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15.05: Memoria di Sant’Ellero (in alcuni codici Ilaro) Igumeno e fondatore del monastero di Galeata negli Appennini tra Toscana ed Emilia (tra il 498 e il 556)

 

a cura del Protopresbitero Giovanni Festa




 

Sant’Ellero (in alcuni codici Ilaro) Igumeno e fondatore del monastero di Galeata negli Appennini tra Toscana ed Emilia (tra il 498 e il 556)

Tratto dal quotidiano Avvenire
Nato in Tuscia nel 476, a dodici anni Ellero decise di darsi a vita solitaria: lasciò la casa paterna, si inoltrò sull'Appennino e scelse per propria dimora un monte della valle del Bidente, in Romagna. Qui costruì in tre anni una cappella dove pregare e, sotto, una spelonca dove alloggiare, procurandosi il vitto col proprio lavoro. A vent'anni passò dalla vita eremitica a quella cenobitica. Infatti un nobile ravennate, Olibrio, pagano e posseduto dal demonio, fu condotto da lui perché lo esorcizzasse. Olibrio fu liberato dallo spirito maligno, fu battezzato con tutta la famiglia e, alla morte della moglie, si offerse insieme ai due figli come compagno di vita monastica ad Ellero, donandogli i suoi averi e un piccolo terreno da lavorare. Sorse così, verso il 496, il nucleo monastico di Galeata. Ellero morì a ottantadue anni, il 15 maggio del 558

Tratto da
http://www.santiebeati.it/dettaglio/90470

Nacque in Tuscia nel 476. A dodici anni, nell'ascoltare la lettura del brano di Lc. 14, 26, decise di darsi alla vita solitaria: lasciò la casa paterna, si inoltrò sull'Appennino, scese verso l'Emilia e scelse per propria dimora, dietro indicazione di un angelo, un monte della valle del Bidente a circa un miglio dal fiume. In quel luogo costruì in tre anni una cappella dove pregare e, sotto di essa, una spelonca dove alloggiare, procurandosi il vitto col proprio lavoro. A vent'anni passò dalla vita eremitica a quella cenobitica: infatti un nobile ravennate, Olibrio, pagano e posseduto dal demonio, fu condotto al santo perché lo esorcizzasse. Olibrio fu liberato dallo spirito maligno, fu battezzato con tutta la sua famiglia e, essendogli morta poco dopo la moglie, si offerse insieme coi due figli come compagno di vita monastica ad Ellero: donò al santo i suoi averi e tra l'altro un piccolo terreno poco lontano, da lavorare. Sorse così, verso il 496, il nucleo monastico di Galeata.
Altri miracoli compiuti dal santo e, aggiungiamo noi, lo smarrimento e lo sconcerto provocato dai grandiosi e terribili eventi di quegli anni (caduta dell'impero ed invasioni barbariche in Italia), gli recarono nuovi discepoli. La regola che egli fece osservare era semplicissima, non molto dissimile, a quanto pare, da quella di s. Pacomio (quale del resto troviamo seguita in tutti i monasteri occidentali prima di s. Benedetto): essa era basata sulla preghiera comune, sul digiuno, sul lavoro dei campi, sulla pratica della carità, per cui ogni monaco, ed Ellero primo fra tutti, lavava i piedi al proprio fratello e gli offriva ogni più umile servizio. Notevole il particolare che ogni monaco doveva far benedire dal "padre" (poi abate) tutti i frutti della terra per liberarli da ogni influsso demoniaco: il monaco Glicerio, infatti, che non si era attenuto a questa norma, ebbe la sorpresa di veder mutarsi dell'uva in un serpente. Teodorico stesso (493-526), che aveva fatto costruire un palazzo non lontano dal monastero di Ellero, quantunque in un primo tempo tentasse di molestare i monaci, in seguito, anche per essersi compiuti avvenimenti prodigiosi, si mostrò assai benevolo verso di loro e donò al monastero beni e terreni. Ellero morì all'età di ottantadue anni, il 15 maggio del 558.
Questa è la sua Vita, ma quale ne sarà il valore? Il suo autore, si dichiara discepolo del santo e testimone oculare degli ultimi avvenimenti della di lui vita. Tale asserzione merita fede? Sull'argomento il Lanzoni ha scritto un ottimo lavoro, purtroppo ancora manoscritto nella Biblioteca Comunale di Faenza. In esso l'insigne agiografo faentino fa un'ampia analisi dei dati stilistici, topografici, cronologici, onomastici e soprattutto di quelli offerti dalla descrizione di usi monastici, dall'andamento del racconto, ecc., e conclude che la Vita s. Hilari è veramente opera di un contemporaneo il quale fu testimone dell'ultima parte della vita del santo e per il resto attinse a tradizioni popolari e monastiche. Lo scrittore si prefisse lo scopo non solo di narrare la vita del fondatore, ma altresì di porre in inscritto le linee fondamentali della regola del monastero di Galeata come dimostrano le lunghe illustrazioni che ne fa. Naturalmente, nella sua redazione, l'autore seguì — forse un po' troppo semplicisticamente — gli schemi usuali dell'agiografia contemporanea, la quale nel santo vedeva spesso solo il taumaturgo, moltiplicava a iosa interventi ed apparizioni di angeli e di demoni, e poneva in bocca ai protagonisti lunghe preghiere o discorsi centonati da testi biblici, dalle Passiorles Martyrum e dalle Vitae Patrum. E così fece il nostro scrittore, componendo più un panegirico che una vera storia. In particolare la liberazione di Olibrio dall'ossessione demoniaca rassomiglia troppo a racconti del genere di cui è piena l'agiografia del tempo (cf. s. Abercio, s. Apollonia, s. Gordiano, s. Ciriaco diac., s. Epifanio di Cipro, s. Vito mart., s. Potito, le Gesta Marcelli) ecc.) per non apparirne un derivato. Anche l'incontro del santo con Teodorico è già trasfigurato dalla tradizione popolare che negli imponenti avanzi dell'acquedotto romano di Galeata, vedeva un ennesimo palazzo di Teodorico. Comunque, conclude il Lanzoni, "l'opera, nella penuria di documenti di quel tempo, è tutt'altro che disprezzabile".
Il culto a s. Ilario, o s. Ellero (secondo la dizione toscana) è molto diffuso in Toscana ed in Romagna: specialmente nelle diocesi di Arezzo, Sarsina, Forlì, Bertinoro, Faenza, Imola, Modigliana, Fiesole, Firenze e nell'abbazia di Farfa. Il santo è particolare protettore di Lugo; la sua festa è celebrata il 15 maggio.

