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30.08: Memoria di San Fantino il Nuovo (antico manoscritto)

 

Archimandrita Antonio Scordino




 

+ San Fantino il Nuovo
30 agosto -14 novembre

 

La personalità storica del compagno di Niceforo, san Fantino, è nota da poco, poiché solo alla fine del 20° secolo è stata pubblicata la Vita, conservata in un’unica copia finita non si sa come in Russia.
Alcuni eruditi hanno pensato che Fantino fosse oriundo della Regione delle Saline, ma sol perché ivi mosse i primi passi di vita monastica e perché portava il nome di san Fantino il Cavallaro. Sono convinto, invece, che egli non sia nato nella Sicilia continentale, in provincia di Reggio, ma nel nord della Calabria: nella Vita si legge infatti che egli, nascosto sui monti del Pollino, fu scoperto da alcuni cacciatori che ben lo conoscevano perché ‘vicini di casa’, i quali andarono subito a chiamare i genitori di Fantino. Ecco comunque in sintesi – come al solito - la Vita [1].

Il nostro padre di beata memoria, il grande Fantino, nacque in Calabria [circa 920] da Giorgio e Vrieni [2]. Più che dal latte, fu nutrito dalla condotta dei genitori, ricolma del Santo Spirito, e fu dato allo studio delle Sacre Scritture. Dotato di un vivo desiderio di imparare, in men che non si dica arricchì alla perfezione la mente; respinti i giochi infantili, amava frequentare i devoti.
Suo padre, arguendo l’intima disposizione del ragazzo, a otto anni decide di offrirlo in dono a Dio e - poiché era giunta al suo orecchio la fama di sant’Elia [Speleota] – si recò al monastero [di Melicuccà] dove si trovava il grande uomo di Dio. Questi però, immerso nel colloquio con Dio, si faceva vedere solo di sabato e domenica.
Giunto che fu il sabato, Giorgio e Fantino furono condotti dinanzi al santo. Ed egli, rimandato a casa il padre, chiamò il più saggio dei monaci e gli affidò il ragazzo. E grazie alla rapidità nell’apprendere e all’intelligenza di cui era dotato, nell’arco di cinque o sei anni, Fantino riprodusse in se stesso la ricchezza e la varietà delle doti del suo maestro. Tutti ne tessevano le lodi: non era l’età che induceva i ghèronti a lodare il giovane, ma la mente adulta e stabile, i modi educati e la squisitezza dell’animo.
Mentre egli così progrediva, un giorno Elia lo mandò a chiamare e gli disse: “Fantino, perché sei venuto, così giovane, da noi miseri ghèronti?”. Rispose: “Per Cristo e per i miei peccati”. Disse allora Elia: “La via verso Cristo è difficile da percorrere sino alla fine; coloro che la scelgono, soffrono fame e sete e nudità. Fa’ attenzione, perché molti sono i tranelli del nemico, e ti devi preparare a fronteggiarli”.
Dopo aver detto queste parole, tonsurò il giovane, e lo iscrisse nella comunità dei monaci, affidandogli il servizio della cucina[3]. Fantino assunse con gioia quell’incarico: badando al fuoco della cucina, immaginava il fuoco che riceve i peccatori; e servendo i fratelli a tavola, li vedeva come angeli e non come uomini.
Egli in un primo tempo mangiava ogni due o tre giorni; passato un anno dalla tonsura, prese a nutrirsi una sola volta la settimana di verdure crude e legumi, e raramente d’un pezzo di pane con acqua: vinse cosi la gola, e acquisì il completo dominio sulle altre passioni. Dopo aver purificato a fondo il cuore, ed essere giunto alla misura dell’età che attua la pienezza di Cristo [30 anni circa?], ricevette l’incarico di ekklisiarka, custode del tempio.
Giunse l’ora in cui Elia, pieno di anni, si affrettava verso Colui che amava. Chiamati dunque tutti, con volto lieto disse: “E’ giunto il momento della mia partenza: il giorno è terminato e gli angeli che prenderanno la mia anima sono arrivati. Se custodirete i miei precetti, se camminerete come vi ho prescritto, non solo non mi separerò da voi, ma parlerò in vostro favore quando verrà l’ora del giudizio. Abbracciatemi per l’ultima volta, e non offrite pianti, ma silenzio”. Dopo aver esortato e consigliato tutti, rese lo spirito. Molta folla si adunò per onorare la sua gloriosa fine, e tutti cantarono inni per tre giorni: coloro che erano preda di malattie tornarono a casa guariti.
