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18.05: Memoria di San Teodoro I Papa e Patriarca di Roma (642-649)

 che confessa la retta fede contro l’eresia monotelita -Greco di nascita, era oriundo di Gerusalemme. Condannò diversi eretici monoteliti, e fra questi Pirro, patriarca di Costantinopoli, firmandone la condanna




 

San Teodoro I Papa e Patriarca di Roma (642-649) che confessa la retta fede contro l’eresia monotelita -Greco di nascita, era oriundo di Gerusalemme. Condannò diversi eretici monoteliti, e fra questi Pirro, patriarca di Costantinopoli, firmandone la condanna

Tratto da (con annessa bibliografia)
http://www.treccani.it/enciclopedia/teodoro-i_%28Enciclopedia-dei-Papi%29/
Nonostante la scarsezza di notizie relative alle sue origini, si ritiene che T., che le fonti danno come figlio di un vescovo, giunto a Roma da Gerusalemme, dove era nato, forse per sfuggire all'invasione degli Arabi, impadronitisi di Mesopotamia, Siria e Palestina, provenisse da quegli ambienti gerosolimitani vicini al patriarca Sofronio (morto fra il 638 e il 639). Costui, in precedenza, si era distinto nel corso dell'acceso dibattito cristologico relativo alla volontà di Cristo, assumendo di fatto il ruolo di guida dell'opposizione al monotelismo propugnato dal patriarcato costantinopolitano e ufficialmente riconosciuto dall'imperatore con la pubblicazione dell'Ecthèsis (638). Sebbene le fonti non permettano una puntuale ricostruzione dell'attività svolta a Roma da T. anteriormente alla sua elezione, è comunque lecito ipotizzare che egli sia stato particolarmente vicino alle comunità religiose di profughi orientali che in quegli anni si andavano insediando nell'Urbe, e che si adoperarono per coinvolgere il pontefice ed il clero romano nella lotta contro le deviazioni teologiche di Costantinopoli, le quali, a partire dal patriarcato di Pirro (638-641), si erano andate sempre più configurando in senso eterodosso. Eletto subito dopo la morte di papa Giovanni IV (12 ottobre 642), fu consacrato il 24 novembre dello stesso anno. Il brevissimo lasso di tempo intercorso fra i due eventi, induce a ipotizzare che la conferma della sua elezione non sia stata emanata direttamente dall'imperatore, ma dall'esarca di Ravenna. Le vicende relative al suo pontificato sono ripercorribili attraverso un cospicuo numero di testimonianze narrative e documentarie in lingua greca e latina, fra le quali occorre principalmente ricordare gli atti del sinodo lateranense svoltosi nel 649 durante il pontificato del suo successore, Martino I, e la biografia contenuta nel Liber pontificalis, anche se alla luce delle acquisizioni emerse dagli ultimi studi (quali, fra l'altro, l'edizione degli atti del sinodo del 649 curata dal Riedinger o le osservazioni fatte dal Capitani a proposito del Liber pontificalis), tali fonti devono essere utilizzate con estrema cautela, in quanto frutto di una lettura a posteriori dei fatti narrati. Quel che è comunque certo è che l'elezione di T. avvenne in una situazione di latente conflitto fra Roma e Bisanzio, ulteriormente aggravata dalla concomitante crisi politica e militare dell'Impero e dalla minore età del nuovo sovrano bizantino, Costante II (641-668), e caratterizzata nell'Urbe dalla progressiva presa di coscienza delle più profonde implicazioni eterodosse delle tesi postulanti l'esistenza in Cristo di un'unica volontà. Tale atteggiamento aveva finito per favorire l'aperta condanna del monotelismo, formulata nel corso del sinodo romano riunito da papa Giovanni IV. Ad essa fece ben presto seguito l'Apologia pro Honorio papa indirizzata all'imperatore, volta a sostenere l'ortodossia delle