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17.03: Memoria di Sant’Alessio l’uomo di Dio, originario di Roma, asceta e mendicante in Cristo prima a Edessa e poi a Roma (verso il 411)

 

a cura del Protopresbitero Giovanni Festa




 

Sant’Alessio l’uomo di Dio, originario di Roma, asceta e mendicante in Cristo prima a Edessa e poi a Roma (verso il 411)

 

Tratto dal Quotidiano Avvenire

Fattosi povero, da patrizio qual era, Alessio trascorreva le notti sotto una scala sul colle romano dell’Aventino. In quel luogo Papa Onorio III gli dedicò nel 1217 una chiesa, scelta ancora oggi per molti matrimoni che si celebrano nell’Urbe. Ma quella della scala è soltanto una delle due tradizioni esistenti sul santo. Secondo quella siriaca, infatti, il giovane fuggì la sera delle nozze per recarsi a Edessa, dove visse da mendicante e morì. La variante greco-romana introduce il ritorno a Roma (raffigurato nelle pitture della chiesa inferiore della basilica San Clemente). Qui Alessio visse sempre da mendico e non venne riconosciuto dal padre. Fu Papa Innocenzo a scoprirne l’identità e a comunicarla ai genitori, che, straziati, si recarono al capezzale del figlio ormai morente. Una scena spesso raffigurata nell’arte. Della figura di Alessio si è impadronita anche la letteratura

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tratto da

 

http://www.calendariobizantino.it/calendario-4.1868396400.0.html

Le versioni principali della vita di sant'Alessio sono tre, una di tradizione siriaca, una greco-bizantina e una romana.
Secondo la tradizione greco-bizantina sant'Alessio nacque nel quinto secolo a Roma, in una nobile e benestante famiglia patrizia. I suoi genitori avevano organizzato per lui un buon matrimonio, ma poiché il Santo voleva offrire la propria vita a Dio, la sera prima delle nozze fuggì dalla casa paterna e andò a Edessa, nell'odierna Siria, vestendosi di stracci e scegliendo di vivere come un mendicante. In quei giorni il sagrestano di una chiesa ricevette, dall'icona della Vergine Maria, l'ordine  di accogliere quel mendicante perché si trattava di un uomo santo e per questo in molti cominciarono presto a venerarlo. Ma ad Alessio non piacevano tutti questi onori e pertanto decise di imbarcarsi e fuggire a Tarso, ma in balia di una tempesta, finì con l'approdare a Ostia e Alessio colse questo evento come un segno e decise di tornare nella casa di suo padre e, senza però essere riconosciuto, di vivere lì come un mendicante, nel modo in cui avevano già fatto san Giovanni Calibita e san Giuseppe Innografo. L'uomo, ricordandosi del figlio lontano e forse in difficoltà, accolse il mendicante che visse in quella casa per diversi anni, dormendo nel sottoscala e subendo le umiliazioni dei servi.
Quando Alessio sentì che la morte era vicina scrisse la sua storia in un rotolo e poi morì; in quello stesso momento dalle campane che suonavano a festa si sentì una voce che diceva di cercare l'uomo di Dio perché egli avrebbe pregato per Roma, così fu ritrovato il corpo del Santo e fu conosciuta la sua storia.

Nel 1217 papa Onorio III dedicò la Chiesa di San Bonifacio anche a sant'Alessio, oggi conosciuta come Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio sull’Aventino.

 

Tratto da

http://www.oodegr.com/tradizione/tradizione_index/vitesanti/leggendalatalessio.htm

 

