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14.06: Memoria dei Ss. Marco d'Eca (vescovo in Puglia nel territorio di Lucera-Troia, verso il 328) e Marciano greco di nascita e vescovo di Frigento in Campania e venerato a Benevento (verso il VI secolo)

 




 

San Marco vescovo in Puglia nel territorio di Lucera-Troia (verso il 328)

Tratto da http://www.santiebeati.it/dettaglio/76215
Scrive il Delehaye nel definitivo studio che dedica a Marco in Acta SS. Novembris: «Ceterum, sub proprio nomine Marci episcopum quendam, qui vel Aecanensi ecclesiae praefuerit vel ibidem enutritus sit vel cultum solemnem consecutus fuerit, in variis documentis hagiographicis designari facile ostendietur».
Il Martirologio Geronimiano alla data del 5 novembre ricorda un Marco vescovo, venerato ad Aeca, città della Puglia, posta nel luogo ove ora sorge Troia, senza indicare però la città dove fu presule. Una leggenda scritta nella seconda metà del secolo VIII riferisce che un «Marcus Ecanae urbis episcopus», di notte tempo con i suoi chierici rapi i corpi dei santi martiri Donato e Felice, uccisi per la fede a Sentianum il 1° settembre, sub Maximiano (286-305), e li seppellì in cimiate sua. Qualunque sia il valore del racconto, bisogna riconoscere che l’autore menziona il nome di un antico vescovo di Aeca, venerato nel suo tempo. Una Vita di san Castrense riferisce che dodici vescovi africani, durante la persecuzione vandalica del secolo V, furono abbandonati su una vecchia nave, che approdò felicemente su una spiaggia della Campania, dove essi si dispersero. Fra questi vescovi si trova un Marco, che l’autore del racconto, tardivo e di nessun valore, non inventò, ma raccolse dalle Chiese della regione pugliese. Una Vita posteriore di molti secoli ha trasformato il vescovo di Aeca in vescovo di Lucera, lo ha fatto morire il 7 ottobre e ne ha collocato la festa il 14 giugno; ma non ha potuto evidentemente dimenticare l’antica tradizione perché lo fa nascere nella città di Aeca.
Il culto di Marco si diffuse nell’Italia meridionale, dove venne commemorato in giorni diversi. Secondo un metodo proprio del periodo medievale, fu ritenuto vescovo anche di Frigento, di Benevento, di Napoli, di Atina. Fu venerato nel paese dei Marsi, dove pure fu creduto vescovo locale. Conclude il Delehaye: «De gestis S. Marci Aecanensis nihil prorsus fide dignum ad posteros traditum est... Marcum primum ecclesiae Aecanensis antistitem fuisse asserere non audeo; certe, primus est in serie episcoporum quae ex documentis authenticis confici possit».

