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26.09: Memoria del nostro Padre Teoforo NILO di Calabria e di santo Stefano il Semplice, primo discepolo e conterraneo di san Nilo

 

a cura della Chiesa Greco-Ortodossa di San Paolo Apostolo dei Greci, Reggio di Calabria




 

Lo stesso giorno, memoria del nostro Padre Teoforo NILO di Calabria[1] .

San Nilo nacque nel 910, in seno ad una delle più illustri famiglie di Rossano, capitale di Calabria, una delle rare città che per la protezione della Madre di Dio, era sfuggita al pericolo saraceno. Poiché i genitori di Nilo non tardarono a morire, fu affidato alle cure di sua sorella, primogenita, e ricevette una educazione molto raffinata. Egli godeva a restar solo per consacrarsi alle letture delle Sante Scritture e della vita dei santi, e si teneva lontano dai costumi depravati del suo tempo. Ma non avendo guida spirituale, il giovane si lasciò prendere dal laccio del piacere e si innamorò di una ragazza della città, da cui ebbe ben presto una figlia. In seguito ad una malattia, da cui guarì rapidamente attraversando un fiume, Nilo comprese che Dio lo chiamava ad una vita più perfetta. Egli abbandonò subito tutto ciò che lo teneva legato al mondo e andò al monastero del Monte Mercurion per essere ricevuto come monaco. Ma, essendo stati minacciati i monaci di severe rappresaglie se accettavano il giovane aristocratico, Nilo fu costretto a proseguire il suo viaggio fino al monastero di San Nazario, dove ricevette il santo abito monastico dopo quaranta giorni. Poco tempo dopo poté tornare al Monte Mercurion per mettersi sotto la direzione spirituale dei venerabili asceti Zaccaria e Fantino[2] . L’obbedienza di Nilo fu severamente provata dai suoi padri spirituali ma mostrò un tale zelo per la rinuncia alla volontà propria ed un tale amore per la solitudine che non tardò ad essere autorizzato a ritirarsi in una grotta dei dintorni, per intrattenersi, senza sosta, avanti al Dio invisibile come se fosse visibile.
Durante il soggiorno in questa grotta, san Nilo iniziò con ardore a sottomettere la sua carne alle leggi dello spirito. Egli ignorava l’uso di vino o di ogni nutrimento cotto e restava sovente, due, tre o cinque giorni senza mangiare. Dal mattino alla terza ora, si dedicava al suo lavoro manuale, la calligrafia, che era l’occasione per lui di penetrare più profondamente le Sante Scritture e le opere dei Padri. Dalla terza alla sesta ora, si teneva avanti alla croce, recitando salmi e prostrazioni (metanie). Dalla sesta alla nona ora si sedeva per leggere e meditare le scritture e i Santi Padri, poi celebrava l’ufficio della Nona e i Vespri. Alla fine dell’ufficio usciva dalla grotta per fare una piccola passeggiata e offriva la loro parte ai suoi sensi, contemplando la bellezza della creazione e glorificando Dio nelle sue opere. Egli prendeva in seguito il suo magro pasto fatto di pane, di legumi secchi o di qualche frutto poi si concedeva tutto al più un’ora di sonno, prima di trascurare tutta la notte in preghiera facendo più di cinquecento metanie. Egli viveva nella più stretta povertà e indossava on ogni periodo una grossa tunica di peli di capra, che cambiava solo una volta l’anno, quando era coperta di vermi. Malgrado questi sforzi ascetici, il santo traeva ogni giorno vantaggio dall’umiltà, condannandosi da se stesso in tutto e considerando che viveva nella solitudine a causa della sua debolezza e che i cenobiti lo superavano nelle loro opere. Egli versava abbondanti lacrime e lottava senza sosta contro gli assalti dei demoni che volevano indurlo in tentazione con immagini o false visioni e cercavano di fargli lasciare la grotta. Quando la tentazione diventava troppo forte, il santo fingeva di acconsentirvi. Cominciava a partire; ma, sul cammino, sospendeva un vecchio vestimento ad un albero e si prostrava davanti come se si trattasse del suo padre spirituale che gli chiedeva la ragione della sua partenza. Confuso e non sapendo cosa rispondere, tornava allora nella grotta, incoraggiato dalla fiducia del sostegno delle preghiere del suo Anziano. Dopo più di dieci anni di lotte e soprattutto di umile offerta della sua debolezza al Signore, Dio gli accordò la vittoria sulle tentazioni della carne e la grazia dell’impossibilità. Egli divenne molto stimato nella regione e ammirato sia dai saraceni che dai cristiani.
