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13.05: memoria dei nostri venerabili Padri GIOVANNI ed EUTIMIO, fondatori del monastero d’Iviron e del loro congiunto GIORGIO; GABRIELE l’Ibero che raccolse l’icona della Portraitissa; monaci martiri del monastero d'IVIRON gettati in mare dai latinofroni

 

a cura della Chiesa Greco-Ortodossa di San Paolo Apostolo dei Greci, Reggio di Calabria




 

• Il 13 di questo mese, memoria dei nostri venerabili Padri GIOVANNI ed EUTIMIO, fondatori del monastero d’Iviron e del loro congiunto GIORGIO I.

Il nostro benemerito Padre Giovanni era un gran signore alla corte di Davide il Curopalates, principe della Georgia occidentale, allora chiamata Tao-Klarjeti (a circa 300 Km a est di Trebisonda) e godeva del favore particolare del sovrano a causa del suo volere e della sua saggezza. Ma consumato dall’amore per Cristo, rinunciò alla gloria mondana per divenire monaco, prima in un monastero della Georgia, poi al Monte Olimpo di Bitinia, dove assunse le più umili cariche, come quella di mulattiere.
Allorché egli apprese che suo figlio Eutimio era stato inviato in ostaggio a Costantinopoli, uscì dal suo ritiro e, grazie all’appoggio dei parenti a corte, andò a riprenderlo e lo condusse con lui al monastero, dove lo educò nelle lettere greche e georgiane.
Ben presto padre e figlio, che avevano rinunciato alla fratellanza carnale, per contrarre un legame più forte, quello della paternità spirituale, fuggendo la notorietà, si ritirarono con un gruppo di discepoli al Monte Athos, dove San Atanasio aveva iniziato da qualche anno la fondazione della Grande Laura. Arrivando alla Laura, San Giovanni non rivelò la sua nobile origine e, per ben due anni lavorò in cucina. San Atanasio comprese però le virtù dei suoi due nobili discepoli e fece ordinare in seguito Eutimio sacerdote. Pochi anni dopo (verso il 970), uno dei parenti più prossimi di Giovanni, Tornik, il più glorioso generale del principe David, che era stato onorato della dignità bizantina di patrizio, divenne anche egli monaco sotto il nome di Giovanni. Egli cercò prima i suoi parenti all’Olimpo, poi arrivò all’Athos, dove San Attanasio lo accolse con onore. I georgiani divennero i discepoli più ferventi del Santo e acquistarono la sua piena fiducia tanto per assisterlo nel compito di fondazione del monachesimo cenobitico all’Athos, come pure nell’intraprendere le pratiche necessarie presso l’imperatore.

Altri compatrioti si erano in tanto aggiunti ad essi e si costruirono a poco distanza dalla Laura una chiesa dedicata a San Giovanni Evangelista e delle celle, sotto la dipendenza del grande Monastero. Conducendo lì, per dieci anni, una vita simile a quella degli angeli, essi intrapresero nell’esychia, la traduzione in georgiano di libri ecclesiastici greci, opera che contribuirà al massimo grado alla edificazione del popolo georgiano. Ma allorché Bardas Skleros, generale dell’armata d’Oriente, si fece proclamare imperatore dalle sue truppe, poco dopo la salita al trono di Basilio II e Costantino VIII (976), l’imperatrice regnante, Teofanò, convocò Tornik e gli chiese di intercedere presso il principe di Georgia David, al fine di ottenere l’aiuto della sua armata, sola capace di salvare i sovrani legittimi. Abbandonato provvisoriamente, a malincuore, il ritiro monastico per riprendere le armi, Tornik riportò una eclatante vittoria contro Bardas a Sorvenisni (979). Prima di essere levato alla dignità di Syncello egli rientrò all’Athos con un immenso bottino che donò a Giovanni e si mise di nuovo sotto la sua obbedienza, conducendo una vita santa gradita a Dio, in grande rinuncia, fino al suo benemerito riposo.

San Giovanni utilizzò il tesoro di Tornik per la fondazione di un monastero riservato ai Georgiani, che erano arrivati questa volta in gran numero al seguito del generale (980-983).
Sul luogo dell’antico monastero detto di Clemente, dove si trovava una cappella dedicata al Precursore essi costruirono una grande chiesa dedicata alla Madre di Dio come pure numerosi edifici. La comunità contò ben presto circa trecento monaci, georgiani e greci, e possedeva immense proprietà in Macedonia che gli erano state concesse dall’imperatore.

