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LA GIURIDICITÀ DELLA CHIESA

 

dott. Riccardo (Paolo) Bianchin




 

LA GIURIDICITÀ DELLA CHIESA
dott. Riccardo (Paolo) Bianchin

 

Nell’epoca della secolarizzazione, in cui l’intera dimensione religiosa rischia ormai di venire esclusa dalla vita sociale degli individui, è importante che il popolo cristiano sia conscio che la Chiesa di Cristo ha avuto, ha tuttora e avrà sempre un carattere non meramente astratto, ma effettivo e sostanziale. Un carattere che coniuga spiritualità e materialità attraverso il connubio tra teologia e diritto canonico. Le due discipline, all’interno della Chiesa, vivono in simbiosi intrecciandosi e sostenendosi a vicenda. La teologia, pur essendo distinta dal diritto, trova in esso il sostegno che le permette di incarnarsi nella vita dei fedeli.

Quando parliamo di Chiesa, in questo caso, non intendiamo il senso più riduttivo di tale termine (ovvero il luogo sacro in cui il popolo di Dio si riunisce per celebrare la liturgia), ma la sua accezione più ampia. Parliamo dell’intera assemblea dei fedeli, quella istituzione che abbraccia nel suo seno tutti coloro che hanno ricevuto il Battesimo, e che è amministrata dagli episcopi, coadiuvati dai presbiteri e dai diaconi, che insieme al popolo sono uniti nel formare il corpo mistico di Cristo (Col. 1, 24).

Non possiamo comprendere nel profondo la funzione della Chiesa se non siamo consapevoli del fatto che essa è un vero e proprio sistema giuridico.

Fin dal primo secolo essa si è fatta largo nel mondo affermandosi quale sistema giuridico autonomo, la cui origine non è una autorità civile, ma spirituale:

 

«Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». (Mt 16, 18)

 

Origine spirituale non significa tuttavia mancanza di autorità giuridica. Stava infatti nella volontà del fondatore, Gesù Cristo, che la sua Chiesa avesse la propria autorità nel mondo. «Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli» altro non è se non un’investitura che Cristo ha dato agli Apostoli, la quale conferisce alla Chiesa poteri, doveri e diritti: un conferimento di personalità giuridica, detto tecnicamente.

Origine spirituale va a significare, inoltre, che la Chiesa non è subordinata ad alcuna autorità statale: essa è un ordinamento giuridico extrastatuale. Tale aspetto non soltanto è coerente con la vocazione universale ed ecumenica della Chiesa, ma ne costituisce un elemento fondamentale. Quando parliamo di extrastatualità parliamo di indipendenza dall’autorità pubblica. Se la Chiesa non fosse un ordinamento extrastatuale, sarebbe priva di giuridicità in quanto l’ordine ecclesiastico verrebbe assorbito dall’ordine politico. Il doppio carattere istituzionale della Chiesa (terreno e spirituale), quindi, presuppone questa extrastatualità.

Attenzione, però: l’ extrastatualità non comporta alternatività all’ordine politico. Cristo ha sottolineato chiaramente questo aspetto:

 

«Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: ‘Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?’. Gli risposero: ‘Di Cesare’. Allora disse loro: ‘Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio’». (Mt 22, 19-21)

 

Il Cristianesimo, pur considerandosi oltre il mondo (Cfr. Gv 15, 18-21), ha sempre ben saputo operare nel mondo (Cfr. Mc 16, 15-16, Mt 28, 19-20), rispettando e onorando l’ordine costituito. La sovversione e l’antigiuridicità non hanno mai fatto parte della Chiesa. Linea di pensiero, questa, confermata e proseguita da San Paolo apostolo nel suo insegnamento.

 

«Vuoi non aver da temere l'autorità? Fà il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo dunque dovete pagare i tributi, perché quelli che sono dediti a questo compito sono funzionari di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse le tasse; a chi il timore il timore; a chi il rispetto il rispetto». (Rm, 13, 3-7)

 

Tale passaggio suscita un parallelismo tra il pensiero di San Paolo e quello del giurista romano Ulpiano (170-228), il cui pensiero è inserito in apertura al Digesto, una delle opere che compongono il Corpus Iuris Civilis, la grande summa del diritto romano commissionata dall’imperatore Giustiniano, e che ha costituito la base per lo studio del diritto romano fino ai nostri giorni:

 

«... desideriamo rendere buoni gli uomini non solo attraverso il timore delle pene, ma anche tramite l'esortazione delle ricompense, mirando senza errore ad una vera filosofia, e non a una simulata». (Digesto, 1, 1, 1, 1)

 

