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IL PATRIARCA ECUMENICO BARTOLOMEO VENTICINQUE ANNI DI MINISTERO PATRIARCALE (1991-2016)

 

Mons. Makarios, Vescovo di Christianupolis




 

IL PATRIARCA ECUMENICO BARTOLOMEO

VENTICINQUE ANNI DI MINISTERO PATRIARCALE (1991-2016)

 

Traduzione a cura della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta

 

 

Per grazia di Dio, si compiono quest’anno i venticinque anni da quel giorno benedetto e da quell’ora in cui il Santo e Sacro Sinodo Endemousa del Patriarcato Ecumenico, col voto guidato ed ispirato da Dio, ha eletto Bartolomeo di Calcedonia ad Arcivescovo di Costantinopoli, Nuova Roma e Patriarca Ecumenico.

         Questo periodo di venticinque anni ad alcuni ricorda la brevità della vita, per altri invece assomiglia a un grande capitolo, dentro il quale si possono vivere situazioni ed esperienze uniche e irripetibili. Infine il cammino dell’uomo è valutato non solo dalle sue opere o dal tutto ciò che lascia dietro a sé come eredità e deposito, ma principalmente dal suo modo di vivere. Particolarmente noi chierici spesso ci impegniamo in una serie di attività sociali allo scopo di avere motivi per cercare l’onore dagli uomini e dalla Chiesa. Tuttavia nel nostro personale bilancio ci rendiamo conto che il  riconoscimento del chierico non si trova in tali tipi di conquiste, ma nella sua stessa personalità.

         Non ha importanza quello che facciamo, ma quello che siamo.

Per comprendere e viverne la presenza di Dio, bisogna trovarsi in una condizione di sacrificio. La persona  che è attaccata a sé stessa, smarrisce il significato della vita. E colui che esce da sé stesso, semplicemente e solo per acquisire cose, non avanza verso la vita, ma si incammina rapidamente verso la morte.

         Quanta sapienza e quanta esperienza racchiude il messaggio del nostro Patriarca, nel percorso della realizzazione dei venticinque anni del Suo Patriarcato!

         “Ho completato” -dice-, “con la grazia e l’infinita misericordia di Dio, venticinque anni di umile servizio sul Trono Patriarcale di Costantinopoli. Ringrazio e glorifico Dio per questo, avendo coscienza che il più è stato fatto. Alla conclusione di questo cammino di passione e testimonianza, voglio dire a tutti che esiste un altro modo di essere e di vivere. Facciamo qualcosa per gli uomini. Non facciamo semplicemente uomini buoni, ma insegniamo loro a vincere la morte”.

         Il ricco frutto che risulta da questi venticinque anni di vita e di offerta è una tale confessione: “Insegniamo agli uomini a vincere la morte”. Questo messaggio del nostro Patriarca  è, di base, una esplosione di luce che illumina e interpreta tutta la Sua vita, quella che è già passata e quella che viene, in quanto il più dei venticinque anni non si trova nei segni esteriori o nel volume della sua opera, ma nel suo modo di vivere.

         Così, senza rumore e silenziosamente, il Patriarca ci insegna che il tempo acquisisce forza e dà significato all’intera creazione, solo quando la nostra vita testimonia la vittoria sulla morte. E la presenza del Patriarca Bartolomeo nel tempo  (25 anni) ci giudica e allo stesso tempo ci sostiene, perché essa è precisamente così vera e impavida, vibrante e temeraria. Emana profumo di vita. Egli stesso vive l’Ortodossia. Vive la Resurrezione di Cristo e abolisce la morte, dissipando ogni miseria e corruzione e riempiendo ogni cosa con una luce che non si può vedere con gli occhi fisici.

 

Primo quinquennio: “Vieni e vedi”.