Alessio era figlio di Eufemiano, un uomo di altissima nobiltà romana e di grande spicco nella corte imperiale. Il suo seguito era costituito da tremila giovani che portavano cinture d’oro e tuniche di seta. Questo grande funzionario, Eufemiano, era di gran bontà, e ogni giorno faceva tener pronte tre tavole nella sua casa per i poveri, per le vedove, per gli orfani e per i forestieri. Lui stesso serviva instancabilmente, e verso mezzogiorno prendeva anche lui il suo pasto con altri uomini pii, nel timore di Dio. Anche sua moglie, di nome Aglae, aveva la stessa devozione e gli stessi principi. Non avevano però ancora avuto un figlio, ma il Signore esaudì le loro preghiere e lo donò loro; poi decisero di vivere assieme, come prima, nella castità. Il figlio fu avviato agli studi delle arti liberali. Già brillava nelle discipline filosofiche, quando, fattosi ormai un ragazzo, fu scelta una ragazza, anch’essa dell’ambiente di corte, e gli fu data in sposa. Giunta la notte, Alessio si trovò solo con la sua sposa, nell’intimità; Alessio iniziò a istruirla nel timor di Dio e a esortarla al pudore virginale, poi le dette il suo anello d’oro e la linguetta della cintura che portava, e le disse:
        – Prendi tutto questo e conservalo finché a Dio piacerà, e il Signore sia fra di noi.
        Prese parte dei suoi averi e se ne andò sino al mare, e imbarcatosi di nascosto giunse a Laodicea, donde si diresse a Edessa, città della Siria, ove si conserva una immagine di Nostro Signore Gesù Cristo in un lenzuolo, non fatta da mano d’uomo[2]. Giunto là prese tutte le sostanze che aveva portato con sé, le distribuì ai poveri, prese dei vestiti miseri e si mise con gli altri poveri nell’atrio della chiesa di Maria Madre di Dio. Delle elemosine che riceveva tratteneva per sé quel che poteva bastargli, e distribuiva ai poveri il resto. Il padre, profondamente addolorato per la scomparsa del figlio, mandò i giovani del suo seguito per ogni parte del mondo a cercarlo con la massima cura. Alcuni di essi giunsero a Edessa, ove Alessio li riconobbe, senza che essi riconoscessero lui; dettero a lui, come agli altri poveri, un’elemosina, e Alessio la accolse, ringraziando Dio con queste parole:
        – Ti ringrazio, Signore, perché mi hai fatto ricevere l’elemosina dai miei servi.
        I servi ritornarono e annunciarono al padre che non erano riusciti a trovarlo in nessun luogo. La madre invece dal giorno della scomparsa di Alessio si era messa a giacere su di un sacco sul pavimento della sua stanza, dove vegliava piangendo:
        – Qui resterò sempre in lacrime, finché non riuscirò a riavere mio figlio.



 

La moglie diceva alla suocera:
        – Finché non avrò notizie del mio carissimo sposo, resterò qui con te, solitaria come una tortora.

Dopo diciassette anni che Alessio era rimasto al servizio di Dio nell’atrio di quella chiesa, l’immagine della Vergine[3] che vi si trovava disse al custode della chiesa:
        – Fai entrare l’uomo di Dio, che è degno del regno dei cieli, e lo spirito di Dio è posato su di lui; la sua preghiera sale come incenso fino al cospetto di Dio.
        Ma il custode non sapeva di chi parlasse, e allora l’immagine della Vergine disse:
        – È quello che sta fuori, seduto nell’atrio.
        Allora il custode uscì in fretta e lo fece entrare in chiesa. La fama di questo fatto si diffuse, e tutti cominciarono a venerarlo; Alessio, che voleva sfuggire alla gloria del mondo, partì in segreto per andare a Laodicea, dove si imbarcò con l’intenzione di raggiungere Tarso di Cilicia: ma per volere di Dio la nave fu spinta dai venti sino al porto di Roma. Vedendo questo Alessio disse tra sé e sé: «Andrò nella casa di mio padre senza farmi riconoscere: non sarò di peso ad altri».
        Vide il padre che stava rientrando al palazzo, con uno stuolo di gente che lo attorniava con deferenza. Lo seguì e gli gridò:
        – Servo di Dio, fammi accogliere nella tua casa: sono povero e forestiero. Fammi nutrire con le briciole della tua mensa, e che Dio possa avere nello stesso modo pietà di te, che sei pellegrino come me.
        Sentite queste parole il padre per amore del figlio lo fece ricevere in casa sua, e gli fece assegnare un luogo tutto per lui; gli faceva mandare del cibo dalla sua propria mensa, affidandolo a un servo particolare. Alessio continuava a pregare e macerava il suo corpo con veglie e digiuni. I servi della casa invece si facevano beffe di lui, e spesso gli versavano sul capo l’acqua delle tinozze, facendogli dispetti, ma lui sopportava tutto. Passò altri diciassette anni nella casa del padre senza essere riconosciuto. Si accorse, per rivelazione, che ormai si faceva vicina la fine della vita, e allora chiese carta e inchiostro e scrisse per ordine tutta la sua vita. La domenica dopo la messa si senti nella chiesa una voce dal cielo che diceva:
        – Venite a me, voi tutti che soffrite e siete gravati: io vi rifocillerò[4].
        Tutti quelli che udirono la voce, atterriti, caddero proni, ed ecco che la voce parlò di nuovo:
        – Cercate l’uomo di Dio, che preghi per Roma. Lo cercarono, ma senza trovarlo, e la voce parlò una terza volta:
        – Cercatelo nella casa di Eufemiano.