Tratto da
https://www.culturacattolica.it/attualit%C3%A0/mostre-e-luoghi/luoghi/l-abbazia-tra-i-boschi

Sant’Ellero

Il nostro santo (noto anche come Ilario di Galeata), i cui resti sono conservati nella cripta dell’omonima abbazia, nacque in Tuscia nel 476 (Immagine 3). A dodici anni, nell’ascoltare la lettura di un brano del Vangelo (Luca 14, 26) decise di darsi alla vita solitaria: lasciò la casa paterna, si inoltrò sull’Appennino, scese verso l’Emilia e scelse per propria dimora, dietro indicazione di un angelo, un monte della valle del Bidente a circa un miglio dal fiume. In quel luogo costruì in tre anni una cappella dove pregare e, sotto di essa, una spelonca dove alloggiare, procurandosi il vitto col proprio lavoro. A vent’anni passò dalla vita eremitica a quella cenobitica: infatti un nobile ravennate, Olibrio, pagano e posseduto dal demonio, fu condotto al santo perché lo esorcizzasse. Olibrio fu liberato dallo spirito maligno, fu battezzato con tutta la sua famiglia e, essendogli morta poco dopo la moglie, si offerse insieme coi due figli come compagno di vita monastica ad Ellero: donò al santo i suoi averi e tra l’altro un piccolo terreno poco lontano, da lavorare. Sorse così, verso il 496, il nucleo monastico di Galeata. (Immagine 4)
Lo smarrimento provocato dalla caduta delle autorità romana e le conseguenti invasioni barbariche portarono al piccolo monastero nuovi discepoli a i quali Ellero diede come regola di vita comune delle semplici norme, molto simili alla regola di san Pacomio: essa era basata sulla preghiera comune, sul digiuno, sul lavoro dei campi, sulla pratica della carità. In particolare ogni monaco doveva far benedire dal “padre” (poi abate) tutti i frutti della terra per liberarli da ogni influsso demoniaco. Poco distante dal monastero il re Teodorico (493-526), si era fatto costruire un palazzo, da lui utilizzato nella stagione della caccia. In un primo tempo tra il re molestò i monaci, poi, a seguito di eventi prodigiosi, si mostrò assai benevolo verso di loro e donò al monastero beni e terreni. (Immagine 5) Ellero morì all’età di ottantadue anni, il 15 maggio del 558.