         L’ascesa, il 2 novembre 1991, a un tale importante e responsabile ministero nella Chiesa, costituisce, prima di tutto un senso di un nuovo cammino nel quale Dio è presente. Per questo il Patriarca, subito dopo la sua elezione, sale sul Trono Patriarcale, in sostanza tuttavia è come se scendesse in una tomba, poiché sopprime i propri desideri e abbandona tutto ciò che costituisce la sua vita, sacrificando tutto ciò che è di personale e privato. Ogni cosa che esiste realmente e unicamente, è di Dio. Ogni cosa che è nostra, non esiste e non sussiste. Il Patriarca pertanto, trovandosi nel suo sepolcrale Trono Patriarcale, vede tutto ciò che ha inizio, ma non ha fine. Vede e vive le cose senza fine, che realmente sono reali ed eterne, quelle cose che l’uomo tragico non può comprendere.

         Avendo percepito, come il suo predecessore, l’Apostolo Andrea il Primo Chiamato e fondatore della Chiesa di Costantinopoli, l’unica gioia dell’incontro con il Cristo, esclama “Abbiamo visto il Messia” fin dall’inizio del suo servizio patriarcale e il suo messaggio di Intronizzazione, ispirato da Dio, non è null’altro che un invito aperto a tutti personalmente, di venire nelle aule della Madre Chiesa e vedere con i propri occhi, e assaggiare e vivere con i propri sensi la Verità e la Vita, che è lo stesso Gesù Cristo e la sua Chiesa.

Questa esortazione, con la forza che ne segue, domina il primo quinquennio. Il “Vieni e vedi”, indirizzato a ogni uomo, diviene il desiderio sacro del suo cuore e la sua visione secondo Dio. E questo desiderio del Patriarca lo hanno esperimentato in molti. Hanno sentito la Sua voce, sono venuti nella Città Regina dove hanno trovato semplicità e umiltà e l’Igumeno dell’Ortodossia che li attende alla porta          del patibolo chiusa[1] con un abbraccio pieno di compassione e amore e con un volto pieno di gioia. Primati, Vescovi, chierici, laici e monaci, Autorità e Regnanti, sono giunti nelle Aule della Madre Chiesa attendendo una gloria umana. Ma hanno vissuto qualcosa di diverso. Hanno visto “Gesù Cristo e lo stesso Crocifisso” e hanno sentito un piccolo cuore che batteva ritmicamente per guidare un grande corpo, il Corpo dell’Ortodossia. E hanno percepito un dono indicibile, personale e interno. Hanno percepito gioia e riposo, dicendo: “Gioisce Dio con me”. E cosi hanno capito cosa significhi vivere questo “abbiamo trovato il Messia”.

Dio è presente e lo percepiamo e lo riconosciamo. Questo è realmente il tesoro. La gioia e la pienezza che dà Cristo.

È un fatto incontestabile che l’uomo percepisce questa gioia, che il Patriarca Bartolomeo, in un modo mistagogico, trasfonde a tutti coloro che gli fanno visita, allora viene eliminata la sua “natura terrosa del cuore” ed entra in lui una condizione di unità universale nella Chiesa, una condizione interna “iniziata da Cristo”[2].

Il Patriarca Bartolomeo è riuscito a riunire in un unico luogo e in modo tangibile la Chiesa e la Gerarchia.

 

