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09.06: Memoria dei Ss. Cumiano, vescovo in Scozia e poi monaco a Bobbio; Fiorenzo e Vendemmiano vescovi africani venerati in Veneto; Lupo e Adelaide sposi cristiani a Bergamo; Massimiano di Siracusa e prima apocrisario del papa di Roma a Costantinopoli

 




 

San Cumiano, irlandese di nascita, vescovo in Scozia e poi monaco a Bobbio dove si addormentò in Cristo Dio (verso la prima metà del VII secolo)

Tratto da
https://it.wikipedia.org/wiki/Cumiano_di_Bobbio
Fu dapprima monaco in Irlanda e poi vescovo in Scozia, dopo le invasioni normanne decise di recarsi a Bobbio, richiamato dalla vita monastica del monastero di Bobbio e dalla regola colombaniana; vi venne a vivere da semplice monaco nel cenobio. Nel 653 successe al quarto abate San Bobuleno.
Per la sua saggezza e fama divenne in seguito precettore del futuro re Liutprando che compì gli studi e la preparazione nelle scuole della biblioteca del monastero.
Morì a 95 anni e 4 mesi di età. La data della morte è incerta, si aggira tra il 725 e il 744.
Più tardi il re Liutprando, che lo venerava, gli farà dono di una stupenda lapide sepolcrale marmorea ricca di fregi, oggi conservata al museo dell'Abbazia di San Colombano. L’epigrafe voluta dallo stesso sovrano, documenta il periodo ed è quasi l’unica fonte di biografia di Cumiano. Vi si legge: Cumiano diventò famoso per grandi virtù, fu pio con i confratelli, prudente, mite, pacificatore, fedele al sommo alla osservanza della regola.
A lui successero come abati:
• Beato o Santo Congello (o Comgall), irlandese, vissuto pochi mesi dopo la nomina;
• Vorgusto;
• Anastasio (747-800),citato in un diploma di re Rachis del 5 agosto 747 per il reintegro dei beni del monastero di Carbonara al Ticino;
• Gundebaldo (800-833);
• Wala (833-836).
Le sue spoglie riposano nella cripta dell'Abbazia di San Colombano accanto ai suoi predecessori San Colombano, Sant'Attala San Bertulfo, San Bobuleno, 18 monaci (fra cui Sant'Allo) e 3 sante vergini monache; il suo corpo qui sepolto, secondo una passio scozzese, pare essere stato traslato in Scozia trattenendo solo la sua lapide, ma dai ritrovamenti postumi ciò sembra definitivamente escluderlo.

 

 

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Santi Fiorenzo e Vendemmiano vescovi africani venerati in Veneto

