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28.11: memoria del nostro santo Padre, confessore e martire STEFANO il GIOVANE

 

a cura della Chiesa Greco-Ortodossa di San Paolo Apostolo dei Greci, Reggio di Calabria




 

+ Il 28 di questo mese, memoria del nostro santo Padre, confessore e martire STEFANO il GIOVANE.

Stefano, emulo del primo martire, nacque a Costantinopoli da genitori pii e distinti, che erano rimasti molto tempo sterili. Ottenendo da Dio questo figlio, dopo un’apparizione della Madre di Dio, fecero voto di consacrarlo al servizio divino. Battezzato dal santo patriarca Germano (cf. 12 maggio) che lo mise sotto la protezione del primo martire, il ragazzo crebbe in scienza e virtù, disprezzando i vani piaceri e applicandosi alla pratica della dolcezza e dell’umiltà.
Quando arrivò il momento per i genitori di Stefano di mantenere la loro promessa, e di consacrarlo a Dio, l’imperatore Leone III l’Isaurico (717 – 741) cominciava a prendere le sue prime misure d’interdizione delle sante immagini e di persecuzione dei difensori dell’Ortodossia. Essi ritennero più prudente allontanarsi dalla capitale, dove l’eretico sovrano spadroneggiava, e affidare il figlio ai monaci del Monte Sant’Assenzio, a Nicomedia* .
Il ragazzo di sedici anni fu ricevuto con gioia da questi santi uomini e rivestì il giorno stesso il santo abito angelico. Egli divenne il discepolo del quinto successore di sant’Assenzio, Giovanni, anziano provato nell’arte dell’ascesi e dotato del dono di chiaroveggenza. Stefano mostrava una perfetta obbedienza e uno zelo uguale per i compiti più faticosi così come per le lodi di Dio. Tempo dopo il suo padre carnale morì e Stefano andò a Costantinopoli per regolare gli affari e distribuire i suoi beni ai poveri. Condusse con lui sua madre ed una delle sue sorelle, che divennero monache nel vicino convento femminile e lasciò l’altra sorella entrare in un convento della capitale.
Giovanni, suo padre spirituale, rimise anche lui poco dopo la sua anima a Dio e Stefano fu scelto al suo posto come egumeno dai fratelli riuniti. Sotto la sua diligente direzione e grazie alla sua grande umiltà, il piccolo gruppo di asceti crebbe fino a raggiungere il numero di venti fratelli e divenne un monastero cenobitico. Il santo organizzò la vita in maniera molto simile al Regno dei Cieli, poi si ritirò più lontano per dedicarsi alla preghiera silenziosa e continua, lasciando Marino, uno dei suoi discepoli, come egumeno. La sua cella era sprovvista di tetto ed esposta alle intemperie ed era così stretta che poteva a malapena abbassarsi. Vestito di una misera tunica in ogni periodo, portando pesanti catene di ferro sul corpo, accontentandosi di un nutrimento sufficiente solo a mantenersi in vita, san Stefano fece grandi progressi nella contemplazione e attirò a lui, senza volerlo, numerosi discepoli e visitatori che diffusero in tutto l’impero la sua fama. Alla morte di Leone (741), suo figlio Costantino V fu incoronato imperatore. All’inizio del suo regno sembrò non preoccuparsi della soppressione delle immagini, troppo impegnato ad opporsi all’usurpatore Artavasde e alla minaccia araba in Oriente. Una volta definita la sua autorità, dichiarò una selvaggia repressione contro coloro che veneravano le sante icone. Egli devastò le chiese, fece profanare i sacri vasi ornati di sante rappresentazioni, fece imbiancare a calce i muri coperti di affreschi e fece bruciare le icone sul legno. Rispettò solo le pitture aventi un carattere profano e decorativo e non ammetteva che la Croce degna di venerazione. Coloro che osavano opporsi alle sue misure erano severamente puniti, in particolare i monaci. Ricercati, esiliati, torturati, costoro accorrevano in gran numero verso il Monte Sant’Assenzio per trovare presso santo Stefano conforto e incoraggiamento a perseverare nella confessione dell’Ortodossia. Egli consigliava loro di emigrare nelle regioni che erano ancora indenni dalle crudeli misure imperiali: il Mar Nero, il Golfo Persico, Cipro, la costa di Siria e soprattutto l’Italia del Sud, dove migliaia di monaci trovarono allora rifugio. Nel 1754, il tiranno riunì uno pseudo concilio al palazzo di Hiera, composto da più di 300 vescovi sottomessi alla sua autorità e fece loro proclamare ufficialmente la soppressione del culto delle immagini e il riconoscimento delle sue folli dottrine personali, perché egli si vantava di teologia. Forte di queste decisioni, Costantino fece distruggere dappertutto le immagini e ordinò che fossero rimpiazzate da rappresentazioni dell’imperatore o scene profane. Vennero distrutte anche le reliquie dei santi. Dappertutto si bruciava, si distruggeva, si imprigionavano i confessori. Ciò fu l’occasione di condurre una sistematica persecuzione contro il monachesimo che, più indipendente della gerarchia ufficiale, riguardo all’autorità, rimaneva sempre un fattore di resistenza all’arbitrio imperiale. Si chiudevano monasteri, li si trasformava in caserme, in bagni o altri edifici pubblici, si oltraggiavano le monache obbligandole a prendere l’abito laico e a sposarsi sotto pena di tortura. A coloro che resistevano si tagliava il naso, la lingua e si affliggevano con altre sevizie prima di mandarli in esilio.