Alla morte di Giovanni-Tornik (984), San Giovanni, che da molto tempo desiderava fuggire il rumore e l’agitazione del grande nome, pensò di lasciare l’Athos per raggiungere la Spagna; ma a Costantinopoli il sovrano lo convinse con grandi suppliche a riprendere la direzione del monastero. Al suo ritorno, egli contrasse la gotta, prima di ammalarsi, affidò l’amministrazione del monastero a suo figlio Eutimio assistito da suo nipote Giorgio, guardando ufficialmente al titolo di egumeno (985). Al momento di morire, Giovanni rimise tutta l’autorità ad Eutimio e fece dell’imperatore il patrono e protettore della sua fondazione, poi raccomandò ai suoi monaci l’obbedienza e la pratica dell’ospitalità, e rimise in pace la sua anima a Dio il 14 giugno 1005.

Preparato da suo padre fin dall’infanzia alla grande opera di traduzione dei libri ecclesiastici e patristici in georgiano, e dotato da Dio di un grande talento letterario, Eutimio aveva organizzato, dal suo arrivo all’Athos, un gruppo di scribi e rilegatori, che preparavano la diffusione in Georgia dei manoscritti contenenti le sue traduzioni. Lavorando giorno e notte, senza dare riposo alle sue palpebre, egli trasmetteva così al suo popolo tutta la ricchezza dell’eredità bizantina e fu salutato dal principe David come << Secondo Crisostomo >>. Avendo ricevuto oltre la direzione del monastero di Iviron, anche l’amministrazione delle Grande Laura, carica che era stata affidata a suo padre da San Atanasio, Eutimio non ridusse le sue fatiche ascetiche e le sue salite spirituali. Egli trascorse la sua vita con una tunica di crine e carico di catene. Umile, paziente, vigoroso per le opere di Dio e prendendo in ogni cosa la testimonianza delle Sacre Scritture, egli assisteva, in piedi e immobile, gli occhi fissi verso il sole, a tutti gli uffici liturgici, come un angeli si tiene al cospetto di Dio. Essendo andato una volta, secondo la tradizione athonita alla sommità dell’Athos per la festa della Trasfigurazione, mentre celebrava la Divina Liturgia, al momento della preghiera dell’anafora, una luce eclatante zampillò improvvisamente, accompagnata da un sisma che gettò a terra tutti coloro che assistevano. Solo il Santo rimase i piedi avanti all’altare, come una colonna di fuoco drizzata al centro della luce. Una volta egli mise fine ad una terribile siccità, celebrando una liturgia nella cappella dedicata al Profeta Elia. Fedele alla raccomandazione d’ospitalità lasciata da suo padre, egli riceveva amabilmente tutti coloro si presentavano a lui per un aiuto spirituale distribuendo generosamente una parte della sua fortuna agli altri athoniti, e contribuì alla installazione sulla Santa Montagna di una comunità venuta dall’Italia*. La sua fama accrebbe enormemente e l’imperatore gli propose il seggio episcopale di Cipro. Ma il Santo non volle ascoltare alcunché di tali proposte, preferendo restare nella sottomissione piuttosto che governare.

Alla soglia di quattordici anni di egumenato, poiché gli incarichi dell’amministrazione non gli lasciavano tempo sufficiente per la preghiera e le traduzioni, San Eutimio affidò l’amministrazione del monastero a suo cugino Giorgio(1019) secondo la volontà di Giovanni e abbracciò con fervore una vita più esicasta, all’inizio in una cella situata in una alta torre, poi al di fuori del monastero, così da poter rendere grazie a Dio giorno e notte senza distrazione. Egli dovette tuttavia prendere in supervisione della Laura. Ma benché si mescolasse ben poco all’amministrazione ordinaria della Laura, la carità si era raffreddata, i monaci si rivoltarono contro di lui e portarono il conflitto avanti all’imperatore. Convocato a Costantinopoli, San Eutimio fu gettato a terra dal suo mulo, nel momento in cui egli faceva la carità ad un mendicante. Trasportato in fretta in n monastero, rimise poco dopo la sua anima a Dio, il 13 maggio 1028. Pianto dall’imperatore e dai pii fedeli della capitale, fu in seguito ricondotto ad Iviron e sepolto vicino a suo padre.

• Lo stesso giorno si festeggia GABRIELE l’Ibero che raccolse l’icona della Portraitissa.