posizioni assunte anteriormente alla pubblicazione dell'Ecthèsis da Onorio, addotte dalla propaganda monotelita a sostegno delle proprie tesi. In tale contesto, l'elezione del greco T., esponente dell'opposizione orientale al monotelismo, veniva pertanto a configurarsi come una sorta di enunciazione programmatica da parte del clero romano, ormai attestato su una posizione di fermezza nei confronti di Costantinopoli. Per quanto è dato di sapere, uno dei primi atti di governo compiuti da T. sembra appunto configurarsi come una presa di posizione nei confronti del monotelismo. L'occasione gli venne fornita dalla deposizione del patriarca costantinopolitano Pirro, che, ormai inviso alla popolazione, negli ultimi mesi del 641 aveva finito per rinunciare alla sua carica, ritirandosi a vita monastica in un cenobio africano. Nell'estate del 642, il nuovo patriarca, Paolo II, ed i vescovi responsabili della sua elezione notificarono l'accaduto a Giovanni IV, al quale venne contestualmente indirizzata anche la risposta di Costante II relativa al testo della succitata Apologia. Le missive furono tuttavia ricevute da T., il quale ebbe motivo di dubitare dell'ortodossia di Paolo, che peraltro nella sua lettera non affrontava la questione relativa al dissidio cristologico che da tempo opponeva Roma e Bisanzio. Pertanto, rispondendo distintamente sia al patriarca che ai vescovi, T. pose come condizione necessaria al riconoscimento di Paolo la convocazione di un sinodo finalizzato a formalizzare la deposizione di Pirro e a condannare le tesi sostenute da quest'ultimo. Già in precedenza il pontefice, rispondendo all'imperatore (fine 642-maggio 643), lo aveva sollecitato a difendere l'ortodossia mediante la revoca dell'Ecthèsis, e ad evitare che l'irregolare allontanamento di Pirro, non corroborato da una deposizione formulata secondo i canoni, desse luogo ad uno scisma. A tal fine, nell'eventuale impossibilità di convocare un sinodo a Costantinopoli, T. si era mostrato disponibile ad ospitarlo in Roma. Stando a quanto è possibile ricavare dalle fonti, pare che Paolo non abbia fornito una pronta risposta alle richieste di T., evitando per un certo tempo di chiarire la sua posizione, mentre, come attestato da un passo degli Annali di Eutichio, sembra certo che Costante II abbia replicato all'invito di T. mediante l'invio di una sua missiva; ma purtroppo i contenuti di questa lettera sono del tutto sconosciuti. Parallelamente a questi avvenimenti, con ogni probabilità ascrivibili alla prima metà del 643, la vita dell'Urbe, stando a quanto esclusivamente riferito dal Liber pontificalis, fu turbata dalla rivolta del "chartularius" Maurizio . Comandante delle truppe bizantine di stanza a Roma, e peraltro già responsabile dell'esproprio del tesoro lateranense avvenuto durante il breve pontificato di Severino, Maurizio, dopo aver convocato in città le milizie adibite alla difesa dei "castra" dell'intero Ducato romano, le riunì in assemblea unitamente ai reparti acquartierati in città, accusando l'esarca ravennate Isacio di alto tradimento, dal momento che, a suo dire, stava tramando per impadronirsi della corona imperiale. Il "chartularius", arringando abilmente le truppe, riuscì a far sì che tutti i soldati gli prestassero giuramento, riconoscendolo come supremo capo militare in luogo dell'esarca. L'insurrezione di Maurizio, pur ottenendo qualche consenso nel laicato della città, lasciò del tutto indifferente il clero e il vescovo di Roma, i quali, in ragione del passato atteggiamento di Maurizio, dovevano guardare con estrema diffidenza al tentativo di rivolta contro Bisanzio, che peraltro venne ben presto