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05.12: Memoria del nostro venerabile Padre Teoforo SABA il SANTIFICATO

 

a cura della Chiesa Greco-Ortodossa di San Paolo Apostolo dei Greci, Reggio di Calabria




 

╋ Il 5 di questo mese, celebriamo la memoria del nostro venerabile Padre Teoforo SABA il SANTIFICATO.

Il nostro santo Padre e Teoforo Saba, l’angelo nella carne e il colonizzatore del deserto di Palestina, nacque nel piccolo borgo di Mutalaski in Cappadocia, nel 439. Dall’età di otto anni, avendo compreso la vanità di tutte le cose di questo mondo e con il cuore bruciante per Dio, entrò al monastero di Flaviano, situato non lontano da lì. Malgrado tentativi della sua famiglia per farlo tornare indietro, perseverò e iniziò rapidamente tutte le osservanze monastiche, in particolare la temperanza e la recitazione col cuore del salterio. Un giorno mentre lavorava in giardino, ebbe voglia di mangiare una mela. Ma avvicinatosi per staccarla dall’albero dominò con energia la tentazione della gola dicendo: << Bella a vedersi e buona a mangiarsi era il frutto che mi donò la morte attraverso Adamo. Adamo preferì ciò che era bello ai suoi occhi carnali e diede più soddisfazione al suo ventre che alle gioie spirituali. Non andiamo dunque nel torpore del sonno spirituale a dimenticare gli splendori della temperanza >>. Gettando la mela a terra e calpestandola con i piedi, riportò la vittoria sulla cupidigia e fino alla morte non mangiò mai più mele. Il giovane ragazzo era così risoluto ed aveva raggiunto tale maturità che dedicava alle fatiche del digiuno e della veglia come gli asceti più esperti e superava tutti i suoi compagni per l’umiltà, l’obbedienza ed il suo controllo di se stesso.
Dopo aver trascorso dieci anni in questo monastero ottenne dal suo superiore la benedizione di andare a Gerusalemme (456). Attirato dalla fama del venerabile Eutimio (+ 20 genn.), Saba lo supplicò con lacrime di prenderlo tra i suoi discepoli, ma il santo anziano lo inviò al monastero di san Teoctisto (+ 13 sett.) perché non aveva l’abitudine di accettare dei giovani ancora sbarbati tra i rudi anacoreti del deserto.
Modello di rinuncia alla sua volontà e di umiltà, Saba consacrava sotto la direzione di Teoctisto, tutto il giorno al servizio dei fratelli e trascorreva le sue notti a glorificare Dio. Egli era così perfetto in tutte le sue virtù, che san Eutimio lo chiamò “il giovane anziano”.
Alla morte di san Teoctiso (469) ottenne il permesso di ritirarsi solitario in una grotta situata a poca distanza dal cenobio. Egli trascorreva i cinque giorni della settimana senza prendere alcun nutrimento, a pregare senza interruzione intrecciando foglie di palma per occupare il suo corpo e ritornava al monastero per partecipare alla liturgia e al pasto dei fratelli, il sabato e la domenica. Durante la grande Quaresima (dal 14 gennaio alla domenica delle Palme), san Eutimio aveva l’abitudine di condurlo con lui al deserto di Rouba per esercitarsi alle più alte virtù, incontrando Dio nel silenzio e l’essenza di tutte le consolazioni. Egli pervenne così all’altezza dei grandi atleti della fede e, dopo la morte di san Eutimio, andò definitivamente a ritirarsi i queste solitudini implacabili per affrontare combattendo singolarmente Satana ed i suoi servitori, avendo come unica arma il segno di Croce e l’invocazione del santo Nome di Gesù.
Dopo quattro anni trascorsi nel deserto, fu guidato da un angelo verso una grotta situata sopra un burrone sulla riva sinistra del Cedron. qui trascorse cinque anni nella contemplazione, poi, assicurato da Dio che il tempo era venuto, cominciò ad accettare discepoli. Egli procurava celle in una delle numerose caverne dei dintorni e insegnava loro attraverso l’esperienza, l’arte della vita solitaria. Poiché i suoi discepoli aveva raggiunto il numero dei settanta, alla preghiera del Santo, Dio fece sgorgare per la loro consolazione una sorgente d’acqua viva nel burrone. Per gli uffici liturgici comuni, i fratelli si riunivano in una vasta grotta a forma di chiesa, che era stata scoperta da san Saba guidato da una colonna di fuoco. La Lavra si ingrandì senza sosta, centocinquanta solitari si erano riuniti, e un gran numero di pellegrini vi accorrevano incessantemente per ritrovale la salute e offrire doni, grazie ai quali era necessario soddisfare tutte le necessità, evitando che i monaci fossero obbligati a mescolarsi nella confusione ed ai tumulti del mondo. Malgrado il suo desiderio di sfuggire al sacerdozio, l’umile Saba fu costretto ad accettare di essere ordinato prete, all’età di cinquantatré anni per garantire il buon ordine della sua truppa spirituale.