< Marco, unico figlio di Costanzo, uomo religiosissimo, nato ad Aeca[1] nell’Apulia, attese allo studio della pietà e delle lettere. Morto il padre, fu ordinato sacerdote da Giovanni Vescovo di Lucera; ed essendo molto ricco, provvedeva, tra le altre opere caritatevoli, al sostentamento ed all’educazione di due ragazze che teneva in casa sua. Accusato falsamente presso il suo Vescovo, questi comandò a due diaconi, Vincenzo ed Aristotile, nemici di lui, che lo conducessero a Lucera. Il santo uomo, che era in Chiesa, raccolto in preghiera, al comando del suo Vescovo, con pronta ed umile ubbidienza si mise in cammino. Durante il viaggio da Aeca a Lucera, essendo il nefando Aristotile divorato dalla sete, improvvisamente apparve una cerva, che al comando di Marco si fermò e porse le mammelle ad Aristotile e ne estinse la sete. Informato della cosa il Vescovo, con grande onore accolse Marco non come reo, ma come uomo veramente santo. La notte seguente prima di entrare in Chiesa per la recita del divino Ufficio, Marco con le sue preghiere ottenne che il Vescovo udisse il canto dei cori degli angeli. Per la qual cosa Giovanni, maggiormente persuaso della santità di Marco, lo trattenne seco per una intiera settimana. Tornato Marco ad Aeca continuò ad esercitarsi nei digiuni, nelle veglie e nell’orazione; ond’è che, spargendosi in breve tempo per tutta l’Apulia la fama della sua santità, era tenuto in grandissima venerazione. Morto poco dopo Giovanni, Marco, inutilmente riluttante e dopo un vano tentativo di fuga, venne eletto Vescovo di Lucera e poscia consacrato dal Pontefice Romano Marcellino. Nell’Episcopato raddoppiò lo studio della mortificazione; vigilò mirabilmente sul clero e fu liberale coi poveri; né il favore, né l’odio dei potenti valsero mai ad infrangere, neppur lievemente la dignità dell’ufficio pastorale. Conservò sempre illibata la castità e risplendette di ogni virtù. Con l’acqua onde erasi servito nell’abluzione della Messa, guariva gli infermi, cacciava col segno della croce i demoni; rese la vista ad un cieco, risuscitò, novello Eliseo, l’unico figlio d’una madre vedova. Colpita da febbre, morì il 7 ottobre , in età di anni 62, tra le lacrime dei suoi presbiteri, dopo aver ordinato con testamento che il suo corpo fosse trasportato a Bovino. Quivi in onore di lui fu eretta una Chiesa ove il suo corpo è religiosamente conservato >>.

Tratto da http://ventoamico.altervista.org/bovino-2/san-marco-deca/?doing_wp_cron=1528906426.1694369316101074218750

 

 

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San Marciano greco di nascita e vescovo di Frigento in Campania e venerato a Benevento (verso il VI secolo)

Tratto da
http://www.santiebeati.it/dettaglio/91872
Come ci dicono gli Atti di S. Marciano, composti molti secoli dopo il periodo in cui si suppone essere vissuto il santo e che non hanno nessun valore storico, secondo i critici moderni, S. Marciano era di origine greca e ricco. Distribuito tutti i suoi beni ai poveri, orfani e vedove, Marciano si diede a vita ascetica. Ciò attirò su di lui l’ammirazione dei connazionali. Per sottrarsi agli onori, lasciò la Grecia e venne in Italia stabilendosi a Frigento, come eremita. Qui operò vari miracoli. Quando, poi, si recò a Roma insieme al suo amico Lorenzo che doveva essere consacrato vescovo di Canosa, il papa s. Leone I lo elesse vescovo di Frigento, dove esercitò il suo episcopato in modo esemplare. 
Il dies natalis, ossia il giorno della sua morte, si ritiene essere stato il 18 luglio. Il 14 giugno invece ricorre l’anniversario della traslazione del suo corpo da Frigento a Benevento. 
Marciano quindi sarebbe vissuto alla metà del V secolo. 
Occorre rilevare, però, come disse lo storico irpino Mongelli, che Frigento non era sede vescovile in quel tempo. Lo diventerà solo nel XI secolo, subentrando a Quintodecimo, l’antica Aeclanum. 
S. Marciano è venerato in molte parti come vescovo locale. A Benevento, per esempio, S. Marciano è festeggiato il 14 luglio ma sembra ci si confonda con l’ononimo santo più sicuro di Siracusa. Anche Napoli ricorda S. Marciano, come proprio vescovo, il 30 ottobre. E' ricordato a Frigento il 14 giugno.
Comunque il Lanzoni identifica il S. Marciano di Frigento con S. Marco I vescovo di Aeca, l’odierna Troia in Puglia, del III-IV secolo. Il nome Marciano è una corruzione di Marco d’Aeca. 
Il martirologio geroriminiano lo ricorda il 5 novembre. 
Reliquie di S. Marciano erano venerate a Frigento, ma furono portate nel 839, per ordine del principe Sicardo, nell’abazzia di S. Sofia a Benevento, perché luogo ritenuto più sicuro da incursioni. 
A Frigento, il santo è venerato soprattutto in due chiese molto belle e antiche: la ex Cattedrale e la chiesa di S. Marciano. Nella ex cattedrale di Frigento di conserva un busto d’argento sbalzato e cesellato. Al centro del petto una teca contiene una reliquia del cranio del santo. 
Nella chiesa di S. Marciano, bella è la tela che raffigura il santo, posta sull’altar maggiore. L’interno della chiesa conserva anche vari ex voto al santo. Bella è anche l’antica statuetta in pietra sistemata, dopo i restauri post-terremoto del 1980, nella parete esterna, quella che dà sui giardini, della chiesa. 
A Taurasi, nella parrocchia si venera un busto ligneo del santo del 1708. Nella pedana della statua si venerano alcune reliquie del santo. Purtroppo fu rubata, e quindi persa, la teca, posta nel petto di questa statua, che conteneva un dito del santo. A Taurasi un’antica targa di rame dorato, risalente al 1150, riporta la proclamazione di S. Marciano a patrono di Taurasi, in occasione della consacrazione dell’altar maggiore della chiesa principale.

