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28.03: Memoria di San Conone monaco e igumeno italo greco a Naso in Sicilia (verso il 1236)

 Pare che sia vissuto nel 12° o 13° secolo tra le attuali province di Reggio e Messina (le reliquie sono custodite a Nasso di Messina). Si sa che morì in pace, ma dopo essere scampato prodigiosamente a una condanna a morte. Secondo p. Antonio Scordino, non si hanno altre notizie storicamente fondate.




 

San Conone monaco e igumeno italo greco a Naso in Sicilia, uno degli ultimi testimoni della presenza ortodossa in Sicilia (verso il 1236)

 

Tratto dal quotidiano Avvenire

Cono, o Conone, Navacita nacque a Naso (Messina), nel 1139, figlio del conte normanno Anselmo, governatore della città. Ancora ragazzo abbandonò la casa, le ricchezze e si ritirò nel locale convento di San Basilio. Trasferito al Convento di Fragalà, nel comune di Frazzanò, ebbe come maestri spirituali san Silvestro da Troina e san Lorenzo da Frazzanò, che lo prepararono al sacerdozio. Conone, dopo l'ordinazione, continuò a manifestare segni di vocazione all'eremitaggio e, col permesso dei superiori, si ritirò in una grotta, che prese il nome di Rocca d'Almo. Ben presto la sua fama di santità superò i confini di Naso. Richiamato al monastero dai suoi superiori, fu eletto abate. In seguito, al ritorno a Naso da un pellegrinaggio in Terra Santa, elargì ai poveri la ricca eredità del padre e si ritirò nella grotta di San Michele. La città era afflitta da un morbo contagioso: i nasitani si rivolsero allora all'abate che li liberò dalla malattia: del miracolo vi è ricordo nello stesso stemma della città. Morì a 97 anni: era il 28 marzo 1236, Venerdì Santo. Canonizzato nel 1630, san Cono è patrono di Naso, i cui abitanti ancora oggi davanti alle reliquie pronunciano l'invocazione «Na vuci viva razzi i san Conu

Martirologio Romano: A Naso in Sicilia, san Cono, monaco secondo la disciplina dei Padri orientali, che, di ritorno da un pellegrinaggio ai luoghi santi, avendo trovato defunti i suoi genitori, distribuì tutto il suo patrimonio ai poveri e ed abbracciò la vita eremitica

Tratto da
http://www.capodorlandonline.it/Cdo_informa/San_Cono.htm
San Cono nacque il 3 giugno 1139, durante il regno di Ruggero II. I suoi genitori erano Anselmo Navacita e Claudia o Apollonia Santapau, appartenenti a famiglie agiate di Naso, e il bambino alla nascita fu battezzato Conone.

I genitori avevano riposto in lui grandi speranze, poiché sarebbe dovuto diventare l'erede che avrebbe continuato nel tempo il casato dei Navacita. Man mano che il bambino cresceva, però, cominciarono ad affiorare in lui atteggiamenti volti più alla Chiesa che alle occasioni mondane.

All'età di 15 anni, Conone, ascoltando la Messa, rimase colpito da diverse espressioni del Vangelo: "Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me" (Mt 10,37); "Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua" (Lc 9,23); "Chi non rinunzia a tutto quello che possiede, non può essere mio discepolo" (Lc 15,33).

Seppur combattuto tra la volontà di seguire Cristo e quella di non abbandonare i suoi genitori, Conone decise infine di presentarsi al Monastero di San Basilio, vicino a Naso, dove venne accolto. Qui diede prova della sua virtù, del suo amore per la preghiera e per la penitenza, della sua disponibilità anche nello svolgere i servizi più umili.

Successivamente venne mandato al convento di Fragalà, presso il comune di Frazzanò, dove conobbe San Silvestro da Troina e San Lorenzo da Frazzanò. Tanta fu la dedizione di Conone che i superiori gli proposero (e poi gli imposero) di accedere al Sacerdozio.

Dal momento che amava la vita contemplativa, riuscì ad ottenere dai superiori di vivere nella Grotta di Rocca d'Almo, dove si nutriva di erbe selvatiche, dormiva sul terreno e, giorno e notte, poteva dedicarsi alla preghiera ed alla penitenza.

Nel frattempo l'Abate del Convento di San Basilio dovette allontanarsi, e invitò il Padre Conone Navacita a tornare per sostituirlo; Conone, suo malgrado, ritornò in Convento. Ma poiché il Padre Superiore non poteva più tornare, i confratelli all'unanimità elessero Conone come Abate, nonostante fosse ancora giovane. Più avanti, nacque in lui il desiderio di visitare i Luoghi Santi e, ottenuti i permessi, intraprese un lungo viaggio alla volta di Gerusalemme.

