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15.11: Riposo del benemerito staretz PAЇSSY VELITCKOVSKY

 

a cura della Chiesa Greco-Ortodossa di San Paolo Apostolo dei Greci, Reggio di Calabria




 

15 novembre • Riposo del benemerito staretz PAЇSSY VELITCKOVSKY [1].

Il nostro padre Paїssy nacque nel 1722 in seno ad una numerosa famiglia di un prete della città di Poltava, in Ucraina. Dolce, riservato, dotato di una grande capacità di raccoglimento e di una viva intelligenza, egli apprese molto presto a leggere e si immerse con passione nella lettura delle Scritture, delle vite dei santi monaci e degli scritti dei Padri della Chiesa, sull’ascesi e la compunzione. Inviato all’accademia ecclesiastica di Kiev per proseguire i suoi studi, fu profondamente deluso dall’insegnamento sterile, troppo influenzato dalla scolastica latina e dalla cultura pagana e dallo spettacolo del clero e dei monaci corrotti dalla ricchezza e lo spirito mondano. Dopo quattro anni abbandonò i suoi studi e partì alla ricerca di un padre spirituale e di un monastero dove poter vivere nello spogliamento, a imitazione della povertà di Cristo. Egli soggiornò in diversi monasteri, divenne rasoforo [2] sotto il nome di Platone, poi avendo sentire vantare il modello di vita che si conduceva nella scete di Maldo-Valachia (attuale Romania), dove si era rifugiato il meglio dei monaci russi scacciati dalla riforma di Pietro il Grande, andò lì on qualche compagno. Visse là qualche anno nella condizione ideale per la vita monastica, presso dei padri spirituali avanzati che seguivano fedelmente l’insegnamento dei santi Padri e mostrò le qualità di un discepolo esemplare: obbedienza assoluta, umiltà, amore per i fratelli, costanza e gioia nelle prove, zelo per la meditazione e la preghiera. Poiché i suoi superiori, alla vista dei suoi progressi, volevano farlo ordinare prete prima dell’età richiesta (trenta anni), temendo di venir meno a ciò che erano le prescrizioni della santa tradizione, egli lasciò il suo monastero per andare verso la fine delle sue aspirazioni: il Monte Athos.
Tuttavia, in ragione dell’occupazione turca, la situazione della Santa Montagna non era molto brillante: l’ignoranza regnava e gli uomini spirituali erano rari, tanto tra i monaci greci che tra gli slavi. Non avendo potuto trovare un padre spirituale malgrado le ricerche, Platone si installò da solo, vicino al monastero di Pantokrator, avendo come guida la Santa Scrittura, gli scritti dei Padri e la testimonianza della sua coscienza. Ridotto alla più estrema povertà, mangiava un giorno ogni due, lottando ogni giorno contro le tentazioni dello scoraggiamento, perseverava nella preghiera e nella meditazione degli scritti patristici. Dopo quattro anni di lotte, un anziano che aveva conosciuto in Romania, nel corso di una visita all’Athos, lo tonsurò monaco sotto il nome di Paїssy (Paїsios), consigliandogli di prendere con sé qualche compagno per sfuggire ai pericoli di una vita eremitica prematura. Poco tempo dopo, un giovane monaco rumeno, Bessarione, che come lui non aveva potuto trovare un padre spirituale, si presentò a lui chiedendogli in lacrime di riceverlo come discepolo. Paїssy, giudicandosi indegno d’insegnare, accettò di prenderlo con lui non come discepolo ma come fratello e compagno d’ascesi. Essi vissero così nell’obbedienza reciproca, avendo insieme una sola anima ed un sol cuore diretti verso Dio. Quando raggiunsero il numero di dodici, adottarono il modo di vita comunitario: poiché la vita cenobitica è l’immagine di vita dei santi Apostoli attorno al Signore e della Liturgia perpetua degli angeli attorno al Trono del Re celeste. Nel1758, Paїssy, che rifiutava sempre di considerarsi come loro maestro, cedette finalmente alle lacrime dei suoi compagni e divenne loro confessore. Malgrado le difficoltà materiali, la comunità cresceva senza sosta. Essi cambiarono dimora per la scete del Profeta Elia e da lì cercarono di ridare vita al monastero di Simon Petra, ma senza sosta continuavano le piraterie dei turchi per cui decisero di lasciare l’Athos per ritornare in Romania (1763).
Paїssy e i suoi settanta discepoli furono accolti con gioia dal Metropolita e il despota di Valachia che misero a loro disposizione il piccolo monastero del Santo Spirito a Dragomirna. Paїssy vi organizzò la vita comunitaria segnando gli usi athoniti e conformandosi scrupolosamente alle prescrizioni dei Santi Padri. Spogliato da ogni bene e da ogni attaccamento al mondo, rinunciando costantemente alla propria volontà, ciascuno teneva la coscienza a nudo avanti a Dio, avendo come mediatore il loro Padre comune, simbolo vivente del Cristo. L’obbedienza insegnava Paїssy, è la scala che conduce dalla terra al cielo, la via che conduce all’impassibilità. Tagliando la propria volontà nelle multiple occasioni procurate dalla vita comunitaria, con umiltà, pace e timor di Dio il monaco può mantenere continuamente il ricordo di Dio e invocare in segreto il santo Nome di Gesù; una volta rientrato nella sua cella, egli si dedica alla meditazione della Scrittura ed egli scritti ispirati dei Padri, alle prostrazioni con le lacrime, e soprattutto secondo le capacità di ognuno, a far discendere il proprio intelletto nelle profondità del cuore acquietato per invocarvi senza sosta il Nome di Cristo. Fu nella comunità del benemerito Paїssy che si adottò per la prima volta alle condizioni di vita cenobitica, il metodo della “preghiera interiore” [3] fino ad allora riservato agli eremiti ed agli esicasti. Nella chiesa gli offici erano perfettamente regolati, un coro cantava in slavo e l’altro rispondeva in rumeno. Ogni sera i monaci si confessavano al loro anziano, in modo da non << lasciare il sole tramontare sulla collera >> (Efes. 4,26) o il risentimento. Se tuttavia un fratello portava rancore ad un altro, gli era vietato d entrare in chiesa e anche di recitare il Padre Nostro.
Il benemerito Paїssy guidava la sua truppa senza sosta nutrendola in conoscenza con devozione negli scritti dei grandi maestri del monachesimo. Egli avvicinava i testi con tutto il rispetto, l’umiltà, l’amore di un discepolo per il suo padre spirituale. Poiché dopo Kiev aveva sofferto per l’insufficienza delle traduzioni slave, che rendevano sovente il testo incomprensibile e si era vanamente affaticato a comprarli, una volta all’Athos, cominciò ad apprendere il greco antico e iniziò con pazienza la comparazione di tutta una serie di copie degli scritti patristici nella loro lingua originale. A Dragomirna, egli lavorava senza sosta, con un ammirabile rispetto e un metodo di un perfetto rigore critico, alla correzione e, poco a poco, alla traduzione dal greco delle opere di numerosi Padri, come san Antonio, Esichio, Macario, Diadoco, Filoteo del Sinai, Teodoro Studita, Simeone il Nuovo Teologo, Gregorio il Sinaita e soprattutto san Isacco il Siro. Aiutato da un gruppo crescente di collaboratori, egli li correggeva senza sosta e li provava leggendoli e commentandoli alla comunità riunita: una sera in slavo e l’indomani in rumeno. 
In seguito alla guerra russo-turca (1774), la comunità dovette lasciare Dragomirna e partì per installarsi a Sekou; ma essendo il monastero strapieno, Paїssy dovette accettare a malincuore di dividere la sua famiglia spirituale ed andò ad installarsi con il maggior numero in un monastero vicino a Neamts (1779), centro di vita spirituale in Moldavia dopo il 14°sec. L’armata monastica raggiunse ben presto il numero di mille monaci: 700 a Neamts e 300 a Sekou, e, oltre le attività liturgiche e spirituali, vennero organizzate un insieme di attività di beneficenza dipendenti dal monastero. I visitatori venivano dalla Russia e da tutte le contrade dei Balcani per ammirare l’ordine, la pace, la carità mutuale, la devozione che vi regnavano e molti tra di loro restavano come monaci. Paїssy, assorbito sempre più dai suoi lavori di traduzione, era il padre attento di ogni figlio, riceveva senza distinzione tutti coloro che andavano a chiedere i suoi consigli e intratteneva una vasta corrispondenza con tutto il mondo slavo. Egli si addormentò in pace il 15 novembre 1794, un anno dopo la pubblicazione della prima traduzione slava della “Filocalia”, pubblicata in greco dieci anni prima da san Macario di Corinto (cf.7 aprile) e san Nicodemo Aghiorita (cf. 14 luglio), la quale era composta principalmente di traduzioni da molto tempo preparate da Paїssy e i suoi discepoli. Queste traduzioni e l’irradiazione della santità del benemerito staretz diffuse dai suoi discepoli in Russia furono all’origine di un vasto movimento di restaurazione della vita spirituale e del monachesimo tradizionale che durò fino alla Rivoluzione del 1917 [4].

