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13.02: Memoria dei Santi Aimo e Vermondo, fondatori di un Monastero a Meda nella diocesi di Milano (verso il 790)

 

a cura del Protopresbitero Giovanni Festa




 

Santi Aimo e Vermondo, fondatori di un Monastero a Meda nella diocesi di Milano (verso il 790)

Tratto da http://www.santiebeati.it/dettaglio/94268
Il più antico documento intorno ai santi Aimo e Vermondo è quello conservato in originale alla biblioteca Trivulziana di Milano, che risale all'incirca al 1357, cui si rifecero coloro che ne scrissero, come il Bascapè, il Bugato, il Morigia, il Ferrari e, da ultimo, l'Agrati, che ne ha pubblicato integralmente il testo latino, dando a fianco la traduzione italiana. La tradizione li vuole fratelli, conti di Turbigo sul Ticino, dove fondarono il monastero di S. Vittore. Sospinti da un branco di cinghiali, mentre cacciavano in luogo solitario, ripararono verso levante, nella regione briantea, dove più tardi sorse l'industriosa cittadina di Meda e dove edificarono una chiesa in onore di s. Vittore, alla quale unirono un monastero femminile secondo la regola benedettina.
Sepolti in quella chiesa, la loro tomba fu spesso miracolosa e molti, anche da lontano, ottennero segnalati favori e grazie particolari, onde sorse la fama di santità dei due fondatori, che ancora perdura.
Il 31 maggio 1581 furono venerati da s. Carlo e da Federico Borromeo, mentre il card. Ildefonso Schuster fece una ricognizione delle reliquie dei due santi nel 1932, quando si celebrarono in loro onore dei solenni festeggiamenti.

Tratto da http://www.corrierealtomilanese.com/2017/02/13/il-13-febbraio-ricorre-la-memoria-dei-santi-aimo-e-vermondo-corio-conti-di-turbigo/
Un articolo, già pubblicato sul bollettino parrocchiale di novembre Turbigo, un paese di 7000 abitanti che sorge su una delle sponde del fiume Ticino, ci accompagna alla scoperta di una delle cornici affrescate nella navata centrale della chiesa parrocchiale.

