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20.09: memoria del santo megalomartire EUSTAZIO, della sua sposa TEOPISTA e i loro figli AGAPIO e TEOPISTO

 

a cura della Chiesa Greco-Ortodossa di San Paolo Apostolo dei Greci, Reggio di Calabria




 

Il 20 di questo mese (settembre) memoria del santo megalomartire EUSTAZIO, della sua sposa TEOPISTA e i loro figli AGAPIO e TEOPISTO.

San Eustazio, allorché portava ancora il nome di Placido e la sua donna quello di Tatiana (o Taziana), era un generale che viveva sotto il regno di Traiano (100). Benché fosse pagano, brillava grandemente per le sue virtù, in particolare per il suo amore verso i poveri. Vedendo la buona disposizione della sua natura, Dio si rivelò a lui in maniera simile a quella che utilizzò con san Paolo. Un giorno che Placido cacciava nella foresta un grande cervo che egli era pronto ad uccidere, vide apparire improvvisamente tra le corna dell’animale una croce più luminosa del sole, nella quale si distingueva il Cristo. Poi sentì una voce dirgli: << Placido, perché mi perseguiti? Io sono il Cristo che tu onori senza saperlo con le tue opere. E poiché io sono venuto sulla terra e ho preso forma umana per salvare il genere umano, è perciò che ti appaio oggi, al fine di catturarti nelle file del mio amore per gli uomini. Stupefatto e preso da terrore, Placido cadde dal suo cavallo e restò senza conoscenza per molte ore. Il Cristo gli apparve allora una seconda volta per confermare l’autenticità della sua visione e annunciargli che per natura Egli è Dio, Creatore del cielo e della terra, e che per amore ha assunto la natura umana. Placido credette allora con tutto il suo cuore e si fece battezzare con tutta la sua casa. Egli cambiò il suo nome con quello di Eustazio, la sua donna con quello di Teopista ed i loro due figli con quelli di Agapio e Teopisto. Vedendo la sua fede e la sua virtù, il Signore gli apparve di nuovo e gli annunciò che sarebbe stato condotto, come Giobbe, ad affrontare grandi prove da parte dei demoni, ma che la grazia non lo avrebbe abbandonato. Egli fu poco dopo privato di tutti i suoi beni e fuggì dalla sua patria con la sua donna e i suoi figli.
Al momento di sbarcare, il capitano della nave, uomo rude e barbaro, si impadronì di sua moglie. Un po’ più tardi, allorché Eustazio attraversava un fiume, un leone prese i suoi figli e li condusse in una grotta lontana, lasciando questo nuovo Giobbe, solo, rovinato, senza altro soccorso che la sua fede e la sua speranza nella misericordia del Signore. Costui, che brillava tra l’aristocrazia romana qualche tempo prima, andava ormai di luogo in luogo, vivendo di piccoli lavori, ma mantenendo una pazienza solida come il diamante. Ora, trovandosi nel tempo in cui i barbari si preparavano in gran numero ad invadere le terre dei Romani, senza che questi potessero trovare un capo d’armata abile per opporgli resistenza, l’imperatore si ricordò di Eustazio, del suo coraggio e delle sue numerose vittorie. Egli lo fece cercare, allorché il benemerito comparve a corte, non venne riconosciuto, tanto la povertà e le afflizioni avevano segnato i suoi tratti. L’imperatore gli rese i suoi titoli e i suoi beni e lo mise alla testa delle sue armate che, con l’assistenza di Dio, ricacciarono i barbari. Quando tornò a Roma, ritrovò la sua donna ed i suoi figli, che la Provvidenza aveva mantenuti sani e salvi, al fine di non lasciare la pazienza del santo senza ricompensa in questa vita. Egli ricevette grandi beni da parte del nuovo imperatore Adriano (117), il quale gli chiese di offrire un sacrificio agli idoli in rendimento di grazie per la sua vittoria. Eustazio rispose che questa vittoria era dovuta al solo Cristo e non alla potenza illusoria dei falsi dei. Questa risposta scatenò la collera del tiranno che lo privò di tutti i beni e lo liberò, con la sua donna e i suoi figli, in pasto alle belve selvagge. Poiché le bestie non osavano toccarli, vennero gettati in un calderone bollente, dove resero le loro anime a Dio senza pertanto che i loro copri soffrissero alcuna alterazione, tra lo stupore dei pagani e la gioia dei fedeli che riconobbero in questo segno che la grazia di Dio abita il corpo dei santi martiri che era stato lasciato loro come consolazione.

 


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