Qualche tempo più tardi, il demone, costantemente tenuto in scacco nella guerra interiore che egli conduceva contro il Santo, passò all’assalto con prove esteriori. Gli inflisse delle malattie per impedirgli di compiere il suo programma quotidiano, ma Nilo resistette a tutti gli attacchi. Quando il demone lo rese afono per impedirgli di recitare i salmi, il santo contrattaccò immediatamente con la preghiera silenziosa. Una notte il Maligno gli apparve in maniera visibile, lo colpì e lo lasciò mezzo morto, ma il santo continuò a pregare. San Fantino finì per convincerlo a ritornare per un po’ al monastero, a causa della sua santità. Nilo obbedì, ma appena si ristabilì, ritornò nella sua grotta, malgrado il desiderio dei fratelli di farlo egumeno. Nilo accettò ben presto di prendere un novizio, Stefano, verso il quale si mostrò duro ed esigente, ma senza alcuna collera. Come un padre attento all’educazione di suo figlio, faceva crescere in Stefano l’uomo interiore, confermandolo nell’ascesi, la rinuncia e l’umiltà. Per aiutare il ragazzo a lottare contro il sonno, Nilo gli confezionò uno sgabello ad un solo piede e gli impedì di utilizzare qualunque altra sedia: di modo che quando cominciava ad essere preso dal sonno, Stefano cadeva a terra. Ma il suo amore per il discepolo era tale che, quando il monastero di Fantino fu preso dai saraceni, Nilo, pensando che il suo discepolo fosse stato catturato e inviato come schiavo, volle presentarsi ai barbari per non abbandonarlo.
Verso il 956, Nilo ed alcuni suoi discepoli furono costretti a lasciare la loro grotta a causa di una nuova invasione dei saraceni e andarono nei dintorni di Rossano, per installarsi nel piccolo oratorio di san Adriano. Dodici altri discepoli si aggiunsero ben presto ad essi. Nel monastero così costituito, i fratelli non cessavano di vivere nella stessa austerità e nella stessa povertà di Nilo nella sua grotta. Malgrado il suo amore per i fratelli, Nilo sopportava difficilmente la vita comune e ricordava con nostalgia la dolcezza della solitudine. La sua conoscenza infallibile dei misteri della Scrittura, la sua saggezza e il suo discernimento spirituale attirarono in lui un gran numero di visitatori, nonché i più grandi personaggi dell’impero. Egli ricevette tutti senza fare distinzioni di rango e insegnava loro ciò che gli dettava lo Spirito Santo, lasciandoli pieni d’ammirazione avanti alla sua scienza. Malgrado le resistenze della sua umiltà, venivano condotti a lui malati e posseduti perché egli li guarisse con la sua preghiera. Nilo accettava solo di ungerli con l’olio di una lampada prima benedetto da un prete. Essi venivano effettivamente guariti ma il santo attribuiva la causa alla preghiera della Chiesa. Da allora, guarì non solo un gran numero di malati ma andava anche in aiuto a coloro che soffrivano ingiustizie. Egli non esitava di uscire dalla sua grotta per andare in città o per percorrere a piedi grandi distanze al fine di far trionfare il diritto e la giustizia. Quando gli abitanti di Rossano di rivoltarono contro l’autorità, Nilo intervenne personalmente ed esortò il magistrato Niceforo al perdono. Egli acquisì così una tale reputazione che alla morte del vescovo, venne scelto come successore ma il santo fuggì dalle acclamazioni del popolo, infilandosi nella montagna.
