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30.09: memoria del santo ieromartire GREGORIO l’Illuminatore, vescovo della Grande Armenia

 

a cura della Chiesa Greco-Ortodossa di San Paolo Apostolo dei Greci, Reggio di Calabria




 

╬ Il 30 di questo mese, memoria del santo ieromartire GREGORIO l’Illuminatore, vescovo della Grande Armenia.


San Gregorio nacque nell’anno 240, figlio di Anak il Parto e appartenente al re d’Armenia Koussar, che fu assassinato da Anak, su ordine del re dei Persiani Artasuras. Per punire questo crimine tutta la famiglia di Anak fu giustiziata, tranne Gregorio e uno dei suoi fratelli, ancora bambino, che furono esiliati a Cesarea di Cappadocia. Fu proprio in questo esilio in territorio romano che Gregorio fu iniziato ai santi dogmi dei cristiani e battezzato.
Tiridate, uno dei figli del re assassinato da Anak, fu anch’esso esiliato dal re dei Persiani a Cesarea. Apprendendo la sua presenza, Gregorio si mise al suo servizio, senza tuttavia rivelargli la sua origine. Qualche tempo dopo, Tiridate salì nuovamente sul trono d’Armenia grazie ai Romani, in ringraziamento ad un gran servizio che aveva reso all’impero. Lontano dal riconoscervi la mano benevolente del solo Dio creatore benefattore dell’universo, Tiridate fu preso immediatamente da uno zelo feroce per il culto degli idoli. Dimenticando ogni riconoscenza verso colui che l’aveva servito nei giorni difficili del loro esilio, il re si lanciò con furore contro Gregorio che rifiutava di rinnegare il Cristo. Egli lo sottopose a torture così crudeli e varie che solo l’immaginazione del demonio poteva suggerirgliele. Lo si sospese ad un cavalletto, lo si flagellò per dei giorni interi, gli si ruppero le ossa delle gambe chiudendole dentro delle morse; lo si costrinse a correre dopo avergli infilato dei chiodi nei piedi; gli si chiuse la testa dentro un sacco pieno di cenere bruciante e gli si fece subire ancora altri tormenti che è impossibile enumerare. Ma rivestito dell’invincibile corazza della fede, Gregorio restò fermo e non cessò di rendere grazie a Dio di averlo considerato degno di soffrire nel suo Nome.
Allorché Tiridate apprese che Gregorio era figlio dell’omicida di suo padre, la sua rabbia raddoppiò. Fece gettare il santo in una fossa profonda piena di rettili e di ogni animale velenoso, nei paraggi del monte Ararat. Gregorio restò per quindici anni, nutrito segretamente da una vedova. Intanto, Tiridate divenne così folle da perdere ogni parvenza umana e si mise a vivere in compagnia dei porci, camminando a quattro zampe e divorando la sua stessa carne. Sua sorella Koussaroudokta, apprese nel corso di un sogno che il re non poteva essere guarito se non attraverso l’intercessione di san Gregorio. Si fece dunque uscire dalla fossa l’atleta del Cristo, che, a sorpresa di tutti, apparve pieno di vigore e di santità. Egli guarì il re e lo convinse ad aderire alla fede dei cristiani, per salvare la sua anima dai castighi eterni, ben più terribili delle sofferenze che aveva sopportato durante la sua follia. Tiridate e sua sorella aiutarono con le proprie mani nella costruzione di una chiesa in onore di santa Ripsima e dei suoi compagni, che egli stesso aveva giustiziato. Gregorio battezzò il re ed i suoi notabili ed un gran numero di uomini dell’Eufrate (290). I sacerdoti degli idoli distrussero i loro templi con le loro stesse mani, e dopo aver ricevuto il Santo Battesimo e l’imposizione delle mani di Gregorio, divennero sacerdoti del Dio Altissimo, così bene che in poco tempo tutta l’Armenia si riempì di chiese e risuonò degli echi degli inni divini.
Dopo aver portato la pace nell’Armenia e nelle contrade vicine, san Gregorio si ritirò con qualche discepolo nella solitudine di una grotta, non mangiando che una volta ogni quaranta giorni e intrattenendosi continuamente con Dio. Come consolazione, egli designò uno dei due figli che aveva avuto in giovinezza, Aristakès, come vescovo della grande Armenia. Costui prese parte al Concilio di Nicea (325) e proseguì degnamente l’opera di suo Padre. Gregorio si addormentò in pace nel 325, per gioire eternamente della luce della Santa Trinità, di cui aveva sparso i raggi sul suo popolo.

 


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