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11.11: Memoria di San Bartolomeo da Rossano, greco di Calabria, discepolo e agiografo di San Nilo da Rossano, igumeno dei monaci di Grottaferrata nei pressi di Roma (tra il 1054 e il 1055)

 

a cura del Protopresbitero Giovanni Festa




 

San Bartolomeo da Rossano, greco di Calabria, discepolo e agiografo di San Nilo da Rossano, igumeno dei monaci di Grottaferrata nei pressi di Roma (tra il 1054 e il 1055)

 

Nacque a Rossano nel 980 circa da una nobile famiglia discendente da Costantinopoli. Venne battezzato con il nome di Basilio. Manifestò fin da piccolo grande interesse per la vita monastica tanto che i nobili genitori decisero di affidarlo, all’età di sette anni, ai monaci del monastero di san Giovanni Calibita in Coloveto. Poi, attratto dalla fama di Nilo, lo raggiunse nel monastero di S. Michele a Vallelucio, ai piedi di Monte Cassino, e lì rivestì l'abito monastico. Seguì il maestro allorché questi, verso la fine del 994, dopo la morte dell'abate di Monte Cassino Aligerno e l'elezione di Mansone, si spostò con un gruppo di monaci a Serperi, presso Gaeta, per sottrarre la comunità alla corruzione che da Monte Cassino, sotto il nuovo abate, dilagava. Molto probabilmente accompagnò a Roma Nilo quando, tra il 998 e l’anno 1000 , vi si recò per intercedere presso Gregorio V e Ottone III in favore dell'antipapa Giovanni XVI (Giovanni Filagato), suo conterraneo. Nel 1004 si trasferì col maestro nel Tuscolano, nel monastero greco di Sant'Agata, che fu la sede dei monaci di s. Nilo prima che venisse fondata la Badia di Grottaferrata.. Dopo la morte a Grottaferrata di Nilo, nel 1004, Bartolomeo. ne continuò l'opera, pur non volendo assumere immediatamente il titolo di abate (igumeno), che tuttavia accettò più tardi, dopo Paolo e Cirìllo, immediatì successori di Nilo. Curò la costruzione già iniziata della Badia di Grottaferrata e fece edificare, con materiale tratto dalle antiche ville tuscolane vicine, la chiesa che fu dedicata alla Vergine e consacrata il 7 dic. 1024 da Giovanni XIX. Prese parte a vari sinodi durante il pontificato di Benedetto IX, e nell'aprile del 1044 intervenne al concilio lateranense. Su Benedetto IX avrebbe avuto notevole ascendente sì da indurlo a rinunciare al papato e a intraprendere una vita di penitenza nel monastero di Grottaferrata: la morte del papa nel monastero è, comunque, tradizione assai improbabile. Nel 1045  si recò a Salerno per intercedere presso Guaimaro V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Per la  sua mediazione Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio Bartolomeo morì verso la metà del secolo, probabilmente nel 1055 e venne sepolto accanto a san Nilo nella cappella a loro intitolata nel monastero laziale. I loro resti rimasero a Grottaferrata fino al 1300; dopo questa data è scomparsa ogni traccia delle loro reliquie