Malgrado i rifiuti ripetuti di san Nilo, gli abitanti della regione non cessavano di fare donazioni al monastero, che si arricchì. Il santo stesso era onorato perfino alla corte di Costantinopoli, così decise di fuggire in Campania, n territorio latino, dove era sconosciuto, così da poter ritrovare la quiete e la austerità di vita, senza la quale non poteva trovare Dio. Ma la sua reputazione lo anticipò. Quando arrivò al monastero fondato da san Benedetto, al monte Cassino, i monaci latini lo ricevettero solennemente “come se Benedetto stesso fosse resuscitato dai morti”. Egli ottenne per lui ed i suoi discepoli, una dipendenza vicina al grande monastero dove potevano celebrare gli offici in greco: << affinché Dio sia tutto in tutti >>. Nilo redasse un officio a gloria di san Benedetto e andò al grande monastero per celebrare con i suoi monaci una veglia di tutta la notte secondo il rito bizantino. Alla fine della festa, i monaci benedettini ruppero la loro disciplina abituale per precipitarsi verso Nilo e assalirlo con domande spirituali. Malgrado la sua fermezza nella fede dei Santi Padri, san Nilo mostrò una grande apertura di spirito in merito alla differenza tra Greci e Latini. Sulla questione del digiuno del sabato praticato dai Latini, rispose; << Che noi mangiamo o che voi digiunate, è tutto a gloria di Dio che lo facciamo >>. Poiché il monastero di San Michele in Valleluce era a sua volta diventato ricco e la vita era più facile, Nilo l’abbandonò proponendo a coloro che volevano seguire la via stretta del Vangelo, di partire con lui. Egli andò nel Ducato di Gaeta e fondò il monastero di Serperi su una arida montagna, dove con i suoi compagni si consacrarono ad un aspro lavoro e alla salmodia perpetua. Il santo anziano era sempre più spesso assalito dalla malattia, ma non cessava di potenziare la sua ascesi. Egli cadeva sovente in estasi e non rispondeva alle domande che gli venivano poste se non con versi di salmi o parole della Santa Liturgia. Quando ritornava in sé e gli veniva chiesto dove si trovasse, si scusava dicendo che era vecchio e strampalato. Malgrado il suo ritiro, interveniva spesso presso i potenti per far regnare la giustizia e la mansuetudine. Così quando Filagetone il Calabrese, dopo aver tentato di impadronirsi del seggio papale, fu castigato dal Papa e dall’imperatore, Nilo andò di persona a Roma per intercedere il suo favore. L’imperatore Ottone III, vivamente colpito dal santo, gli rese visita nel suo monastero qualche tempo più tardi. Alla proposta del sovrano di venirgli in aiuto materialmente, Nilo rispose: << Io non ho bisogno del tuo regno, ma tu di salvare la tua anima >>. Dieci anni dopo la fondazione di Serperi, Nilo lasciò ancora una volta ciò che lo legava al mondo per andare nei dintorni di Roma, al monastero di Sant’Agata, che scelse per morire. Ben presto raggiunto dai suoi discepoli, designò uno di essi come successore, si preparò pacificamente alla morte e rese la sua anima a Dio, dopo essere rimasto due giorni continuamente in preghiera (26 settembre 1005). Il suo corpo fu ben presto trasferito a tre miglia da là, nell’attuale monastero di Grottaferrata (Crypto-Ferris), di cui è considerato come il fondatore e dove i suoi discepoli continuarono a vivere secondo la tradizione bizantina.

Note:

1) San Nilo non è menzionato nei sinassari bizantini. Qui è aggiunto per segnalare l’importanza della presenza monastica bizantina nell’Italia del Sud, regione che con la Sicilia, restò legata alla Chiesa Ortodossa fino al 15°-16° secolo.
2) San Fantino è commemorato il 30 agosto. Termina la sua vita a Salonicco e fu uno dei personaggi che con la loro esistenza unirono regioni ben distinte del mondo cristiano.

 


Messagio di Sua Eminenza il Metropolita d' Italia

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i santi di domani 07-12-2022


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