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20.11: memoria del nostro venerando padre Cipriano il Medico

 

Archimandrita Antonio Scordino




 

San Cipriano di Reggio [ 20 novembre ]. 

Egli nacque attorno al 1140 nella grande città di Reggio, da genitori nobili e ricchi i quali, da fanciullo, lo affidarono a diversi maestri. Da costoro fu condotto alle vette della Scrittura divina; dal padre, medico, ma più ancora dalla Grazia del Santo Spirito, apprese la scienza della medicina. Con il permesso dei suoi genitori, dopo avere rinunciato alle ricchezze, al nome e alle proprietà a favore dei fratelli, seguì Cristo e si recò nel Monastero del Salvatore di Messina; si presentò al suo igumeno e gli chiese di giudicarlo degno di accoglierlo e di indossare l’abito monastico. Questi, sapendo da tempo chi fosse e da dove venisse, riconoscendo la pietà e la condizione del giovane, lo accolse ben volentieri. Dopo averlo guidato e istruito, gli tagliò i capelli e lo enumerò tra i fratelli: in seguito ricevette tutti gli ordini sacri. Avendo vissuto a lungo nella stessa fraternità, fu preso dall’irresistibile desiderio di tornare dalle sue parti per dedicarsi a Dio in solitudine e allontanarsi dagli scandali che si possono verificare in un cenobio. Presentatosi al Superiore, gli manifestò la volontà di vivere in solitudine e lo trovò incline e d’accordo con le sue parole: in spirito quegli vide che Cipriano si avviava all’esicasmo.
Da Messina, Cipriano si trasferì quindi in una proprietà di famiglia, detta Pavlìana, oggi Pavigliana, nella quale c’era un tempio bellissimo e famoso, dedicato a santa Paraskevì. Lì si dedicava alle virtù utili all’anima e si guadagnava con il proprio lavoro il pane della giornata. La sua fama si diffuse ovunque e molti afflitti da malattie fisiche e spirituali che si recavano da lui non restavano delusi nelle loro speranze perché egli, profondo conoscitore della scienza di entrambi le malattie, a tutti dispensava con abbondanza la cura senza farsi pagare. Non pochi, grazie ai suoi insegnamenti, abbandonarono la vita mondana e decisero di vivere con lui, facendosi tagliare i capelli dalle sue preziose mani.
Intanto, parte da questa vita l’igumeno Paolo del Monastero di San Nicola dei Calamizzi, e suo successore fu eletto Cipriano. Designato all’incarico non dagli uomini ma dall’alto, con premura e impegno insegnò in modo divino tutto ciò che era gradito a Dio e utile alla vita monastica, presentandosi a tutti come copia, modello e regola perfetta.
Mentre si impegnava bene in tutte queste cose, molto si logorava e soffriva per il suo gregge. La situazione illegale di quel tempo, spingeva i Latini a ridurre a male le cose del monastero, ma l’uomo di Dio non si stancava di ammonire, supplicare, esortare a temere Dio e smettere di trattare ingiustamente la Chiesa ortodossa. E si placarono nel fare il male; anzi alcuni dei Latini si fecero familiari della Chiesa e fratelli del monastero.
Dopo essere vissuto sempre bene e giunto a grande vecchiaia, per grazia del Santissimo Spirito conobbe la sua partenza verso Dio. Pur essendo senza forze per la vecchiaia e pur avendo il piede destro paralizzato tanto che non poteva fare nemmeno un passo senza il bastone (il grande odio di Satana lo aveva fatto precipitare da un carro e gli aveva maciullato un piede), prese due fratelli e, salito su una carrozza, si recò in tutti i metochia del monastero. In ciascuno si fermò un giorno, per consigliare e istradare i fratelli che c’erano lì, dettando le ultime volontà. Infine, dando a tutti il perdono, chiedeva il loro perdono: quelli gli concedevano il perdono, abbracciandolo e baciandogli le mani e i piedi, senza che essi capissero perché. Dopo avere fatto questo in tutti i metochia, tornò al monastero, si ammalò subito e si addormentò nel sonno dei giusti, attorno all’anno 1240, insegnando a tutti, ammaestrando tutti, perdonando tutti.

 


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