Secondo quinquennio: Far rivivere la Pentecoste

         Così si è concluso il primo quinquennio di questo benedetto servizio patriarcale, che è stato un periodo di conoscenza per tutti coloro che hanno visitato “il santuario” della Chiesa, l’umile Fanar. Ed è iniziato il secondo periodo, che può essere caratterizzato come un far rivivere il mistero della Pentecoste. Già dagli inizi della ascesa delle Sue alte responsabilità, il Patriarca aveva iniziato le sue uscite dal Sacro Centro, iniziando dalla Santa Montagna, il Monte Athos. In questo modo ha inaugurato una nuova pratica: ha aperto le porte del Patriarcato non solo perché il mondo venga al Fanar, ma principalmente perché il Fanar entri nel mondo. Egli stesso è un visionario, per quanto possibile, di una più stretta comunione tra le Chiese Ortodosse locali e le Eparchie del Trono Ecumenico. Crede fermamente nel valore e nel risultato del contatto personale che ritiene necessario e centrale per la soluzione delle questioni ecclesiastiche, che alle volte possono sorgere. Pertanto, in modo dinamico, inizia nel secondo quinquennio un cammino di pace e di amore in tutto il mondo. Visita gli Antichi Patriarcati, le Chiese Ortodosse, come anche molte Chiese Cristiane, moltissimi Organismi Inter-Cristiani ed Organismi Internazionali, Parlamenti e Regni come anche le Eparchie del Trono Ecumenico attraverso il mondo.

         Con il suo gentile aspetto e la sua presenza carismatica, che già da sola era una messaggio e un segno della testimonianza di Cristo, ha trasformato le anime degli esseri umani. Il popolo, ricchi e poveri, credenti e non credenti, uomini e donne, piccoli e grandi, hanno desiderato sfiorare il Suo rasson [abito]. Correvano dietro a lui con fede e devozione, lo avvicinavano con desiderio e amore, lo hanno onorato come colui che rappresenta il Signore. E queste persone, determinate, rinnovate e benedette stavano sulla breccia dei muri della Terra, come custodi di notte, e gridavano alla vista del Patriarca: “Ecco lo Sposo viene, andiamogli incontro”.

         Ma il suo cammino non si ferma in questo mondo. Continua  nell’eternità infinita, in modo tale che lascia il segno di Cristo e della Chiesa Ortodossa in tutti i luoghi che visita. I suoi viaggi attraverso il mondo fanno rivivere il mistero della Pentecoste. Rinnovamento, preparazione, calore, gioia, sapienza, popoli, lingue diverse accompagnano e coesistono, dove è presente il Primo della Chiesa. Uomini di altre etnie, “Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell'Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti”[3], uomini di diverse razze, tradizioni e inclinazioni, fanno esperienza insieme, con una sola bocca, della presenza di Dio e automaticamente trasformano, in una continua camera di Pentecoste, il luogo che riceve il Patriarca.

         Un segnale d’allarme in terra ed in cielo viene attivato. Gioisce il cielo, gioisce la terra!

 

Terzo quinquennio: Egli si è dedicato a tutti i membri della creazione… e ha liberato tutto da ogni inganno.

Per grazia di Dio entra nel terzo quinquennio, possedendo in più una diversa forza, che fluisce dal suo proprio vissuto. Non si tratta di una conoscenza cognitiva, ma di una esperienza sedimentata di dieci anni, che viene dalla sofferenza e non dall’abitudine.

Ora egli è più prospero. Non c’è preghiera in isolamento per il Patriarca Bartolomeo. Non vi è anche salvezza individuale. D’altra parte l’ethos dei Santi della nostra Chiesa è ecumenico e kenotico, non individuale. Per questo dicevano nella loro comunione quotidiana con Dio: “Signore, se non salvi il mondo, non salvare neppure noi”.

Colui che cammina, in verità acquisisce grande sensibilità e delicatezza. Prega per l’Universo e non vuole che manchi alcuno. Lotta per essere unito con tutti gli esseri umani, ma allo stesso tempo, con tutta la creazione. Così il nostro Patriarca sente un tremore nel suo cuore per il mondo intero e ama con passione tutto il creato: i fiori, gli alberi, gli animali, il mare, i cieli, l’etere, la luce, il sole, la luna, le cose visibili e non visibili, tutta la creazione di Dio.