Tratto da
https://voceditaurasi.jimdo.com/fede-e-folklore/s-marciano-vescovo-confessore/
Nacque a Modune, nella Morea, penisola della Grecia, nel 415, “da nobili e chiari parenti, [e] […] usciti di vita i detti genitori, spogliossi tosto dal ricco suo retaggio, e datolo a’ poveri, venne in Italia”; il Ciampo scrive in “Elogio istorico di s. Marciano, 1837”, […] Comodo porto ai Naviganti porge la città di Modone pel littorale del mare detto della sapienza, per cui non lungi da Corone si entra nel Mediterraneo. Ivi si è imbarcato Marciano, e già viaggia per l’isole di Zante, lascia Cefalonia, trapassa Corfù, ed all’Adriatico giunge, tocca Taranto, e senza curarne le delizie perviene al porto di Brindisi. Avevano ivi tempo fa, i Cretesi più colonie dedotte, e per quei contorni più città edificate. Marciano lo sa, e le evita per vivere ignoto. Cerca più lontane ignote contrade, evitando paesi, e alli campi di Benevento si drizza. […]. […] Lasciando le Beneventane valli, cercando giva de’ boschi, e sotto gli alti monti del Sannio scorgendoli, nel territorio de’ Sanniti perviene. […] Tutto era ivi distrutto, quel suolo famoso tanto […]. […] Ma più funesto spettacolo presentossi, e di più lamentevole ricordanza. Le tracce eran colà degli Epiroti, che Pirro recò contro Roma, de’ Sanniti in favore; che sconfitti quei guerrieri concittadini ne’ campi Taurasini vi trovarono la tomba. Calcando egli quel suolo, credè calpestare le ceneri de’ suoi […].