Note:

1) Nonostante non sia ufficialmente canonizzato (eccetto dalla Chiesa Russa oltre frontiera) Paїssy è considerato santo dalla maggior parte dei fedeli ortodossi. Lo introduciamo qui per la grande importanza che ebbe nella storia del monachesimo slavo.

2) La terminologia è abbastanza confusa in questo campo. Bisogna distinguere la “Preghiera di Gesù” ( ευχὴ ) – la formula: Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me peccatore! – dalla “Preghiera interiore” ( νοερά προσευχὴ ), cioè l’attività costante di far scendere l’intelletto nel cuore per ripetere senza altro pensiero la preghiera o il Nome di Gesù. Da lì, con l’aiuto di Dio si è condotti alla “Preghiera del cuore” ( καρδιακὶ προσευχὴ ) che è lo stato stabile dell’intelletto fissato dalla Grazia senza distrazione nel cuore, con il sentimento costante della presenza intima del Signore. Ella corrisponde allo stato di purificazione e di liberazione dalle passioni e conduce verso la “Preghiera spirituale” ( πνευματικὶ προσευχὴ ) o “Preghiera dello Spirito Santo” che grida nel cuore in gemiti ineffabili: Abbà Padre (Gal. 4,6). È questo lo stato oltre della preghiera, cioè la deificazione ( θέωσεις ).

3) Questo movimento nato da Paїssy fu illustrato in particolare dai celebri staretz del monastero di Optina e da un libro come “I racconti di un pellegrino russo”.

 


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