezione canonica che risale al IV secolo) chiedono ai vescovi di non accettare i doni dei ricchi che sfruttano i poveri. Questa stessa collezione canonica insiste nel rifiutare questi doni anche se la Chiesa rischia di soffrire di mancanza di risorse. Non è possibile infatti, dice — allineandosi in questo a san Basilio — «fare di Dio un complice dei ladri».

Vediamo così già annunciato e sviluppato nella letteratura patristica il tema del carattere sacro dei poveri e della povertà, un tema che molti secoli dopo sarà al centro delle preoccupazioni della teologia della liberazione. Infatti, secondo una lunga tradizione che comincia fin dall’Antico Testamento, i poveri e i deboli, coloro cioè che non traggono la loro identità dalla potenza sociale e non ripongono le loro speranze nelle ricchezze, sono gli amici di Dio.

Con la mia argomentazione non intendo in alcun modo dare l’impressione di voler sostenere che i racconti biblici o il pensiero patristico offrano un modello già pronto per essere applicato nella società e nell’ambito della politica che dipende dallo Stato, o ancora nelle relazioni tra i vari stati sovrani sviluppatisi con la modernità.

Non sono così ingenuo da credere che una parabola, un testo o un racconto sacro sul debito o sulla sua remissione potrebbero da soli risolvere un problema contemporaneo così complesso. Sono pienamente cosciente del carattere secolare e pluralista dello Stato moderno, della sua insofferenza e della sua avversione verso ogni tipo di tutela esercitata su di esso da parte di una qualunque autorità religiosa o ecclesiastica. Personalmente non nutro alcuna illusione sulla realtà postcristiana dell’Europa di oggi.

Meglio, sono personalmente favorevole alla separazione della Chiesa e dello Stato e al carattere secolare e laico di quest’ultimo, e sostengo che è tempo per noi cristiani ortodossi di comprendere che la “sinfonia dei poteri” bizantina, l’alleanza armoniosa tra Chiesa e Stato, non è più un modello da seguire nei nostri paesi.

Quanto alla secolarizzazione, non vedo in essa unicamente dei pericoli, ma anche delle sfide creative da raccogliere. Poiché inoltre, come sempre, sono un fautore della dimensione escatologica della Chiesa, sostengo fermamente la tesi secondo cui non è possibile trasformare i testi biblici o i comandamenti del Discorso della montagna in principi che governano uno Stato, poiché ciò implicherebbe il rischio di una secolarizzazione del messaggio evangelico e allo stesso tempo richiamerebbe alla memoria la teocrazia e il totalitarismo religioso.

 

 


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