Tornato a Naso, venne a sapere la triste notizia della morte dei suoi genitori, ed essendo rimasto l'unico erede del loro patrimonio, lo vendette donando l'intero ricavato ai poveri. Dopo una breve permanenza nel Monastero, poté quindi ritirarsi definitivamente nella grotta detta di S. Michele e riprendere la sua vita da eremita.

Ma la sua quiete fu turbata ancora una volta: una giovane fanciulla di Naso di nobile casato era caduta in peccato con un giovane, rimanendo così nel disonore. Ma ella incolpò l'Eremita dell'accaduto, nonostante la sua tarda età e la fama di santità di cui già godeva. Conone fu denunziato al Governatore e trascinato davanti al giudice che, nonostante le pacate risposte dell'Eremita, lo condannò ad essere spogliato nudo e fustigato in pubblica piazza. Ma quando fu spogliato, comparve un corpo esile, coperto di piaghe, con il cilicio ai fianchi e al petto. il vecchio Abate fu allora riaccompagnato in massa dal popolo osannante nella grotta da cui, ingiustamente, era stato prelevato.

San Cono morì il 28 marzo 1236, un Venerdì Santo, durante il regno di Federico II di Svevia. Secondo la leggenda, improvvisamente a Naso si sentirono suonare le campane, senza essere toccate da nessuno. I nasitani accorsero nella grotta di Conone per chiedere spiegazioni, ma lo trovarono, già morto, in estasi e sollevato da terra

