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24.07: memoria di san Fantino il Cavallaio

 

Archimandrita Antonio Scordino




 

Era ortodosso di nascosto, perché al servizio di un tale a nome Balsamio (probabilmente un goto, ariano); essendogli stato affidato dal padrone un gregge di cavalli, viveva sui monti, scegliendo la solitudine e l’isichìa, la quiete, per tendere a Dio la mente. Fantino era piissimo verso i poveri: provandone pietà e non avendo niente da dare loro, perché servo, nel tempo della mietitura trebbiava le messi dei bisognosi, e ciò di nascosto, di notte. Mentre il beato era così disposto verso i poveri, il diavolo istigò uomini amanti del male ad accusarlo falsamente. Dicono al padrone: “Perché il tuo servo affatica i cavalli, trebbiando il grano a conoscenti e amici?” Egli, adirato, s’alza e va a vedere. Ma Fantino batté i covoni con il frustino che teneva in mano, e questi apparvero come erba nel campo. I cavalli riposavano sull’erba ed egli stesso fingeva di dormire. Sopraggiunto il padrone e avendo visto (era luna piena) che i cavalli erano sdraiati, se n’andò tranquillo. Ma i nemici vanno di nuovo da Balsamio: “Il tuo servo stanca i cavalli per le fatiche altrui! Va’ e vedi”. Subito si alza e va, ma il santo montò a cavallo e si allontanò, spingendo avanti la mandria per attraversare il fiume. Questo fiume è di corso pericoloso; fu detto Metauro (Petrace) perché passa in mezzo a Tauriana, la città del re Tauro. Era una città famosa, e i suoi ruderi, su entrambi le sponde, rivelano l’antica grandiosità, anche se il centro è disabitato a causa delle devastazioni avvenute in tempi recenti (?). Il santo alzò il frustino e percuotendo l’acqua, disse: “Fermati, Metauro!” L’acqua si fermò di qua e di là, e il santo passò con i cavalli come su terra asciutta. Il padrone, che lo inseguiva, si mise a gridare: “Pietà di me, servo di Dio!” Il santo fece sì che anch’egli passasse al di là come per terra solida; allora Balsamio cadde ai piedi del santo, chiedendo perdono e dicendo: “Ora so che veramente tu sei servo di Dio!” Si arresta qui la prima parte della Vita, il cui titolo ha dato luogo a una incredibile mistificazione. Esso, infatti, è: Racconto del vescovo Pietro, sulla vita e i miracoli di Fantino; alcuni, però, hanno letto uno strampalato: Del Pietro vescovo occidentale sulla vita e i miracoli di Fantino (confondendo dhiìghisis-racconto, con dhitikòs-occidentale). Pietro, vescovo di Tauriana, riferite le poche notizie che si tramandavano su san Fantino, continua elencando alcuni miracoli attribuiti al santo: è interessante notare che essi gli erano stati riferiti dai diretti interessati, oppure egli stesso ne era stato testimone oculare. Un certo Teodoro era trattenuto a Siracusa dal Giudice, e aveva mandato a Tauriana uno dei suoi servi per portargli delle carte, tra le quali credeva esserci la ricevuta di un prestito d’oro di cui doveva rispondere. Pur avendo molto cercato, non poté trovarla; cominciò allora a piangere: “Fantino, aiutami!” Venuta la notte, in sogno un uomo a cavallo gli dice: “Che hai?” E quegli: “Mi viene richiesto oro che non ho rubato, signor mio!” E quello: “Per te sono venuto da lontano: il mio cavallo è tutto bagnato di sudore”. Teodoro chiede: “Chi sei?” E quello risponde: “Sono di Tauriana, abito vicino alla casa del tal prete. La ricevuta che cerchi si trova in quel tal libro, all’ultima pagina”. E si allontanò: il santo celò il proprio nome, indicando soltanto il proprio tempio. Teodoro poi trovò nel libro indicatogli in sogno la ricevuta che cercava, la mostrò al Giudice, e fu liberato. Niceta, arcidiacono di Tauriana, da ragazzo aveva avuto la scabbia. Deposto nel tempio del santo, vede in sogno il santo, con accanto i vescovi Giorgio e Giovanni di Tauriana (che erano sepolti