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27.05: Breve resoconto della vita di SAN GIOVANNI IL RUSSO, IL NUOVO CONFESSORE

 

a cura della Chiesa Greco-Ortodossa di San Paolo Apostolo dei Greci, Reggio di Calabria




 

Breve resoconto della vita di SAN GIOVANNI IL RUSSO, IL NUOVO CONFESSORE.

San Giovanni nacque in un villaggio dell'odierna Ucraina, verso il 1690, da genitori pii e virtuosi. Raggiunta l’età legale si arruolò, mentre regnava in Russia Pietro il Grande. Prese parte alla guerra che questo audace tsar fece contro i turchi nel 1711, e fu fatto prigioniero dai Tatari. I Tatari lo vendettero ad un ufficiale ottomano, Ipparco, che proveniva da Prokopion d’Asia Minore, che si trova vicino a Cesarea di Cappadocia. L’agàs lo portò con sé al suo paese. Molti fra i suoi compatrioti prigionieri abbandonarono la fede cristiana e divennero musulmani, o perché si arresero alle minacce o perché tentati dalle promesse e dalle offerte di beni materiali.
Giovanni però, fu da piccolo allevato con l’ insegnamento e la raccomandazione del Signore e amò molto la fede e il Dio dei suoi padri. Era fra quei giovani, che la conoscenza di Dio escogita, come dichiara il saggio Salomone, dicendo:<< Il giusto è conosciuto fin dalla sua giovinezza . Poiché vecchiaia venerabile non è quella di un lungo tempo di vita, né si misura col numero degli anni. Ma la prudenza equivale per gli uomini alle canizie e ad età avanzata è una vita senza macchia >>.
Così, allora, il beato Giovanni, avendo la saggezza che Dio dona a coloro che lo amano, fu paziente nei confronti della schiavitù e dei maltrattamenti del suo padrone e verso la tracotanza e i dispetti dei musulmani, i quali lo chiamavano “kiafìri”, ovvero infedele, dimostrandogli disprezzo e odio. Al padrone e a tutti coloro che lo invitavano ad abbandonare la propria fede, rispondeva con saldo sentimento che preferiva morire piuttosto che commettere un simile peccato. All’agàs disse:<< Se mi lasci libero nel mio credo, sarò molto disposto ai tuoi ordini. Se mi forzi a cambiare fede, sappi che, per la mia fede, ti offro la mia testa. Son nato cristiano e morirò cristiano! >>.
Iddio, avendo visto la sa fede e avendo ascoltato la sua confessione, ammorbidì il duro cuore dell’agàs e col tempo lo rese compassionevole, a ciò contribuì la grande umiltà che mostrò Giovanni, soprattutto la sua dolcezza.
Visse, così, tranquillo il beato Giovanni dagli impegni e dalle minacce del signore ottomano che lo aveva designato alla stalla, alla cura degli animali. In un angolo della stalla sdraiava il corpo stanco e riposava, ringraziando Dio che lo aveva reso degno di avere come letto una mangiatoia simile a quella in cui fu deposto il nostro Signore Gesù Cristo alla Sua nascita. Era affezionato al suo lavoro, curava con affetto gli animali del suo signore, i quali avvertivano così tanto l’amore del Santo verso di loro, tanto da reclamarlo quando mancava, aspettandolo con amore e nitrendo di gioia quando li accarezzava, come se discorressero insieme.
Col tempo l’agàs gli volle bene, come anche sua moglie, e gli diedero una piccola camera come abitazione vicino al fienile. Però Giovanni non accettò e continuò a dormire nella stalla, per sottomettere a dura prova il corpo con i rigori e l’ascesi, fra gli olezzi e gli escrementi degli animali. Ogni notte la stalla si riempiva della preghiera del Santo e i fetori diventavano un profumo soave e spirituale. Il beato Giovanni aveva quella stalla come luogo d’ascesi, seguendo le regole dei Padri, pregando in ginocchio e dormendo poco sul fieno, senza nessuna copertura se non una vecchia mantellina, gustando con discernimento solo poco pane e poca acqua e digiunando per diversi giorni.