Il nostro Fantino, dopo venti anni di obbedienza, giunto al possesso del discernimento spirituale e appreso le divine dottrine, fatto esperto sul come regolare - nei tempi e nei modi - la preghiera, abbraccia la vita eremitica, e detto addio al mondo, con l’unica tunica e il mantello che indossava, esce dal monastero, e si dirige verso i monti della Lucania[4].
Giunto che vi fu, e trovato che ebbe un luogo rispondente, rese grazie a Dio. Ma il diavolo lottava per trascinarlo nelle sue reti: ora lo spaventava con strepiti nel cuor della notte, ora gli moveva contro serpenti smisurati. Egli però, usando a difesa il segno della Croce, rendeva vane le macchinazioni dell’ingannatore. Un giorno il santo stava dormendo al riparo di una roccia: i demoni cercarono di spingerla giù per schiacciarlo con essa, ma la Grazia increata scagliò lontano il macigno, e salvò Fantino. Un’altra volta, il nemico prese l’aspetto dei genitori, che così piangevano: “Figlio nostro dolcissimo, lascia questo deserto; ritorna, abbandona questa solitudine!” Ma egli si mise a cantare Il Signore è mia luce e mio salvatore e Non avrò paura dei miei nemici.
Una volta si imbatte in un branco di cinghiali che mangiavano pere selvatiche. Era inverno, e faceva un freddo intenso; Fantino era intirizzito dal gelo (era infatti nudo, giacché la tonaca in un anno si era distrutta), ed era affamato, dato che si nutriva di radici e germogli. Quando gli animali videro che il santo si avvicinava alle pere, si scagliarono da ogni parte contro di lui. Ma egli parlò alle fiere: “Siete esseri privi di ragione e di sentimento, io invece sono a immagine e somiglianza di Dio”. Alle sue parole i cinghiali si ritrassero.
Una volta il beato, tormentato dal freddo, si mise a correre per riscaldarsi. Ma poiché nel correre era ancor più percosso dal gelo, si infilò in una balla di lino messa a macerare sulla spiaggia; però i topi - trovando il corpo del santo disteso e come privo di vita - si misero a dilaniarlo. Appena cominciò a svilupparsi calore, Fantino rinvenne con le membra tutte divorate. Quali e quante furono le prove che affrontò nel corso di diciotto anni, da quando lasciato il monastero prese dimora su quei monti!
Venne alfine il momento in cui Dio si compiacque di elevare quel luogo a propria dimora, e dispose che Fantino riunisse un’accolta di monaci. A tal fine, la Provvidenza fece sì che da lungi lo scorgessero alcuni cacciatori, suoi vicini di casa. Costoro riconobbero il santo e avvisarono i genitori. Essi si affrettarono a raggiungerlo e, quando arrivarono, ecco che Fantino si fece loro incontro. Dopo che si scambiarono la benedizione, Fantino disse ai genitori: “Andate a casa, vendete tutti i vostri averi, date il ricavato in elemosina e tornate da me, per imitare la povertà di Cristo”.
Essi acconsentirono e tornarono presso il santo. Intanto, il divino zelo invase molti, e li convinse a riunirsi insieme sulla montagna. Fantino costruì allora dei monasteri, tra i quali uno per la madre e la sorella, e uno per il padre e i fratelli Luca e Cosma. Così Fantino trasformò le balze inaccessibili dei monti in dimore di uomini santi. Egli però bramava la solitudine e il deserto di poco prima. Perciò, pose economi nei cenobi (suo fratello Luca in quello principale)[5].