Senza paura di rappresaglie, san Stefano continuava la sua resistenza e appariva dappertutto come il capo della parte ortodossia. Egli fu chiamato ad andare a Costantinopoli per sottoscrivere le decisioni del concilio eretico e avendo rifiutato e rinviato coraggiosamente i messi imperiali, costoro escogitarono una furberia per discreditarlo presso i suoi numerosi partigiani e così condurlo a Costantinopoli. Essi fecero passare la voce che il santo si dava al peccato con una onorabile monaca del convento, sua figlia spirituale, e pagarono dei falsi testimoni per affermarlo avanti all’imperatore. Anna, la monaca, fu condotta a Costantinopoli e comparve avanti al sovrano. Poiché negava queste infami calunnie fu crudelmente torturata, ma il santo restò indenne. Finalmente si riuscì a arrestarlo con l'aiuto di una nuova furberia e cioè dicendo che aveva costretto un giovane favorito dell’imperatore a prendere l’abito monastico. Arrestato, fu chiuso in un monastero a Costantinopoli, mentre il suo monastero venne incendiato e dispersi i suoi discepoli. Venne confrontato in pubblico con i teologi dell’imperatore,ma sostenne brillantemente la tradizione dei Santi Padri. Poiché lo si poneva di fronte all’alternativa: firmare le decisioni del Concilio o morire tra i tormenti, il santo derise i suoi accusatori, mostrando loro che questo concilio non poteva esistere e che i sei primi concili ecumenici erano stati riuniti in chiese ornate esse stesse da immagini, per cui le sue decisioni erano manifestamente eretiche e straniere alla tradizione. Egli fu allora condannato all’esilio nell’isola di Proconneso in Propontide (755) e approfittò di questo esilio per ritirarsi in una stretta cella, sulla cima di una colonna, per iniziare nuove fatiche ascetiche. Egli ottenne così un tale favore presso Dio che compì numerosi miracoli per coloro che andavano da lui e confessavano la santa fede ortodossa, venerando l’immagine del Cristo.
Questi miracoli fecero crescere ancora di più la fama del santo e rinforzarono i partigiani dell’Ortodossia, poiché era impossibile trovare tale santità nel campo degli eretici. Per mettere fine a questo prestigio, l’imperatore fece trasferire san Stefano a Costantinopoli, in una prigione del pretorio. Lì trovò altri 342 monaci confessori della fede e tutti portavano sul corpo i segni dei loro gloriosi combattimenti: gli uni avevano il naso tagliato, altri le orecchie o la lingua, altri erano stati tremendamente oltraggiati e coperti di letame. Vedendoli il santo glorificò piangendo la loro fede e la loro perseveranza. Egli diede coraggio ai disperati, li esortò a rimanere fermi sulla pietra della fede fino al termine del combattimento e li riunì come un solo corpo sotto la sua potente autorità spirituale. Malgrado le difficili condizioni di detenzione, Stefano organizzò la vita dei prigionieri come in un monastero, al ritmo della lode perpetua di Dio e nella unione armoniosa di tutti. Egli convertì anche all’ortodossia i suoi carcerieri che ascoltavano con ammirazione i racconti delle lotte dei santi confessori. Dopo undici mesi di prigionia Stefano ricevette la rivelazione della sua prossima morte. Egli iniziò allora un digiuno di quaranta giorni, durante i quali insegnava notte e giorno ai suoi discepoli la via della Salvezza; poi, arrivato l’ultimo giorno, ordinò di celebrare una veglia di tutta la notte per ricevere da Dio la forza nel suo ultimo combattimento. L’imperatore aveva fatto affiggere dappertutto la sentenza d’esecuzione del capo della parte ortodossia per spaventare coloro che nascondevano nelle loro case i monaci o i confessori della fede: così bene che, in una grande confusione, la folla eccitata dai soldati si precipitò al pretorio, prendendo il santo e trascinandolo sulla pubblica via, coprendolo di ingiurie e colpi.
Quando il corteo arrivò alla chiesa di San Teodoro, uno di questi lo colpì in testa e gli ruppe il cranio spandendo il suo cervello al suolo. Il cadavere di san Stefano fu allora atrocemente mutilato e gettato in una fossa comune riservata agli idolatri. Era il 28 novembre 766, e il santo aveva l’età di cinquantatre anni.

*Fondato al V sec. da sant’Assenzio, non era un monastero ma un gruppo di asceti che vivevano sotto la direzione di un padre spirituale. Vicino c’era un convento femminile.

 


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