In continuazione recitava le parole del sacro salmista: << Chi abita al riparo dell’Altissimo passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente. Io dico al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido». Poiché egli ti libererà dal laccio dei cacciatori e dalla parola che sconvolge. Mi hanno posto in una fossa profondissima, in luoghi tenebrosi e nell’ombra di morte. Nella mia tribolazione ho gridato al Signore mio Dio e mi ha esaudito. Il Signore custodirà il tuo entrare e il tuo uscire, da ora e in eterno. A te ho levato i miei occhi, a te che abiti nel cielo. Ecco, come gli occhi dei servi alle mani dei loro padroni, così i nostri occhi verso il Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi >>. Recitava salmi anche nell’ora in cui seguiva, dietro al cavallo, il suo padrone
Per mezzo della benedizione che portò il Santo alla casa del turco Ipparco, questi si arricchì e divenne uno fra i più potenti di Prokopion.
Il suo Santo cavallaio, al di fuori della preghiera e del digiuno, che fece come un altro Giobbe, se ne andava anche di notte, passandola insonne, in piedi nel nartece della chiesa di San Giorgio, che era costruita nella roccia ed era vicino alla casa del signore turco. Lì andava di notte di nascosto, si comunicava ai Santissimi Sacramenti ogni sabato. Il Signore << che saggia cuore e reni >>, si diresse verso il suo servo fedele, fece sì che gli altri come lui servi e di diversa religione smettessero di ridicolizzarlo e di angariarlo.
Essendosi quindi arricchito, il padrone di Giovanni decise di andare in pellegrinaggio a La Mecca, nella città sacra ai maomettani. Dopo che erano trascorsi diversi giorni dalla sua partenza, sua moglie organizzò un banchettò e invitò i parenti e gli amici del suo uomo, per rallegrarsi e per augurarsi un suo salutare rientro dal viaggio. Il beato Giovanni serviva al banchetto. Preparò un cibo che piaceva molto al suo agàs, chiamato pilafi, che è molto abituale in Oriente. Allora la padrona di casa si ricordò del marito e disse a Giovanni :<< Quanto sarei grata, o Giovanni, che lo ricevesse il tuo padrone, se fosse stato qui avrebbe mangiato insieme a noi questo pilafi! >>. Allora Giovanni chiese un piatto pieno di pilafi e disse che lo avrebbe portato al suo padrone a La Mecca. Al sentire le sue parole gli invitati risero. Ma la padrona di casa disse alla cuoca di dare una ciotola piena di cibo a Giovanni, pensando o che lo volesse mangiare da solo o che lo volesse dare ad una povera famiglia cristiana, siccome era solito donare il suo cibo.
Il Santo lo prese e andò nella stalla, lì si inginocchio e fece una preghiera dal profondo del cuore chiedendo a Dio di inviare il cibo al suo padrone, allo stesso modo di come Egli dispensa la sua onnipotenza. Con la semplicità che aveva nel suo cuore, Giovanni credeva che il Signore lo avesse ascoltato e che il cibo sarebbe arrivato a La Mecca. Credeva << senza distinzione >>, secondo le parole del Signore, senza avere nessun dubbio che quello che aveva chiesto sarebbe successo. E, come dice sant’Isacco il Siro:<< … questi straordinari segni avvengono ai più umili con animo e mente più ferventi … >>, ecco perché, questi soprannaturali miracoli accadono a coloro che hanno mente semplicissima e che sono ardentissimi nella speranza che ripongono verso Dio. In pratica, il piatto scomparve sotto gli occhi del Santo. Il beato Giovanni tornò al banchetto e disse alla padrona di casa che aveva inviato il piatto a La Mecca. Gli invitati sentendolo, risero e dissero che se lo era mangiato Giovanni.