Quindi di notte - a piedi nudi, con una pelle di capra che gli copriva il corpo – andò via di nascosto, per recarsi in un altro luogo. Ma quelli che vi abitavano [i Langobardi] lo legarono come spia [dei Romani] e lo gettarono in una prigione sotterranea. Là era preda dai pidocchi, e non sapendo cosa fare, prese dei cocci, e con essi si raschiava il corpo tutto coperto dagli insetti che lo molestavano. Finalmente lo tirarono fuori, del tutto sfigurato. Egli si allontanò di là verso una regione dotata di acqua perenne e sovrabbondante di pace; qui passò un periodo assai lungo, poi ritornò al monastero. Sua occupazione era il trascrivere codici, e il levare notte e giorno inni a Dio.
Una volta, mentre camminava lungo la spiaggia e i suoi confratelli stavano sulla barca, d’un tratto apparve dai monti un tale che strepitava a gran voce e digrignava i denti come fuori di sé: afferrò il santo, lo sollevò in alto e cercava di gettarlo in mare. Quelli della barca si affrettarono a soccorrere il padre, ma il beato Fantino disse placidamente: “Lasciate, figli, che il mio nemico mi faccia guerra come vuole”. E in men che non si dica quell’uomo, gettato a terra dai demoni, rimase esanime. Fantino, presolo per mano, subito rimise in piedi sano l’indemoniato e, fattolo fare monaco, lo rese perfetta dimora dello spirito di Dio.
Molti accorrevano a lui, quanti non si può immaginare; ed egli curava coloro che erano in preda a malattie o che zoppicavano nell’anima. Tutto a tutti egli si fece, per guadagnare tutti o i più; egli era in grado di conoscere chiaramente le profondità dell’animo. Egli conservava perfetta l’immagine di Dio impressa nell’uomo al momento della creazione e, divenuto un nuovo Adamo, trattava da amici le belve e i rettili. Aveva nel monastero delle api, e un’orsa le divorava. Fantino le disse: “Le cose di qui ti comando di non toccare”. Essa non fece più danno.
Una volta le mule al pascolo si allontanarono, e i monaci andarono a cercarle. La fatica del cammino provocò in loro una gran sete, e il servitore del santo, Ciriaco, andò un poco più avanti; appena ebbe invocato il padre, zampillò un getto d’acqua abbondantissimo. Dopo aver bevuto, egli tornò subito indietro, per indicare l’acqua agli altri: ma come essi giunsero l’acqua finì. Tutti allora gridarono: “Santo di Dio, Fantino!”, ed ecco che una asciutta rugiada immediatamente zampillò nei loro cuori, e ne furono rinfrescati al pari di colui che aveva bevuto l’acqua[6].
Una volta il santo sentì il desiderio di andare al [Gargano, al santuario del] Santo Angelo, della città di Siponto [Manfredonia], e di mirare con i propri occhi lo splendore che colà ne emanava. Prese perciò con sé il detto Ciriaco e altri due, e partì. E in diciotto giorni lo raggiunse a piedi, senza mangiare né bere: poi dall’Ora nona [15 circa] fino all’indomani, quando ricevette la comunione, rimase in veglia senza sedere. Infatti egli era solito restare in piedi dall’Ora nona fino alla Divina Liturgia. Or dunque, dopo la partecipazione ai divini Misteri, il servo di Dio chiese dell’acqua, così che grazie a essa e col sussidio dell’antidoron, del pane benedetto, si aprisse un passaggio nell’interno del corpo, poiché la gola gli si era seccata per la troppa astinenza: ma appena l’acqua del primo bicchiere scese giù, si produsse uno spasmo delle viscere, e ne derivarono dolori su dolori; perciò a fatica il santo ritornò al monastero.
Una notte, dopo il termine dell’Ufficiatura, ritiratisi tutti i monaci dal kiriakòn, dalla chiesa principale, egli restò dove stava e, levato lo sguardo e le mani verso il cielo, stette fino a sera senza respirare. Quando infine tornò in sé, chiese: “Cosa è questo cicaleccio? che ora è?” Essi dissero che era l’undecima ora [17 circa]; allora egli comandò loro di terminare l’Ufficio del Lucernale, del Vespro. Dopo di che presero a supplicarlo di dir loro ciò che aveva visto. Allora il santo così disse: “Fratelli e padri miei, vi consiglio di rinunciare a tutto e di andare via di qua nudi”.
