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10.06: Memoria dei Ss. Massimo d'Aveia, diacono martire in Abruzzo; Getulio martire a Roma con i suoi compagni Cereale, Amanzio e Primitivo; Basilide martire a Roma con i suoi compagni Tripode e Manda

 




 

San Massimo diacono martire in Abruzzo sotto Decio (verso il 250)

Nato nell'antica città di Aveia, ai piedi dell'abitato di Fossa (L'Aquila), intorno al 228, Massimo manifestò sin da subito la sua vocazione alla fede cristiana.
Catturato durante il regno di Decio, l'imperatore romano che governò per due anni su Roma con un regime che fece delle persecuzioni cristiane un caposaldo del tentativo di restaurazione del vecchio splendore, rinnovò senza cedimenti il suo credo davanti alle autorità civili.
Massimo non rinnegò la sua fede neanche davanti al prefetto di Aveia e per questo venne disteso sull'eculeo e a lungo torturato, ma inutilmente.
Il preside della città, per dissuaderlo, arrivò anche a promettergli sua figlia Cesaria come sposa, ma alla fine ordinò che Massimo fosse gettato dalla rupe che si trova sotto il castello di Ocre, nel luogo dove oggi è visibile una croce installata dai devoti negli anni '60.
Probabilmente in seguito a questo martirio la città di Aveia divenne sede vescovile.
Alla distruzione di Aveia le reliquie vennero portate a "Civitas Sancti Maximi" (Forcona) e fu qui che il 10 giugno del 956 l'imperatore Ottone I il Grande e il papa Giovanni XII giunsero per venerare le spoglie del santo.
Nel 1256 la sede vescovile e le reliquie vennero spostate all'Aquila, città appena fondata, e furono messe nella nuova cattedrale a lui dedicata.

 

 

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San Getulio martire a Roma con i suoi compagni di martirio Santi Cereale, Amanzio e Primitivo, sotto Adriano tra il 124 e il 126

Tratto da http://www.santiebeati.it/dettaglio/90936
San Getulio fu martirizzato insieme ai Santi Amanzio, Cereale e Primitivo ed è considerato un protomartire dei Sabini. Getulio secondo la leggenda sarebbe nato nella città di Gabio in Sabina, che si trovava nei pressi di Cures e fu distrutta dai popoli barbari. San Getulio fu chiamato anche Getulio “gabiese” dal luogo di nascita, e non lontano da qui subì il martirio (secondo quando riferisce la “Passio”) sotto l’imperatore Adriano (76-138 d.C.).
Proprio la “Passio”così ci racconta il Martirio: “fu legato da un palo (insieme al fratello Amanzio, e con i compagni Primitivo e Cereale) e fu fatto bruciare. Le fiamme però non lo toccarono, e i suoi carnefici lo uccisero a colpi di bastone fracassandogli il capo, decapitandolo poi”. Secondo il M.R. invece: “A Roma, sulla via Salaria, la passione del beato Getulio, uomo chiarissimo e dottissimo, padre dei sette fratelli Martiri, avuti dalla santa sua moglie Sinforosa; e dei suoi Compagni Cereale, Amanzio e Primitivo. Tutti questi, per ordine dell'Imperatore Adriano, presi da Licinio Consolare, prima furono flagellati, quindi chiusi in prigione, finalmente gettati al fuoco, ma per nulla offesi dalle fiamme, spezzato loro il capo con bastoni, compirono il martirio. I loro corpi furono raccolti da Sinforosa, moglie del beato Getulio, ed onorevolmente sepolti nell'arenario del suo podere”.
Il Martirologo di Adone così riporta: “consumati sunt beati Martyres Gethulii in fundo Capriolis, viam Salariam, ab urbe Romam, plus minus miliario decimotertio, supra flumium Tiberim, in partem Savinensium”, e così altri Martirologi. Gli antichi codici citano dunque con minuziosa precisione il luogo del martirio, che sarebbe chiamato “Capris”. Santa Sinforosa dunque raccolse le spoglie del martire Getulio, e le seppellì nel suo fondo di “Capris in Sabina”, nel corso superiore del fiume Tevere.
Questo territorio nel Medioevo prese il nome di “Corte di San Getulio”, perché qui in suo onore fu innalzata una chiesa dove per molto tempo furono custodite le spoglie del Martire. Nell’867 per evitare che i Saraceni profanassero il corpo di San Getulio nell’omonima corte, l’abate Pietro di Farfa lo traslocò all’interno del monastero farfense, con una solenne cerimonia ed una grande partecipazione di fedeli, come del resto avveniva in ogni traslazione di reliquie.
Il territorio della corte di San Getulio, oggi detto di Villa Caprola fu concesso agli abitanti di Montopoli dall’abate farfense Nicolò II (1387-1390). Da allora questo territorio è sempre appartenuto a Montopoli, ed ancora oggi fa parte del comune di questo paese sabino.
I resti del Santo si trovano oggi a Roma, all’altare maggiore della chiesa di Sant’Angelo in Pescheria. Le reliquie di San Getulio, insieme a quelle di Santa Sinforosa ed i 7 figli, furono rinvenute proprio a Sant’Angelo in Pescheria da Pio IV (1560-1565) che le fece esporre alla venerazione dei fedeli in una urna di vetro.
Nel 1584 parte delle loro reliquie, tra queste il capo di Getulio, furono donate da Gregorio XIII ai Gesuiti, oggi sono in una cappella presso Villa d’Este. Altre vennero portate nei collegi gesuiti dell’India e della Spagna (25 giugno 1572), altre ancora in alcune chiese di Roma. Per frenare questa emorragia, il 26 settembre 1587 il governatore di Roma Mariano Perbenedetti le fece chiudere nel sarcofago di marmo, oggi posto all’altare maggiore. Nello stesso sarcofago vennero collocati anche i resti dei santi Ciro e Giovanni.