Tratto da 
http://www.sanvendemiale.it/ita/il-patrono-295.asp?idPage=&id=295

Vindemiale (Vendemmiale – Vindemiano – Vendramin), chiamato fin dall'antichità anche S.Vendemiano, visse nel quinto secolo nell'Africa settentrionale, dove nei primi secoli si era diffuso il Cristianesimo. Di certo si sa ben poco di lui.
Dalle fonti storiche Vendemiano fu definito: “Sacerdote egregio e fedele vescovo di Cristo”. Resse la sede vescovile di Capsa, l'attuale Gafsa in Tunisia. Insieme con altri vescovi dell'Africa settentrionale (Eugenio, Longino…) difese la fede cattolica contro gli intrighi di Unnerico, re dei Vandali, che era favorevole ad Ario e all'eresia che da lui prese il nome di “arianesimo”. Per la sua fedeltà al credo cattolico Vendemiano subì persecuzioni da parte del re ariano Unnerico (477-484). Anche altri vescovi africani furono vittime, in tempi differenti, delle stesse persecuzioni di Unnerico.
Su questi fatti certi si innestarono poi varie leggende (passiones) che avevano anche lo scopo di spiegare il culto di S.Vendemiano in certe regioni.
Riassumiamo quanto una di queste “passiones” e la tradizione raccontano di questo Santo.
Vendemiano era un giovane africano che visse intorno alla metà del secolo V, di grande intelligenza e di ottimi costumi. Il vescovo Appiano lo persuase a consacrarsi a Dio e ai fratelli diventando sacerdote. Dopo pochi anni di ministero i suoi superiori, viste le sue doti e il suo zelo per le anime, lo vollero consacrare vescovo di Capsa, cittadina africana della provincia romana di Bezacena, l'odierna citta tunisina di Gafsa. Erano tempi difficili perla Chiesa africana che per un secolo dovette sottostare alla tirannide dei Vandali che avevano invaso l'Impero romano. Provenendo dalla Spagna (Vandalusia) erano arrivati con il loro re Genserico nell'Africa, devastando e incendiando tutto. I Vandali erano fanatici ariani e, spietati, bruciavano le chiese dei cattolici. 
Ario, prete di Alessandria d'Egitto, aveva diffuso un po' ovunque i suoi errori su Cristo e sulla Trinità; errori che furono accettati dai popoli germanici dopo la loro conversione al Cristianesimo.
S.Vendemiano, come vescovo, partecipò attivamente alle controversie con gli ariani e soprattutto fu un valido sostenitore della fede trinitaria al Concilio di Cartagine nel 484; in esso l'eresia ariana fu solennemente condannata da ben 458 vescovi africani. Durante questo Concilio i vescovi Vendemiano, Eugenio e Longino sostennero prove vittoriose, con vari miracoli, contro gli Ariani.
Questi avvenimenti e la fedeltà di molti vescovi al cattolicesimo, indussero il re ariano Unnerico, successore di Genserico, a dare inizio ad una nuova persecuzione contro la Chiesa cattolica. Ben 88 vescovi subirono il martirio, 302 furono esiliati, 28 si salvarono con la fuga. Vendemiano, con altri 46 vescovi, fu confinato nell'isola di Corsica, dove fu costretto con i suoi confratelli di episcopato a tagliar legna per il naviglio vandalico che scorazzava nel Mediterraneo. Ciò non distolse però il santo vescovo dall'esercizio del suo ministero. Convertì dall'idolatria i pagani e richiamò gli ariani al cattolicesimo dimostrando sempre zelo ardente e santità di vita.
Finito l'esilio poté ritornare in patria dove, assieme con Eugenio vescovo di Cartagine, predicò la fede, convertì i pagani, operò molti prodigi. Mentre il vescovo Eugenio rimase in quei luoghi, Vendemiano, spinto dal desiderio di rivedere i luoghi del suo esilio, volle ritornare in Corsica, dove profuse le sue ultime energie nell'apostolato. Morì dopo qualche anno, pieno di meriti. Fu subito venerato come un santo. Venne sepolto nella cittadina di S.Fiorenzo (al nord dell'isola) accanto al sepolcro di un altro vescovo africano (Fiorenzo), esiliato come Vendemiano in quell'isola, morto egli pure in concetto di santità.
I corpi dei due santi vescovi Vendemiano e Fiorenzo rimasero nei loro sepolcri per ben tre secoli, fatti oggetto di grande venerazione da parte della popolazione della Corsica.
Nel 760 il vescovo Tiziano di Treviso che si era recato in quell'isola, seppe, per ispirazione divina e per indicazioni avute dai marinai e dagli indigeni del luogo, della sepoltura dei santi vescovi e, temendo che queste sante reliquie potessero essere profanate dai Saraceni che allora avevano invaso la Corsica, dopo tre giorni di preghiere e di digiuno, le esumò con grande pietà e le trasportò a Treviso, dove diede loro onorata sepoltura nell'antica chiesetta di S.Giovanni Battista, dove esisteva allora l'unico fonte battesimale di quella città e che è l'attuale battistero a fianco del duomo. Anche a Treviso le reliquie dei due vescovi godettero di grande venerazione da parte dei fedeli. Sulla parete del battistero esiste una lapide di marmo con l'immagine dei due santi vestiti con paramenti vescovili nell'atto di benedire. S.Vendemiano ha in mano un grappolo d'uva, S.Fiorenzo un fiore.
Nel secolo XI le reliquie furono trasportate dal battistero nella cripta del duomo e poi, a causa dell'umidità, nella chiesa stessa e precisamente nella cappella della S.Trinità. 
Attualmente si trovano esposte alla pubblica venerazione sul primo altare a destra dell'entrata principale del duomo. Vi si può leggere la scritta: “Ossa S.S. Florent, et Vindemm. C.C.P.P.” (ossa dei santi Fiorenzo e Vendemiano vescovi e confessori)…
E' certo comunque che il culto di S.Vendemiano si è diffuso a Treviso e dintorni.
La sua festa si celebra il 1° giugno.