È come se avesse dentro di sé il desiderio di presentarsi insieme a tutti e a ogni cosa davanti a Dio. Sente l’unione e la coesione, l’abbraccio e la stretta con ogni cosa. Per questo, non a caso, è stato definito dai più come il “Patriarca Verde”, poiché è stato riconosciuto nella sua persona un’immensa compassione per il creato e per l’ambiente. Durante questo terzo quinquennio, il Patriarca ha rinforzato la Sua preoccupazione, presente fin dall’inizio, per la protezione dell’ambiente naturale, dando particolare significato al principio dell’Indizione, come giorno dedicato alla protezione del creato. Molte cose sono state fatte durante questo periodo, non solo secolari e umane, ma indispensabili, proprio come guida lo Spirito Santo. E tutte queste cose sono frutti d’amore e di una interna affannosa  amorevolezza.

Egli ama e sospira, si affatica e contempla la nostra convivenza armoniosa con il creato. E mentre ci sono molti che hanno espresso interesse per la creazione ferita, il Primo della Chiesa, con la sua sensibilità che proviene dallo Spirito, “tocca ogni aspetto della creazione ... e ha liberato tutte le cose da ogni inganno”[4]. Il Patriarca ci insegna la via ascetica di moderazione e di limitazione dei  nostri desideri insaziabili. Perché, se veramente vogliamo aiutare la creazione, tutti dobbiamo fare dei cambiamenti. Ma questi cambiamenti, dovranno  prima iniziare con il nostro io e con il nostro desiderio di trasformare il nostro modo di vivere.

In questo modo, la Chiesa Ortodossa, attraverso il Patriarca, delimita la differenza della visione del problema ambientale tra colui che crede nel Creatore del mondo, da chi non crede, e che risponde alla questione con logica secolare. Questa differenza è sintetizzata nel discorso del suo predecessore, San Giovanni Crisostomo, arcivescovo di Costantinopoli, “Ecco come siamo diversi dai non credenti, da coloro la cui visione del mondo è diversa. Il non credente guarda il cielo e l'adora, perché lo considera divino. Guarda la terra e guarisce, e si confonde con le cose materiali. Ma questo non è il nostro caso. Guardiamo il cielo e ammiriamo colui che lo ha fatto, esso infatti  non è Dio, ma  creazione di Dio. Guardo  tutta la creazione e, attraverso di essa, sono guidato verso il suo Creatore. Vedo le cose in modo diverso rispetto al non credente.”

Il Patriarca Bartolomeo diventa la voce dolente di una creazione ferita verso l'umanità, cercando in questo modo, di prevenire -o addirittura guarire- le ferite che derivano da interventi catastrofici sia per la creazione di Dio, che  per lo stesso uomo.

 

Quarto quinquennio: “Non cerchiamo di essere vincitori, ma di acquisire fratelli.”

         La Chiesa Ortodossa ha bisogno, secondo il Vangelo, di aprirsi al mondo e principalmente a quegli uomini che si trovano lontano da essa. Il Patriarca ha avuto coraggio. Il quarto quinquennio, alla luce del compimento dei 1700 anni dalla promulgazione dell’Editto di Milano, ha indotto il Primo della Chiesa ad aprire le Porte Regali dell’Ortodossia e di invitare tutti col messaggio: “Vieni e vedi”, in uno spirito di altruismo, di amore, di comprensione e rispetto verso l’alterità del prossimo.

         Orientato verso ogni persona non ortodossa o di altra religione, li rassicura: “Non cerchiamo di essere vincitori, ma di acquisire fratelli, la cui separazione è dolorosa per noi”. Non cerchiamo, come persone o come Chiesa Ortodossa, di soggiogare, ma aspettiamo  di accogliere nel nostro grembo i nostri fratelli, per il cui distacco ci addoloriamo e turbiamo. Noi non desideriamo diventare vincitori, noi invece desideriamo sperimentare l'amore in comunione, anche con i nostri fratelli caduti in errore.

         Con questo spirito abbraccia tutta l’umanità, la comune natura universale del genere umano. Li ha tutti nel proprio cuore, li porta davanti ai propri occhi unitamente alle loro sofferenze, con i loro problemi, con i loro mali, con le loro sbagliate credenze e con i loro errori. Noi siamo tratti in inganno facilmente dal mondo e innalziamo muri divisori tra gli uomini, dimenticando ciò che il Patriarca non scorda mai: questo mondo è stato chiamato da Dio a divenire tutto Chiesa, Venerato Corpo di Cristo.