Proprio pochi giorni dopo il signore tornò da La Mecca e portò con sé il piatto di bronzo, con grande sorpresa della sua casa. Solo il beato Giovanni non si sorprese. Allora l’agàs disse a quelli della sua casa:<< quel giorno, (quello del banchetto in cui Giovanni disse di aver inviato il piatto al suo padrone), nell’ora in cui tornavo dalla gran moschea, nel luogo in cui ho dimorato, su un tavolo della stanza ho trovato questo piatto pieno di pilafi. Rimasi stupito, pensando, chi avesse potuto portare quel piatto e sopratutto non potevo immaginare come avesse potuto aprire la porta visto che la avevo chiusa bene. Non sapendo come spiegare questo strano paradosso, osservando il piatto in cui c’era il pilafi, nel piatto stesso vidi che c’era il mio nome inciso nel bronzo come in tutte le cose di bronzo di casa nostra. Nonostante tutta l’agitazione che ebbi per quel avvenimento inspiegabile, mi sedetti e mangiai il pilafi con gran gusto, ed ecco il piatto che ho portato con me, è veramente il nostro >>.
Sentendo questa spiegazione, i domestici di Ipparco si stupirono e si interrogarono mentre sua moglie, raccontò come Giovanni avesse chiesto il piatto con il cibo e detto di averlo inviato a La Mecca, e sentendo dire ciò come avessero riso.
Questo miracolo si seppe in tutto il paese e nei dintorni e tutti ritennero ancor più Giovanni come uomo giusto e amato da Dio, e lo osservarono con timore e rispetto e nessuno osò importunarlo. Il suo signore e sua moglie si presero maggiormente cura di lui e lo supplicarono di nuovo di lasciare la stalla e di prendere dimora in una stanza più dignitosa che era vicino alla stalla, ma egli non volle cambiare dimora. Trascorse la vita allo stesso modo, come asceta, lavorando come prima alla cura degli animali, compiendo con ardore le volontà dell’agàs.
Ma, dopo alcuni anni, in cui il beato Giovanni visse in preghiera, digiuno e dormendo per terra, avvicinandosi la fine della sua vita si ammalò e fu messo sopra il fieno della stalla, la stessa si santificò con le sue preghiere e con i maltrattamenti del suo corpo per nome e amore di Cristo.
Intuendo il Beato la sua fine, chiese di comunicarsi ai Sacratissimi Misteri e chiamare un prete. Ma il prete temeva di portare visibilmente la Santa Comunione nella stalla, a causa del fanatismo dei turchi. Allora escogitò un modo, su Divina illuminazione: prese una mela, la scavò e mise dentro la Divina Comunione e così si recò nella stalla e comunicò il beato Giovanni. Giovanni, appena prese il Santissimo Corpo e il Venerabile Sangue del Signore, rimise la sua anima nelle mani di Dio Che lo amò tanto. Accadde nel 1730.
Tre anni più tardi,un vecchio prete con altri cristiani videro più volte durante la notte una colonna di fuoco che scendeva dal cielo sulla tomba del santo.essi aprirono la tomba e trovarono le sacre reliquie incorrotte e profumate del Beato Giovanni furono trasferite, dopo la loro riesumazione, inizialmente nella chiesa di San Giorgio scavata nella roccia e poste in una cassa sotto l'altare, più tardi nella nuova chiesa di San Basilio e infine nella chiesa edificata in sua memoria. Collocarono l’urna nella parte destra della Chiesa. Lì giungevano innumerevoli pellegrini che soffrivano da diverse malattie di cui trovavano la cura.