Al tempo dell’eresia iconoclasta, una pia vedova di Nicea gettò in mare una meravigliosa icona della Madre di Dio, al fine di salvarla dalla distruzione. Molti anni più tardi nell’XI sec., i monaci del monastero di Iviron videro, per molti giorni una immensa colonna di fuoco alzarsi dal mare verso il cielo, sopra la santa icona che galleggiava sulle onde. Ma ogni qual volta uno di essi cercava di raccoglierla, l’icona si allontanava. In questo periodo viveva ad Iviron, un santo monaco georgiano, di nome Gabriele, che in periodo estivo andava a vivere sulla montagna vicina al monastero. Egli era rivestito di una tunica di pelo e si nutriva solo di erba ma il suo aspetto era quello di un angelo. La Madre di Dio gli apparve e gli ordinò di portarsi sulla riva per raccogliere la sua icona. Tutti i monaci con stupore videro allora Gabriele camminare sulle onde con sicurezza, come sulla terraferma, raccogliere l’icona tra le sue braccia e condurla sulla spiaggia, dove venne accolta con inni di rendimento di grazie e deposta in seguito nel katholikòn del monastero. L’indomani mattina, al momento di accendere le lampade per l’officio, il sacrestano si accorse che l’icona era sparita. Dopo lunghe ricerche venne scoperta sopra la porta d’ingresso del monastero. Ricondotta nel santuario, Ella andò a più riprese a piazzarsi essa stessa al di sopra della porta. Finalmente la Madre di Dio apparve a Gabriele e gli chiese di far sapere ai fratelli che Ella non desiderava essere guardata e protetta da loro, ma che era venuta, Ella stessa, per salvarli da ogni pericolo in questa vita come nella vita futura, conformemente alla grazia che le era stata concessa da Suo Figlio quando Ella aveva chiesto che la Santa Montagna le venisse accordata per divenire il “Suo giardino”.
Dopo di allora la Portraitissa, vale a dire “Guardiana della porta”, è venerata in una cappella costruita in maniera speciale all’entrata del monastero. Questa icona ha compiuto un così gran numero di miracoli, tanto per la protezione di Iviron e della Santa Montagna in tempo di pericolo, quanto per tutto il popolo (il popolo russo venera particolarmente la sua copia esposta a Mosca la quale ha compiuto anche’essa numerosi miracoli) per cui essa è a giusto titolo considerata come l’icona per eccellenza della Madre di Dio Misericordiosa.

La sinassi di questa icona è celebrata il martedì del Rinnovamento e tre volte l’anno è condotta solennemente in processione dalla sua cappella al katholikòn del monastero.

• Memoria dei monaci martiri del monastero d'IVIRON gettati in mare dai latinofroni.

Deciso ad imporre con la forza l’unione delle Chiese che aveva fatto firmare al Concilio di Lione (1274), al fine di assicurare l’appoggio politico del papa all’impero bizantino indebolito che tentava di ricostruire dopo l’occupazione latina, Michele VIII Paleologo, consigliato dal patriarca Giovanni Vekkos, si rivoltò contro i monaci di cui era stato fino ad allora il protettore. Egli represse severamente tutta l’opposizione all’unione e fece inviare delle truppe al Monte Athos, centro della resistenza a queste macchinazioni e fortezza dell’Ortodossia, per sottomettere, al prezzo di sanguinosi massacri, i monaci che si rifiutavano di riconoscere questa ipocrita unione**.
Soggiogati dalla paura, i monaci di Grande Lavra, e di Xeropotamou, accettarono l’unione, ma in ogni altro luogo dove i latinofroni si presentavano, trovavano i monaci pronti a versare il loro sangue per la salvaguardia della tradizione apostolica. A Iviron esiliarono verso l’Italia i monaci di origine georgiana e abbandonarono gli altri padri del monastero in un battello che fecero affondare in mare (memoria il 13 maggio). A Vatopedi furono impiccati su una collina vicina dodici monaci refrattari e si strangolò l’egumeno Eutimio (memoria il 4 gennaio). A Zoografou fecero morire nel fuoco ventisei monaci rinchiusi in una torre (memoria il 22 settembre). 
Poi, arrivati a Karyes, capitale dell’Athos, che era allora organizzata come una laura*** , i soldati dell’imperatore sequestrarono il Protos della Santa Montagna, che aveva mostrato a tutti l’esempio della fermezza monastica e lo fecero morire di spada, insieme a un gran numero di monaci che si trovavano lì. Essi incendiarono e saccheggiarono con accanimento la chiesa e gli edifici monastici, lasciando dietro di loro per lunghi anni rovine e desolazione. Partiti i saccheggiatori, i monaci ortodossi che si erano rifugiati nelle montagne e nelle foreste, ritornarono su quei luoghi e seppellirono i santi martiri all’entrata della chiesa del Protaton. Per secoli, generazioni di monaci accesero pietosamente una lampada sulla tomba del Protos. Ma solo il 5 dicembre 1981 si procedette alla riesumazione delle sue reliquie e, alla presenza di una grande folla, si celebrò per la prima volta il suo officio liturgico.

Note:

* Questo monastero detto degli Amalfitani dove i monaci, probabilmente benedettini, parlavano e celebravano in latino, esistette fino al XIII sec.

** Secondo taluni storici, i saccheggi e i massacri che avvennero nell’Athos sarebbero stati dovuti a pirati latini e alla sanguinante razzia che verso il 1309 fecero i mercenari catalani ingaggiati dai Bizantini contro i Turchi che, rivoltosi contro essi, saccheggiarono Tracia, Macedonia, Grecia fino ad Atene.

*** Un gruppo di celle con eremiti o piccole comunità con una chiesa centrale, il Protaton, dove si riunivano le domeniche e i giorni di festa.

 

 


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