         Tutte le relazioni del Patriarca sono apportatrici di Dio, in quanto sono suggellate in modo determinante dal sigillo del dono dello Spirito Santo. Il Signore, tra l’altro, dice nell’Apocalisse, che “ecco tutte le cose farò nuove”. Se prendiamo a cuore questo  messaggio saremo liberati dal vecchio modo di pensare e di operare, come è stato liberato il Patriarca, il quale sente  che deve condurci alla “vita rinnovata”. Così, con questa sua preoccupazione, sono cominciati i dialoghi ufficiali con i leaders delle religioni, con scopo non certamente di tradire la nostra fede, ma perché ci sia riconciliazione e sia risaputo da tutti la grandezza dell’Ortodossia, la quale attraverso i dialoghi inter-cristiani ed interreligiosi è stata condivisa e conosciuta in tutto il mondo.

         Con questa abbondante ricchezza della sapienza patristica, con i meravigliosi frutti dell’innografia ecclesiastica, con le regali funzioni dei Sacramenti, con la sua assai varia ricchezza iconografica, con le decisioni rivelate da Dio dei Concili Ecumenici, con la sua unica arte ecclesiastica e la Teologia viva, con lo sviluppo del monachesimo, con tutte queste risorse e altre ancora, la nostra Santa Chiesa non solo non ha nulla da temere dai dialoghi, ma al contrario, ha da proporre e insegnare, comunicando veramente il messaggio della Chiesa, Una, Santa, Cattolica e Apostolica.

         Il Patriarca Bartolomeo, avendo in mente la grandezza dell’Ortodossia, non esita di prendere parte a qualsiasi tentativo di scambio di opinioni. D’altra parte, per il Patriarca Ecumenico, criterio di comunione con gli altri, è sempre la verità e l’amore. E non è considerata una fortuna l’avversione verso il prossimo, ma il riuscire ad attirare l'attenzione del Signore sulla nostra fatica e sul nostro sforzo, al fine di aiutare i nostri fratelli in errore a vedere la luce e a cercare la verità che manca loro.

Solo l'esperienza del Dio Trino riempie l’esistenza dell'uomo e gli offre la possibilità di passare dal transitorio all'eterno e di arrivare al giorno dell’eschaton, che è la destinazione finale di tutti noi.

 

Quinto quinquennio: L’ora dell’Ortodossia.

Infine, lo Spirito Santo mette a posto tutte le cose. Quanto noi non realizziamo attraverso le nostre forze,  riesce  attraverso la sua intercessione, poiché lo Spirito Santo suscita amore e unità. Venticinque anni consecutivi sono trascorsi e non c'è stato un momento in cui il Patriarca abbia dimenticato la promessa fatta il suo primo giorno: “Vieni e vedi".  L’Ortodossia, come la unica Chiesa di Cristo, ha bisogno, davanti a Dio e alla storia, di presentare una testimonianza d’unità attraverso una voce comune. Non è sufficiente, tuttavia, dire semplicemente a chi soffre e a chi è nel tormento, a quelli che sono disperati e colpiti da questa vita, il "Vieni e vedi". Dovremmo essere sicuri che quando queste persone si avvicinano a noi, troveranno un generoso abbraccio e una Chiesa che li conforta, che li trasfigura e li rinnova.

Vi furono molte difficoltà per il raggiungimento di questo obiettivo e più di tutto disapprovazioni dello sforzo più generale che fossero unite  la Chiesa Ortodossa e gli odierni padri nel camminare sulle orme dei loro predecessori. Tuttavia, il Patriarca non ha mai vacillato.