Raggiunse poi l’Irpinia. Si addentrò nelle boscaglie della valle d’Ansanto, presso Frigento “[…] e vi menò vita solitaria, a cui per la fama, che si sparse della Sua Santa vita, e dei molti miracoli, che’l Signore per li suoi meriti operaua, concorse gran gente. […] Una donna ancora ad aprir viene per Marciano la scena de’ portenti. Mirate, ecco la, dai confini della Lucania limitrofa una madre anzante: di sudore bagnata, con un figlio in braccio ne viene, di Marciano chiede, che già fin là la fama, di esso era giunta. Se le addita nel bosco, sollecita entra, e rinvenutolo, piena di fede. Ah! salvam’ il mio figlio, piangendo dice, da lungi vengo, eremita santo, tu il puoi, prega Dio, la grazia voglio, la spero in te. A tuoi piedi io lo gitto… Oh Dio! e quanto sei nei tuoi servi ammirando! Alza appena Marciano destra, e segna in fronte del fanciullo la Croce, quello è già salvo; la sua madre accarezza, addita il suo salvatore, grazia, grazia… gridar si sente … Grazia ripete l’eco del bosco. La madre mostra salvo il figlio a tutti. Tutti accorrono alle voci giulive. Una folla de’ contadini ingombra il bosco. I coloni lasciano le faccende rurali per vedere il miracolo […]. Proprio in quegli istanti lungo la via Appia transitava Lorenzo, che si recava a Roma, per essere consacrato vescovo, e lo volle con lui per il difficile viaggio. E giunti, Marciano si ritirò in vna Chiesa della Beatissima Vergine per aspettare Lorenzo fin a tanto che hauesse negotiato col Pontefice [s. Leone I Magno]; dal quale essendo esso Lorenzo interrogato di Marciano, con riferirgli ancora alcune cose, che di quello da Dio gli erano state rivelate, cominciò ad attristarsi per timore, che fosse il suo compagno in Roma dal Papa ritenuto. Del che accortosi il S. Pontefice, confortollo dicendo, che stesse di buon animo, perche il Signore gli hauea ordinato, che a lui desse la cura della Chiesa di Canosa, & a Marciano quella di Fricento” (anno 441) (Ciarlanti; Ughelli , Italia Sacra […] VIII, Venezia 1717-1722, coll. 285-288; Acta SS., Iulii, III) era il 441 (De Franchi, Avellino Illustrato da’ Santi, 1709). 

Dal ritorno, dopo la inaspettata Consacrazione Episcopale, a Terracina, si imbatté in un corteo funebre e resuscitò il morto, che era Sempronio, il figlio del principe di quella città; fu accolto festosamente dalla popolazione della sua città episcopale e prima di fare ingresso nella cattedrale, con la sola benedizione, guarì ogni infermità; 
“E questo Santo molto glorificato dal Signore, specialmente nel discacciar i Demonj da gli ossessi” (De Franchi), salvò una donna morsa da un serpente velenoso. “Al fine essendo chiamato all’eterno riposo, predisse la Sua morte al Clero, & a gli altri; & andato poi il Sabbato alla Chiesa, tutta la notte dispensò in lodare Iddio, & in fare feruenti orazioni […]. […] Allo spuntar dell’aurora del dì 14 Giugno del 496 [anche se il Ferrari riporta 18 luglio]. volò in seno di Dio l’anima sua benedetta. Così morì l’uomo giusto, l’unto del Signore, l’Apostolo degli Irpini, qual visse, morì santo. […]. Sopra il cui Santo Corpo, e dopo sepolto diuersi infermi accorrendo, riceuerono per i suoi meriti l’intera sanità [ …]”. Fu santificato nel 527 da papa s. Felice IV. 

“[Nell’839] Il suo corpo venne solennemente traslato in Benevento, dal vescovo Orso, e collocato con altri corpi di santi sotto l’altare massimo della cattedrale [dedicata a Maria ss.]. Il che fu per volere di Sicardo figliuolo di Sicone, quegli dé principi Longobardi che trattò propriamente capitolazioni di pace coi Napoletani nell’836. Rimase il detto corpo in Benevento fino a che le contese cò Greci e Saracini non incominciassero, mentre fu allora che, per cautela e sicurezza, tutte le sacre reliquie trasferite vennero in Montevergine, ove ancora oggi in ricche urne si conservano, e tra esse è pur quella delle ossa dell’anacoreta e vescovo s. Marciano” (Zigarelli). 
Il corpo (corpora [cioè reliquie] sanctorum Martiani) fu rinvenuto in Benevento dal vescovo Landolfo il 15 maggio 1119, di questo “[…] fu lasciato […] l’indice alla Collegiata Curata di Taurasi, che porta il suo titolo […]” (Fabio Ciampo, Elogio istorico di s. Marciano, 1837).

 

 

 

 

 


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