nello stesso tempio). Il santo dice a Niceta: “Spogliati!” Quello si toglie la veste, poi la camicia, e resta nudo. Di nuovo il santo dice: “Spogliati!” Il ragazzo risponde: “Non ho più nulla da togliere!” E quello: “Ti ho detto di spogliarti!” Allora Niceta sogna di strapparsi la pelle; si sveglia di soprassalto e si vede guarito. Un tale aveva preso in prestito tre monete ma, chiedendo il creditore la restituzione, negava dicendo di non avere preso nulla da lui. Quegli gli dice: “Giura per san Fantino!” Il miserabile giurò per la tomba del santo, e subito schiattò. Un tale, avendo male ai piedi, va al santo. E in quella stessa notte, vede un uomo venerando, accompagnato da un ragazzo, al quale dice: “Slegagli i piedi”. Al mattino quell’uomo si svegliò sano. Una bambina, Gregoria, diventò cieca. Subito suo padre la condusse al santo. Dopo la Celebrazione notturna, mentre faceva giorno, improvvisamente la bambina aprì gli occhi e riconobbe il papà, che la condusse a casa, glorificando Dio. Questa bambina poi fu igumena del monastero del santo. Il medico David, siro-ortodosso, stava per accecare totalmente. Va al santo, scende nel sepolcro inferiore, dove prima giacevano le venerabili reliquie, e vede un poco d’acqua, che usciva da un buco. Si lava gli occhi con quell’acqua e subito riacquista la vista. Un sacerdote da giovane aveva avuto un grave male. Trasportato al tempio di san Fantino, vi rimase non pochi giorni. Una notte, vede in sogno salire dal sepolcro inferiore un bel giovane, avvolto da una clamide, le gambe con rossi legacci, i sandali ai piedi. Lo precedeva un ragazzo che teneva una lampada. Salito dal sepolcro, si avvicinò al malato e gli diede incenso odoroso; poi si allontanò passando dalla porta occidentale e uscendo nel portico. Subito il malato si svegliò guarito. Un uomo fu portato da quattro persone in un lenzuolo poiché le sue membra erano illanguidite. Fu posto nel portico e guarì prontamente. Andrea, eminente nel Consiglio dei Consoli, oltraggiava il santo, dicendo: “Chi è mai questo Fantino? un cavallaro!” Cadde e si ruppe un femore. Essendosi pentito, supplicava il santo di venirgli in aiuto; quando fu guarito glorificò Dio: “Davvero questi è un taumaturgo!” Un’indemoniata fu unta con l’olio della lampada del santo: subito guarì e si fece monaca nel monastero attiguo al tempio del santo. Per intercessione del santo, guarì anche un indemoniato, tormentato da sei anni. Il monaco Teoctist sognò di trovarsi nel tempio per i consueti inni mattinali. Ed ecco un giovane, alto, dai capelli neri, molto bello, che aveva in mano un bastone nel quale c’era incisa questa frase: Sorgi, o Signore, aiutaci, e liberaci in grazia del tuo nome. Si siede, e l’igumena gli dice: “Dai nostri padri non abbiamo ricevuto la tradizione di stare seduti durante la salmodia!” E il giovane: “Lo so che non c’è questa tradizione, ma dai miei facciamo così”. L’igumena: “Di dove sei?” Il giovane: “Sono di qui! Questa è casa mia, ma finora non ero qui”. E alzatosi, se n’andò verso il lato destro del tempio, in direzione dell’Oriente. L’igumena gli dice: “Vai via?” Egli risponde: “Sì, me ne vado perché sono stato inviato a un servizio e ho fretta di condurlo a termine; ma tornerò di nuovo e allora rimarrò con voi”. L’igumena dice: “Prega per noi”. Ed egli, voltatosi e avendo fatto il segno della croce, si allontanò, procedendo verso la parte orientale del tempio. Approssimandosi la Pasqua ed essendo l’igumena preoccupata perché il monastero non aveva olio, verso l’ora sesta del giorno, ecco un uomo il quale, portando sulle spalle un vaso pieno di olio, della capacità di circa dodici sestari, dice: “Il vescovo corse pericolo in mare ma giunto in vista del tempio del santo, si salvò; ha mandato quest’olio per san Fantino”. Una bambina prossima a