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25.11: Memoria del megalomartire MERCURIO

 

a cura della Chiesa Greco-Ortodossa di San Paolo Apostolo dei Greci, Reggio di Calabria




 
+ Lo stesso giorno, memoria del megalomartire MERCURIO.

Originario della provincia d’Asia (Ovest dell’Asia minore) e figlio di un sciita segretamente convertito al cristianesimo, Gordio, il santo atleta di Cristo, Mercurio, servì nelle armate imperiali sotto il regno di Decio (251) e Valeriano (253 – 260). Un giorno che era in campagna contro i barbari, un angelo luminoso gli apparve e gli diede una spada ordinandogli di lanciarsi nel combattimento con fiducia nel Cristo Dio. Riempito di coraggio dopo questa visione, il giovane si precipitò nella mischia, avanzò da solo in mezzo alle linee nemiche, aprendosi un varco con la sua spada celeste e arrivò fino al generale barbaro Rigas, il quale morì in questo singolare combattimento. Alla notizia della morte del loro capo le truppe barbare furono prese dal panico e si dispersero con gran furia. Apprendendo gli atti di bravura di Mercurio l’imperatore lo convocò, l’invitò alla sua tavola e lo onorò del titolo di generale, malgrado la sua giovane età. Conquistato dagli onori ed i piaceri della vita di corte, il giovane cristiano dimenticò i suoi doveri verso il solo vero Re. Ma lo stesso angelo gli apparve ancora di notte, ricordandogli che la spada con cui aveva vinto gli era stata donata dal Cristo come segno del combattimento del martirio che avrebbe dovuto affrontare. Mercurio si risvegliò allora dal sonno della negligenza e all’indomani, inviato dall’imperatore ad offrire un sacrificio ad Artemide, rifiutò di presentarsi. Convocato avanti al sovrano, confessò la sua fede con ardore e gettò a terra i suoi gradi militari, per dimostrare che era ormai risoluto ad abbandonare tutta la gloria terrestre e affrontare la morte per Cristo. Egli fu immediatamente gettato in prigione e sottoposto a crudeli supplizi; ma sopportò tutto con allegria perché lo stesso angelo di Dio gli era apparso nuovamente in prigione per dargli coraggio e speranza. Colpito da ogni parte a colpi di spada e sospeso ad un braciere, il suo sangue colò con tale abbondanza che spense le fiamme. Lo si sospese dopo a testa in giù e lo si flagellò con spranghe di bronzo. Fu infine trasferito a Cesarea di Cappadocia e fu decapitato su ordine dell’imperatore: aveva allora solo venticinque anni ma ereditò una gloria eterna nell’armata celeste.
 
 

 


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