Una forte e costante devozione a S.Vendemiano si diffuse, ancor prima del secolo XVI, presso la gente di Ivano Fracena in provincia di Trento, dove esiste un antico eremo con chiesa a lui dedicata. 
La Parrocchia di S.Vendemiano ha stabilito dall'anno 2001 con quella di Ivano Fracena, una specie di gemellaggio spirituale tra le due Comunità. Lo scorso anno 2001, il Parroco don Mario Tomaselli, il Sindaco Maurizio Pasquazzo e una rappresentanza della popolazione sono venuti in visita alla Parrocchia di S.Vendemiale. Il 29 settembre 2002, il Parroco Mons. Pier Amort, il rappresentante del Comune Patrich Camerin eun centinaio di persone sono salite a Ivano Fracena per restituire la visita epregare nella Chiesa dedicata al Santo Patrono.

 

 

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Santi Lupo e Adelaide sposi cristiani a Bergamo

Tratto da 
http://www.santiebeati.it/dettaglio/95036

I santi Lupo e Adleida sono identificati con i genitori di Santa Grata di Bergamo. A Lupo è attribuita la qualifica di duca di Bergamo in un'epoca in cui tale carica non esisteva perché fu istituita soltanto con la conquista longobarda e probabilmente, se si tratta di un personaggio storico, è al periodo del regno longobardo che deve essere datato; è caratteristico delle incongruenze cronologiche che improntano la sua storia che nell'iconografia egli venga raffigurato con le insegne del Doge di Venezia. Anche il nome della sposa di Lupo, Adleida, è un nome germanico e rimanda chiaramente all'epoca longobarda. La leggenda vuole invece che i due coniugi si convertissero al cristianesimo nel secolo III ad opera della figlia Grata, che costruissero varie chiese tra cui quella di S. Salvatore e che addirittura fossero martiri.

 

 

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San Massimiano Vescovo di Siracusa e prima apocrisario del papa di Roma a Costantinopoli

Tratto da
http://www.santiebeati.it/dettaglio/56580

Sconosciuto a tutti i martirologi precedenti, appare nel Romano sotto la data del 9 giugno. Originario della Sicilia (Giovanni Diacono lo dice Siculus), si fece monaco a Roma e dopo la morte di Valenzione fu il secondo abate del monastero di sant'Andrea ad Clivum Scauri, eretto prima del 583, dal nobile Gregorio, ed ebbe la gloria di educare i| futuro pontefice quando questi, lasciata la pretura di Roma, abbracciò la vita monastica.
Quando Gregorio fu mandato da papa Pelagio II quale apocrisario a Costantinopoli presso l'imperatore Tiberio, Massimiano lo raggiunse con alcuni dei suoi monaci e tanto prolungò la sua dimora, che il pontefice scrisse a Gregorio che ne sollecitasse il ritorno a Roma, essendo egli necessario al suo monastero e alla Sede Apostolica per un affare importante. Al ritorno, l’anno successivo, 585, dopo otto giorni di navigazione avventurosa nell’Adriatico, la nave fece naufragio a Crotone e Massimiano, che aveva dato prova di fiducia in Dio, si salvò coi tutti i suoi compagni.
Asceso Gregorio al pontificato il 3 settembre 590, scelse alcuni suoi monaci, tra questi Massimiano, per condurre vita monastica nel suo palazzo, che, al dire di Giovanni Diacono, divenne «asceterio di perfetta virtù, scuola di ecclesiastica disciplina consiglio di sapientissimo governo, talmente in venerazione a Roma e a tutta la Chiesa che chi non avesse le carte in regola non osava nemmeno presentarvisi, stimando più opportuno starsene lontano».
Nel dicembre del 591, Massimiano era già vescovo di Siracusa. A lui il pontefice concesse l’uso del pallio e rinnovò i privilegi dell’antica sede vescovile; affidò inoltre la sua rappresentanza su tutta la Chiesa siciliana.
Vicario del papa e rispondendo alle di lui speranze, Massimiano esercitò una generale sorveglianza sulla disciplina e gli affari ecclesiastici; risolse le cause di minore importanza, rimettendo al pontefice quelle più difficili o quelle che non riteneva di poter giudicare da sé.
San Gregorio che, nell’affidargli questi amplissimi poteri, aveva fissato minutamente le direttive della politica ecclesiastica in Sicilia, gli indirizzò parecchie lettere e, alla fine, si mostrò compiaciuto di quanto Massimiano aveva fatto in poco meno di tre anni nel vasto territorio dell’isola.
Anche se ai titoli di «venerabile» «vescovo di veneranda memoria» e «santissimo», che ricorrono sovente nell'Epistolario di san Gregorio, non può ovviamente attribuirsi che un significato di onore e di rispetto, nondimeno la stima che il papa aveva di Massimiano si rileva dalle espressioni scritte nel novembre 594 alla di lui morte.
Al diacono Cipriano, suo rettore in Sicilia, il pontefice scrisse, manifestando il suo grandissimo dolore: "Non è Massimiano che deve piangersi, già volato a quel premio eterno da lui tanto desiderato, ma cotesto infelice popolo di Siracusa". Ai siracusani fece sapere che "ritenessero bene a mente che un altro Massimiano non era facile a trovarsi".
Un aspetto interessante dell'attività di Massimiano fu l'aver collaborato con il pontefice alle memorie relative ai santi d'Italia. San Gregorio vi accenna ripetutamente; anzi nel 594 avrebbe desiderato rivederlo per conoscere più distintamente, onde inserirli nei Dialoghi, alcuni fatti edificanti appresi da lui in tempi lontani. Massimiano, che non era più in grado di recarsi a Roma, per iscritto e brevemente riferì a san Gregorio quel che sapeva di san Nonnoso e di qualche altro santo.