Detto così, e gettata via la tunica, se ne andò nudo per i monti. Da quel momento prese a star senza bere, senza mangiare e senza alcun vestito perfino per venti giorni di seguito. Si nutrì per quattro anni di erbe selvatiche, e di niente altro. Inoltre, rintracciato e tratto a forza a casa, subito il santo ritornava là dove si aggirava prima, preferendo le fiere agli uomini. Ma un giorno, passato che fu molto tempo, tornò al monastero (coprendosi appena il davanti col mantello), e annunciò lietamente: “Viene il grande Nilo! Andiamogli incontro”. Subito arrivò Nilo, ed ecco ciò che Fantino rivelò a Nilo (e sul finire della sua vita anche a noi):
“Dopo la fine della preghiera comune, poi che ebbi elevato le mani, la mente e gli occhi verso l’Altissimo, mi sembrò di vedere in spirito uno splendore: e due esseri sfolgoranti mi presero e mi portarono fuori del mondo. Incontrai allora sciami di esseri oscuri, e fui tutto pieno di orrore per il loro tumultuare; fino alle porte del cielo mi toccò di incappare in siffatti esseri, fra i quali mi facevano passare coloro che mi portavano. Improvvisamente vidi una regione splendente di luce e sentii echeggiare un inno ineffabile, e deposi il turbamento che avevo. Poi tuonò una voce, che fece risuonare canti meravigliosi, e sfavillò un fuoco straordinario. Fui iniziato a misteri che non si possono narrare, e udii queste parole: Mostrategli tutto ciò che è stato preparato per ciascuno. Coloro che prima mi avevano portato colà, mi condussero in un luogo pieno di fumo maleodorante. E vedo là un grande fuoco completamente privo di luce; in mezzo a esso pendeva una specie di antenna fiammeggiante: alcune anime giudicava che potessero andare oltre, altre invece le respingeva nel fuoco. Stavo per svenire a questo spettacolo spaventoso, quando i miei accompagnatori mi presero e, oltrepassata l’antenna fiammeggiante in mezzo all’enorme distesa di fuoco, mi condussero in un luogo splendente e piacevole, ed ecco mio padre e mia madre! Abbracciandomi, mi dissero: Vedi di quali beni ineffabili e immortali sono fatti eredi qui per l’eternità coloro che servirono il Signore, e con tutte le energie furono servì fedeli sino alla fine! Poi i miei accompagnatori mi separarono a forza dai miei genitori, e mi condussero là dove si levava l’inno armonioso. Qui udii dire: Va’ ad annunciare nel mondo ciò che hai visto!”.
Nilo allora, colpito da queste parole, coprì di rimproveri tutti coloro che abitavano il monastero di Fantino, “perché” - diceva – “un uomo simile, che è salito fino al terzo cielo e ha udito cose ineffabili, lo giudicaste un mentecatto”[7].
Trascorso molto tempo, una notte fu rivelato al santo che sarebbe andato a Tessalonica. Assicuratosi che questo era davvero un comando di Dio, Fantino convocò tutti i monaci intorno a sé nella chiesa, e rivolse loro questi ammaestramenti: “Padri, fratelli, figli! Finché abbiamo tempo, camminiamo onestamente; finché è giorno, seguiamo il sole. Avanza inesorabile la notte, quando nessuno ormai può lavorare. Esortiamoci a vicenda, dicendo qual è la tenebra esterna, il fuoco inestinguibile, il verme che non dorme, lo stridore di denti, le catene indissolubili, il Tartaro, il pianto inconsolabile, come si avvolgerà il cielo al pari di un rotolo, come le stelle cadranno e il sole si oscurerà; come si apriranno i cieli e il giudice scenderà, e le potenze, sconvolte, accorreranno, e sarà preparato il terribile trono, e il suolo sarà scosso al passo del giudice; come incontro a lui si affretteranno i santi e saranno fatti degni di dimorare con Cristo”.