Quando, nel 1832, sotto il sultano Mahmut II, il vicerè d’Egitto Ibrahim-pashà si ribellò a lui, il sultano gli inviò contro Haznedar Oglu Osman-pashà, questi passò da Cesarea di Cappadocia, passò vicino Prokopion, pensando di riposarsi lì e passarvi un giorno. Poiché però la maggior parte dei musulmani di Prokopion, erano giannizzeri, odiando il sultano, decisero tutti di non accettare Osman a Prokopion, né nei confini. I cristiani, che erano fedeli al sultano, cercarono di convincere i compatrioti ad obbedire al sultano e di accettare l’esercito inviato da questi dicendo che Osman-pashà si sarebbe sdegnato e che avrebbe distrutto il paese. Allora i cristiani presero donne e bambini e fuggirono nei paesi e nelle grotte vicine per non cadere vittime dei folli reazionari giannizzeri. Invero, il giorno successivo, quando arrivò Osman-pasha a Prokorpion, la depredò e la distrusse. Alcuni soldati entrarono nella chiesa di San Giorgio. Rubarono gli arredi sacri e aprirono l’urna del Santo sperando di trovare anche lì ori e argenti, ma non trovarono niente. Per loro malvagità, per l’essersi sbagliati e per deridere la fede cristiana, decisero di bruciare le sacre reliquie.Le collocarono nel cortile, raccolsero molti legni secchi, appiccarono fuoco e buttarono con odio la sacra salma fra le fiamme. Non solo i sacri resti di San Giovanni rimasero illesi, ma si mostrò anche agli infedeli come in vita, li spaventò e li cacciò dal giardino della chiesa. Il giorno successivo gli anziani cristiani trovarono gli argenti, dove i soldati turchi li avevano lasciati per la paura, presero con devozione la sacra salma e la depositarono di nuovo nell’urna.
Un'altra volta il santo apparve per trattenere con le sue mani il tetto della scuola greca che stava crollando e così salvò i 20 bambini che lì si trovavano.
Il braccio destro di San Giovanni è stato donato dagli abitanti della vecchia Prokopion nel 1881 al rappresentante del Monastero di San Pantaleo della Santa Montagna, Ieromonaco Dionisio, in contraccambio del grande aiuto del Monastero per l’erezione della Chiesa del Santo sul suo sepolcro.
Le sacre reliquie son state trasferite in Eubea nell’ottobre del 1924 con i profughi d’Asia Minore dalla nave << Vasìlios Destùnis >>. E mentre la nave si trovava a Rodi non proseguiva ma girava a vuoto in mare e rimaneva nello stesso luogo. Il comandante della nave ebbe paura. All’epoca, uno dei responsabili, Panaghiotis Papadopulos, che avevano portato con loro di nascosto le sacre spoglie, spiegò al comandante della nave che nella nave e proprio nella stiva c’erano le sacre reliquie di San Giovanni il Russo. Subito il comandante ordinò di trasferire le reliquie in un alloggio della nave che funzionava come sala di preghiera dove lo posero e accesero una lampada. E che meraviglia! E subito la nave iniziò a navigare normalmente e giunse a Calcide. Li, accolsero le sacre spoglie l’allora vescovo di Calcide Gregorio, il prefetto e altre autorità della città e un mare di popolo e le spoglie furono trasferite dapprima nella chiesa del cimitero. Da lì furono trasferite nel da poco sorto paese di Neo-Prokopion di Eubea, e le collocarono nella chiesa di San Costantino ed Elena. Nel 1930 iniziarono i lavori per la costruzione di una nuova bella e grandiosa chiesa dove poterle deporre con le offerte di chi arrivava da oriente e dei pellegrini.
Giorno dopo giorno spargendosi il nome e la grazia taumaturgica del Santo in tutta la regione, credenti con miracoli dispensati e migliaia di pii pellegrini accorrevano dappertutto per la sua sacra memoria, celebrata il 27 maggio. Nel 1951 fu completata la chiesa e le sacre spoglie furono trasferite dalla chiesa dei Santi Costantino ed Elena in quella che prendeva il Suo nome.

 


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