morire fu portata al sepolcro del santo. Disse alla madre: “Mamma, ecco san Fantino!” e rese lo spirito. Una donna in coma, invece, si risvegliò subito. Una volta, era già sorta l’aurora e risplendeva ormai il giorno, quando la salmodia era alla fine ed era stato intonato da tutte le monache a alta voce il continuo Kirie eleison! finale, e tutte tenevano le mani levate verso Dio, improvvisamente una luce riempì tutto l’altare, nel quale giacciono le reliquie del santo. Le coriste rimasero mute e immobili né più furono capaci di cantare per il grande sbigottimento, né potevano fuggire. La luce rimase visibile sull’altare per un’ora intera, poi sparì e tutta la chiesa si riempì di una grande fragranza. Intanto, un certo Salomone si era fermato per la notte al riparo di quel tempio di San Fantino che si trova nella discesa del monte (il tempio sorge laddove si dice che il santo pascolava i cavalli; vicino, c’è l’ara di San Fantino, dove fu costruito un oratorio). Mentre riposava, vede molti uomini vestiti di bianco che, scesi da cavallo, entrarono nel tempio. La chiesa era riempita di luce, mentre quelli cantavano ad alta voce; i cavalli rimasti fuori, nitrivano. Fuor di sé per la paura, quello rimase immobile. Dopo circa un’ora, terminato il canto di quegli uomini, vede di essere solo, mentre il tempio era chiuso. Una volta gli Agareni vennero dall’Africa per saccheggiare, mentre tutto il popolo era convenuto da ogni parte per la festa del santo, un 24 luglio. Appena però la nave giunse in vista del tempio del Santo, una tempesta di vento la spinse contro gli scogli. Alcuni Agareni perirono, altri furono catturati. Questi dissero: “Abbiamo visto sullo scoglio un giovane che aveva in mano una fiaccola accesa. Vicino a lui stava una donna, vestita di porpora, e al suo cenno il giovane scagliò ciò che teneva in mano contro la nave, e subito la nave fu sommersa”. Gli Agareni catturati diventarono cristiani, non desiderando più ritornare nella loro patria. Nel primo anno di regno di Leone l’Eretico (717\8), il vescovo Pietro – come racconta - fu mandato dal Comandante militare della Sicilia come ambasciatore all’Imperatore, per la correzione di capitoli riguardanti il paese e insieme il Regno. Durante la navigazione, si alzò un vento tempestoso, l’Euroclito: mentre il mare si gonfiava, i nocchieri avvolsero le vele, portarono dentro i timoni e allentarono le corde sulla prora, lasciando andare alla deriva la nave. Passano tre giorni e tre notti, finché il diacono che accompagna Pietro vede in sogno san Fantino che si avvicinava di corsa a cavallo e percuotendo le onde con il frustino: subito il mare si calmò. Giunto Pietro a Costantinopoli, la notte prima di essere ricevuto dall’imperatore, lo stesso diacono sognò di essere a Palazzo e di vedere l’imperatore, seduto nella Magnaura, che minacciava il vescovo. Intanto gli si accostò un vecchio – che somigliava a un tale di Tauriana – che gli disse: “Va’ e digli di non temere; parlerò io all’imperatore”. L’indomani il vescovo Pietro andò a Palazzo di buon animo; subito fu chiamato dall’imperatore e invitato a pranzo, ricevendo da lui molti doni.

 


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i santi di oggi 22-11-2019

Santi Filemone, Archippo e Onesimo, apostoli; San Onesimo, apostolo; Santa Cecilia e compagni, martiri; San Marco di Antiochia e compagni, martiri; San Procopio di Palestina, martire; San Menigno, martire; San Aggabas; San Callisto II, Xantopoulos, patriarca di Costantinopoli; San Germano di Ikosifinissa; Santi Cristoforo ed Eufemia, martiri; Santi Tallaleo e Antimo, martiri; San Taddeo, martire; San Agapione, martire; San Agapio, martire; San Sisinio, ieromartire; San Giacomo Tsalikis.

i santi di domani 23-11-2019

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