Nei momenti di dolore, rigetto e difficoltà, l’anima del Patriarca geme e lacrima. Lacrima molto facilmente, poiché Dio è il solo suo rifugio e lo ricerca. Si rivolge istintivamente a Lui. Quando le tempeste ecclesiastiche sorgono, Egli diviene il timone della nave spirituale mentre qualcun altro dirige la sua vita. Egli è guidato dalla Grazia di Dio, dal momento che di buon grado si apre alla Sua provvidenza e lo eleva. Tutte le vicende ecclesiastiche, con il fatto più importante del Santo e Grande Sinodo, avevano un fine lieto ed un fine ecclesiastico, perché la profonda fede del Patriarca attira la grazia di Dio.

È giunta l’ora dell’Ortodossia!

È giunta, perché esiste il Patriarca Bartolomeo. Dio ha scelto la persona giusta per la posizione giusta, per il momento giusto, ha detto una volta San Paisios Ahgiorita. Ogni incontro che cerca di avere un carattere panortodosso, senza la presenza dell’Arcivescovo di Costantinopoli, si muta immediatamente in un conciliabolo, che ha  più o meno un carattere non canonico. Non si tratta, quindi, che i molti possano  salvaguardare  la voce unitaria della  Chiesa, ma che uno, il Primus, la cui presenza vivida garantisce l'unità dell'Ortodossia.

Il nostro Patriarca ha lavorato instancabilmente e personalmente in modo che si sentisse una voce unica e unitaria dell’Ortodossia nel mondo contemporaneo. Fin dal primo giorno della sua Intronizzazione, egli ha annunciato il proprio desiderio per la convocazione del Santo e Grande Sinodo, e negli ultimi venticinque anni ha in modo attento e plausibile preparato questo glorioso momento. L'ora che ha immaginato dai suoi primi momenti come Patriarca è arrivato. Collaborazione di Dio e del Patriarca; sinergia tra cielo e terra; buona volontà degli sforzi divini e umani.

Non sappiamo ciò che la grazia di Dio ha in serbo per i prossimi anni. Certamente, una valutazione degli ultimi venticinque anni ci conferma che il Patriarca Bartolomeo si impegna per un’esperienza esistenziale dell’eschaton nel presente partecipando alla vita ecclesiastica, testimoniando che il “servire in novità di spirito e vita”[5] non è una visione utopica, ma una realtà continua e gioiosa, un messaggio profetico. E la promessa del Signore che "ci sono alcuni qui presenti che non morranno prima di aver visto il regno di Dio venire con potenza"[6] si realizza attraverso il cammino patriarcale lungo venticinque anni, che, in ultima analisi, è una completa sottomissione alla volontà del Maestro.

Il Patriarcato del Patriarca Bartolomeo non si è limitato a progetti umani; non è limitato alla logica comune e non è stato proiettato dai poteri corrotti di questo mondo.

Il Patriarca Bartolomeo si ispira a una forza che cresce continuamente. Si tratta di una figura particolare con una missione speciale, qualcosa che non si verifica spesso nella storia. Inoltre, il suo ministero patriarcale è straordinario e prezioso, perché non si riduce alla propria persona, ma è diffuso in tutto il mondo ed è un elemento di speranza e di luce per tutti noi.

E che questo sia destinato a tutti, ha un valore grande ed incalcolabile, perché guarda al futuro e infonde la vita.

 



[1] La “porta chiusa” era la porta centrale del Patriarcato Ecumenico sulla quale, il 10 aprile 1821, giorno di Pasqua, i Turchi impiccarono il Patriarca Ecumenico Gregorio V. Da allora fino ad oggi questa Porta rimane chiusa.

[2][2] Esichio Presbitero – “A Teodulo 7” – Filocalia Volume 1, pag.12

[3] Atti 2, 9-11

[4] San Atanasio il Grande “Sulla incarnazione del Verbo” PG Migne 25, 177

[5] Rom. 6,4 e 7,6

[6] Mc. 9,1

 


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