Entrando nella chiesa Beata Vergine Assunta, dirigiamoci in avanti, nella navata centrale, in corrispondenza della terza campata dall’ingresso, sulla destra.
“Ci troviamo di fronte ad una coppia di santi, e lo schema con cui viene organizzata la rappresentazione è differente dalle altre cornici. Mentre il consueto angelo, all’interno di un grande sole, è posto in centro alla scena (e non nel lobo superiore), in questo caso troviamo due cartigli che identificano singolarmente i protagonisti: S. AYMON e S. VERMONDOS. La sesta ed ultima cornice è dunque dedicata alla memoria dei SANTI AIMO e VERMONDO CORIO, ai quali la tradizione medievale attribuisce il titolo di conti di Turbigo. La narrazione viene bloccata in un momento di grande suspense. Nel lobo inferiore fa la sua comparsa un branco di cinghiali inferociti, raffigurati nell’atto di svellere le radici di due alberi. Al di sopra di tali arbusti trovano riparo i Santi, che per il precario equilibrio si aggrappano con forza agli esili rami; Aimo, sulla sinistra, osserva con timore l’imminente pericolo e lo indica al fratello Vermondo (sulla destra), che al contrario volge lo sguardo verso il cielo per invocare la protezione divina. Gli abiti tradiscono l’origine nobiliare dei due giovani, entrambi abbigliati con tuniche sontuose e mantelli dai colori sgargianti, ed in particolare si può notare come Vermondo indossi l’armatura con una spada legata in vita. In secondo piano, poco al di sotto del grande sole, si apre una radura, che ci consente di intravedere un piccolo oratorio campestre con una finestra circolare nel frontespizio. La celeberrima vicenda narrata dal pittore Albertella si riferisce al momento della conversione di Aimo e Vermondo, che abbandonando agi e comodità, scelsero di condurre una vita di preghiera. Approfondiamo quindi la vita dei due protagonisti, cercando di riflettere sul significato nascosto di quanto abbiamo descritto.
Il più antico documento che riporta la “leggenda” di Aimo e Vermondo è conservato presso la Biblioteca Trivulziana di Milano, e consiste in un codice miniato trecentesco, composto da autore ignoto e miniato da Anovelo di Imbonate per incarico di Fiorina di Solbiate, canevaria del monastero di Meda dal 1357 al 1368. Un secondo codice “gemello” è conservato presso il Paul Getty Museum di Malibu, in California. AIMONE e VEREMONDO, conti di Turbigo, meglio conosciuti come Aimo e Vermondo, sono due giovani appartenenti alla nobile, ricca e potente famiglia dei Corio. Vivono probabilmente intorno al secolo VIII, cioè all’epoca della transizione tra la dominazione longobarda di Desiderio e quella dei Franchi di Carlo Magno, e i loro nomi hanno una chiara origine longobarda. La biografia dei Santi Aimo e Vermondo non è particolarmente dettagliata. La tradizione ce li descrive come giovani aristocratici che conducevano una vita lussuosa, sempre pronti ad ostentare le proprie ricchezze. Un giorno i due fratelli partono per una battuta di caccia al cinghiale, circondati da amici e servitori. Mossi dall’impeto e dalla frenesia, si allontanano dal gruppo, e una volta soli nel silenzio del fitto bosco vengono assaliti da un branco di cinghiali inferociti. Presi alla sprovvista, senza rinforzi e senza i loro destrieri, Aimo e Vermondo tentano di mettersi al sicuro arrampicandosi al di sopra di due alberi d’alloro, posti vicino ad un’edicola votiva dedicata a San Vittore martire. Tuttavia i cinghiali non desistono, e tentano di abbattere gli arbusti. Isolati, indifesi e deboli di fronte alle avversità, Aimo e Vermondo comprendono la vacuità della loro esistenza, realizzando come il potere, il denaro e il prestigio non siano in grado di salvarli. Sentendosi prossimi alla fine, i due nobili fanno voto alla Vergine Maria e a San Vittore martire, promettendo, in cambio della loro incolumità, di donare ingenti ricchezze ai poveri e di edificare in quel luogo un monastero. Miracolosamente i cinghiali desistono dal loro intento, consentendo ai fratelli Corio di poter discendere sani e salvi dal loro riparo. In seguito a quanto accaduto i due giovani tengono fede a quanto promesso, e dopo aver fondato il monastero benedettino di Meda (dedicato a San Vittore) vi trascorsero il resto della loro esistenza, dedicandosi al servizio dei più bisognosi. I fratelli Corio vennero sepolti nella chiesa del monastero, e qualche tempo dopo la loro morte si verificarono eventi prodigiosi attribuiti alla loro intercessione, spingendo la Chiesa ad istruire la pratica per la loro canonizzazione. Venerati anche da San Carlo Borromeo e dal Cardinale Federico Borromeo, i due Santi furono da sempre oggetto di una devozione particolare. La memoria liturgica ricorre il 13 febbraio.
La devozione nei confronti di Aimo e Vermondo non figura tra gli antichi culti turbighesi, e venne riscoperta inizialmente grazie all’infaticabile don Pietro Bossi, che avviò le prime indagini sui due Santi. L’anno di svolta fu però il 1932, quando il cardinale Ildefonso Schuster, Arcivescovo di Milano, compì una ricognizione delle reliquie. Sempre in quell’anno, grazie all’interessamento del parroco don Edoardo Riboni, si riuscì a ottenere la traslazione di parte dei resti dal Monastero di Meda alla Parrocchia di Turbigo, dando il via a solenni festeggiamenti. Nel “Chronicum” del 1932 troviamo infatti così annotato: “Turbigo ignorava la nascita dei SS. Aimo e Vermondo, due fratelli dei Conti Corio. Il Parroco col Card. Schuster e coi documenti alla mano poterono accertarsi che questi santi sono oriundi di Turbigo. Si fecero feste grandiose per il trasporto delle Reliquie. Venne il Vicario Generale, Mons. Tredici, che poi venne nominato Vescovo di Brescia, compagno di scuola (del Parroco). I Turbighesi hanno tanta devozione a questi Santi”. Anche i registri dell’anagrafe parrocchiale testimoniano il progressivo attaccamento della popolazione al nuovo culto, come ci viene ricordato dai numerosi “Aimo” e “Vermondo” battezzati in quegli anni. Per ufficializzare in modo definitivo la nuova devozione si decise dunque di inserire i due Santi all’interno del ciclo pittorico della parrocchiale, collocando la grande cornice proprio di fronte all’altare, in posizione speculare rispetto ad altri due fratelli santi, Cosma e Damiano.
CARLO AZZIMONTI
BIBLIOGRAFIA
• Bibliotheca Sanctorum, Roma, Città Nova Editrice, 1967, vol. I, p. 641.
• GIUSEPPE LEONI – PAOLO MIRA – PATRIZIA MORBIDELLI, La parrocchia e i suoi parroci. Quinto centenario di fondazione parrocchia Beata Vergine Assunta, Turbigo, 1995.
• PAOLO MIRA, La Chiesa della Beata Vergine Assunta di Turbigo, Turbigo, 2002.
• PAOLO MIRA, Aimo e Vermondo, due santi della nobiltà longobarda, FONDAZIONE Abbatia Sancte Marie de Morimundo, 2004, anno XI.

 

 


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