       Ma Eufemiano, quando gli fu chiesto, disse di non saperne nulla. Allora gli imperatori Onorio e Arcadio con il papa Innocenzo andarono alla casa di Eufemiano, e il servo che si occupava di Alessio andò dal padrone e disse:
        – Signore, guarda se non è quel povero forestiero che sta in casa nostra: è un uomo di vita elevata e di gran pazienza.

Eufemiano allora corse da Alessio, ma lo trovò morto, con il volto raggiante come quello di un angelo; volle prendere la carta che stringeva in mano, ma non riuscì. Raccontò allora l’accaduto agli imperatori e al papa, e quando questi entrarono nel luogo ove si trovava Alessio dissero:
        – Benché noi siamo peccatori, reggiamo tuttavia le sorti del regno, e questi ha nelle sue mani la cura dell’intero gregge. Dacci dunque quella carta, perché possiamo sapere cosa vi è scritto.
        Il papa si avvicinò e prese la carta dalla sua mano, e Alessio la lasciò prendere facilmente. La fece leggere alla presenza del popolo, d’una gran folla e del padre di Alessio. Quando Eufemiano ebbe inteso, subito lo colse un grandissimo dolore, tanto che perse i sensi, venne meno e cadde a terra. Appena cominciò a riprendere i sensi, si stracciò le vesti, e si mise a strapparsi i capelli bianchi e la barba, a straziarsi, e gridava sul corpo del figlio:
        – Figlio mio, figlio mio, perché mi hai dato questa tristezza, e perché mi hai inflitto dolore e pianto per cosi tanti anni? Povero me, che vedo te, il bastone della mia vecchiaia, steso sul letto, e non mi parli! Ah, quando potrò riavere da te consolazione?
        La madre, quando seppe cosa era accaduto, come una leonessa che abbia rotto la rete, stracciate le vesti, con i capelli sciolti alzava oli occhi al cielo. La grande ressa non le permise di giungere sino al corpo santo, ma gridò:
        – Uomini, lasciatemi passare, che possa vedere mio figlio, che veda la consolazione dell’anima mia, quello che succhiò al mio petto! E quando giunse al suo corpo, gli si getto sopra gridando:
        – Ah, figlio mio, luce degli occhi miei, perché l’hai fatto? Perché sei stato così crudele con noi? Ci vedevi, tuo padre e me, povera, che piangevamo e non ti rivelavi a noi. I tuoi servi ti insultavano, e tu sopportavi!
        E ancora e ancora si gettava sul suo corpo, ora abbracciandolo, ora accarezzando e baciando il suo volto d’angelo, e gridando  Piangete con me, tutti voi! L’ho avuto per diciassette anni in casa mia, ed era il mio unico figlio! I servi lo insultavano e lo picchiavano! Ahi, chi darà una fonte di lacrime agli occhi miei perché notte e giorno pianga il dolore dell’anima mia?
        La sposa, indossata la veste del lutto, accorse in lacrime e disse:
        – Ahi, da oggi non ho consolazione, da oggi sono veramente vedova! Ormai non ho più il mio specchio, in cui guardare o verso cui alzare gli occhi: lo specchio è rotto e la speranza è morta. Da ora inizia un dolore che non avrà fine.

        La gente, sentite queste parole, piangeva pietosamente. Il papa e gli imperatori posero il corpo in un feretro di gran pregio e lo portarono attraverso tutta la città, e fu annunziato al popolo che era stato trovato l’uomo di Dio che tutta la città stava cercando, e tutti accorrevano incontro al santo. Se qualche malato toccava quel corpo santissimo, subito era guarito, i ciechi riacquistavano la vista, gli indemoniati erano liberati, e tutti i malati, da qualsiasi male fossero affetti, erano sanati al solo contatto con il corpo del santo. Gli imperatori e il papa, vedendo tutti quei prodigi, portarono essi stessi il feretro, per essere santificati dal corpo santo. Gli Operatori dettero disposizione di spargere una gran quantità d’oro e d’argento per le piazze, perché il popolo si gettasse a raccogliere il denaro e lasciasse spazio per portare il corpo di Alessio sino alla chiesa. Ma la folla non badava al denaro, e sempre più si accalcava per toccare il corpo santo: così con gran fatica riuscirono a portare il feretro fino al tempio di San Bonifacio martire, ove per sette giorni lodando Dio senza sosta costruirono un sepolcro in oro e gemme e pietre preziose, ove deposero il corpo con grande venerazione. Dal sepolcro si diffuse un odore soavissimo, tanto che tutti pensavano che fosse pieno di aromi.
       

Dalla Legenda aurea di Iacopo da Varazze, cap. XCIV;
(edd) A. e L. VITALE BOVARONE,
vol II, 2006; 510-514

 

 


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