Il rapporto che il Cristianesimo ebbe con l’Impero Romano prima dell’era inaugurata da san Costantino con l’editto di Milano rappresenta in modo lampante come la Chiesa abbia gestito il suo carattere giuridico fin dai primi secoli. Sebbene combattuta e perseguitata su ogni fronte, la Chiesa non lottò mai apertamente contro l’Impero Romano. L’efficacia del suo messaggio bastò a resistere alle persecuzioni e a far trionfare il Cristianesimo quale religione ufficiale dell’Impero con l’editto Cunctos populos siglato a Tessalonica (380 d.C.). Dall’aspetto politico a quello giuridico il passo è breve: al termine delle persecuzioni, la Chiesa iniziò presto ad influenzare il diritto romano, al quale si appoggiava. Nacque così un "diritto romano-cristiano". La Chiesa tolse durezza e formalità al sistema normativo romano. Gli stessi pagani preferivano spesso farsi giudicare in udienza episcopale, al fine di beneficiare dell'equità canonica dei vescovi-giudici. I primi a beneficiarne furono le donne e gli schiavi, che videro la loro condizione giuridica migliorare sensibilmente. Il diritto romano-cristiano infatti, tra le altre cose, disapplicava lo ius necandi (diritto di uccidere) che i mariti avevano sulle mogli adultere, o che i padroni avevano sugli schiavi. L’udienza episcopalefu il primo vero istituto giuridico originale della Chiesa. Era costituito da un processo presieduto dal vescovo, che giudicava usando come fonte normativa principale l’Evangelo, integrato dalla legge romana. Il successo che riscosse anche tra i pagani era dovuto al fatto che il processo in udienza episcopale era più rapido, e gli onesti e santi vescovi dei primi secoli non erano corruttibili, a differenza dei magistrati romani. Notiamo, quindi, come fin dall’inizio la Chiesa fece della dimensione giuridica un aspetto fondamentale della sua esistenza, che la calava nell’intimo della vita dei suoi fedeli, risolvendo attraverso l’autorità del vescovo-giudice i problemi pratici che affliggevano le prime comunità cristiane. Del resto, che cosa sono le lettere dell’Apostolo Paolo, se non le esortazioni di un pastore chiamato a dirimere le questioni dottrinali e morali insorte all’interno del suo gregge? Nell’epoca dell’Apostolo delle genti, le epistole (o rescripta) erano l’atto normativo con cui l’imperatore si pronunciava su singole questioni di diritto. Tale forma di responso, adottata da San Paolo, venne poi fatta propria dal diritto canonico e utilizzata fino ai tempi odierni.

Se le forme con cui la Chiesa dei primordi espletava la propria funzione normativa erano le epistole e le udienze episcopali, il criterio con il quale i vescovi erano chiamati a giudicare era lo stesso criterio che tanto ha ispirato il Santo di Tarso nella sua lettera ai Corinzi, cioè l’amore.

 

«Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sarei come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore, non sarei nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi l’amore, niente mi gioverebbe. L’amore è paziente, è benigno l’amore; non è invidioso l’amore, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. L’amore non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e l’amore; ma di tutte più grande è l’amore!». (1Cor, 1-13)

 

L’amore ha da sempre costituito la norma fondamentale dell’ordinamento giuridico ecclesiastico. Esso, consentendo -con un’operazione di economia, cioè di discernimento- di adattare la legge divina ai casi particolari, rispecchia in chiave giuridica il sacrificio di Cristo. Così come Egli è venuto nel mondo non per abolire, ma per perfezionare la Legge, così l’amore ha il potere di dare compimento alla legge umana mitigandone in casi particolari la durezza, soggiogandola al criterio dell’amore verso gli uomini che ispirò il sacrificio di Nostro Signore.

Nonostante la realtà ecclesiastica appaia, alla luce di quanto appena esplicato, come l’immagine dell’ “ordinamento giuridico perfetto” guidato dall’amore, molte sono state nella storia le critiche alla dimensione giuridica sostanziale della Chiesa.

Sottolineare il carattere giuridico della Chiesa, tuttavia, è fondamentale per noi Ortodossi. La nostra visione della Chiesa è, sotto ogni aspetto, totalizzante: ne siamo parte integrante; partecipiamo attivamente alla sua vita liturgica; ci sottomettiamo alla sua giurisdizione attraverso l’ascolto del padre spirituale e del vescovo; percepiamo interiormente il suo carattere mistico attraverso la preghiera, le veglie e i digiuni; sperimentiamo fisicamente la sua materialità attraverso la partecipazione ai sacramenti; consacriamo ad essa e all’etica cristiana ogni aspetto della nostra vita; infine possiamo esserne esclusi tramite la scomunica se ci macchiamo di colpe particolarmente gravi. Se la Chiesa fosse priva di carattere giuridico, tutti questi aspetti sarebbero precari, instabili, privi di quella effettività vincolante che solo un sistema giuridico può garantire.

Così come nella partecipazione alla vita sociale del nostro paese ci sforziamo di essere persone giuste e cittadini onesti, sforziamoci ancor più di essere giusti cristiani, fedeli in ogni aspetto all’esempio dei Santi Padri e all’insegnamento della Chiesa. Essa possiede tutti i requisiti per realizzare, tramite l’indispensabile impegno di ogni suo membro, l’ordinamento giuridico perfetto, retto dalla legge dell’amore, specchio terreno del Regno dei Cieli.

 


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