Il grande numero di discepoli non gli impedì tuttavia di perseverare nell’amore della vita solitaria e, ogni anno, fedele all’abitudine del suo padre san Eutimio, si ritirava nel deserto profondo per la Grande Quaresima. Fu in una di queste occasioni che si installò su una collina infestata di demoni, chiamata Castellion, e, dopo averla purificata con la sua preghiera, vi fondò un nuovo monastero cenobitico, riservato a monaci già molto esperti. Per coloro che arrivavano rinunciando al mondo, fondò un terzo stabilimento, a nord della lavra, affinché si abituassero alla vita ascetica e alla recitazione dei salmi. Egli non lasciava dimorare nella solitudine se non i monaci più esperti che avevano acquisito il discernimento e la vigilanza sui loro pensieri nonché un cuore umile e una rinuncia perfetta alla propria volontà. Quanto ai giovani ancora imberbi li inviava a formarsi al cenobio di san Teodosio (+ 11 genn.).
In questo periodo, poiché la numerosa popolazione monastica di Palestina era turbata dalle macchinazioni degli eretici monofisiti che si opponevano al Concilio di Calcedonia, il patriarca di Gerusalemme, Sallustio, nominò san Teodosio e san Saba archimandriti* ed esarchi di tutti i monasteri dipendenti della Città Santa: Teodosio per i cenobiti e Saba per gli anacoreti e i monaci che dimoravano nelle celle dentro le lavre. Questo irriducibile nemico dei demoni era pieno di dolcezza e affabilità verso gli uomini. È così che, allorché per ben due volte alcuni monaci si rivoltarono, il santo anziano si ritirò, senza cercare di giustificarsi o imporre la sua autorità e non accettò di riprendere la sua carica se non per le insistenze del patriarca.
Avendo acquisito la beneamata impassibilità e incessantemente fissato a Dio, san Saba tranquillizzava gli animi selvatici, guariva i malati e, con la preghiera, attirava le piogge benefiche sulla regione tormentata dalla siccità e dalla carestia. Egli fondò altri monasteri cosicché, oltre alla sua funzione di esarca dei solitari, era l’egumeno si sette comunità. Questo calamizzatore del deserto guidava con saggezza le legioni dei combattenti spirituali e si sforzava di mantenerle nell’umiltà e nella fede. Nel 512, fu inviato con altri monaci a Costantinopoli, presso l’imperatore Anastasio (491 – 518) favorevole alla parte monofisita, per sostenere la fede ortodossa e ottenere degli alleggerimenti fiscali in favore della Chiesa di Gerusalemme. Il povero e umile eremita dai vestimenti a brandelli, scacciato dalla guardia del palazzo come un mendicante, fece sull’imperatore una forte impressione e, durante il lungo soggiorno nella capitale, il sovrano amava farlo venire al suo cospetto per approfittare dei suoi insegnamenti. Al ritorno in Palestina dovette combattere accanitamente contro le imprese del patriarca eretico di Antiochia, Severo. Nel 516, quest’ultimo, dopo aver attirato nuovamente l’imperatore nelle file degli errore, arrivò a far espellere Elia dal seggio di Gerusalemme, ma, istigati da Saba e Teodosio, i monaci si riunirono in più di seimila per convincere il suo successore, Giovanni, a lottare in difesa del Concilio di Calcedonia. Poiché in seguito a questa manifestazione l’imperatore si preparava ad usare la forza, Saba gli inviò, a nome di tutti i monaci di Terra Santa, una audacissima petizione. Lo stesso anno (518) Anastasio morì e, grazie a Dio, la fede fu confermata dal nuovo imperatore Giustino I (518 – 527), che ordinò di piazzare il Concilio di Calcedonia nei santi dittici. San Saba fu allora inviato a Scitopoli e Cesarea per annunciare di persona la vittoria, tra la felicità generale.
Nel 531, a seguito della sanguinosa rivolta dei Samaritani, l’anziano fu inviato di nuovo a Costantinopoli, presso il pio Giustiniano (527 – 565), al fine di ottenere il suo aiuto e la sua protezione. Di ritorno, profetizzò all’imperatore la riconquista di Roma e d’Africa, nonché la vittoria definitiva sul monofisismo e l’origenesimo, che doveva fare la gloria del suo regno.
Accolto con gioia a Gerusalemme, questo infaticabile servitore di Dio, trovò ancora il tempo di fondare il monastero detto “di Geremia”, prima di ritirarsi definitivamente alla Grande Lavra. All’età di novantaquattro anni cadde ammalato e si addormentò nel Signore la domenica 5 dicembre 532. Il suo corpo, miracolosamente conservato incorrotto, fu in seguito deposto nella Lavra alla presenza di una folla immensa di monaci e di laici. Trasferito a Venezia al tempo dei Crociati, è stato recentemente restituito (26 ottobre 1965) al suo monastero. La Lavra di San Saba, divenuta in seguito monastero cenobitico, ha avuto un posto di primo piano nella storia del monachesimo e della Chiesa di Palestina. Un gran numero di santi lì sono fioriti: san Giovanni Damasceno, san Cosmas di Maiouma, santo Stefano, san Andrea di Creta etc… È là che si è sviluppato e fissato il typikon che regola ancora i nostri offici liturgici ed è lì che sono stati redatti una gran parte importante dei nostri inni.

*A quel tempo l’archimandrita era il superiore di più monasteri, oggi non è altro che un titolo onorifico.

 


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