Dopo aver dato ai monaci questi ammonimenti e molti altri, presi come compagni di viaggio Vitale [?] e Niceforo [il Nudo], si imbarcò su una nave che si accingeva ad attraversare il mar Ionio per raggiungere l’altra sponda. Venuta a mancare l’acqua potabile per il gran numero dei passeggeri, tutti insieme si rivolsero al santo. Egli li esortò a riempire di acqua marina tutti i recipienti che avevano; e poi che essi ebbero eseguito ciò con fede, Fantino, fissato lo sguardo al cielo e fatto con la mano il segno della croce su tutti i vasi, bevve primo fra tutti. Quando poi anche gli altri bevvero e si rinfrescarono, lodarono come meritava il singolare prodigio. Giunti che furono alla terra ferma, quella che era prima acqua di mare riprese la sua natura.
Partito poi di là, il santo giunse nel Peloponneso; entrò quindi a Corinto, e dopo in Atene: e subito la fama tutti condusse a lui. Passò poco tempo, e una malattia lo mise a letto. Tutti si aspettavano che egli ne sarebbe morto, ma egli disse ai presenti: “Perché mi affliggete? Fantino vedrà la fine nella terra dei Tessalonicesi”. Dette queste parole, rimandò tutti a casa; e ricuperata sull’istante la salute, parti di là e raggiunse Larissa. Qui per parecchio tempo dimorò presso il tempio di sant’Achillio. Un giorno esclamò: “Ah, quanto è bello questo luogo! E pensare che cadrà in mano ai nemici! [Bulgari]”
Dopo aver detto così, benedetti tutti i presenti, discese alla riva del mare e, salito su una nave, approdò a Tessalonica. Entrato poi nel tempio del grande martire Mena, vi pose la sua residenza: subito andò a fargli visita colui che rivestiva la carica suprema nella città e l’arcivescovo.
Passati dunque nel detto santuario circa quattro mesi, il glorioso Fantino si stabilì colà dove trascorse il resto della sua esistenza e pervenne al termine della vita[8]. Ogni giorno molti si presentavano a lui per esserne beneficati nell’anima e insieme nel corpo. Un certo Antipa, afflitto da un insopportabile mal di testa, una volta vide Fantino che gli diceva: “Tu conosci la straordinaria preghiera di san Filippo di Agira!” Recitando la preghiera, Fantino si mise a massaggiargli la testa, ed ecco che fiotti di pus gli uscirono dalle orecchie. Vedendo ciò, Antipa capì che la visione era stata realtà, non sogno; a dire il vero egli conosceva quella preghiera, ma se ne era dimenticato.
Una volta Fantino si recò con Antipa alla porta Cassandriotica, e stette seduto fino alla quarta ora; poi rapidamente si diresse verso il tempio della grande martire Anisia, e si fermò presso la strada che porta verso sud, lungo il passaggio. Ed ecco due monaci provenienti dal monte Athos, che passavano nella direzione di Atene. Fantino, caduto prono ai loro piedi, chiedeva la benedizione: essi però passarono oltre senza fermarsi. Antipa fra sé li accusava di superbia, ma il grande Fantino disse: “Smetti di giudicare: uno è Atanasio, e l’altro è Paolo”[9].
Un giudice che aveva messo le mani sulla carica con lo scopo di arricchirsi, cercava di portare in suo potere ogni cosa. Fantino, mosso dalla compassione e dal lamento dei poveri, cercava di salvare quelli che erano angariati da mani troppo dure e da chi li defraudava, e spesso supplicava il suddetto giudice perché recedesse dalle sue azioni ingiuste. Ma quello, sempre più adescato nell’animo dall’avidità di denaro, respingeva le parole del santo facendosene beffe. Il grande Fantino allora, visto che costui si era gonfiato troppo, esclamò dinanzi a tutti: “Signore, sorgi nella tua ira, e di ciò che appartiene a questo insensato tutto distruggi fino all’ultima pietra”. I cittadini in massa si impadronirono infatti di tutto ciò che il giudice possedeva, e a malapena costui poté salvare la vita.
Un fatto simile avvenne anche al duca di Tessalonica [10], colui che aveva la somma carica della città, nel caso di una vedova indifesa e di un orfano. Il duca ritenne che la richiesta di Fantino non fosse accettabile e quindi non diede ascolto al santo, e lo mandò via. Ma quell’uomo ispirato da Dio, disse: “Signor duca, attento! Ti pentirai invano!” Egli fu infatti assalito da febbre violenta, e allora mandò uno a supplicare il santissimo Fantino. Alle preghiere di costui subito il santo tornò pazientemente indietro e in men che non si dica guarì il duca dalla febbre.