Tratto da .
http://www.treccani.it/enciclopedia/santo-cono_(Dizionario-Biografico)/
Probabilmente nacque nel 1139 a Naso, in provincia di Messina, da un nobile uomo d'armi e da una nobildonna.
Nulla di C. sappiamo al di fuori di quanto viene riferito dalla tradizione agiografica.
Della più antica biografia, una vita greca attribuita a un contemporaneo e conservata secondo la tradizione sino al XVI sec. con le reliquie del santo, ci resta oggi solo la traduzione latina (in Bibl. hagiogr. Lat., Suppl., n. 1943d) di F. Maurolico.
Secondo l'anonimo, agiografo, l'avere udito "chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me" (Marteo 10, 37) avrebbespinto il giovane C. a rinunziare a un'agiata vita mondana e a entrare nel monastero dei monaci di S. Basilio nei pressi di Naso.
Dopo qualche tempo egli decise di recarsi a Gerusalemme dove, ammonendolo di restituire il mai tolto ai fedeli, avrebbe salvato un prete corrotto al quale un serpente serrava la gola. Al ritorno in Sicilia trovò i genitori morti, sicché decise di donare i suoi beni ai poveri. Benché conducesse una vita cenobitica, fu accusato da una fanciulla di averla ingravidata; il prefetto ordinò che fosse battuto in pubblico, ma, una volta spogliato, dal corpo di C. cadde uno dei tanti vermi che da tempo, a causa dei cilici, prosperavano tra le sue carni; palese quindi l'innocenza di C., anche perché "non potea esser reo di delizie colui che dispiaceva in si fatta guisa la sua carne" (G. Perdicari, p. 261). L'agiografo attribuisce alla fanciulla, come punizione, l'essere stata presa dal demonio, e a C. il gesto, di averla liberata. Il prestigio di C. aumentò poi con la guarigione del figlio del prefetto di Naso, al quale, colpito da apoplexia capitis, avrebbe estratto dall'orecchio un verme della lunghezza di un palmo.
Infine, motivo ricorrente nelle vite dei santi, quando morì, il 28 marzo 1236 a Naso, le campane della città avrebbero suonato senza che nessuno le toccasse.
I nasitani accorsero alla sua dimora per consultarlo, ma lo trovarono morto. Altro topos: C. esalava un odore soave e teneva in mano una tabella nella quale auspicava la liberazione di Naso da ogni tirannide. Il corpo venne tumulato dapprima nel sacrario della chiesa di S. Michele Arcangelo e in seguito nella chiesa a lui dedicata.
Dalle successive biografie, caratterizzate da una più o meno discreta amplificatio che però raramente è controllabile attraverso il ricorso alle fonti, è possibile trarre altri dati, che a volte sono testimonianza dell'evolversi del culto, altre, come nel caso dell'arciprete A. Portale, frutto di apologetica. Il padre di C. si sarebbe chiamato Anselmo Navacita, la madre Apollonia o Claudia Santa Pau (ma il Perdicari ricorda che i Santa Pau, originari dell'Aragona o della Catalogna, arrivarono in Sicilia solo nel 1387); il luogo dell'eremitaggio si sarebbe chiamato Rocca d'Almo. Quasi tutte le biografie attribuiscono a C. almeno quattro miracoli: nel 1504 le reliquie guariscono Susanna Cardona, contessa di Golisano e signora di Naso; nel 1518 egli libera Naso dalla peste; nel 1544 appare in visione ai Turchi che assediano Naso e li mette in fuga; nel 1571, per evitare che Naso fosse colpita da una grave carestia, dirotta su Capo d'Orlando una nave carica di grano. Infine va ricordato un episodio in cui problemi agiografici e aspetti più propriamente popolari del culto sono strettamente connessi. Il Perdicari racconta di un trafugamento delle reliquie di C. per mano del conte di Tigano, calabrese, al quale il santo, di ritorno da Gerusalemme, aveva guarito il figlio. Dopo grandi proteste le reliquie furono restituite ai Nasitani; non al completo però, dato che i Palermitani avrebbero approfittato di una sosta nella loro città per trattenerne una parte.
La restituzione veniva festeggiata sia a Palermo sia a Naso il 3 giugno, giorno in cui però a Diano Marina si festeggia un s. Cono dell'Ordine di S. Benedetto (e sotto quella data i bollandisti ne riportano la vita). A questo si aggiunga che agli inizi del sec. XIV alcuni monaci messinesi identificavano il C. festeggiato il 3 giugno nel martire s. Conone d'Iconium, sicché è sinora rimasta senza risposta la domanda che si poneva il Delehaye, se cioè non sia stata la somiglianza dei nomi a determinare questa data, e se il martire del 3 giugno non sia stato soppiantato in seguito, dal confessore omonimo. Le altre feste ricorrono il 28 marzo, data della morte, e il 1° settembre, data questa d'inizio dei miracoli, secondo il Gaetani (1617, p. 132), e della traslazione delle reliquie nella chiesa di S. Cono secondo il Portale (1938, p. 276).
Fonti e Bibl: Sulla vita di C.:O. Gaetani, Idea operis de vitis Siculoruni sanctorum famave sanctitatis illustrium, Panormi 1617, pp. 12, 56, 110, 132;G. G. Cuffaro, Vita del glorioso s. C. nasitano. Poema sacro, Messina 1636; O. Gae tani, Vitae sanctorum Siculorum, Panormi 1657, II, p. 67 (Animadversiones);F. Carrera. Pantheon Siculum sive sanctorum Siculorum elogia, Genova 1679, pp. 66 ss.; G. Perdicari, Vita dei santi siciliani, Palermo 1688, pp. 258-270;G. Filoteo Degli Omodei, Sommario degli uomini illustri di Sicilia, in G. Di Marzo, Biblioteca storica e letteraria di Sicilia, XXV, Palermo 1877, p. 41;A. Portale, Cenni sulla vita di s. C. abate basiliano cittadino e patrono di Naso, Palermo 1936; Id., La città di Naso e il suo illustre figlio s. C. abate, Palermo 1938; P. Burchi, C. di Naso, in Bibliotheca Sanctorum, IV, Roma 1964, col. 149;C. Incudine, Naso illustrata. St. illustr. di una civiltà munic., a cura di O. Buttà, Milano 1975, pp. 17 ss., 120 ss., 191 ss., 334, 355, 358 s.; Acta Sanctorum, Martii, III, 3, pp. 733 ss.; Encyclopédie théologique, XL, p. 647. Sui problemi agiografici: O. Delchaye, Un sinaxaire italo-grec, in Analecta Bollandiana, XXI (1902), pp. 26 s.; F. Halkin, recens. ad A. Portale, cit., ibid., LVII (1939), pp. 434ss. Sulle feste in generale si cfr.: L. Sciascia. Feste religiose in Sicilia, in La cordapazza. Scrittori e cose della Sicilia, Torino 1970, pp. 184-203; si cfr. inoltre: G. Crimi Lo Giudice, Fra proprietari e Moni. Costumanze nasitane, in Arch. per lo studio delle tradiz. popol., IX (1890), p. 534; Id., La festa di s. C. in Naso, ibid., XIII (1894), pp. 379-386; G. Pitrè, Feste patronali in Sicilia, Torino-Palermo 1900, pp. 207-211; Dizionario ecclesiastico, I, p. 709; M. V. Brandi, in Bibliotheca Sanctorum, IV, coll. 149 s. (s. v. C. di Naso).

 

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