Tratto da http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2014/6/10/SANTO-DEL-GIORNO-Oggi-10-giugno-si-ricorda-San-Getulio-martire/506163/
A renderlo oggetto di giusta venerazione è in particolare il martirio cui fu sottoposto insieme ai compagni di sventura Amanzio, che era il fratello, Primitivo e Cereale dall'imperatore Adriano. Il gruppo in questione è di conseguenza considerato nell'ambito dei Protomartiri dai Sabini. Le notizie su San Getulio non sono organiche e certificate, bensì derivanti dalle leggende intessute nel corso degli anni e da fonti difficilmente verificabili. Il suo nome ha un'origine squisitamente etnica e si riferisce ai Getuli, una antica tribù della parte settentrionale del continente africano.
La sua nascita dovrebbe essere avvenuta a Gabio, un’antica città della Sabina situata nei pressi di Cures, la quale sarebbe poi stata distrutta nel corso delle frequenti invasioni barbariche. Proprio per la sua nascita viene quindi indicato come Getulio gabiese. Il suo martirio viene descritto con dovizia di particolari dalla Passio, secondo la quale il gruppo da lui formato insieme con gli altri condannati sarebbe stato martirizzato proprio nei pressi di Gabio. In base a questo scritto Getulio e gli altri sarebbero stati legati a un palo che fu quindi dato alle fiamme. Il fatto che lo stesso palo, in maniera sorprendente non avrebbe propagato le fiamme agli uomini, avrebbe quindi spinto i carnefici a ucciderli coi bastoni, usati contro il cranio dei condannati sino a romperlo. La tragica operazione sarebbe quindi stata completata con la decapitazione. Modalità cruente che erano però quasi una regola dell'epoca.
Anche il Martirologio Romano parla di San Getulio, ricordandolo come uomo estremamente dotto e marito di Santa Sinforosa, da cui aveva avuto ben sette figli. Catturato da Licinio Consolare su preciso ordine di Adriano, il procedimento della sua morte viene confermato in toto, aggiungendo però le torture preliminari cui fu sottoposto insieme al fratello Amanzio, a Cereale e a Primitivo. Sempre secondo il Martiroglio Romano, al termine della barbara cerimonia i resti dei martiri sarebbero stati pietosamente raccolti da Santa Sinforosa, al fine di dare loro degna sepoltura nell'arenario che venne predisposto all'interno del podere da lui lavorato. Il terreno in questione viene indicato anche in molte cronache d'epoca come Capris in Sabina, posto nelle vicinanze del corso superiore del Tevere, all'interno del territorio del piccolo centro di Montopoli. Ancora oggi ne fa parte, con il nome di Villa Capriola, e la sua concessione al paese sabino posto tra Rieti e Roma fu disposta da Nicolò II, abate di Farfa nel quattordicesimo secolo. Nel corso del Medioevo, lo stesso territorio sarebbe poi stato ribattezzato Corte di San Getulio, per effetto della costruzione di una chiesa che avrebbe custodito per lungo tempo le sue spoglie.
Nell’anno 867 al fine di evitare che i le sue spoglie fossero oggetto di profanazione nell'ambito di una delle tante scorrerie dei Saraceni, un altro abate di Farfa, Pietro, decise collocarle all'interno del monastero, dando vita a una solenne cerimonia che fu onorata dalla grande partecipazione dei fedeli.
Attualmente i resti di San Getulio sono collocati nella capitale, sull'altare maggiore della chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, ove furono rinvenute insieme a quelle di Santa Sinforosa e dei loro sette figli. Autore del rinvenimento fu papa Pio IV, nel sedicesimo secolo, il quale decise di farle esporre alla venerazione popolare in un'urna costruita appositamente in vetro. Parte di queste preziose reliquie, tra le quali il capo mozzato di Getulio, furono quindi donate ai gesuiti da papa Gregorio XIII, nel 1584 e trasportate in una cappella situata nei pressi di Villa d'Este. Gli stessi gesuiti ne trasportarono invece altre nei loro collegi posti in Spagna e in India, oltre che in altri luoghi di culto posti all'interno del territorio romano. Proprio per tentare di frenare questa lenta emorragia di preziose reliquie del santo e della sua famiglia, Mariano Prebenedetti, governatore di Roma, decise nel settembre del 1587 di chiudere tutto il restante dentro un sarcofago marmoreo, lo stesso che è oggi posto sull'altare maggiore di Sant'Angelo in Pescheria, insieme ai resti mortali di San Ciro e San Giovanni.

