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12.04: Memoria di San Giulio I, Papa e Patriarca di Roma, che confessa la fede ortodossa nei confronti dell’eresia ariana (verso il 352)

 

a cura del Protopresbitero Giovanni Festa




 

San Giulio I, Papa e Patriarca di Roma, che confessa la fede ortodossa nei confronti dell’eresia ariana (verso il 352)

Martirologio Romano: A Roma nel cimitero di Calepodio al terzo miglio della via Aurelia, deposizione di san Giulio I, papa, che, durante la persecuzione ariana, custodì tenacemente la fede nicena, difese Atanasio dalle accuse ospitandolo durante l’esilio e convocò il Concilio di Sardica.

 

 

Tratto da

http://www.santiebeati.it/dettaglio/49250

 

 

Proprio in concomitanza con la proclamazione dell’Editto di Milano, con cui nel 313 Costantino concesse libertà di culto ai cristiani e sdoganò così un credo praticato da moltissimi sudditi imperiali, nasce  l’arianesimo, dottrina eretica diffusa dal prete berbero Ario che negava l’eternità del Figlio e la sua coincidenza col Padre, eresia destinata a guadagnarsi tantissimi proseliti.
Nel 337 si registrò l’apice della crisi che contrapponeva cristiani ortodossi, seguaci cioè della dottrina confermata dal Concilio ecumenico niceno, il quale stabiliva la consustanzialità tra le Persone della Trinità nell’Uno, e cristiani ariani, avversari del Vero Credo e dichiarati eretici dai vescovi.
In questo anno di tribolazioni, che rischiava di generare un’insanabile spaccatura all’interno della neonata Chiesa, venne eletto papa Giulio I, figlio di un certo Rustico – tutte le informazioni sono dedotte dal Liber Pontificalis, la grande raccolta biografica dei Pontefici risalente al IV secolo – originario di Roma. Poco dopo la sua elezione moriva l’imperatore Costantino, che lasciava l’impero diviso tra i suoi tre figli di cui uno, Costanzo II, ariano.
Appena insediato, fu a Giulio che le due fazioni religiose si rivolsero per decidere l’annosa questione: nel frattempo gli ariani, sostenuti dal morente imperatore, avevano deposto il patriarca trinitario di Alessandria, Atanasio, nel 335, successivamente esiliato a Treviri e sostituito con l’ariano Gregorio di Cappadocia. I due schieramenti inviarono al vescovo di Roma due diverse suppliche, in cui lo invitavano a decidere per l’uno o per l’altro: Giulio I, che le fonti concordemente dipingono come pastore estremamente zelante e ponderato, convocò un Sinodo a Roma per discutere equamente la risoluzione.
Dopo un attento esame dei documenti ed una professione di fede da parte di Atanasio, questi fu reintegrato nella sua sede, e le disposizioni del Concilio di Nicea furono confermate senza esitazione: decisione accettata da tutti i vescovi trinitari ma rifiutata dagli apostati, spalleggiati da Costanzo II.
Il papa, determinato nelle sue scelte ispirate dallo Spirito, non si piegò alle minacce di Costanzo, né si fece intimorire dalla paura di una spaccatura nella Chiesa, convinto dell’assoluta necessità di perseguire nell’ortodossia: domandò dunque a Costante I, imperatore in Occidente, di intercedere presso il fratello ariano al fine di convocare un altro concilio e riportare in seno alla Vera Fede le pecorelle smarrite. La sede designata fu Sardica, in Dacia (l’attuale Sofia); l’anno, il 343. L’assemblea dei vescovi ribadì le decisioni del Sinodo romano

La rettitudine morale di Giulio I appare come una roccia salda e sicura in tempi difficili per la Chiesa: la sua sapienza, il suo amore per la giustizia lo portarono ad agire come autentica guida per la cristianità, e il suo rigore dottrinale permette di identificarlo – credo univocamente – come “campione dell’ortodossia romana”, custode incorruttibile della fede nicena. Non ultimo, la sua pietas lo condusse ad edificare le odierne Basiliche di Santa Maria in Trastevere e dei Santi XII Apostoli, mentre praticità e forza d’animo lo indussero, ulteriore affermazione dell’indipendenza religiosa contro quella civile, a decretare che nessun ecclesiastico utilizzasse tribunali laici, e che solo i notai del clero registrassero donazioni, lasciti, atti, ordinandoli e classificandoli: in questo modo pose le basi per la fondazione della biblioteca pontificia. Vissuto tenacemente, affrontò la morte serenamente nel 352, assurto agli onori degli altari e ricordato il 12 aprile.