Una volta un povero cercò rifugio presso Fantino, poiché era stato calunniato presso il governatore. Fantino gli disse: “Portagli due polli!” Ma il povero nulla possedeva; allora il santo lo prese per mano e lo condusse nell’orto, e subito tre gru scesero in volo: Fantino prese una gru e la diede a quel misero. Questi portò il dono, e colui che prima era il suo persecutore non gli diede più fastidio.
Un alto funzionario era solito mandargli in dono del pane, tramite una serva. Questa aveva gli occhi malati, e un giorno il santo tirò su una zolla da terra, spalmò con essa gli occhi di lei sì da renderli completamente invisibili, e poi la invitò a lavarsi il viso. La donna si lavò con fede, e i suoi occhi ritornarono belli.
Un tale, afflitto da cefalea e sofferente di mal di denti, alla porta Cassandriotica incontrò san Fantino. Il santo gli diede uno ceffone e continuò per la sua strada: quello restò di stucco, ma poi scoprì di non aver più alcun dolore.
Un tale, a letto da lunghissimo tempo, era agli ultimi rantoli. Venne Fantino e impose le sue mani sulle membra del morente, a una a una. L’infermo si ricoprì di sudore, e quello che prima era considerato spacciato si trovò pieno di salute.
Una vecchia filatrice, dovendo a un tale molte monete d’oro, andò dal santo. Fantino si pose una fune intorno al collo, e comandò a quella donna di trascinarlo a casa del duca. Quando il duca lo vide, chiese che cosa fosse accaduto. E Fantino rispose: “Ho un debito con questa donna, e per questo mi sta trascinando così”. Essi allora donarono generosamente di che soddisfare il debito della donna.
Una volta, mentre camminava a piedi nudi nella neve, attanagliato dal freddo, gli si fece incontro una vecchia, con l’idea di ricevere qualche spicciolo. Il santo non aveva nulla, e perciò le diede la tunica in cui si avvolgeva.
Una volta un monaco di grande spiritualità, si scandalizzò a causa di Fantino. Alcune donne di malaffare erano sedute attorno a Fantino, intente a togliergli i pidocchi dalla tunica, e quindi il santo era tutto nudo. Trovato poi il suddetto monaco in chiesa, Fantino lo chiamò e gli disse pacatamente: “Lo so che ti sei scandalizzato, poiché sei un essere umano; ma io per grazia divina sono di marmo”.
Una volta i Bulgari razziavano le nostre regioni e il duca Pediasimo stabilì che quanto era all’esterno delle mura della città venisse bruciato [per motivi di sicurezza], e anche al nostro monastero decise che toccasse tale sorte, poiché era addossato alle mura. Ma Fantino replicò al duca: “Non preoccuparti; il suolo sarà ricoperto dei cadaveri dei Bulgari”. La profezia del santo non fallì [997?].
Due fratelli, che erano pieni di reciproco affetto, si trovarono a esser gonfi di veleno e di inimicizia per opera del nemico malvagio e invidioso. Il beato Fantino, riuscì a farli incontrare; poi in segreto rivelò loro il futuro, e finalmente li unì nell’amore. Giunto il sabato, secondo la profezia di Fantino, dolcemente uno spirò nelle braccia dell’altro.
Un pentolaio nutriva ormai da sette anni un’inimicizia implacabile nei riguardi di suo figlio. Il grande Fantino mutò in amici coloro che prima erano inconciliabili. Da allora essi divennero davvero padre e figlio.
Giunse cosi il tempo in cui anche Fantino, pieno di anni e di virtù, doveva andarsene verso Colui che amava. Molti accorsero a lui al diffondersi di tale notizia: fra questi anche Simeone, insigne fra i monaci per ascesi e per dottrina profana, e Fozio. Ma Fantino disse: “Rimarrò così come vedete per tutta questa settimana; me ne andrò sabato prossimo, dopo la Veglia. Piuttosto, Dio ci salvi da Pietro Skliro! Egli si accinge a scrivere il libro Riflessioni, e non sa come andrà a finire!” [11]