vanificato dall'arrivo di un corpo di spedizione inviato da Ravenna. Infatti, non appena le truppe comandate dal "sacellarius" Dono fecero la propria comparsa sotto le mura di Roma, le milizie ed i notabili della città abbandonarono Maurizio al suo destino. Inutilmente rifugiatosi nella chiesa di S. Maria ad Praesepe, egli venne arrestato insieme ai suoi principali sostenitori ed inviato sotto scorta a Ravenna. Ma, giunto nei pressi dell'attuale Cervia, venne decapitato per ordine dell'esarca, e la sua testa fu esposta nel circo di Ravenna. Miglior sorte ebbero invece gli altri prigionieri, i quali, rinchiusi in carcere, vennero liberati in conseguenza dell'improvvisa morte di Isacio, caduto presumibilmente in battaglia nel novembre del 643. Nel maggio del 645, il patriarca Paolo, forse ripetutamente sollecitato da T. tramite i suoi apocrisiari residenti a Costantinopoli, palesò finalmente la sua posizione mediante una lettera sinodale (che tuttavia è nota solo attraverso gli atti del sinodo del 649), con la quale, pur auspicando la concordia fra la nuova e l'antica Roma, dichiarava di professare il monotelismo, richiamandosi, pur senza farne menzione, al testo dell'Ecthèsis e alle precedenti formulazioni del patriarca Sergio e di papa Onorio. Dinanzi a tale pronunciamento, la risposta dell'opposizione antimonotelita e della sua nuova guida teologica, Massimo il Confessore (ca. 580-662), non si fece attendere. Già primo segretario dell'imperatore Eraclio, Massimo, ritiratosi tra il 613 e il 614 nel monastero di Crisopoli, per sfuggire alle invasioni persiane ed arabe si era rifugiato in Africa verso il 626, dove, dopo la morte di Sofronio, aveva presto cominciato a reggere le fila del partito antimonotelita, stringendo anche una tacita alleanza con l'esarca del Nordafrica, Gregorio, da tempo intenzionato a rendere i territori da lui amministrati indipendenti dal potere centrale di Bisanzio. Nel luglio 645 (e quindi a soli due mesi dal pronunciamento di Paolo II), Gregorio, forse temendo che la presenza di Pirro nell'Africa settentrionale bizantina potesse dare nuove energie all'ormai esigua fazione monotelita di quella regione, o, piuttosto, contando di coinvolgere nell'opposizione politico-religiosa a Bisanzio anche questo eminente personaggio, ritenne opportuno organizzare - presumibilmente su suggerimento di Massimo - una disputa teologica fra quest'ultimo e l'ex patriarca. Al termine del dibattito, svoltosi pubblicamente a Cartagine in presenza dell'esarca e di numerosi vescovi, Pirro, che forse in cuor suo mirava ad essere in qualche modo posto nuovamente a capo della Chiesa costantinopolitana, si dichiarò convinto dalle argomentazioni di Massimo. Pertanto, abiurate le tesi monotelite, proclamò di volersi recare a Roma per consegnare a papa T. un libello relativo allo svolgimento della disputa, impegnandosi peraltro a sconfessare le decisioni sinodali da lui precedentemente propugnate e sottoscritte. Il desiderio espresso dall'ex patriarca, che alcuni attribuiscono all'abile regia di Massimo, forse desideroso di utilizzare Pirro ai fini di un ulteriore coinvolgimento di Roma nell'opposizione a Costantinopoli, fu comunque prontamente recepito e accettato da T., che si adoperò per accogliere il suo antico avversario nel migliore dei modi. Giunto infatti ben presto nell'Urbe in compagnia di Massimo, Pirro, dopo aver pubblicamente consegnato al pontefice il libello di abiura, fu invitato a prendere posto su un seggio episcopale accanto a T., che, stando alla narrazione del Liber pontificalis, lo accolse "ut sacerdotem regiae civitatis" (Liber pontificalis [I, p. 332]). Se la ritrattazione di un