 

Della sua vita anteriore al pontificato non si conosce niente di sicuro; secondo il Liber Pontificalis era romano, figlio di un certo Rustico. Eletto papa nel 337 governò la Chiesalino al 352, in un periodo molto critico a causa della controversia ariana, inasprita dalle controversie degli Eusebiani, protetti dall'imperatore Costanzo, contro s. Atanasio.
Appena conosciuta la sua elezione al sommo pontiíicato, gli ariani gli inviarono delle lettere contro Atanasio ed altri vescovi deposti nel 335; ma Giulio informato sul vero stato delle cose, convocò un concilio a Roma per il giugno 340, al quale invitò anche i vescovi orientali, per decidere secondo giustizia. Gli eusebiani non intervennero, anzi inviarono al papa una lettera arrogante, aspra e piena di calunnie; il concilio fu tenuto egualmente e vi parteciparono cinquanta vescovi che approvarono l'operato di Giulio, riconobbero innocenti e riabilitarono tutti i vescovi deposti e particolarmente s. Atanasio. Agli eusebiani poi, il papa rispose con una lettera che è un capolavoro di dignità e nobiltà, degno in tutto della Sede apostolica, in cui confutava le loro scuse ed accuse, difendeva con fermezza la verità, li rimproverava d'aver violato le leggi canoniche, smantellava i pretesti addotti per non venire al concilio, illustrava l'innocenza di s. Atanasio e la doppiezza del loro operato contro di lui, concludendo con una calda esortazione alla carità e alla pace.
Questa lettera però non riuscí a vincere l'impudenza degli ariani che riuniti in sinodo ad Antiochia nel 341, ribadirono la loro condanna contro Atanasio. Le trattative per una pacificazione furono riprese al concilio di Sardica (343), ma ancora una volta la malafede degli eusebiani fece fallire tutto. Giulio però difese sempre e protesse s. Atanasio, l'accolse a Roma con grandi segni di stima ed affetto e gli diede lettere di congratulazione per la Chiesa di Alessandria, quando poté tornare in sede, dopo l'esilio del 349.
Giulio fu anche molto attivo nel governo interno della Chiesa di Roma; dal Liber Pontificalis sappiamo che stabilí ed organizzò il collegio dei notai ecclesiastici per tutte le questioni amministrative e proibí di citare i chierici ai tribunali laici. Il Catalogo Liberiano attesta di lui che multas fabricas fecit, ed infatti Giulio edificò almeno cinque nuove chiese: una nella settima regione "iuxta forum divi Traiani", corrispondente all'attuale chiesa dei Dodici Apostoli ed un'altra in Trastevere, in città; tre invece nei cimiteri e cioè sulla via Flaminia (S. Valentino), Portuense (S. Felice ad insalatos) ed Aurelia (al III miglio, sul sepolcro del papa Callisto).
Morí il 12 aprile 352 e fu sepolto nella chiesa da lui stesso edificata sulla via Aurelia, dove lo veneravano ancora i pellegrini del sec. VII. Il suo nome fu inscritto subito nella Depositio episcoporum e nel Martirologio Geronimiano: è falso però ch'egli sia morto martire, come pretende sapere l'autore della Notitia Ecclesiarum.
Le sue reliquie, secondo una tradizione, sarebbero state portate nella basilica di S. Prassede dal papa Pasquale I, mentre secondo un'altra tradizione, Innocenzo II le avrebbe trasferite nella basilica di S. Maria in Trastevere; in questa ultima le trovò nel 1505 il card. titolare Marco Vegerio, il quale si adoperò anche per far rifiorire il culto di Giulio, ottenendo a tale scopo un Breve dal papa Giulio II.

 

Consultare anche

http://www.vicariatusurbis.org/sangiulio/chi_e_san_giulio.html

 

 


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