 

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San Basilide martire a Roma sotto Aureliano verso il 273 con i suoi compagni al martirio Santi Tripode e Mandalo e altri 23 noti solo a Dio

Tratto da http://www.santiebeati.it/dettaglio/56865
Basilide è un martire romano sepolto al XII miglio della via Aurelia in località Lorium, fra la Bottaccia e Castel di Guido. Del martire non si sa nulla, perché le tre passiones che lo riguardano sono tardive e completamente prive di valore (BHL, I, p. 153, nn. 1018-20). Nessuno dei suoi compagni è romano: Nabore e Nazario sono i celebri martiri milanesi, il cui culto si diffuse a Roma sulla via Aurelia, presso il monastero di San Vittore, anch'egli martire milanese; Cirino probabilmente Quirino, il vescovo di Siscia, il cui corpo fu portato a Roma e sepolto ad Catacumbas. Il Martirologio Romano ricorda Basilide anche il 10 giugno, insieme con Tripodis, Mandalis ed altri venti anonimi: i due nomi non sono, però, nomi di santi, ma vanno ricollegati alla città di Tripolis Magdaletis e i venti martiri sono da riferire all'Africa. Probabilmente il dies natalis di Basilide è il 12 giugno, confermato dal Capitolare evangeliorum di Würzburg (sec. VII) e dagli altri capitolari romani, che lo ricordano a questa data e senza compagni. Nel Medioevo il martire era venerato in due basiliche: la prima, eretta sul suo sepolcro sulla via Aurelia, è ricordata dall'Itinerario Malmesburiense; la seconda, sulla via Labicana, fu restaurata nel sec. IX da Leone III. Ambedue sono scomparse da secoli

Tratto da http://www.enrosadira.it/santi/b/basilide-compagni.htm
Basilide e 22 Compagni, santi, martiri, le spoglie sono a S. Maria in Traspontina. Le reliquie originariamente poste all’altare maggiore, erano custodite fino a pochi anni fa in un’urna presso l’altare, oggi vuoto, della prima cappella sinistra. Attualmente sono visibili in un reliquiario ligneo nell’altare della terza cappella sinistra. Sul vetro del reliquiario sono riportati Tripode e Mandale, nomi derivati secondo recenti studi, dalla città Tripolis Magdaletis. Basilide, martire romano, fu sepolto al XII miglio della via Aurelia in località Lorium, fra la Bottaccia e Castel Guido. Nel medio evo era venerato in due basiliche oggi scomparse, una, costruita sul suo sepolcro, è ricordata dall’Itinerario Malmesburiense, l’altra, sulla via Labicana, fu restaurata da Leone III (795-816). Non si conoscono né la data della sua traslazione in questa chiesa, né notizie precise della sua passio. M.R.: 10 giugno - A Roma, sulla via Aurelia, il natale dei santi Basilide, Tripode, Mandale ed altri venti Martiri, sotto l'Imperatore Aureliano e il Prefetto della Città Platone.

 

 

 


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