ex patriarca di Costantinopoli dinanzi al vescovo di Roma aveva certamente corroborato il prestigio della Sede romana, quest'ultima fu ulteriormente rafforzata anche dalle posizioni assunte nel 646 dai vescovi nordafricani. Come si può infatti evincere da alcune lettere tramandate dagli atti del sinodo lateranense del 649 (che tuttavia, stando a quanto indicato dal Riedinger, sarebbero state compilate successivamente a Roma), costoro, al termine dei sinodi provinciali di Numidia, Bizacena e Mauritania, si espressero contro le tesi a suo tempo enunciate nell'Ecthèsis, riconoscendo al vescovo di Roma il ruolo di supremo garante della fede e pregandolo di intervenire presso il patriarca costantinopolitano per farlo desistere dalle sue posizioni eterodosse. In tale contesto ebbe inizio anche l'aperta ribellione di Gregorio contro l'imperatore, la quale, seppur al momento limitata ai territori dell'Africa mediterranea nordoccidentale, avrebbe potuto potenzialmente estendersi anche all'Italia qualora Gregorio avesse raggiunto una qualche intesa con le classi dirigenti di Roma. Tuttavia, l'autonomia politica da Bisanzio dei territori africani, che forse nelle intenzioni di T. avrebbe dovuto rappresentare un valido appoggio nell'eventualità non auspicata di una definitiva rottura con Costantinopoli, non ebbe lunga durata, dal momento che nel 647 l'esarca fu ucciso in battaglia dagli Arabi, ormai in procinto di invadere quelle regioni. Tale evento, che di fatto in parte vanificava le strategie sino ad allora presumibilmente adottate dal pontefice e da Massimo il Confessore, non fu senza conseguenze. Infatti, forse temendo l'approssimarsi della reazione bizantina, Pirro, che probabilmente contava sull'appoggio di Gregorio per rientrare in possesso della sede patriarcale di Costantinopoli, fuggì da Roma, rifugiandosi a Ravenna presso l'esarca Platone, dove ben presto rinnegò l'abiura. Rientrato quindi a Costantinopoli, tentò di farsi riabilitare affermando di essere stato costretto ad abiurare con la forza. Nonostante il mutato quadro politico, peraltro aggravato dall'inaspettato voltafaccia di Pirro, T., che intanto si adoperava per ristabilire l'ortodossia in Oriente, affidando a Stefano di Dor, nominato vicario apostolico in Palestina, il compito di ricondurre i vescovi di quella regione sulle posizioni teologiche di Roma, decise di non desistere dalla sua posizione. Infatti, alla fuga dell'ex patriarca fece subito seguito la convocazione di un sinodo romano (646-647), nel corso del quale il pontefice procedette alla formale deposizione di Pirro, che venne peraltro colpito dall'anatema. Stando alla narrazione del Liber pontificalis e ad un passo degli atti sinodali del 649, la condanna di Pirro, che secondo quanto riferito da Teofane (p. 331), sarebbe stata sottoscritta da T. con inchiostro mescolato al vino consacrato, sarebbe stata seguita anche da quella a carico del patriarca costantinopolitano Paolo II, formulata nel corso di un ulteriore sinodo romano. Tuttavia, questa circostanza, che peraltro non trova conferme nelle altre fonti, è considerata da parte di alcuni storici alquanto dubbia. Infatti tale condanna, che avrebbe necessariamente comportato la definitiva rottura con Costantinopoli, mal si accorderebbe con la successiva lettera (ascrivibile al periodo compreso tra il 648 e il maggio 649) con la quale il pontefice ingiunse agli apocrisiari di stanza a Costantinopoli di ammonire vigorosamente Paolo, affinché desistesse dalle sue posizioni eterodosse. Tuttavia, la missione assegnata ai delegati romani, forse configurabile come un estremo tentativo di T. per ricomporre in qualche modo il