Egli dunque depose lo spirito nelle mani di Dio, essendo nel 73° anno di età [12]; partì così dalla vita sensibile per entrare definitivamente nella vita nascosta con Cristo in Dio, e si trasferì là dove è la dimora degli eletti. Tale fine ebbe il beato, e così previde il suo passaggio al Signore e la sua dipartita dal corpo.
Per la cerimonia funebre del terzo giorno [13] dalla sua morte, fin dalla sera si stavano cantando salmi in una veglia affollatissima, quando a un tratto dalla sua tomba si sprigionò un profumo assai strano. Mentre tutti, interrotti gli inni, gridavano Kirie, eleison!, ecco arrivare una donna che aveva una mano paralizzata: la misera unse l’arto rattrappito con l’olio della lampada e subito guarì. Anche il nono giorno rimanemmo in veglia, e il profumo non scompariva. C’era fra gli astanti un monaco che aveva un tumore al petto. Ed ecco vede il santo con un rasoio in mano, che faceva come per inciderlo. Subito per la paura si sveglia, ed era guarito.
A un monaco, preda di un demonio sfrenato, apparve in sogno Fantino e gli disse: “Accendi in una lampada olio mescolato con vino, e poi bevilo tre volte”. Il sofferente bevve fiduciosamente, e tornò a casa purificato per grazia di Fantino: raggiunto poi il monte Athos, divenne dimora dello spirito divino.
Un tale che soffriva di ritenzione di orina bevve un miscuglio di acqua consacrata e di terra presa dal sepolcro di Fantino, e subito guarì.
Un vasaio era stato costretto a letto da una lunga malattia; salute e agiatezza lo abbandonarono, e sua moglie dovette piegarsi a mendicare il pane di casa in casa. Gli si presentò san Fantino che gli prese tra le mani la testa, e d’un tratto gli sgorgarono insieme da orecchie e naso fiotti di sangue che inzupparono il giaciglio. La mattina seguente si alzò guarito.
Un tale, trovandosi nella Città imperiale, chiedeva un’icone di Fantino. Lo indirizzarono a un valente artista, che era idropico, completamente immobile da tre anni. La notte seguente Fantino si recò visibilmente presso l’idropico e, fermatosi ai piedi del letto, disse: “Alzati e dipingi fedelmente Fantino, così come mi vedi”. Quegli sentì uno stimolo nella vescica, evacuò tutto, fra cattivi odori, e riacquistò la salute. Si mise subito a disegnare colui che aveva dinanzi agli occhi; ma al battere del segnale della mezzanotte l’apparizione scomparve. Però la notte seguente il santo si presentò nello stesso modo, e la copia della sua immagine fu così portata a termine.
I Bulgari catturarono il servo di un tale; mentre era rinchiuso in catene nella città di Calidro, il santo si presentò visibilmente al prigioniero, e lo liberò immediatamente dalle catene; poi lo condusse fuori, senza farsi vedere né dalle guardie né dai compagni di prigionia, e lo portò nella città di Kitro dove, trovata una nave, lo nascose nella stiva. I marinai partirono di là, e la mattina presto giunsero a Tessalonica. Ma uno andò nella stiva e vide là dentro un uomo addormentato: egli spiegò di chi era servo, come era stato catturato, e aggiunse: “Quanto a colui che mi trasse fuori della prigione, era un monaco massiccio nel corpo, che incuteva timore all’aspetto, bianco di capelli, di statura media, a piedi nudi, e con la barba non molto lunga”. Il suo padrone, ricuperatolo così, lo condusse nel tempio di Fantino, e non appena l’ex-prigioniero vide l’icone del santo, esclamò: “Ecco chi mi ha liberato!”.
Una monaca aveva delle scrofole nel collo, e chiese la guarigione a Fantino; egli ebbe pietà di lei, e le fece scomparire tutte completamente.
Come avvenne per san Paolo, i cui fazzoletti mettevano in fuga malattie e demoni, così avvenne anche per Fantino … [il manoscritto è mutilo]