Copista di molti codici, Bartolomeo è considerato il più grande innografo del secolo XI. Fra le sue opere  ricordiamo il “Typicon”, codice liturgico-disciplinare per il monastero; ma quella che è definita come la principale è la biografia di san Nilo.
Nella biografia del Santo, si narra anche un miracolo che sottolinea il suo amore per i poveri, accaduto pochi anni dopo la morte.
Il protagonista di questo evento è un monaco di nome Franco, il quale in fin di vita ed incapace di parlare, guarisce miracolosamente. Costui raccontò ai confratelli ormai pronti per la sepoltura che nel sonno aveva visto due colombe, una bianca e una nera, avvicinarsi a lui e guidarlo in un campo pieno di luce in cui vi era Bartolomeo con una moltitudine di poveri.
A tutti diede del pane, entrando poi in un bellissimo palazzo nel quale vi era una donna di irripetibile bellezza, cioè la Vergine Maria. Qui Bartolomeo rivolgendosi al monaco Franco lo consiglia di ricordare ai rimanenti monaci di Grottaferrata di essere misericordiosi nei confronti dei poveri.
Sia il Bios più antico, sia il più tardo encomio, sia il sinassario, come anche inni scritti in suo onore, sono concordi nel ricordare e celebrare l'attività melodico-innografica di Bartolomeo. L'edizíone degli inni sacri da lui composti  dovuta al Giovanelli (1956) presenta 54 inni tra canoni, contaci, ecc. (di cui 34 sarebbero attribuiti a lui con sicurezza, gli altri 20 con notevole probabilità), tratti dagli antichi triodi e menei conservati in manoscritti della Badia di Grottaferrata o da essa provenienti. In tali inni Bartolomeo  celebra soprattutto santi dell'Occidente, che non avevano avuto un innografo di tradizione costantinopolitana  che li celebrasse: santi italogreci, come Giovanni Theristis  e Nilo; italiani, come Cesario di Terracina, Cecilia di Roma, Vitale e Apollinare di Ravenna; siciliani, come Lucia di Siracusa, Agata e Leone di Catania, Afflo, Filadelfo e Cirino di Lentini, od occidentali, come Martino di Tours; ma vi sono anche inni per i santi in onore dei quali il monastero possedeva chiese  e reliquie, come Bartolomeo Apostolo, Nicola di Mira, Barbara, Matrona, i 40 martiri di Sebastia, ecc., o per gli Apostoli. Particolarmente numerosi sono gli inni che celebrano la Vergine e i suoi principali misteri: la natività, il parto, la divina maternità, la presentazione al tempio, l'assunzione al cielo. In lode della Vergine è anche l'inno per la consacrazione della chiesa di Grottaferrata. L'innografia di Bartolomeo  viene esaltata dalle fonti criptensi con alte lodi e vien paragonata a quella dei maggiori innografi bizantini, Romano il Melode, Giovanni Damasceno, Cosma di Mayuma, Giuseppe innografò. In realtà Bartolomeo. seguendo le orme di Nilo, diede inizio alla scuola innografica criptense, la quale in Occidente diede nuova vita alla innografia sacra che nell'Oriente, dopo aver avuto rappresentanti insigni, come Romano il Melode (sec. VI) e Andrea di Creta (sec. VIII), dal X sec. era andata decadendo. Bartolomeo  si ispira particolarmente a Giuseppe innografo. Perfetta è la sua conoscenza della metrica e delle altre norme, anche delle più complesse, che regolano l'innografia.

A Bartolomeo  viene attribuito da una perenne tradizione della Badia criptense anche il Bios del suo maestro Nilo.

La vita di s. Nilo, oltre al valore agiografico e letterario, che la pone in primissimo piano tra i testi agiografici dell'Italia meridionale, ne ha uno non minore dal punto di vista storico. Essa ci informa ampiamente sulle condizioni della vita monastica del Mezzogiomo, sui rapporti tra i monaci greci venuti in Campania e i monaci latini di S. Benedetto dell'abbazia di Monte Cassino, rapporti che nonostante le differenze profonde nella disciplina e nei riti furono cordiali sotto il pio abate Aligemo, mentre peggiorarono sotto il mondano Mansone, su cui viene espresso dal biografo un giudizio severo confermato del resto dalle cronache uffliciali di Monte Cassino; ci fa anche penetrare nella vita economica e sociale delle province meridionali per il periodo bizantino , vita resa ancor più difficile e burrascosa dalle incursioni saracene, cui l'Impero non era in grado di far fronte. E infine ci fa intravedere l'azione politica svolta da Nilo (e continuata dalla comunità criptense) per la fine della corruzione ecclesiastica e sociale e per la rinascita spirituale del ministero del papa di Roma

 

 

 


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