dissidio teologico, non diede i frutti sperati. Dinanzi al progressivo inasprirsi dei rapporti fra Roma e Bisanzio, Costante II, desideroso di giungere ad un compromesso fra le due fazioni, con un editto emanato nel 648 (il cosiddetto Typos) proclamò il definitivo ritiro dell'Echtèsis, vietando però, sotto minaccia di punizione, ogni ulteriore discussione sulla questione delle volontà di Cristo. Il cauto pronunciamento imperiale, del quale il successivo sinodo lateranense avrebbe tuttavia provveduto ad enfatizzare le valenze eterodosse, non valse comunque a placare gli animi. Infatti i delegati romani vennero ben presto fatti oggetto di vere e proprie azioni intimidatrici (quale l'abbattimento dell'altare della loro residenza costantinopolitana, il palazzo di Placidia), alle quali fece seguito l'arresto, e, nel caso dell'apocrisiario Anastasio, l'esilio a Trebisonda, con l'accusa di aver contravvenuto con le proprie proteste alle disposizioni enunciate nell'editto. Ad ogni modo, nei primi mesi del 649, Costante II decise di inviare a Roma una delegazione presumibilmente incaricata di notificare al pontefice il testo del Typos e, su tale base, di sollecitare l'unione delle Chiese di Roma e Costantinopoli. Tuttavia, prima ancora che gli inviati dell'imperatore giungessero a Roma, T. morì, e il 14 maggio del 649 venne sepolto in S. Pietro "in porticu pontificum", come riferisce P. Mallio che riporta anche i primi versi del suo epitaffio (Inscriptiones Christianae, II, nr. 49, p. 211). Il Liber pontificalis attribuisce a T. la costruzione della basilica di S. Valentino "iuxta pontem Molbium", che sotto il suo pontificato sarebbe stata edificata "a solo", e quindi dedicata al santo (cfr. Liber pontificalis [I, p. 332]). In realtà, ormai si tende a credere che T. abbia invece soltanto portato a termine i lavori di ampliamento e restauro della basilica, peraltro già esistente nel IV secolo, avviati al tempo di papa Onorio. Un analogo intervento del pontefice è generalmente ipotizzato per l'oratorio di S. Venanzio nella chiesa romana di S. Giovanni in Fonte (Battistero Lateranense), dove la presenza di una raffigurazione di T. nel mosaico dell'abside induce a ritenere che egli abbia fatto completare la decorazione della chiesa, verosimilmente cominciata da Giovanni IV. Sicuramente attribuibile al pontefice è invece la traslazione delle spoglie dei martiri Primo e Feliciano nel 648, "qui erant in arenario sepulta via Numentana" (ibid.), presso la chiesa di S. Stefano Rotondo al Celio, che in quella occasione, come risulta da alcune testimonianze epigrafiche, sarebbe stata restaurata e nuovamente consacrata. T. costruì la piccola abside orientale decorandola con il mosaico raffigurante i due martiri, accompagnata dalle relative didascalie e da una iscrizione in distici, parzialmente perduta (R. Krautheimer-S. Corbett-W. Frankl, p. 194). Un'altra iscrizione, di cui però non si conosce l'originaria ubicazione, ricordava l'intervento del pontefice a favore "sanctorum corpora cultu" (Inscriptiones Christianae, II, nr. 30, p. 152). Inoltre T., secondo quanto indicato nel Liber pontificalis, arricchì la "confessio" con una "tabula" e "arcos" d'argento (I, p. 332). Quella delle reliquie di Primo e Feliciano è la prima traslazione entro la città a noi documentata. A tali lavori vanno aggiunti la costruzione di un oratorio intitolato a s. Euplo, oggi non più esistente, presumibilmente sito fra la Porta Ostiense e la piramide di Caio Cestio, e un altro piccolo luogo di culto, non menzionato in altre fonti, dedicato a s. Sebastiano presso il Laterano

 

 

 


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