Fonti e testimoni nei Dialogi di Gregorio Magno
http://www.academia.edu/9029064/Fonti_e_testimoni_nei_Dialogi_di_Gregorio_Magno

DIACONI DELLA SICILIA NELL'EPISTOLARIO DI GREGORIO MAGNO 
sta in 
http://www.diocesi.catania.it/diaconato/sites/diocesi.catania.it.diaconato/files/DIACONI%20DI%20SICILIA%20NELL%27EPISTOLARIO%20DI%20Gregorio%20Magno.pdf

"nell’ottobre del 593 (papa Gregorio Magno raccomanda a Massimiano, vescovo di Siracusa, il diacono Felice, <>, cioèlo scisma dei Tre Capitoli,
<<né si sia allontanato dalla fede cattolica, pur attratto da false congetture contro il Concilio di Costantinopoli, si era tenuto in disparte dalla scissione degli Istriani>> 
che erano cattolici o eretici tornati alla retta professione di fede, e che si erano rifugiati in Sicilia. Felice, >. 
Al diacono Felice, poiché non si era reso colpevole
di eresia, ma si era <<allontanato, quasi con retta intenzione dai sacri misteri della Chiesa>>, il papa, per venire <>, ma soprattutto per provvedere al suo sostentamento aveva pensato di incardinarlo nella Chiesa di Siracusa, <>per <>. Gregorio non vuole imporre a Massimiano la sua volontà, ma pone la questione al <>del confratello vescovo, esortandolo, nello stesso tempo, a far presto perché Felice “non patisca molestie e privazioni”. Il papa ricorda al vescovo di non trascurare la suaraccomandazione e di non offrire ai poveri <> il suo ufficio episcopale. Gregorio scrive a Massimiano che anche lui ha <<
fatto dare un contributo annuo dai beni>> della Chiesa, per partecipare
concretamente all’opera che Massimiano si apprestaa compiere verso il diacono Felice

In una lettera del luglio del 593, tràdita nel Registrum epistolarume direttaa Massimiano vescovo di Siracusa, Gregorio rendeva manifeste le motivazioni che lo avevano portato a comporre un’opera agiografica: raccogliere aliqua de miraculis patrum, quae i n Italia facta audivimus , per soddisfare le pressanti richieste dei suoi confratelli Gregorio inoltre chiedeva a Massimiano di trascrivere ed inviargli al più presto le notizie in suo possesso,a meno che non fosse stato possibile incontrarsi di persona

 

 

 

 

 


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