La storia dell’abbazia

I lavori per la costruzione dell’abbazia iniziarono nel 497. L’abbazia crebbe di influenza e di potere, tanto da diventare un nullius, una “quasi diocesi” a capo di circa quaranta parrocchie, estese in un territorio compreso tra Romagna e Toscana. Il monastero fu esente dalla giurisdizione vescovile fino al 1785, quando il Granduca Pietro Leopoldo la annesse alla Diocesi di Sansepolcro, il cui vescovo assunse il titolo di Abate di Sant’Ellero. In tempi recenti il suo territorio è confluito nella Diocesi di Forlì-Bertinoro.

La struttura esterna

Il complesso monastico è stato più volte ricostruito e restaurato: di esso rimane la chiesa romanica con la facciata in blocchi di arenaria (Immagine 6). La semplicità ed armonia della struttura lo inserisce nell’espressione dell’arte romanica, realizzata con una pietra locale dalle tonalità calde: la facciata è a capanna, la cui sommità è caratterizzata da un oculo cilindrico. La parte più importante e affascinante dell’esterno è comunque il portale, restaurato di recente, strombato verso l’interno, il cui arco a tutto sesto si regge su antichi capitelli scolpiti che recano i segni del tempo, ma ancora perfettamente leggibili: sulla destra due donne in forma di sirena bicaudata, simboleggianti la tentazione e il peccato; sulla sinistra due monaci cavalieri, dalle braccia incrociate reggenti una spada, a simboleggiare la preghiera e la lotta della chiesa a protezione della cristianità. (Immagine 7)
In facciata sono inoltre murati frammenti erratici di lastre, scolpiti con motivi geometrici tipicamente bizantini. Degni di nota, sempre all’esterno, sul fianco destro, i due piccoli portali in pietra, medievali, uno dei quali in corrispondenza della base del campanile. (Immagine 8)

Gli interni

L’interno è molto semplice, caratterizzato da un’aula unica rimaneggiata attorno al XVII secolo, a causa della edificazione di alcune cappelle laterali. (Immagine 9)
Originale è invece quasi tutto l’intero presbiterio. L’arco trionfale, a sesto leggermente ribassato, si regge su capitelli a mensola decorati da motivi piuttosto arcaici a palmette, pervenuti a noi danneggiati dall’opera di scalpellamento barocca, per permettere l’intera stuccatura delle pareti.
L’abside, dalla forma insolitamente squadrata, in cui si vedono ancora chiaramente i resti del finestrone centrale (oggi tamponato) a tutto sesto poggiante su mensole. Da notare la differenza nella muratura, dove troviamo pietra lavorata e intagliata nell’arco della finestra, e pietra più grezza, di dimensioni inferiori, frammista a ciottoli di fiume. Ciò non è da imputare a due fasi costruttive differenti, ma semplicemente a un “risparmio” da parte dei costruttori per gli elementi di minor impatto quali appunto la muratura interna, a vantaggio degli elementi principali, di spicco, quali facciata, archi e finestre.
Il presbiterio si presenta rialzato a motivo della cripta paleocristiana. (Immagine 10)


La cripta

La cripta è la parte che riserva le maggiori sorprese. Si suppone che questo spazio sia il primitivo sacello del Santo, il luogo da cui poi si sviluppò la costruzione dell’intera Abbazia. Vi troviamo ora il sarcofago di Sant’Ellero, dell’VIII secolo, in marmo greco, scolpito a croci, foglie e fiori dal gusto bizantino ravennate. (Immagine 11) Dietro ad esso si apre appunto la cella, dove si pensa il Santo si ritirasse a pregare, larga circa un metro e alta poco più, ricoperta da una volta con un foro di 25 cm di diametro. (Immagine 12) Secondo un’antica tradizione, il fedele pone il capo nel buco intagliato nella roccia e si mette a sedere in un sedile di pietra per prevenire mal di schiena e mal di testa. A fianco dell’ingresso di destra della cella si trova un vano in cui è visibile un sedile in pietra, luogo di preghiera del Santo, dove i fedeli tradizionalmente si siedono per scongiurare il mal di schiena.

 

 


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