La memoria del santo ricorre al 14 novembre; poiché nello stesso giorno l’ortodossa Chiesa cattolica esalta il vanto di Tessalonica, il santissimo pontefice Gregorio il Palamas, Fantino è celebrato al 30 agosto (data che forse ricorda qualche traslazione delle reliquie).

Note:
1) Monaca Maximi, O osios Fantinos o en Thessaloniki, Ormilia 1996.
2) Il nome è un po’ insolito: santa Vrieni, zia di santa Febronia, fu igumena d’un monastero di Sibapoli (Nisibis) in Persia.
3) Lungi dall’essere modesto, l’incarico è di una certa importanza: il cuoco deve infatti saper districarsi tra astronomia e matematica – per calcolare le date del calendario – e conoscere a perfezione il typikon che regola, giorno per giorno, la dieta monastica.
4) Ovvero, il massiccio del Pollino (dalla vetta, 2248 metri slm la vista si spinge sino alla Puglia), tutto grotte, doline, inghiottitoi e orridi.
5) Le ‘Vite’ di quasi tutti i santi vissuti nella Regione del Mercurio sembrano copiare questa pagina.
6) L’episodio ricorda l’acqua della conoscenza che disseta l’anima assetata di santa Fotinì: vedi Giovanni 4, 5-42.
7) Nella Vita di Nilo la visione di Fantino è diversamente interpretata.
8) In un monastero fuori le mura di Tessalonica, non lontano da Porta Cassandriotica.
9) Sant’Atanasio di Trapezunte (circa 920\1003) fondò all’Athos la Grande Laura; san Paolo invece rifondò, sempre all’Athos, il Monastero di Xiropotamo.
10) Venezia è la città romana che ha mantenuto più a lungo la carica di dux \ duca (doge).
11) Si ignora a quale Autore, e a quale opera Fantino faccia riferimento.
12) Si tratta ovviamente di età monastica: Fantino si sarà addormentato nel Signore a più di novanta anni anagrafici. La differenza età monastica \ anagrafica non sempre è stata considerata dagli eruditi, che perciò spesso hanno ricostruito quadri cronologici del tutto inaccettabili.
13) E’ tradizione della Chiesa compiere servizi funebri al terzo, nono e quarantesimo giorno dalla morte, nonché al terzo, sesto, nono e dodicesimo mese, e in ogni anniversario.

 


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i santi di oggi 11-07-2020

Santa Eufemia, la grandemartire; San Cindeo di Pamfilia, martire; San Marciano di Iconio, martire; San Martirocle, martire; San Leone di Mandra; San Nicodemo di Vatopedi; San Nicodemo di Albania, neomartire; San Nettario della Skiti di Sant'Anna; San Cirillo di Paro; Santa Olga-Elena, principessa di Russia.

i santi di domani 12-07-2020

Santi Proclo e Ilario, martiri; San Serapione, il nuovo, martire; San Michele Maleno; Santa Veronica; San Paisio del Monte Athos.

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